martedì 7 luglio 2009

I giardini e la musica di Toru Takemitsu parte seconda di Empedocle70

Tra un giardino del rinascimento italiano e un giardino giapponese dell'epoca Muromachi vi è una differenza abissale. Prendiamo come riferimenti la villa Medici a Castello, nei pressi di Firenze, e il Padiglione d'Oro (Kinkakuji) ai piedi del monte Kinugasayama a Kyoto.
Sono entrambi stupendi e senza dubbio costituivano un'autentica delizia per i fortunati mortali che potevano goderli come annessi privati delle loro residenze, così come sono una delizia per i semplici visitatori odierni che, secoli dopo, vi sì possono soffermare per breve tempo. Si tratta però di due tipi di giardino profondamente diversi.
Nel giardino fiorentino troviamo una composizione di sentieri, siepi, aiuole, fontane, alberi, statue, il tutto organizzato in un armonioso disegno geometrico imposto gentilmente, ma con fermezza, alla natura. Arbusti, fiori, alberi, rampicanti, cespugli, rocce non esistono come elementi individuali, ma come esemplari anonimi di una classe; ci sono tanti metri cubi di bossi, qui una chiazza di azzur­ro, tanti metri cubi di gigli, là un'aiuola verde. La bellezza geometricamente euclidea, intellettuale, definisce una specie di spazio fisico in cui siepi, alberi e aiuole sono semplici variazioni di elementi architettonici quali mura, colonne e pavimenti marmorei. Uscire dalla casa in giardino non comporta un cambiamento significativo, in quanto non è un passaggio da un ambiente creato dall'uomo alla natura. L'intero ambiente, sia interno che esterno, è costruito dall'uomo e il lato bizzarro, imprevedibile e capriccioso della natura è tenuta accuratamente e cautamente a distanza. Il visitatore si trova immediatamente di fronte a un raffinato prodotto di una civiltà che pone l'uomo al centro di un paradiso creato per il suo dominio e il suo piacere.
Le linee di sviluppo spirituale giapponese hanno per lo più come punto di partenza la natura: .la prima cosa che colpisce chi vista del giardino di Kinkakuji a Kyoto è la sua composizione irregolare, sembra che tutti componenti siano spontaneamente cresciuti l'uno accanto all'altro evitando accuratamente qualsiasi geometria o simmetria. La mente e la mano dell'uomo sono senza dubbio intervenute qui, creando questo angolo dal nulla, ma hanno lasciato poche tracce visibili. La sensazione più immediata è quella di una completa armonia tra uomo e natura. E’ questo il fiore squisito di una civiltà che considera uomo e natura sullo stesso piano, anziché in un rapporto di padrone e servo. Cespugli, alberi, acqua e pietre sono stati invitati a prendere il loro posto in angoli scelti, a mettersi a proprio agio e a esistere secondo le proprie inclinazioni, come se fossero ospiti di riguardo della famiglia verde delle piante e della famiglia grigio‑argento delle rocce, diversi dall'uomo in quanto non sono in grado di parlare e di muoversi, ma non appartenenti a un mondo "altro" e totalmente alieno, non sacrificabili in una rete di geometrie.
Nel giardino fiorentino si percepisce un immenso rispetto per la dignità dell'uomo; in quello giapponese si scorge un infinito rispetto per la dignità delle cose. Un giardino occidentale può essere un posto adatto alla meditazione semplicemente perché è tranquillo e bello, ma difficilmente invita il pensiero a vagare oltre i limiti dell'umano. E’ chiaro qui che apparteniamo a una civiltà che ha risolto tutti i suoi misteri attraverso Dio, delegando all'Essere Supremo la responsabilità di tutto ciò che è oscuro e problematico. Un giardino orientale, per contro, è in se stesso oggetto e occasione di meditazione. Gli alberi che crescono spontanei come sulle pendici dei monti, i fiori che sembrano essere sbocciati spontaneamente allo stato selvatico, l'acqua che scorre tra le rocce come se ci trovassimo in una remota gola montana tutto ciò evoca in qualche modo il mistero dell'autonomia e della spontaneità. Cosa sono la nascita, la vita, la morte, il mutare delle stagioni? Cosa si prova a essere una pietra?
Un giardino occidentale è concepito per lo più come un magnifico sfondo per le cerimonie e i piaceri dell'uomo. Ogni cosa è disposta in un ordine gerarchico: è un sillogismo in pietra e fogliame. Le statue riproducono la forma dell'uomo e riaffermano la sua presenza in marmo o in bronzo. Il giardino orientale non è uno sfondo, ma un evento in atto in cui il visitatore può lentamente lasciarsi coinvolgere. La gerarchia è scoraggiata in modo estremamente sottile eppure abile.
Un giardino come quello del Kinkakují può essere considerato il prodotto di una lunga evoluzione, di una riflessione approfondita associata a un crescente virtuosismo tecnico.

Che cosa hanno a che vedere queste considerazioni architettoniche con la musica di Takemitsu? Apparentemente nulla ma la sensazione che a volte ho ascoltando la sua musica è simile a quella che provo entrando in un giardino o in un parco: una sensazione di tranquilla, gentile e discreta accoglienza, la possibilità di “entrare” nella musica, spostandomi al suo interno e man mano che mi addentro in essa osservandone le componenti sonore che prendono forma dinanzi e attorno a me esattamente come quando con passo calmo e rilassato mi addentro tra aiuole e sentieri. Ma credo sia meglio approfondire l’argomento cominciando ad esaminare alcune sue composizioni caratterizzate da questo tema extra-musicale.

Questo articolo è composto da cinque parti, eccole:
- parte prima
- parte seconda
- parte terza
- parte quarta
- parte quinta

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