venerdì 30 ottobre 2009

Intervista con Marco De Biasi quarta parte


Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

L’improvvisazione, in qualsiasi ambito la si consideri, è un modo di scrivere talmente immediato che non lascia il tempo di prendere in mano la penna e lascia nell’etere ciò che in quel momento si sta già suonando; con l’aggravante che poi, dopo aver finito di suonare, raramente si è in grado di ricordare e quindi di trascrivere, ciò che si ha appena suonato. Il fatto che poi si improvvisi in stili diversi, questo dipende solamente dalla predisposizione del musicista o dal contesto in cui chi si trova a suonare è coinvolto. La struttura che si riesce a dare a un brano improvvisato dipende dalla forma mentis dell’improvvisatore. Gli organisti hanno una grande tradizione alle spalle e per fortuna non l’hanno dimenticata. Il problema è che difficilmente ci improvvisa improvvisatori; anche per far questo è necessario uno studio costante per ottenere buoni risultati.
Per me l’improvvisazione riveste un ruolo marginale, talvolta mi consente di ricavare dei temi che sviluppo in momenti successivi come tradizionalmente si usa fare in un processo compositivo. C’è una cosa però da dire: spesso l’ispirazione mette davanti agli occhi a alle orecchie dell’immaginazione il brano o il quadro concluso in un solo istante. L’immagine è talmente nitida che basta solamente “copiare” o “tradurre” ciò che si è “visto o sentito”. Non so se sia possibile che le cose accadano più improvvisamente di così.

Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, mi vengono in mente i nomi di Marco Cappelli e David Tanenbaum, David Starobin, Elena Casoli, Arturo Tallini, … si può parlare di una scena musicale?

Non so se si possa parlare di una scena musicale ma sicuramente ci sono delle persone che seguono molto da vicino gli eventi nel momento in cui accadono, si assumono il rischio della novità e spianano la strada a coloro che tra cinquanta o cent’anni decideranno che effettivamente quella musica era bella e valeva la pena di suonarla prima.

Lei è presente con diversi video su youtube che la riprendono in situazioni di esecuzione di pezzi dal vivo e con alcuni video particolari sul suo sito internet, come mai queste scelte e lei pensa che come già avviene in altri ambiti musicali anche la musica classica possa essere adottata per un uso innovativo del mezzo video-multimediale, così come è avvenuto per la trilogia “quatsi” di Godfrey Reggio per le musiche di Philip Glass?

L’unione delle arti è un progetto che prende il via dal momento in cui l’uomo ha cominciato a unire la musica con la danza, con il teatro, con il rito e la magia. Kandinsky e coloro che gravitavano attorno alla realizzazione de “Il Cavaliere Azzurro” ne erano veramente convinti e ritenevano l’unione delle arti la via maestra da seguire. La multimedialità fa parte della nostra era e sembra un percorso inevitabile. La musica classica si adatta benissimo a questo genere di opere data la sua struttura e la particolarità di messaggi che riesce a trasmettere, amplificando e completando il messaggio visivo.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Forse questo vale per le persone distratte. Credo invece che sia in atto un percorso di riscoperta filologica del modo di suonare delle diverse epoche, per quanto, di veramente folologico, nel nostro tempo ci può essere solamente la musica contemporanea. Il musicista attento e meticoloso non è mai un musicista globalizzato. Per tornare alla domanda di prima segue un percorso deduttivo nella fase di ricerca, e deduttivo nella fase dell’esecuzione. Parte cioè da una macro-struttura nel momento di analisi del brano per arrivare alla sottolineatura di tutti quei particolari che, nel momento dell’esecuzione diventeranno, uno per uno simbolo di un intero universo musicale.

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quando diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo possono assumere la musica e i compositori contemporanei in questo contesto?

Nella musica classica c’è stato un forte momento di rottura nel 900, legato a Schönberg e al percorso da lui innescato, ma credo che la continuità con il passato sia praticata da moltissimi compositori, i quali già hanno lavorato e lavorano in questa direzione. I primi a non conoscere la musica contemporanea sono i musicisti. Al secondo posto c’è il pubblico che va a sentire i concerti suonati da chi non conosce o non propone la musica contemporanea. Ogni periodo della storia della musica è contrassegnato da rotture, solamente che queste, dopo centinaia d’anni, sono state digerite e diventate patrimonio comune. Il problema è che fino a cent’anni fa si suonava solo la musica contemporanea, oggi si suona solo la musica che ha almeno cent’anni. (Non è sempre così ma poco ci manca). Quindi io direi che la domanda la si potrebbe benissimo girare agli interpreti e al pubblico. Che ruolo può assumere l’interprete e il pubblico per far sì che il patrimonio culturale della cultura moderna e contemporanea non vada perduto in virtù dei troppo osannati Vasco Rossi e Michael Jackson? Ricordo che le televisioni hanno parlato per giorni della morte di Jackson e neanche un minuto, a suo tempo, per la morte di Luciano Berio e di Goffredo Petrassi.


Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito?

Mi piacerebbe suonare in duo con un amico (Mauro Zanatta) per fare delle trascrizioni di Bach e Scarlatti e sicuramente almeno un pezzo mio.
Ascolto un po’ di tutto e soprattutto sono molto curioso di conoscere musica nuova. Spesso tuttavia mi rifugio nella musica per pianoforte e ascolto molto Keith Jarrett.


Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Ho appena finito di scrivere una Suite per chitarra sola che mi è stata commissionata da un chitarrista messicano. Il mio prossimo progetto è il mio nuovo quadro, che ho in testa da un anno e ancora non mi sono deciso a dipingerlo.


Grazie Marco!

Empedocle70

0 commenti: