martedì 14 febbraio 2012

Recensione di G2,44+ / x2 di Phill Niblock, Moikai Records, 2002


Una delle piccole soddisfazioni della mia discoteca personale, G4 è un disco uscito in tiratura limitatissima (solo tremila copie) e comprato dopo un lento e paziente lavoro di intelligence su internet.
Phill Niblock, newyorkese, ormai quasi ottuagenario, appartiene alla corrente storica del minimalismo americano. In realtà Niblock ha sempre diviso la sua poetica tra l’attività di film-maker (storico il suo film su Sun Ra intitolato The Magic Sun ) e la sua attività musicale, guadagnandosi negli anni il solido e inattaccabile titolo di “King of the drones”. Il primo minimalismo infatti si divide fondamentalmente in due grandi categorie: le musiche interessate dall’attenzione per la “pulsazione” (Steve Reich, Philip Glass) e quelle dedicate ai drones (Terry Riley e LaMonte Young) e il nostro buon Niblock appartiene sicuramente a questa seconda categoria, diversamente da Riley e Young però se ne distacca per l’assenza di qualunque componente mistica e orientaleggiante. Niblock non guarda verso oriente, Niblock guarda verso il rumore, verso il noise che sale dalle strade di una Manhattan che in quegli anni assomiglia sempre di più alla Gotham City di Batman, verso una comunità di artisti che rifiuta qualsiasi forma accademica e che mette sullo stesso piano Yoko Ono, Fluxus, Julliard School e Bernstein, ovvero mostra loro volentieri il dito medio della mano destra.
In più Niblock ama le chitarre elettriche! E lo dimostra con questo cd a loro interamente dedicato e che prevede due diverse edizioni del suo pezzo “Guitar too,for four”, la prima eseguita da Raphael Toral, ingegnere elettronico e chitarrista elettrico portoghese sui cui vi prometto torneremo a breve, e la seconda suonata dalla gioventù sonica composta da Alan Litch, Lee Ranaldo… etc.
Il risulto sono due lunghi drones derivanti dall’uso delle chitarre elettriche collegati a degli ebow, musica lenta anzi lentissima da ascoltare o a basso volume o con gli altoparlanti sparati al massimo. In entrambi i casi i risultati sono una massa sonora stratificata, layer di suono che cambiano lentissimamente come dei slow motion su camera fissa, talmente lenti da far sembrare le opere di Goffrey Regio delle riprese di Formula Uno! Non è ambient, niente easy listening, qui è richiesto un ascolto attento per poter cogliere tutte le sfumature nascoste all’interno di una aurora boreale sonica, una massa gassosa densa che si sposta con variazioni quasi impercettibili. Monumentale.
Posta un commento