venerdì 4 maggio 2012

Recensione di No New York




Cosa doveva essere New York alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80? Un delirio. La città era diventata una vera Gotham City, ma a differenza di questa non aveva con se il suo amato uomo pipistrello a vigilare sui crimini. Interi quartieri degradati, fatiscendi, territorio di bande criminali, spaccio di droghe e in cui girare armati era cosa normale.
Mi ricordo bene tutta una filmografia a riguardo, tutti film di Charles Bronson e di gene Hackman, “Il giustiziere della notte”, “Il braccio violento della legge” e altri ancora roba tipo “I guerrieri della notte”, i film sul Bronx, tutti a documentare una città cupa, violenta, stretta nella morsa di una crisi finanziaria terribile che non garantiva gli stipendi dei poliziotti e dei netturbini, la Mela era diventata marcia, corrotta, la città era allo sbando.
In tutto questo marciume, l’arte. Invogliati e attirati dal bassissimo costo degli affitti, dalle ampie metrature a disposizione, dall’ambiente cosmopolita New York richiamò a se da tutto il mondo artisti, musicisti, grafici, poeti e chiunque avesse dentro di se l’urgenza e il desiderio di esprimere qualcosa, qualcosa di nuovo, il più possibile lontano dall’accademia.
Il risultato fu un’eslposione di creatività incredibile a qualunque livello, pop art, minimalismo, punk, street art, disco music, su cui ancora oggi a distanza di trent’anni ci interroghiamo e continuiamo a scavare scoprendo pepite d’oro nei sacchetti di immondizia.
Il suo frutto più marcio, la sua forma più nichilista e anarchica trovò la sua strada in uan forma musicale chiamata No Wave, una forma ancora più estrema di punk tale da far sembrare i New York Dolls, gli Stooges e i Sex Pistols bravi ragazzi usciti da un liceo. Chitarre distorte al massimo, ritmiche pesanti, cadenzate e ossessive, sax che venivano fuori direttamente dai più acidi dischi di free jazz, testi deliranti, nessuan capacità musicale, nessuna esperienza tecnica, strumenti rilevati direttamente al banco dei pegni se non rubati. Nessun futuro, una rabbia tremenda e la voglia di farcela, di espriremere qualcosa, qualcunque cosa fosse anche solo uno sputo in faccia.
Riascoltare a distanza di trent’anni un disco come la compilation No New York fa ancora una certa impressione anche se nel frattempo molti degli artisti che erano stati immortalati da Brian Eno (sì proprio lui) hanno sviluppato più che dignitose carriere artistiche e continuato a suonare o a dipingere, in ogni modo a esprire se stessi, riuscendo anche a valicare i limiti della scena newyorkese.
Rozzo. Davvero rozzo. Produzione fieramente ridotta a zero. Lo-fi puro. Una dichiarazione stilistica e di intenti già per come suona. Così come viene babe e non ci ripenso. Quattro band: Contorsion di James Chance, Jesus and the Jerks di Lindya Lunch, Marrs e i DNA con Arto Lindsay e Ikeu Mori. Una manciata di canzoni lanciate come sassi in un pozzanghera sporca per un disco che nel tempo continuerà a influenzare e a ispirare tutta la scena indie rock americana e non solo, conferendo un credito illimitato a Brian Eno come talent scout e produttore, rovinando amicizie all’interno di una scena finora compatta e coesa nella loro desolazione e assenza di un qualsiasi futuro che non fosse quellodelle droghe e del tirare a campare, giorno dopo giorno. Situazionisti senza sapere di esserlo i No Wavers, ma allo stesso tempo creatori di una nuova scena musicale che operava tramite un rete di locali dalla dubbia reputazione al cui confronto i buchi in cui suonavano i jazzisti sulla 56esima strada erano dei veri paradisi.
Il messaggio: chiunque può farcela, chiunque può imbracciare uno strumento, si fotta la tecnica, dateci dentro. Paradossalmente: qualcosa di diverso dal sogno americano? Paradossalmente: quanto di più lontano dall’assenza di speranza che emerge dai testi e dalle musiche contorte su se stesse peggio di un cavatappi arrugginito.
Eppure quanta energia, quanta rabbia, quanto desiderio in questa manciata di canzoni. Quanto desiderio di futuro, allo stesso tempo negato dalle logiche della vita veramente vissuta nei vicoli sudici di Downtown.

E poi nel 1983 Zorn fa uscire Locus Solus. Ne riparliamo ok?
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