lunedì 17 giugno 2013

Recensione di Tap Book of Angels Vol. 20 di Pat Metheny e John Zorn, Tzadik, 2013



Confesso di aver atteso questo disco con una certa impazienza, solleticato come ero dall'idea di sentire collaborare assieme due tra i miei musicisti preferiti in assoluto. E devo dire di essere stato ricompensato della pazienza, ma vediamo di capire un po’ di più il disco di cui stiamo parlando.
Apparentemente, ripeto apparentemente, John Zorn e Pat Metheny non sembrerebbero avere nulla di comune e quindi, sulla carta, questa collaborazione sembre rebbe impossibile. In realtà non è così.
John Zorn è al momento l’”american contemporary maverick”, compositore, improvvisatore , musicista, editore, imprenditore capace di aver realizzato alla soglia dei 60 anni una carriera semplicemente monumentale non solo in termini quantitativi (composizioni, discografia, libri realizzati) ma soprattutto in termini qualitativi per impegno, tenacia, creatività e indipendenza commerciale.
Pat Metheny non è da meno, quasi coetaneo di Zorn ha saputo costruirsi non solo una eccellente carriera ma anche uno dei suoni chitarristici più riconoscibili anche agli orecchi dei non intenditori. I meno informati lo ricordano soprattutto per i dischi realizzati col Pat Metheny Group dove fondeva in maniera equilibrata e accattivante jazz, musica brasiliana e melodica senza mai rinunciare a creatività e qualità. Ma Metheny ha anche un lato “oscuro”. Lavori come Electric Counterpoint di Steve Reich, il free jazz di Song x del 1985 realizzato con Ornette Coleman, il noise ossessivo Zero Tollerance for Silence, The Sign of the Four con Derek Bailey dimostrano come Metheny sia anche una persona che sa intelligentemente cercare nuove strade e percorsi al di fuori del comune e come sia sempre fortemente tentato dalle collaborazioni (vedi i lavori con Charlie Haden, John Scotfield, Nana Vasconcelos).
La notizia quindi che due persone così si tenessero sott’occhio da diversi anni non deve quindi particolarmente stupire, così come non devono stupire le reciproche attestazioni di stima, diciamo che forse il fuoco covava sotto la cenere e si aspettava l’occasione e il momento propizio.
Ed eccoci quindi arrivati a questo disco, ventesimo volume della serie Book of Angels, facenti parti del secondo “canzoniere” Masada, oltre trecento brani composti da Zorn e destinati ad essere interpretati da altri musicisti. I brani di Zorn devono aver esercitato il giusto richiamo su Pat Metheny e così ecco pronto questo Tap per sei brani dalla chiara impronta klezmer.
Metheny e Zorn non si sono sicuramente risparmiando mettendo sul fuoco tanta carne, forse troppa. Metheny si scatena dividendosi tra le sue chitarre, l’orchestrion (una delle sue recenti ossessioni) e tastiere varie, quasi volesse creare un seguito a quel Secret Story uscito più di vent’anni fa. Zorn crea per lui delle musiche dove poter lasciar libero spazio al tocco melodico di Pat mantenendo però la sua impronta di compositore.
Per me che li ascolto da … ormai 25 anni è una rincorsa generale a cogliere rimandi, citazioni, echi di due carriere eccezionali. Pat ce la mette tutta: melodico, distorto fa sentire che razza di chitarrista è e non rinuncia nel far capire tutto il peso della sua esperienza e della sua carriera e Zorn non deve essersi sicuramente tirato indietro.
Possiamo quindi gridare al miracolo? No, direi proprio di no, questo disco non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo su Zorn e Metheny, chi si aspettava qualcosa di epocale, rimarrà sicuramente deluso. Chi invece si aspettava un bel disco ne sarà contento. I due non tradiscono e Tap è un bel disco. Ne consiglio sicuramente l’acquisto, sicuramente.
Speriamo che questo sia solo l’inizio. Speriamo che i due continuino a frequentarsi e che mettano in cantiere qualcosa di veramente innovativo, ho voglio di qualcosa tipo Spy versus Spy, The Big Countdown, piuttosto che Song X, Zero Tollerance for Silence .. insomma qualcosa di davvero nuovo e penso che i due ce la possano fare, non ci resta che aspettare e sperare.
Aggiungo solo i complimenti a Antonio Sanchez, da anni ormai batterista di fiducia di Pat, che come sempre conferma la sua bravura districandosi abilmente con precisione e pulizia esecutiva tra i poliritmi e i tempi dispari Zorniani.

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