giovedì 7 maggio 2015

Recensione di Deconstruction di Pino Forastiere, autoprodotto 2015



Curioso il titolo di questo cd, lo definirei quasi un EP per la sua durata contenuta, dell’ottimo Pino Forastiere, eccellente chitarrista italiano da tempo dedito alla chitarra acustica.
Ora, se il famoso aforisma “parlare di musica è come ballare di architettura” tira direttamente in ballo l’arte del costruire, il titolo del cd di Pino fa implicito riferimento a una delle più interessanti correnti architettoniche attuali, quella del decostruttivismo: ho quindi ascoltato e pensato a questo disco come a una implicita risposta musicale a dei temi che da tempo sono tempo oggetto di discussione in altri ambiti culturali e che hanno prodotto risultati artistici tangibili come le opere di Frank O. Gehry e di Zaha Hadid.
Non c’è dubbio che nella seconda metà del ‘900 la musica contemporanea si sia trovata spesso e volentieri nello scomodo ruolo di non essere più in grado di scrivere il futuro , spesso rifiutando le proposte che le arrivavano da artisti che avevano ormai deliberatamente deciso di operare ai confini di quella che è stata definita come “avanguardia”, una sorta di gran pentolone in cui si sono trovati contemporaneamente a sedere assieme visioni completamente differenti come i compositori legati a Darmstadt, il free jazz, l’improvvisazione radicale, Miles Davis, Coltrane e chiunque decidesse di impegnare le proprie forse senza alcuna nostalgia del futuro , per citare indirettamente Luigi Nono. Basti solo pensare che poco più si sei mesi fa Steve Reich spiegava per l’ennesima, nel corso della sua conferenza stampa a Venezia, a Paolo Baratta, direttore della Biennale, come il termine minimalismo fosse stato adottato da Michel Nyman negli anni ’70, mutuandolo dall’architettura. Mi ha fatto molto piacere quindi questo cd, in esso Pino Forastiere porta all’estremo alcuni elementi della sua personale visone musicale, già presenti in altri suoi lavori ma che qui emergono spinti da una sorta di necessità creativa personale.
Pino è un brillante musicista, la sua musica attinge a un patrimonio personale di esperienza che va dagli studi classici, all’amore per Michael Hedges e Alex De Grassi, al rigore di Reich, ad una tecnica ai limiti del funambolismo istrionico. Già il suo precedente cd “From 1 to 8” mostrava già i segni di un volontario cambio di rotta, di un’uscita dai confini dell’ambito folk, dai confini già tracciati dalla tradizione, con la rigorosa definizione di otto studi per chitarra acustica. In questo “Decostruction” la ricerca continua, avverto il forte desiderio di un cambio drastico nelle geometrie costruttive, di un rifiuto delle linee dritte, dei percorsi facili, id un equilibrio coraggiosamente instabile con forme allo stesso tempo pure,  disarticolate e decomposte, costituite da frammenti, volumi deformati, tagli, asimmetrie e un'assenza di canoni estetici tradizionali. E credo che Pino ci sia riuscito: qualcuno forse potrebbe catalogare questo disco con termini come crossover  e citazionismo, ma credo che qui si vada oltre a queste definizioni di comodo.

Oggettivamente non so come verrà accolto presso la comunità folk legata alla chitarra acustica, personalmente lo ritengo una delle cose più interessanti del 2015 e spero che sia solo l’inizio. Dopo il minimalismo, dopo il post modernismo, dopo il crossover, di cui sinceramente non riesco più a ascoltare, scrivere e parlare, spero sia l’ora del decostruttivismo per la musica.

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