venerdì 30 ottobre 2015

I Requia di John Fahey e Henry Kaiser di Andrea Aguzzi

Il requia o requiem, secondo il rito liturgico della Chiesa cattolica è una messa eseguita e celebrata in memoria del defunto. Può essere anche utilizzata come servizio funebre, in particolare nel caso di funerali solenni, c'è anche l'uso di eseguirla come parte della liturgia nel giorno dei defunti, che vengono commemorati il 2 novembre.
In termini più strettamente musicali il requiem è una composizione che utilizza gli inni propri dei riti cattolici (o altro cerimoniale religioso) con una trama musicale: si tratta di testi drammatici nella loro rappresentatività che, nel tempo, hanno attirato l'attenzione e stimolato l’ispirazione di non pochi compositori. Mentre, per quanto riguarda l’uso molto popolare, della parola requiem, essa deriva dalle parole iniziali dell'Introito: «Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.» («L'eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.»).
Ma dicevamo dell’uso popolare. Questa forma musicale ha infatti anche interessato la creatività di numerosi artisti e interpreti della musica moderna e sono stati diversi i cantanti rock che hanno prestato la propria voce o brani da loro scritti o adattati in occasione di funerali. Un esempio mediatico su larga scala è stata la canzone Candle in the Wind, cantata da Elton John il 6 settembre 1997 in occasione del funerale solenne di Diana Spencer, ex moglie del principe Carlo del Galles
Per quanto riguarda le band italiane segnalo la singolare reinterpretazione di Giovanni Lindo Ferretti, cantante del gruppo dei CCCP che inserisce alcuni brevi pezzi del Requiem all'inizio della versione live di Militanz, contenuta nell'album Live in Punkow, generando un singolare contrasto tra il ritmo solenne del requiem ed il velocissimo pezzo punk-rock filosovietico.
Vero e proprio esempio di concept album concepito come un vero Requiem di guerra è l'album "The Final Cut" del gruppo rock inglese Pink Floyd che il bassista e cantante del gruppo Roger Waters dedica al padre, Eric Fletcher Waters, ufficiale britannico morto in guerra durante lo Sbarco di Anzio nel 1944, ora seppellito a Cassino, in Lazio.



In ambito più strettamente chitarristico non si può non segnalare i due dischi oggetto di questo post: Requia (and other compositions for guitar solo), ottavo disco realizzato nel 1967 dal chitarrista fingerstyle americano John Fahey per la casa discografica Vanguard. In quegli anni la Vanguard aveva maturato un certo interesse per alcuni chitarristi blues, caratterizzati da un stile unico e particolare, gente come Sandy Bull, Berth Jansch, Skip James, Mississippi John Hurt, Leo Kottke e la stessa Joanne Baez. Il manager della Vanguard, che all’epoca era Denny Bruce, ex batterista di Frank Zappa, ricorda che "His deal was that he could record for Takoma 'experimental records,' but to try and make commercial recordings for Vanguard, with their approval of the budget.” Insomma Fahey avrebbe continuato a produrre I suoi dischi sperimentali con la Takoma, mentre avrebbe cercato di realizzare opere più “commerciali” con la Vanguard.
Ora. Se per Fahey Requia era un’operazione commerciale… forse qualcuno dell’azienda avrebbe dovuto chiarire meglio questo concetto, sempre se Fahey avesse voluto ascoltarlo. Il disco è idealmente diviso in due parti: la prima facciata è occupata da tre brani in solo, “Requiem for John Hurt", "Requiem for Russell Blaine Cooper" e "When the Catfish Is in Bloom".
Se “The Catfish” è diventato uno dei brani classici e più amati dagli ammiratori di Fahey, che lo inciderà anche nel disco dal vivo “The Great Santa Barbara Oil Slick”, sul "Requiem for John Hurt" i riferimenti sono palesemente espliciti: il brano fa riferimento al grande bluessman e chitarrsta Mississippi John Hurt, mancato il 2 Novembre 1966 e “padre spirituale”, assieme al Reverendo Gary Davis, di tanti chitarristi folk e blues di quegli anni. A proposito di John Hurt lo stesso Fahey ricorda "He was in his quiet way, a very great man, and I deeply mourn our loss of him. So, I wrote this requiem for him, about him, but I play it the way Charley Patton would have played it, had he ever thought of such a thing, which of course he never would have."
Per quanto riguarda invece Russell Blaine Cooper invece, le spiegazioni le da lo stesso Fahey nel libretto che accompagna il cd scrivendo che si trattava di un suo prozio “A Great Uncle of mine. He was among other things a teacher, a soldier in WWI, and gave ame a demonstration of Springfield rifle sharp shooting for Teddy Roosevelt in Chillicothe, Ohio in 1917.”
E fin qui tutto bene. Le cose cambiano quando giriamo il 33 giri o,se preferite passiamo alla quarta traccia del cd. Ma chi era Molly? Fahey non lo dice, scrive solo che “She was well known at Knott's Berry Farm”, di non sapere dove sia e che fine abbia fatto. Il suo Requiem, diviso in quattro parti, è qualcosa che lascia ancora oggi sinceramente storditi. Nelle parole di Fahey dovrebbe rappresentare una narrazione per suoni della distruzione psicologica di Molly e della reazione di un'altra persona che osserva il processo, forse la stessa persona responsabile di tale crudeltà. Il risultato è la continuazione su larga scala degli sperimenti tentati in A Raga Called Pat, un rischioso collage sonoro, un tentativo di creare una sorta di Musique Concrete, non molto riuscito. In un 'epoca in cui mettere le mani su un registratore multitracce era ardita fantasia, Fahey mixa tra di loro in modo rudimentale brani di chitarra acustica con pezzi di puro white noise, marche e discorsi hitleriani con musiche di Charles Ives, California Dreaming dei Mamas & Papas, musica corale, tape loops, polverosi 78 giri. Il risultato oggi, dopo decenni di musica contemporanea e manipolazioni sonore, fa sorridere e questo requiem non sembra aver superato indenne la prova e il logorio del tempo. Rimane a mio avviso più una lucida testimonianza del malessere e del disagio psichico di cui Fahey stava cominciando a soffrire.
Chiude il disco, riportando la musica verso quella sua produzione acustica che ancora oggi lascia ascoltatori, fans e critici estasiati, “Fight on Christmas, Fight On” basata sul brano "Christians, Fight On, Your Time Ain’t Long" di Bo Weavil Jackson e suonata con un bottleneck.
Requia non è il disco migliore di Fahey, ma a mio avviso è tra quelli che meglio lo rappresenta in termini di ambizioni, eccentricità e citazioni musicali. Fahey è stato il chitarrista che più di ogni altro è riuscito a modificare la matrice originaria del blues, spogliandolo del suo animismo africano e rivestendolo di una astrazione e di una metafisica malinconica tipica della musica contemporanea europea. Allo stesso tempo è riuscito a sfuggire dalle forme emotivamente aride della musica contemporanea, trasfigurandola musica colta grazie ai suoi generosi innesti di musica popolare afroamericana, facendo convivere Charlie Patton con Harry Partch.



Si intitola invece Requia and Other Improvisations for Guitar Solo il disco di Henry Kaiser uscito nel 2013 per la benemerita Tzadik. Se pensate che il titolo sia frutto di una pura coincidenza allora guardate la copertina del cd: è semplicemente favolosa, persino le decorazioni sulla tastiera della chitarra sono accuratamente riportate in foto! Chissà a chi pensava Kaiser mentre suonava le musiche di questo disco? Chissà. Ma le somiglianze fondamentalmente finiscono qui. Lo stesso Kaiser ci tiene a precisare fin dal titolo che le sue sono “improvisation”, mentre Fahey parlava di “compositions”e inoltre lo stile di Kaiser è radicalmente diverso.
Questo suo ottimo disco solita, oltre a richiamare l'attenzione su questo chitarrista così particolare, contiene tutta una serie di ottime citazioni e omaggi a illustri musicisti, riletti dallo stile unico di Kaiser e, sopratutto dal suo sense of humor. Eroi come: Basho, Stockhausen, Randy California, Sun Ra, Morton Feldman, Masayuki Takayanagi, Toru Takemitsu, Pete Cosey, Sonny Sharrock... Kaiser rilegge le loro influenze attraverso il suo cacofonico, versatile, giocherellone, apparentemente superficiale, dissacratorio e intelligente modo di concepire le improvvisazioni. Forse in questo sta la forza dello stile di Kaiser: nonostante tutte le sue citazioni, nonostante l'essere riuscito ad attraversare nella sua decennale carriera praticamente tutti gli stili musicali, nonostante l'aver praticamente incorporato tutte le diverse culture musicali con cui è venuto a contatto è riuscito sempre a mantenere la propria indipendenza,senza assomigliare a nessuno.
Personalmente trovo che abbia dato il suo meglio in brani come il sognante e acustico “Ship that pass in the Night” dedicato a Masayuki Takayanagi e a Toru Takemitsu, il giustamente rumoroso e torbido funky di “Tandem Ghost Bike — For Pete Cosey & Sonny Sharrock” e su tutti il commosso requiem per “Blind Joe Death vs Charlie Appleyard”, l'ultimo saluto al blues acustico e siderale di John Fahey.
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