venerdì 11 dicembre 2015

Recensione di Roundabout di Harvey Valdes, cd autoprodotto, 2015



“Paul Bley ama gli standard. Sono delle grandi composizioni, e dato che li amo anch'io, siamo finiti a suonare standard.”
Lee Konitz, "Conversazioni sull’arte dell’improvvisatore" di Andy Hamilton, pag. 227

Credo che in ciascun stile musicale esistano dei brani che definiscano e “dettino” i confini di un repertorio, di uno stile… perfino di un atteggiamento musicale.
Un chitarrista classico non può esimersi dal saper interpretare brani come Asturias e Recuerdos de la Alahmbra, un chitarrista blues deve conoscere Hoochie Coochie Man o Catfish Blues, un chitarrista rock non può esimersi dallo studiare Heartbreaker o Whola Lotta Love, e così via. Sono dei classici, hanno marcato uno stile definendolo e rappresentano un territorio comune su cui i musicisti possono misurarsi e confrontarsi: sono il loro vocabolario stilistico da cui possono poi cercare di allontanarsi, ma che è impossibile rifiutare a priori.

E i jazzisti? I jazzisti hanno gli standard. Per Standard si intende un tema musicale molto noto che col tempo è divenuto un classico della musica jazz. Originariamente erano delle semplici canzoni scritte da compositori in diverse circostanze (per Broadway e per i suoi musical) e per diverse opere musicali e teatrali, che col tempo sono entrate nel patrimonio musicale di tutti i musicisti, andando ben oltre la loro epoca per merito delle loro intramontabili idee musicali e per le continue esecuzioni. Gli standard sono un aspetto molto importante per la formazione e la maturazione di un artista jazz in quanto ogni esecutore ripropone la propria versione di un brano modificando secondo il proprio gusto e la propria visione musicale armonia, melodia e ritmo, spesso stravolgendolo totalmente un brano o comunque apportando graduali variazioni.
In cosa sono diversi dalle composizioni e dalle cover suonate dai musicisti classici e da quelli rock? A me sembra che la principale differenza sia nel fatto che gli standard rappresentano una delle più interessanti risposte alle posizioni contro la popular music definite con così tanto rigore dalla estetica musicale di Adorno. Se gli standard nascono come perfetti prodotti dell'industria musicale, curate nei "laboratori" di Tin Pan Alley, attraverso le reinterpretazioni dei musicisti jazz escono dai meccanismi rodati della macchina di montaggio della popular music per diventare altro: un mezzo di espressione estremamente personale in grado di estendere la creatività dei musicisti fino ai limiti estremi, fino ai confini dell'avanguardia.
Mi sembra che questa possa essere la chiave della lettura del recente lavoro di Harvey Valdes, il cd Roundabout, interamente dedicato agli standard. Chitarrista curioso e sicuramente originale a cavallo tra jazz, funk e le melodie dell'oud, in questo disco esplora e indaga nelle possibilità di classici comAll The Things You Are, How Deep Is The Ocean, Blue In Green, Stella by Starlight, In Your Own Sweet Way, Alone Together, I'll Remember April, Invitation e You Stepped Out Of A Dream. Lo fa con molto rispetto, ma anche senza paura di rileggere queste musiche in modo diverso e innovativo, utilizzando un suono e una tecnica assolutamente pulita e senza alcuna sbavatura. Il risultato è una delle più interessanti riletture musicali di questi ultimi tempi e, allo stesso tempo, un disco assolutamente piacevole, intimo e sospeso. Cinque stelle per le splendide versioni di All The Things You Are e di Stella by Starlight, da sole valgono l'acquisto del cd.

http://www.harveyvaldes.net/


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