Elegia
Accordi lontani.
Del brano tenui, nebulosi accordi
son adito.
Pallini neri in marcia.
Aumentano la corsa
con la grazia d’un leopardo.
Morente il cigno
l’anima sua esala.
L’esala: apollineo cigno
che s’innalza.
Che sa, conosce in morte
il suo ritorno
tra i sacri uccelli.
Lo disse il mito:
mortal grande canto.
Lo disse Plato:
è l’anima sapiente.
Il cigno soffre.
Arpeggi, canto, grida.
Forte. Piano.
Crescendo.
Misterioso.
Calma.
Il cigno canta il canto suo più bello.
Vibran le corde della mia chitarra:
l’odo.
Vibran le corde nella sua laringe.
Apollo l’ode. Vibrano i miei legni.
È solo, il cigno agonizzante. È solo.
Ancor tempesta, arpeggi tempestosi.
Ancora calma, dolce melodia.
Non è più solo, intona l’Elegia.
È su tra cigni, dei, mondo beato.
È su tra grandi e suoi parenti sacri.
È su. D’ immortal morte
gode.
Mendicante alla stazione centrale
Piangeva.
In piedi per ore in quel punto,
la mano protesa e la schiena
ricurva su un fragile legno tremante.
Qual bimbo che in cesto
rapito dal freddo da sete da fame
piangeva
con gli occhi nascosti
da un vento che asciuga
le lacrime.
Qual passero zampa fasciata
da bende pesanti caduto in un ripido fosso,
scordato dai passeri
sordi, al suo pigolio acuto.
Schubert
Assorto e concentrato,
fermo ascolto:
come al risveglio da una notte insonne
la dolce musica dell’alba tersa,
fedele fascio irraggiungibile,
riscalda lentamente la mia anima.
Lentamente sentimenti atomici
si ricompongono dopo essersi allontanati,
come gas,
dalla superficie della mia percezione;
dopo aver attraversato ogni parte di me,
dopo aver accarezzato il mio cuore,
dopo aver percepito la mia esistenza,
dopo aver sussurrato nel mio orecchio
parole in lingua strana…
(si disperderanno come nuvole tenui?).
Ma ora il sole è alto nel cielo,
ora il mio animo ribolle fragorosamente,
ora tutte le molecole della mia linfa lottano,
tramano un ammutinamento;
non più le controllo:
mi assalgono, mi scuotono, mi percuotono,
scappano, ritornano, si alzano in volo, muoiono,
risuscitano.
Si calmano,
il sole si è eclissato… ecco la sua corona!
Ma ora riappare, non più violento.
È una musica ora a me amica,
ha domato gli innumerevoli miei quark
viventi, li accarezzo anch’io.
Sono i dolci sentimenti del tramonto:
roseo cielo, monti azzurrini,
nuvole di zucchero leggere.
Mi addormento ma la musica non tace.
Il fuoco, luminoso zar della natura,
si è scostato;
la regina luminosa delle tenebre,
occhio triste chiuso o spalancato,
la musica strana della notte, la
vergine musica violata,
ha varcato la soglia.
A farci visita, al mio cospetto, insieme a noi Lei giunge.
Consolatrice dei ribelli sogni, dolce immensa melodia,
signora della notte.
Luna.
Passeggiata nel bosco delle ninfe
Odo sotto i miei piedi
lo scricchiolio delle foglie pestate
che mi accompagna
come un ritmo lento,
e il tin tin tin di campane lontane
acute.
Sfere di suono trasportano
i trilli flautati del pettirosso,
il fli-fli-fli-pi-pi-pi-thi dello spioncello,
la capinera col suo tàc-tàc-rrèè.
Fragorosamente un torrente cascante
porta vita nel bosco delle ninfe.
Concerto di un’upupa e di un beccafico
Upù-pu-pu-pu tèk
Upù tèk-tèk-tèk vii-vii
Upù-vii-vii-vii uèd-uèd
Upù uèd-tèk-tèk-tèk vii
Diritto alla rete
2 ore fa



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