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sabato 23 gennaio 2016

Recensione di Narciso Yepes Una Chitarra tra passato e futuro, Edizioni Curci, 2015


La figura di Narciso Yepes, grande virtuoso e innovatore nel mondo della chitarra classica del Novencento, è stata di recente messa un poco da parte e trascurata. Questo libro "Narciso Yepes Una Chitarra tra passato e futuro" edito di recente dalla casa editrice italiana Edizioni Curci riporta in luce per il pubblico italiano l'opera svolta dal chitarrista spagnolo nello scorso secolo mettendone in risalto non solo le doti di grande professionista musicale ma il ruolo di innovatore e di propulsore musicale nell'ambito della musica contemporanea.
Il libro è frutto dei contributi di tre autori: Ignazio Yepes (figlio del chitarrista), Belén Pérez Castillo e Leopoldo Neri de Caso. Ciascuno di essi analizza un aspetto della sua poetica musicale: Yepes si concentra sull'etica e sull'estetica del padre, come musicista innovatore, la Castillo mette in evidenza i rapporti intercorsi con i compositori (in gran parte spagnoli) del suo tempo, mettendo in evidenza le collaborazioni con Ruiz-Pipò, Balada e Ohana, mentre Neri De Caso analizza il rapporto tra Narciso Yepes e il compositore Ernesto Halffter, con particolare attenzione al Concierto para Guitarra y orchestra.
Quasi dimenticavo di segnalare la bella introduzione del Maestro Angelo Gilardino, che si è anche occupato della traduzione dallo spagnolo per questa edizione italiana. Nel complesso ho trovato questo libro estremamente interessante e godibile, la lettura è agevole e piena di contenuti interessanti: la figura di Yepes e la sua chitarra a dieci corde sono state un po' .. accantonate in questi ultimi anni, da molti è stato ed è ancora visto come il chitarrista del brano Giochi Proibiti. Una visione decisamente limitata e datata che questo libro aiuta a cancellare presentando l'immagine di un artista contemporaneo, un musicista che ha saputo nel corso della sua breve esistenza cercare e trovare nuove strade per lo sviluppo del nostro strumento preferito.
Mi permetto di consigliarvi di accompagnare questa lettura con l'ascolto del bel cofanetto di 5 cd, edito dalla Deutsche Grammophone nel 2003, che contiene molte delle musiche di cui si parla in questo libro.

sabato 16 gennaio 2016

Recensione di "Storie di Jazz" di Enrico Bettinello, Arcana, 2015


Se devo essere sincero non mi ricordo neanch'io quando ho conosciuto Enrico Bettinello. Cioè non mi ricordo l'istante esatto, ma sono sicuro che ci siamo incontrati a causa della musica: se hai vent'anni e ti interessa il jazz in un momento temporale in cui i tuoi coetanei stravedono per Sabrina Salerno, Sandy Marton e Samantha Fox ... tutti i tuoi coetanei che vedi sbirciare e frugare nella piccola parte destinata al jazz nei pochi negozi di dischi presenti a Mestre e Venezia, prima o poi te li fai amici. Primo perché non sono sicuramente molti, secondo perché poi li rivedi ai concerti, terzo perché in un epoca in cui il top era avere il Walkman della Sony (tutti gli altri prima o poi ti masticavano le cassette) e in cui i libri sul jazz in italiano si contavano sulle dita di una mano (Arrigo Polillo dettava legge e la rivista Musica Jazz indicava la via da seguire) conoscere un appassionato in più rappresentava una nuova fonte di informazione, di consigli e magari la possibilità di avere una copia su cassetta, appunto, di qualche disco indispensabile. quindi o ci siamo conosciuti in un negozio di dischi, o a un concerto, magari presentati da qualche amico comune.
Enrico con la musica, e con il Jazz in particolare, ha sempre continuato a flirtare, riuscendo a farla diventare la sua professione, oltre che la sua grande passione e, finalmente, ha scritto e pubblicato il suo primo libro, "Storie di Jazz" appunto, sottotitolato "Guida sentimentale alla vita e alla musica di cinquanta (e più) maestri. 
Prendente nota di quel "sentimentale" perché la dice lunga e la dice giusta. Se cercate il classico libro accademico o una lunga serie di bibliografie corredate da una precisa discografia questo libro non fa per voi. Se invece cercate delle storie o magari, dato che siete già appassionati di Jazz, volete provare a rivivere le storie dei musicisti che già conoscete e amate, questo libro fa per voi. Sia ben chiaro le biografie sono precise e ci sono, come è giusto che sia, i consigli per gli acquisti discografici, ma Enrico riesce ad andare oltre: riesce a raccontare. E non è cosa da poco. Con uno stile pacato e cortese, potrei dire anche "confidenziale" ci introduce passo passo nelle vite dei giganti che hanno creato, inventato, reinventato e innalzato una musica tra le più belle che ci siano e che rappresenta uno dei grandi regali che il XX secolo ha donato al nuovo millennio che stiamo vivendo. Musicisti straordinari e visionari, in grado con il loro talento di andare oltre le proprie personalità e le proprie quotidiane esistenze per darci attraverso le loro musiche emozioni, esperienze, gioie, tristezze e una loro personale rappresentazione della vita, in una parola la loro Arte.
Chi sono questi giganti? Lascio a voi il piacere di scoprirlo, vi dico solo che tra essi c'è un solo chitarrista. Avevo scommesso tra Charlie Christian e Django Reinhard e Enrico ha scelto Christian e va bene così. Alla fine potreste anche dirmi che anche questa è una recensione un po' sentimentale, ma non è vero, vi risponderei che questa è una recensione un po' emotiva, o magari più intuitiva, ma che va bene così. La mia Stratocaster, come vedete, è contenta di leggersi il libro lo stesso.

venerdì 27 novembre 2015

La musica di Sir Richard Bishop


Tangier Session è l’ultimo disco in solo realizzato da Sir Richard Bishop, chitarrista, improvvisatore, compositore statunitense, membro fondatore del gruppo Sun City Girls. L’ascolto di questa sua ultima, ottima, fatica discografica uscita per l’etichetta indipendente Drag City, rappresenta l’occasione per fare due chiacchiere sulla sua musica e sul suo stile chitarristico, riascoltando un paio di altri suoi lavori del passato.
Cominciamo con Improvika, cd uscito nel 2004 per la Locust Music, il suo secondo lavoro dopo Salvator Dalì, prodotto nel 1998 per la Revanant Records di John Fahey. Questo disco si compone di nove brani interamente strumentali (Bishop non canta mai), nove brani basati sull’improvvisazione, elemento strettamente caratterizzante lo stile del nostro chitarrista. Improvika definisce già lo stile del nostro uomo: improvvisazioni estremamente curate basate su strutture modali che attingono pienamente al blues afroamericano, alla musica indiana e a quella araba. Sono evidenti le origini libanesi di Bishop e l’uso estensivo di accordature aperte. E’ un bel disco che segnala al mondo la presenza di un nuovo chitarrista caratterizzato da uno stile molto personale e unico, che allo stesso tempo, si inserisce pienamente nella tradizione di Basho e di Fahey.



While My Guitar Violently Bleeds esce nel 2007 per la Locust , ed ha un carattere decisamente diverso da Improvika, sono tre brani dalla struttura più estesa per chitarra elettrica e acustica caratterizzati non solo dalle improvvisazioni modali ma anche da loop, drones e noises vari. E’ un salto di qualità verso una musicalità più contemporanea e di avanguardia che tuttavia ben si integra con i precedenti ascolti: la chitarra di Bishop non solo sanguina violentemente, ma anche ringhia e digrigna i denti scorrendo su corde affilate, non è un disco semplice, la sperimentazione qui si fa più audace e l’atonalità è una costante.



E arriviamo all’ultima fatica: Tangier Session, uscito quest’anno per la Drag City. Le sonorità qui sono più vicine a quelle di Improvika, ma sono più mature, sono passati più di dieci anni e i due dischi testimoniano i notevoli progressi fatti da Bishop nell’arricchire il proprio vocabolario e lessico musicale.
Allo stesso tempo questo disco è anche qualcosa di più: è una sorta di storia d’amore tra un uomo e il suo strumento, tra un musicista e la sua chitarra. Qualcosa che si pone tra un racconto di X File e l’Amarcord di Fellini. Nel corso delle sue peregrinazioni attraverso il mondo, a Genova, porto di mare italiano, Bishop scova questa chitarra, uno strumento sicuramente vintage in un piccolo negozio perso nei caruggi della città, se ne innamora, la compra e la porta con se fino a Tangeri, in Marocco, dove nella tranquilla solitudine di una casa locale riesce a trovare la quiete, la concentrazione e la giusta ispirazione per creare le musiche che registrerà, così, di getto con una rudimentale strumentazione per questo nuovo album. Dalle dita e dal plettro di Bishop esce un suono caldo e allo stesso puro, pulito, nitido e così bello all’ascolto, dall’incontro con questo strumento di cui si sa solo che ha circa un secolo di vita alle spalle e che era stata venduta da un distributore della Georgia, tale C. Bruno & Sons, nascono brani che sono il risultato di continue ibridazioni tra musica del medio oriente, flamenco, musica gitana, folk americano, musica classica, jazz e quant’altro possa riuscire a esprimere la creatività di Sir Richard Bishop. Per lui, mescolare stili e perseguire esperienze musicali non comuni o fuori da “normali” percorsi turistici terzomondisti è diventato un vero e proprio stile di vita. E' stato socio fondatore dei Sun City Girls, un trio che saputo scolpire un vero e proprio percorso attraverso la scena internazionale creando una improvvisazione ai confini tra rock, jazz, world, punk e musica sperimentale in una forma onnicomprensiva catturata da 50 album, cassette e video di concerti per oltre 26 anni, a partire dal 1979. Condendo le loro leggendarie performance con continui riferimenti al misticismo, alla religione, agli UFO, al ritualismo e al teatro Kabuki ... riflettendo la loro disinibita gamma musicale.

Personalmente ritengo che con Tangier Session Bishop sia riuscito ad alzare ancora un po’ più in su il livello qualitativo delle sue incisioni discografiche riuscendo a raggiungere e a eguagliare l’altra intensità e quello “stream of consciousness” creativo che riesce sempre a sprigionare nei suoi concerti. Uno dei migliori dischi del 2015.

venerdì 23 ottobre 2015

Recensione di Premieres di Hilary Field, Yellow Tail records, 2015


Hilary Field è una giovane chitarrista americana, molto talentuosa e promettente. Questo non è il suo debutto discografico, ha già al suo attivo diversi cd dedicati a ballate, ninne nanna, musiche spagnole e latine, ma questo Premieres è, in un certo senso, la prova della maturità. In questo lavoro infatti ha deciso di misurarsi con 19 tracce, tutte di compositori contemporanei. I nomi coinvolti sono diversi: Richard Charlton con la sua Suite Latina, Douglas Lora con Northeastern Lullaby, Jorge Morel con Suite for Olga and Echoes Del Sur, Alberto Cumplido con Retrato Antiguo dedicato a John Dowland, la Donzella una fantasia su una ninna nanna sefardita della stessa Field, Mimose di Victor Kioulaphides, Preludio e Baiser di Nadia Borislova, Berceuse Op. 56 di Gerard Drozd e Reluctant Farewell di Rick Sowash.
Ora. Dischi di questo tipo non sono esattamente una novità: la chitarra classica da tempo raccoglie attestati di stima e di attenzione da un gran numero di nuovi compositori e sempre più spesso gli stessi chitarristi declinano volentieri dal tradizionale ruolo di interprete per creare loro stessi brani di loro gusto. Il risultato è una ipertrofia di brani e di produzioni musicali, spesso e volentieri, e qui sta il bello, di ottimo gusto e eseguite benissimo. Magari non esattamente innovative, spesso, come in questo caso, più incentrate sulla ricerca di espressività, colore, melodia e sentimento, che su strutture armoniche o ritmiche particolari.
Da questo punto di vista Premieres non è un disco d'avanguardia. Il che non vuol dire che non sia un buon disco o che le musiche non siano interessanti o che Hilary Field non sia una brava interprete. Sicuramente è un disco molto sentimentale, ben suonato e molto "ibrido".
Uso il termine "ibridazione" perché credo sia il modo migliore per definire queste musiche e perché trovo che termini come "crossover" e "globalizzazione" abbiamo ormai fatto abbondantemente il loro tempo. Altrimenti non saprei spiegare come un compositore australiano (Richard Charlton) possa comporre una Suite Latina dedicata a Antonio Lauro. O un compositore cileno (Alberto Cumplido) dedicare un brano a John Dowland.

Insomma credo siano finiti i tempi in cui ci domandavamo come un musicista giapponese potesse interpretare bene la musica classica occidentale o come un bianco potesse suonare un blues. Sarà per colpa o grazie della globalizzazione o della rapidità di distribuzione e della gratuità permessa da internet ma ormai non ci possiamo più nascondere: la musica è diventata liquida, come le informazioni, e ogni linguaggio musicale, sia esso di nicchia o appartenente a un particolare gruppo etnico, può essere ascoltato, analizzato, integrato senza doversi scomodare in particolari ricerche bibliografiche, discografiche o etnologiche sul campo. Ogni musicista, ogni interprete, ogni compositore, insomma chiunque può o vuole fare musica ha a sua disposizione la Biblioteca di Babele descritta da Borges a cui può attingere sotto forma di click.  Penso che questo sia un bene, poi il tempo e le nostre scelte definiranno cosa tenere e cosa lasciare. Intanto, brava Hilary.

http://www.hilaryfield.com/
http://www.yellowtailrecords.net/store/index.php?app=ecom&ns=prodshow&ref=10108CD

venerdì 2 ottobre 2015

Recensione di Sfiorando il Contemporaneo di Matteo Rigotti, Diffusione Arte Edizioni



L'idea è tanto semplice quanto bella e efficace. Nel 2012 Matteo Rigotti viene coinvolto in un concorso musicale per ragazzi assieme alla scuola chitarristica guidata da Angela Tagliariol, da questa esperienza nasce l'intuizione di provare a far suonare i propri brani agli stessi allievi.
In fin dei conti che cosa può desiderare di più un compositore? Poter ascoltare la propria musica, possibilmente eseguita da dita e da persone diverse dalla sua, provare quella sottile emozione, quella scarica di adrenalina che arriva quando senti che quei segni neri sulle righe di un pentagramma prendono vita e diventano una vibrazione nell'aria, si aprono nel suono, liberano le emozioni in esse contenute, trasmettono delle idee, delle esperienze, quando vedi le tue costruzioni prendere vita attraverso le mani di un'altra persona che rileggerà il tuo pensiero a suo modo, interpretandolo a suo modo, mostrando un altro punto di vista, un'altra possibile strada percorribile, quando ascolti la tua effimera creatura vivere per quel tempo che le tu le hai destinato e a cui lei deve soccombere per le leggi della fisica che hanno previsto, a Cage piacendo, che i suoni, anche i rumori, diversamente dalle immagini hanno un inizio e una fine.
E così Matteo Rigotti ci ha provato e non solo ha fatto suonare il suo materiale musicale, la sua musica didattica per chitarra, ma l'ha anche registrata congelando questa esperienza, questo ricordo in questo cd che sta girando sul mio piatto questa sera. Il risultato è un cd con 19 brani suddivisi in questo modo

- Dieci Miniature per chitarra: dieci brani brevi, dieci percorsi tra i possibili stili della chitarra.
- Duettando: sei composizioni brevi di difficoltà graduale pensati per un primo approccio allo stumento
- Winter Nights: dialogo contrappuntistico eseguito dalla EnArmonia Guitar Ensemble, nato per un concorso di composizione di musica per bambini
- Ninna nanna per un sogno: sempre eseguito dalla EnArmonia Guitar Ensemble, una ninna nanna pensata da un papà stanco che cerca di far addormentare il suo bambino
- Crazy Dance: il brano più complesso del disco eseguito da un quartetto formato da Francesca Agostinis, Giulio Bertolo, Marco Dassie e Riccardo Sist nato "con lo scopo di mettere in evidenza alcune delle tecniche eseguibili dalla chitarra".
Una bella esperienza per il compositore ma penso anche per gli studenti di chitarra che hanno prestato il loro talento e i loro strumenti, una bella idea da replicare.

http://www.cdbaby.com/cd/matteorigotti
http://www.matteorigotti.it

lunedì 28 settembre 2015

Review of Sfiorando il Contemporaneo by Matteo Rigotti, Diffusione Arte Edizioni



The idea is simple and beautiful and effective. In 2012 Matteo Rigotti was involved in a music competition for kids along with guitar school led by Angela Tagliariol, by this experience was born the idea to try to let the students playing his own scores.
After all what more can you ask a composer? Listening to his own music, possibly played by fingers and by people other than their own, try a subtle emotion, the adrenaline rush that comes when you feel that those blacks signs on the lines of a pentagram come to life and become a vibration in the air, open themselves into sound, release the emotions contained in them, convey ideas, experiences, when you see your mental buildings living through the hands of another person who re-read your thoughts in their own way, interpreting it in his own way, showing another point of view, another possible way forward, when you listen to your ephemeral creatures living for the time that you have the intended and to which they must succumb to the laws of physics that are expected to Cage's willing, that sounds even noise, unlike the images have a beginning and an end.
So Matteo Rigotti has tried and not only he played his musical material, his music teaching guitar, but he also recorded freezing this experience, this memory in this CD that's running on my drive tonight. The result is a CD with 19 tracks divided in this way

- Dieci Miniature per chitarra: ten short songs, ten tracks with all possible guitar's style.
- Duettando: six short compositions of challenging levels designed for a first instrument's approach
- Winter Nights: contrapuntal dialogue performed by Enarmonia Guitar Ensemble, born for a composing music for children's competition
- Ninna nanna per un sogno: always played by Enarmonia Guitar Ensemble, a lullaby designed by a tired father who tries to make her baby to sleep
- Crazy Dance: the most complex piece of the cd performed by a  guitar quartet: Francesca Agostinis, Giulio Bertolo, Marco Dassie and Riccardo Sist.  Born "with the purpose of highlighting some of the techniques executed by the guitar."
A nice experience for the composer but I also think for guitar students who have lent their talent and their instruments, a good idea to replicate.

http://www.cdbaby.com/cd/matteorigotti
http://www.matteorigotti.it

venerdì 25 settembre 2015

Recensione di Mr Dowland's Fortune di Michele Carreca, 2014 Continuo Records


Poche persone possono vantare una influenza musicale così importante come quella di Sir John Dowland, geniale e talentuoso liutista e compositore britannico vissuto a cavallo tra il 1500 e il 1600, testimone e attivo partecipatore di un'epoca eccezionalmente prodiga di talenti, intuizioni, invenzioni e creazioni musicali. A leggere la sua biografia, presente all'interno del libretto di 24 pagine in italiano e in inglese che accompagna il cd, non sembra di essere così distanti dalle biografie di diverse nostre rock star contemporanee: viaggi, intrighi, concerti, successi, le pubblicazioni, l'ammirazione dei gentiluomini di corte, il desiderio di tornare dalla sua Regina, la religione cattolica... Dowland rappresenta una figura mitica che a distanza di quasi quattro secoli continua a essere amata, studiata, suonata, registrata e soprattutto pensata e sviluppata.
I segreto di questo successo? Certo Dowland era un finissimo cesellatore di melodie e una eccellente esecutore, i suoni brani sono impeccabili, orecchiabili e mai banali, ma soprattutto riescono a mantenere una certa contemporaneità grazie alla loro capacità nel trattare i grandi tempi delle emozioni umane: Dowland ci parla, ci canta e ci suona di amori, desideri, sconfitte, angosce, paure... insomma delle nostre vicissitudini umane, delle nostre debolezze, dei nostri piaceri. L'uomo non è poi così cambiato in questi ultimi secoli, certo ci siamo evoluti, siamo diventati più raffinati, più complessi, le nostre società si sono evolute, il progresso ci ha spinto avanti, ma alla fine di carne siamo fatti e alla carne torniamo sempre.
Michele Carreca e il suo liuto rinascimentale a 8 cori costruito da Stephen Murphy rendono omaggio a questo grande uomo con un cd contenente 25 brani, una raccolta dei suoi pezzi più famosi, musiche immortali come Mrs Vaux’s Galliard,The Right Honourable The Lady Clifton’s Spirit,John Dowland’s Galliard, Sir John Smith, His Almain, Lachrimæ,The Right Honourable Earl of Essex, His Galliard, Lady Hunsdon’s Puffe, Fortune, Mr Dowland’s Midnight, Sweet Robin e Dowland’s Galliard, per citarne alcuni.
Non mi posso certo considerare un esperto di musica per liuto, ma gli otto cori del liuto di Carreca mi hanno piacevolmente impressionato per la sua pulizia, il suo lirismo e la gradevole tensione musicale che riesce a esprimere, reinterpretando con notevole bravura queste musiche ballate e ascoltate da persone di cui anche il solo ricordo si è sbiadito e si è fatto polvere tra la polvere dei secoli. Registrazione pulita e con il giusto riverbero. Consigliatissimo.

http://www.michelecarreca.com/ http://continuorecords.com/index.php/it/catalogo/item/51-michele-carreca-mr-dowland-s-fortune

venerdì 18 settembre 2015

Recensione di "Charlie Haden Jim Hall", Impulse! 2014


I collezionisti di dischi vivono di sogni, sogni mostruosamente proibiti: chissà cosa sarebbe successo se Tizio si fosse trovato in uno studio di registrazione con Caio? Cosa si sarebbero inventati? Ne sarebbe uscito un capolavoro? Si sarebbero mandati al diavolo? Quale alchimia artistica e sonora ne sarebbe venuta fuori? Piccoli piaceri tra appassionati, che ogni tanto, però, si trasformano in realtà.
E’ il caso di questo meraviglioso cd "Charlie Haden Jim Hall", pubblicato il 30 settembre del 2014, dall'appena rinata etichetta Impulse!, registrazione inedita della performance in duo eseguita dai  due maestri e registrata il 2 luglio 1990 al Montreal International Jazz Festival.
"Questo album documenta un viaggio rarefatto", scrive il pianista Ethan Iverson nelle note di copertina dell'album.  Charlie Haden e Jim Hall si conoscevano da oltre mezzo secolo e, pur avendo suonato diverse volte insieme dal vivo, mostrando di condividere molti ideali, questa è la loro prima registrazione di un concerto nella sua interezza. Si tratta di un importante aggiunta alla discografia di entrambi gli artisti".
Ascoltare questo disco è un vero regalo: Charlie Haden e Jim Hall sono entrambi due pesi massimi del jazz e nonostante appartengano a due famiglie diverse sia  il decano del contrabbasso d'avanguardia che l’ultimo gigante della chitarra jazz mainstream hanno in comune molte cose da poter condividere. Ad esempio entrambi hanno dimostrato di essere dei maestri nella complessa interazione in duo: Haden con Metheny, Keith Jarrett, Ornette Coleman, Alice Coltrane, Kenny Barron, e di più; Hall con Metheny, Bill Evans, Ron Carter e George Shearing, tra gli altri.
Altra cosa in comune il saper essere entrambi così semplicemente essenziali e quilibrati, capaci di costruire un effimero castello di note giocando sulle strutture della musica folk e del blues. E poi il loro swing così agile e elegante quello di Hall, elastico, vivace e pastoso quello di Haden.
La Impulse! Ha soddisfatto il nostro sogno e il nostro desiderio? Certo, ma non solo, al di là del piacere di abbandonarsi alle loro note, questo disco mette in luce tutta una serie di collegamenti e di evoluzioni stilistiche: come non pensare al primo Pat Metheny ascoltando la loro versione di Turnaround di Ornette Coleman? Come non ricordare 80/81 all’ascolto di Down from Antigua?

Beati i presenti a quella serata del 2 luglio 1990, ascoltare dal vivo una musica così può davvero cambiarti la vita.


giovedì 3 settembre 2015

Recensione di Django Reinhardt In Solitaire Complete Recordings For Solo Guitar, Definitive Records, 2005


Quindici brani, solo quindici brani di solo chitarra nella discografia del grande Django Reinhardt. E' possibile? Django ha inciso moltissimo, soprattutto se si tiene conto che ha operato in un' epoca in cui il long playing non era ancora esistente e gran parte delle sue musiche venivano prima registrate su cera e poi trasferite nel formato 78 giri, con i pochi mezzi allora presenti. Solo la serie di 3 cofanetti "Integrale Saison" consta di un totale di ben 40 cd! Roba da far impallidire tanti musicisti contemporanei, in un momento in cui chiunque è in grado di trasformare una stanza di casa in un efficiente studio di registrazione. 
Eppure per chitarra sola Django ha inciso pochissimo, una manciata di brani per meno di un'ora, tratti dalle registrazioni effettuate tra il 1937 e il 1950. Queste registrazioni erano state effettuate spesso per soddisfare le esigenze dei produttori per rinforzare una registrazione troppo breve, o altre volte nel desiderio di catturare un particolare momento della creatività di Django, magari mentre si riscaldava preparandosi per le session. La cosa che mi colpisce ascoltando questi brani, è quanto essi fossero diversi dal jazz che egli abitualmente suonava: dal suo modo di suonare in solo emergono una molteplicità di influenze diverse, ma soprattutto le sue origini tzigane e il folklore zingaro presente in Spagna e in Francia all'epoca e, forse, qualche ispirazione arrivata da qualche composizione per chitarra classica, ascoltata chissà dove. Impossibile saperlo. Di certo abbiamo che Django, in queste improvvisazioni, non sembra limitarsi in alcun modo, rallentando e accelerando a suo piacere, liberò com'è dalla presenza di una sezione ritmica. Le durate sono piuttosto limitate e confinate nelle dimensioni del 78 giri, con le eccezioni di Nuages e Belleville, di circa 7 minuti ciascuna, registrate nel 1950 e che dovevano essere utilizzate per la realizzazione di un film dedicato a Django (era consuetudine dell'epoca registrare prima la colonna sonora e poi filmare gli artisti che suonavano in playback sulle loro stesse registrazioni), in esse Django si lascia di più andare, quasi divertendosi a giocare e a reinventare i suoi stessi brani. Il resto, con l'eccezione di Perfum e Echoes of Spain, sono tutti brani intitolati "Improvisation". Niente nomi, delle semplici strutture articolate, a volte ripetute ma sempre con costanti e nuove interazioni e variazioni che li rendono sempre interessanti. Si potrebbe pensare che Django tenesse una sorta di diario di queste improvvisazioni, essendo esse stesse così numerate, ma non credo sia così. Django non sapeva leggere la musica e aveva imparato i rudimenti della scrittura e della lettura solo in età avanzata grazie a Stephane Grappelli, che lo aveva aiutato, e lasciando pochissimi documenti scritti. Ascoltando bene, però, ci si rende conto di come essere formino una sorta di vocabolario e di grammatica base del suo modo di suonare, di giocare con la chitarra, di improvvisare, di creare e ricreare i suoi brani musicali. Le note che accompagnano il cd ci spiegano che Django non era molto incline alla registrazioni in solo, e forse aveva ragione: ascoltandolo mi sembra quasi di spiarlo di nascosto, di guardare da sopra la sua spalla cercando di carpire i suoi segreti e questo mi lascia un po' perplesso. Ma la sua musica è così bella che non se ne può far a meno.



1. Improvisation No.1 
2. Perfum 
3. Improvisation No. 2 [Master] 
4. Improvisation No. 2 [Alternate Take] 
5. Echoes of Spain 
6. Naguine 
7. Improvisation No.3, Pt. 1 
8. Improvisation No.3, Pt. 2 
9. Improvisation No.6
10. Improvisation No. 7 (Aka No. 2)
11. Improvisation 47 (Improvisation No.5) 
12. Improvisation No.4 
13. Belleville
14. Nuages 
15. Two Improvised Guitar Choruses [*]

mercoledì 19 agosto 2015

Recensione di "solos bimhuis" di Joe Morris, Relative Pitch Records LLC, 2015



Facciamo un po' di ordine:

- 1995 No Vertigo, Leo Records
- 2000 Singularity, AUM Fidelity
- 2015 solos bimhuis, Relative Pitch Records LLC

Tre dischi per solo chitarra, tre capolavori per un musicista geniale, innovativo e mai fermo sulle sue posizioni. Periodicamente, metodicamente Joe Morris prende la sua chitarra, rigorosamente acustica, e ne ricava un flusso di pensieri, idee, proposti in questo caso col suo ultimo cd "solo bimhuis" sotto forma di sei brani registrati il 18 ottobre 2013 e il 2 ottobre 2014 al Bimhuis in Amsterdam, struttura/teatro/luogo dedicato alla musica improvvisata con una storia che continua fin dal 1974.
Morris è probabilmente il chitarrista numero uno per quanto riguarda la chitarra free, con una produzione discografica semplicemente imponente di cui questi tre dischi in solo rappresentano, a mio avviso, la punta di un imponente e sommerso iceberg creativo. Ho sempre considerato come i dischi in solo come dei momenti molto particolari nella carriera di un musicista, momenti molti intimi e di assoluta libertà, dove poter suonare e agire senza i  compromessi che il suonare con altre persone necessariamente richiede. Nel caso di Morris la possibilità di ascoltarlo in tre diversi momenti con tre diversi cd permette di cogliere le sottili e costanti dinamiche evolutive che da sempre animano il suo desiderio di portarsi sempre sui confini, sulla frontiera di una musica in continua espansione e esplorazione. In questo "solos bimhuis" Morris preferisce esplorare strutture ritmiche complesse e discontinue con continue variazioni e cambi di tensione utilizzando le possibilità offerte dalla sua archtop acustica. Il risultato è un classico "clean sound" le cui variazioni non sono date dall'uso di effetti ma dal modo diretto con cui Morris interagisce col suo strumento. Quando semplicità è sinonimo di complessità. Molto bella la foto nella cover del cd.

lunedì 10 agosto 2015

Recensione di Melodie Popolari Calabresi per Chitarra di Francesco Domenico Stumpo, Sinfonica, 2015


Le Edizioni Musicali Sinfonica realizzano questo libro di spartiti ad opera del compositore Francesco Domenico Stumpo, accompagnati dalla registrazione in cd delle stesse musiche da parte del chitarrista calabro-milanese Giuseppe Chiaramonte.
Il Maestro Stumpo non è nuovo alla realizzazione di spartiti per chitarra con tematiche improntate alla tradizione calabrese, avendo già pubblicato il brano Danza Calaraba nell'antologia con cd "Dusan Bogdanovic presents" per la casa editrice Carish. In questo libro/cd ci presenta questa raccolta di otto brani, tutti con caratteristiche legate alla tradizione popolare calabrese. Come scrive lo steso compositore nell'introduzione lo scopo di questi brani è quello di una valenza didattica e di divulgare la tradizione musicale calabrese per chitarra. La chitarra è presente nella tradizione regionale sotto forma di chitarra battente e francese (acustica) e quindi in questo ambito la chitarra classica si presta agevolmente nel ruolo di crossover, o meglio, di ponte culturale tra una tradizione popolare e una forma legata alla tradizione accademica-classica.
Mi sembra che in questo senso le musiche di Francesco Domenico Stumpo siano riuscite a cogliere e a realizzare questa ideale transizione senza il rischio di cadere in una formale banalizzazione e cristallizzazione di strutture che legate a una vulgata popolare e a una tradizione prevalentemente orale e libera da strutture rigidamente definite.
Gli spartiti, di livello di difficoltà intermedio, sono stati diteggiati e registrati da Giuseppe Chiaramonte permettendo anche al semplice dilettante di avventurarsi nell'esecuzione confrontandosi immediatamente nell'ascolto trovando un più facile appagamento nel loro studio.
Spesso e volentieri i compositori contemporanei si sono chiusi nella loro torre d'avorio ritenendosi gli unici custodi e sacerdoti dell'arte musicale, alla ricerca di una perfezione autoindulgente e vuota di ogni contenuto, le musiche del Maestro Stumpo mi sembra vadano in un'altra direzione: la biologia ci insegna che gli ibridi sono mai una cosa facile, ma possono dare grandi soddisfazioni.

 

lunedì 3 agosto 2015

Recensione di Cinefantastique di Gary Lucas, NSPY, 2013


Con questo suo Cinefantastique Gary Lucas realizza una personalissima raccolta di musica da film eseguite in solo principalmente con la sua chitarra acustica ma anche con un elaborato set elettrico che gli permette di generare qualunque atmosfera necessaria all'accompagnamento musicale. Il cd è davvero bello, interessante, creativo, pieno di ottime idee , ed è l'ennesima conferma del prodigioso talento musicale di Gary Lucas, sempre pronto a suonare e a giocare sfruttando una tecnica spettacolare ma allo stesso tempo mai eccessiva o invasiva sui contenuti che sa proporre.
Dischi come questo non sono una novità, è da diverso tempi che molti chitarristi, anche italiani, amano cimentarsi reinterpretando musiche da film, lo stesso Lucas non è nuovo a simili iniziative: ha eseguito dal vivo musiche per film muti da decenni e, di fatto, due dei brani presenti nel cd erano già presenti sul suo primo album solista, da tempo fuori stampa,  Skeleton at the Feast. E mentre alcuni di questi brani sono ben noti i temi cinematografici, altri sono più oscuri, e altri ancora sono stati scritti o improvvisati da Lucas stesso. Cinefantastique è una bella collezione che riesce a ridefinire il concetto di "assolo di chitarra" per l'ascoltatore che non ha familiarità con il lavoro di Lucas e con lavori solisti. Eccezionali i 20 minuti di Entr'acte.


martedì 14 luglio 2015

Recensione di Wandering di PER, Hopetone, 2015


Un suono spettacolare. Un piccolo gioiello. Un concentrato di idee, talento, qualità e felici intuizioni. Torna il Piccolo Ensemble nella sua versione Reloaded con un mini EP di quattro brani semplicemente perfetti, sapientemente dosati e cesellati caratterizzati da una attenzione totale verso la qualità del suono. Elia Casu alle chitarre, Matteo Muntoni contrabbasso e Stefano Vacca batteria generano una musica che è un mix di jazz, post rock e folk creando ballate ammalianti che scorrono in un flusso elegante e piacevole.
Splendida la voce eterea di Laura Mura che aggiunge ancora più charme a una musica di per sé elegantemente bilanciata e costruita. Lo ripeto, un piccolo gioiello.

http://www.alterazioni.net/per-wandering/

giovedì 9 luglio 2015

Recensione di Passaggio su Piccoli Ponti di Gianluca Vanità, autoprodotto, 2015


Confesso che ho temuto leggendo il titolo di questo cd, prima uscita discografica autoprodotta per Gianluca Vanità: il titolo riportava alla mia memoria sinistri ricordi di zuccherosi suoni new age, spettri allontanati tempo fa grazie a esorcismi a base di doom metal. Ma per fortuna così non è stato. Gianluca Vanità è un chitarrista classico, dalla solida formazione culturale che traspare in ogni nota di questo suo personale disco. Dico personale perché normalmente è facile imbattersi, da parte di chi esce da un Conservatorio, in un disco di esordio sostanzialmente basato su un repertorio... "classico": Recuerdos de la Alhambra, Lagrima, etc. Nulla di male sia ben chiaro, ma così si rischia di generare una serie di dischi molto omogenei tra loro che rincorrono lo stesso repertorio e le stesse musiche. Vanità invece ha scelto una strada molto diversa, quella della pubblicazione di 16 brani da lui stesso pensati, realizzati e suonati, una soluzione più in linea con le proposte che arrivano invece da chi imbraccia una chitarra acustica o suona fingerstyle. Il risultato è un lavoro che attinge e pesca a piene mani nella tradizione classica, rielaborando un genere normalmente avverso a questo tipo di operazioni, si potrebbe addirittura giocare a cercare e a individuare tutti i "licks" presi dalla letteratura chitarristica a sua disposizione. Il rischio, si sa, è quello di scadere nel banale citazionismo, ma quella di Vanità mi sembra avere tutte le caratteristiche di una scelta determinata piuttosto che di un limite, ma Vanità suona bene e con gusto, i brani sono piacevoli e la sua tecnica non credo abbia nulla da invidiare. Certo, non si tratta di musica contemporanea, non stiamo parlando di un disco dalle strutture particolarmente innovative o dalle soluzioni fuori dalla norma, ma le melodie sono belle, piacevoli e ben strutturate. Potrebbe essere l'inizio di un percorso che necessità di ulteriori approfondimenti prima di raggiungere una piena maturità... non ho fretta, aspetterò con piacere i possibili sviluppi.

lunedì 15 giugno 2015

Recensione di Fretless Guitar The definitive Guide di Jeff Berg



La chitarra fretless è uno strumento affascinante, complesso e enigmatico. Se ne parla in giro ma quando si arriva al dunque, alla volontà di volerla provare o di acquistarne una è sempre difficile trovare dei punti di riferimento, delle indicazioni precise su cosa cercare, cosa comprare e soprattutto cosa e come modificare. La guida di Jeff Berg rappresenta il primo e unico libro scritto avente come soggetto specifico la chitarra fretless ed è quindi la prima cosa da acquistare e leggere se siete interessati a questo strumento particolare.
Il libro ha un evidente scopo di divulgazione tecnico: ci sono molte foto e spiegazioni specifiche sui materiali da adottare e sulle soluzioni migliori per creare una chitarra fretless, c’è un’ottima panoramica per quanto riguarda le possibilità e le offerte di festival, di cd e dischi realizzati con questo strumento, dei chitarristi che se ne occupano e delle tecniche che è meglio utilizzare fin da subito per sfruttare al meglio le qualità di questo strumento.
Personalmente ne consiglio l’acquisto: risparmierete un sacco di tempo evitando soluzioni improbabili, errori e avrete subito un’idea delle potenzialità e delle difficoltà che vi aspettano. Berg, pur mantenendo un tono ottimista e propositivo nei confronti della fretless, non ne nasconde infatti difficoltà, limiti e rischi. Ed è questo che è lecito aspettarsi da un libro di questo genere. Molto belle le foto e molto ricca e esaustiva la lista di chitarristi che suona questo strumento, le loro discografia e la sua evoluzione storica.


Il libro è acquistabile direttamente dal sito unfretted.com, link: http://fretlessguitar.co.uk/

lunedì 8 giugno 2015

Recensione di Todas as Cores del Duo Taufic, 2015


Tornano i fratelli Taufic con un nuovo cd che esalta ancora una volta la loro capacità di generare musiche eleganti, sofisticate e al di fuori del tempo. I due fratelli, Roberto alla chitarra e Eduardo al piano, confermano non solo la loro abilità come strumentisti ma soprattutto come sapienti dosatori di alchimie sonore, nel saper creare un mix perfetto e ben bilanciato con i loro strumenti. Il loro ultimo lavoro Todas as Cores, come già i precedenti Bate Rebate e Eles & Eu è un eccellente lavoro di orchestrazione e di composizione dove i due fratelli riescono a esprimersi pienamente senza mai strafare, mai esagerare, ma cadere in facili e inutili mielismi o pacchiani arrangiamenti. Il gusto per la melodia resta sempre la cifra stilistica dominante ma non è mai eccessiva, è facile, ascoltandoli, tornare alla mente ai lavori di Bill Evans e Jim Hall o alle musiche di Egberto Gismonti. E’ facile lasciarsi ammaliare dalle loro melodie e fermarsi ad ascoltarli gustando il tempo passato in loro compagnia. In tutto il disco non c’è mai una caduta di stile, mai una smagliatura o un punto morto nella loro tessitura musicale. Per favore però non catalogate questo disco nel genere easy listening: dietro le loro note, dietro l’apparente facilità delle loro esecuzioni, c’è un pensiero attento, vivo e complesso che trova proprio nella apparente semplicità con cui viene eseguito e mostrato un ulteriore punto di forza. Ancora bravi.

lunedì 1 giugno 2015

Recensione di Village of the Unfretted, Unfretted.com



Un fantasma si aggira da tempo nel mondo della chitarra: il fantasma della chitarra fretless. Se tecnicamente la chitarra fretless è uno strumento (elettrico o acustico) privo dei frets, delle barrette metalliche che delimitano il campo dei toni sulla tastiera della chitarra, che ne delimitano cioè i rapporti costanti. Mentre il violino e gli altri strumenti ad arco sono da sempre fretless (eccezion fatta per la famiglia della viola da gamba), di altri strumenti esiste tanto la versione normale che quella senza tasti (tipicamente il basso elettrico e in minor misura la chitarra elettrica). Dietro questa apparentemente semplice definizione tecnica si nasconde tuttavia un micromondo chitarristico quanto mai complesso e variegato. Suonare una chitarra fretless comporta non solo il bisogno di una precisione millimetrica per trovare l’esatta intonazione sulla tastiera, ma anche un uso diverso delle diteggiature (meglio evitare il contrasto con le corde a vuoto e una concezione radicalmente diversa del suono. Nel corso degli ultimi anni si sta assistendo a un numero crescente di professionisti che si stanno incuriosendo e affacciando a questo nuovo mondo. Un mondo che da qualche anno si raccoglie in diversi festival sparsi per il mondo e su internet sul sito www.unfretted.com e che è popolato da chitarristi che operano in ambiti quanto mai diversi e distanti tra loro: la fretless sembra riscuotere particolare successo nel campo del metal, della musica etnica, della musica microtonale e dell’avanguardia, con passaggi in ambito ambient e funk.
Il doppio cd “Village of the Unfretted” si presenta come un autorevole biglietto da vista per chi vuole iniziare a ascoltare e a capire cosa bolle in pentola e su cosa può essere interessante continuare a investigare: due cd per complessivi 35 brani (e 35 chitarristi) che spaziano in ogni genere musicale dal pop, al metal, al rock alla musica etnica fino alla più astruse forme atonali e microtonali.

Il rischio che spesso si affronta nelle raccolte più eterogenee è quello di non trovare una qualità uniforme ma piuttosto un insieme di alti e bassi, non è il caso del Village of the Unfretted dove i suoi abitanti si danno tutti un gran da fare per presentare al meglio le proprie abilità e talenti. Il risultato è una compilation interessante, estremamente varia e soprattutto valida. Se avete qualche curiosità nei confronti della chitarra fretless questo è un ottimo punto di partenza.

lunedì 18 maggio 2015

Recensione di I Never Meta Guitar Three, Clean Feed 2015


Prosegue l'intelligente lavoro svolto da Elliott Sharp nell'ambito della label portoghese Clean Feed, una delle etichette discografiche più interessanti degli ultimi anni, questo è il terzo volume della serie "I Never Meta Guitar", intelligente operazione che prevede la creazione di una serie antologica di cd caratterizzati da soli chitarristici. La formula, tanto semplice quanto consolidata, ovvero chiedere a un chitarrista di pensare, eseguire e registare un suo personale solo si sta dimostrando un eccellente veicolo di comunicazione e di informazione su tutto quanto di nuovo e di interessante cresce e si sviluppa nell'ombra di chi si occupa di avanguardie chitarristiche. Personalmente mi lancio immediatamente nell'acquisto quando vedo qualcosa di nuovo di questo genere perchè ormai sono assolutamente sicuro della qualità delle proposte che simili operazioni contengono. In questa edizione troviamo ben 18 chitarristi, con 18 brani, tutti impegnati a condensare in pochi minuti la loro personale visione musicale e artistica, difficile se non impossibile selezionare un brano piuttosto che un altro in considerazione dell'elevatissima qualità espressa dai musicisti coinvolti, mi permetto di segnalare l'interessante uso degli overtones da parte di John King nel suo "Overtones for the Underdog", il "Fingertruppen" di Brandon Seabrook, "Mystery Loves Company" di Jim Mcauley. Chiedo scusa se, come italiano, mi sento orgoglioso nel citare la presenza degli amici Simone Massaron con il suo" Willie" e di Alessandra Novaga con "Untitled". Non perdete di vista questa raccolta e se non lo avete ancora fatto procuratevi tutti e 3 i cd finora prodotti, non rimarrete delusi, non si tratta certo di easy listening music, ma delle più intelligenti e creative linee evolutive della chitarra contemporanea.

http://cleanfeed-records.com/product/i-never-meta-guitar-three-solo-guitars-for-the-xxi-century/

lunedì 23 marzo 2015

Recensione di The Light and Other Things di David Tronzo, Noah Kaplan e Giacomo Merega, Underwolf Records 2012


La Underwolf Records ristampa in formato digitale questo lavoro del 2008, album di debutto del bassista Giacomo Merega, coadiuvato efficacemente dal chitarrista David Tronzo e dal sassofonista Noah Kaplan.
Questo disco ha richiesto parecchi prolungati ascolti da parte mia, per diversi motivi. Primo non avevo mai ascoltato nessuno dei musicisti coinvolti, scoprendo come il chitarrista David Tronzo abbia un curriculum di tutto rispetto che ha attraversato un po’ tutti e generi musicali collaborando con musicisti come il chitarrista di David Bowie Reeves Gabrels, Wayne Horvitz, David Sanborn e il gruppo The Lounge Lizards. Così come non conoscevo il bassista italiano Giacomo Merega, assemblatore di questo progetto, e Noah Kaplan, entrambi studenti all’epoca con Joe Maneri al NEC e Boston Microtonal Society.
The Light and Other Things presenta una durata di circa un’ora con i titoli dei brani che citano e si ispirano direttamente a altrettanti dipinti omonimi di Paul Klee, che fungono da riferimenti figurativi.
E’ un disco di musica improvvisata, di non semplice ascolto, tutto il disco sembra reggersi su una sottile e a volte inquietante tensione creata tra i tre musicisti impegnati che si scambiano ruoli e priorità: non sembra emergere un leader a cui gli altri si affiancano, ma il suono finale che emerge sembra essere il frutto di una strettissima interazione tra i musicisti stessi. Anche se sicuramente non suona come un disco di musica ambient ho trovato piacevole immergermi nell’ascolto della loro musica accettando il gioco di evitare un ascolto diretto e intenzionale lasciandomi piuttosto cullare e guidare dai suoi degli stessi strumenti: l’assenza di uno strumento ritmico in questo trio da all’inizio un effetto un po’ estraniante che continua anche quando ci si accorge di come ciascuno dei musicisti contribuisca ad aggiungere di volta in volta elementi ritmici forzando i limiti del proprio strumento e lavorando su texture di suoni ai limiti della microtonalità.

Lavoro davvero interessante e per palati fini. Speriamo in un seguito.



lunedì 9 marzo 2015

Recensione di Light Shadows of Ideas del Trio Chitarristico di Bergamo, M.A.P., 2013


Non deve essere stato facile l'inizio del Trio Chitarristico di Bergamo, vado a memoria ma non credo che il repertorio tradizionale abbondi di opere per trio di chitarra ... mi ricordo solo il Trio per chitarre (Rondo für drei Gitarren) di Paul Hindemith. Certo le trascrizioni possono aiutare ma in effetti è pur vero che il repertorio in questo ambito è decisamente limitato. Necessario quindi allargarne i limiti attingendo ad autori contemporanei che da diverso tempo si stanno dimostrando prodighi e generosi nei confronti del nostro strumento preferito. Sembra ormai accantonata da tempo per quanto riguarda la chitarra classica (avanzo invece ancora seri dubbi per la chitarra elettrica) la famosa frase di Berlioz secondo cui comporre per chitarra classica è difficile perché per farlo bisogna essere innanzitutto chitarristi. il repertorio contemporaneo ha da tempo abbracciato e scelto la chitarra come suo punto di riferimento. Ne è una ulteriore testimonianza questo cd intitolato "Light Shadows fo Ideas" dal nome di una composizione di Giorgio Mirto, presente al suo interno.
Innanzitutto segnalo come la formazione bergamasca composta da Luca Bertocchi, Marco Monzio Compagnoni e Mario Rota abbia realizzato abbia realizzando un cd "trasversale" tutto di autori italiani, tutti viventi, e con un'età di nascita che va dal 1957 di Franco Cavallone, autore di "Metropolitan Sonatina" composto specificatamente nel 2013 per il Trio e dove il nome Sonata va interpretato come il concetto di "sonar assieme", al 1977 di Marco de Biasi autore del più rigoroso e seriale "Eires" composto per il Trio Nahual e pubblicato nel 2009.
Altri brani presenti sono: il "Capriccio", originariamente composto per il Trio Donizetti, del 1992, brano in cui si riflettono le esperienze dodecafoniche del compositore Antonio Brena, le "Voci dell'anima", anch'esso dedicato al Trio Donizetti a opera del compositore e chitarrista Dario Caruso, "Su Bentu" composto da Giorgio Mirto e ispirato dai venti di Maestrale, Scirocco e Tramontana che spazzano i mari della Sardegna. Giorgio Mirto firma anche il brano in tre parti "Open Space" che apre il cd. Last but not least "Valse Road Dream" del chitarrista e compositore bergamasco Andrea Nosari.
La mia personale opinione sul disco è che si tratti di un ottimo lavoro, interessante non solo per la bravura degli interpreti ma per la ricchezza del repertorio proposto, tutte opere di autori italiani e per trio, una cosa che spero non mancherà di attirare l'interesse del pubblico e di altri interpreti.
Solo una nota a chiusura: forse Berlioz non aveva poi così tanto torto, con l'eccezione di Antonio Brena tutti i compositori presenti nel disco sono a loro volta anche chitarristi....