venerdì 27 novembre 2015

La musica di Sir Richard Bishop


Tangier Session è l’ultimo disco in solo realizzato da Sir Richard Bishop, chitarrista, improvvisatore, compositore statunitense, membro fondatore del gruppo Sun City Girls. L’ascolto di questa sua ultima, ottima, fatica discografica uscita per l’etichetta indipendente Drag City, rappresenta l’occasione per fare due chiacchiere sulla sua musica e sul suo stile chitarristico, riascoltando un paio di altri suoi lavori del passato.
Cominciamo con Improvika, cd uscito nel 2004 per la Locust Music, il suo secondo lavoro dopo Salvator Dalì, prodotto nel 1998 per la Revanant Records di John Fahey. Questo disco si compone di nove brani interamente strumentali (Bishop non canta mai), nove brani basati sull’improvvisazione, elemento strettamente caratterizzante lo stile del nostro chitarrista. Improvika definisce già lo stile del nostro uomo: improvvisazioni estremamente curate basate su strutture modali che attingono pienamente al blues afroamericano, alla musica indiana e a quella araba. Sono evidenti le origini libanesi di Bishop e l’uso estensivo di accordature aperte. E’ un bel disco che segnala al mondo la presenza di un nuovo chitarrista caratterizzato da uno stile molto personale e unico, che allo stesso tempo, si inserisce pienamente nella tradizione di Basho e di Fahey.



While My Guitar Violently Bleeds esce nel 2007 per la Locust , ed ha un carattere decisamente diverso da Improvika, sono tre brani dalla struttura più estesa per chitarra elettrica e acustica caratterizzati non solo dalle improvvisazioni modali ma anche da loop, drones e noises vari. E’ un salto di qualità verso una musicalità più contemporanea e di avanguardia che tuttavia ben si integra con i precedenti ascolti: la chitarra di Bishop non solo sanguina violentemente, ma anche ringhia e digrigna i denti scorrendo su corde affilate, non è un disco semplice, la sperimentazione qui si fa più audace e l’atonalità è una costante.



E arriviamo all’ultima fatica: Tangier Session, uscito quest’anno per la Drag City. Le sonorità qui sono più vicine a quelle di Improvika, ma sono più mature, sono passati più di dieci anni e i due dischi testimoniano i notevoli progressi fatti da Bishop nell’arricchire il proprio vocabolario e lessico musicale.
Allo stesso tempo questo disco è anche qualcosa di più: è una sorta di storia d’amore tra un uomo e il suo strumento, tra un musicista e la sua chitarra. Qualcosa che si pone tra un racconto di X File e l’Amarcord di Fellini. Nel corso delle sue peregrinazioni attraverso il mondo, a Genova, porto di mare italiano, Bishop scova questa chitarra, uno strumento sicuramente vintage in un piccolo negozio perso nei caruggi della città, se ne innamora, la compra e la porta con se fino a Tangeri, in Marocco, dove nella tranquilla solitudine di una casa locale riesce a trovare la quiete, la concentrazione e la giusta ispirazione per creare le musiche che registrerà, così, di getto con una rudimentale strumentazione per questo nuovo album. Dalle dita e dal plettro di Bishop esce un suono caldo e allo stesso puro, pulito, nitido e così bello all’ascolto, dall’incontro con questo strumento di cui si sa solo che ha circa un secolo di vita alle spalle e che era stata venduta da un distributore della Georgia, tale C. Bruno & Sons, nascono brani che sono il risultato di continue ibridazioni tra musica del medio oriente, flamenco, musica gitana, folk americano, musica classica, jazz e quant’altro possa riuscire a esprimere la creatività di Sir Richard Bishop. Per lui, mescolare stili e perseguire esperienze musicali non comuni o fuori da “normali” percorsi turistici terzomondisti è diventato un vero e proprio stile di vita. E' stato socio fondatore dei Sun City Girls, un trio che saputo scolpire un vero e proprio percorso attraverso la scena internazionale creando una improvvisazione ai confini tra rock, jazz, world, punk e musica sperimentale in una forma onnicomprensiva catturata da 50 album, cassette e video di concerti per oltre 26 anni, a partire dal 1979. Condendo le loro leggendarie performance con continui riferimenti al misticismo, alla religione, agli UFO, al ritualismo e al teatro Kabuki ... riflettendo la loro disinibita gamma musicale.

Personalmente ritengo che con Tangier Session Bishop sia riuscito ad alzare ancora un po’ più in su il livello qualitativo delle sue incisioni discografiche riuscendo a raggiungere e a eguagliare l’altra intensità e quello “stream of consciousness” creativo che riesce sempre a sprigionare nei suoi concerti. Uno dei migliori dischi del 2015.
Posta un commento