lunedì 28 luglio 2014

Intervista a Maurizio Oddone per il Blog Chitarra e Dintorni Nuove Musiche, di Andrea Aguzzi



La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o hai suonato?

Non so se è esatto per me, dire com'è nato l'amore per la musica perché è stato qualcosa di naturale. Qualcosa che avevo già dentro ed è affiorata a sei anni, quando mi aggrappavo al pianoforte di mio padre per pigiarne i tasti. Ho studiato questo strumento per nove anni e contemporaneamente violino, per sei anni. La chitarra la “scoprii” a otto anni, un pomeriggio di estate a casa di una mia cugina . Aveva, tra i giocattoli, una chitarrina di plastica, di quelle che allora vendeva ogni bancarella. Ricordo che presi a suonarla inventando brani. Mio padre si avvicinò e mi chiese se mi sarebbe piaciuto avere una chitarra vera. Non esitai a rispondergli un sì pieno di gioiosa eccitazione ed ebbi in dono una Pedro Martinez. Studiai da solo, con un metodo dell’ottocentesco Ferdinando Carulli e, dopo un anno, studiando da autodidatta, i miei mi proposero al Maestro Carlo Palladino e ne divenni allievo. Al primo appuntamento mi accompagnò mia nonna che voleva portare per me la chitarra -“Pesa”-diceva-, ma non avrei dato a nessuno la mia chitarra, per nessuna ragione al mondo. Ecco, forse scoprii quel giorno la passione che mi lega a questo strumento.

Senti … ti faccio una domanda .. sono un grande appassionato di Franco Cerri, so che tuo padre ha suonato con lui, tu l’hai mai incontrato?

Mio padre ha suonato per lunghi anni nella band di Franco Cerri. Era legato da profonda amicizia a Peppino Principe, grande fisarmonicista jazz, che lo presentò a Cerri. Loro e mio padre, anche lui fisarmonicista jazz nonché clarinettista e pianista, si riunivano spesso a casa mia anche solo per delle jam session, da prima che io nascessi. Così, quando a nove anni iniziai a studiare chitarra con il grande Maestro Carlo Palladino, Franco si divertiva a coinvolgermi nelle loro jam finché un giorno disse” Devi suonare anche l'elettrica”. Mi spronava sistematicamente così, infine, mio padre, dietro suggerimento di Franco, mi comprò una Egmund Jazz. Fu la mia prima chitarra elettrica, mi divertivo tantissimo... bellissimi ricordi, splendide persone e grandi artisti.

Diversamente dalla gran parte dei tuoi colleghi in ambito classico, tu hai dei trascorsi significativi nell’ambito della musica leggera e del rock, come sono nate queste collaborazioni?

La mia collaborazione nell'ambito della musica leggera è stata breve, potrei dire che si limitava a delle performances per me poco coinvolgenti pur essendo molto apprezzato come chitarrista. Ho fatto lavori di pregio con molti artisti ma è stato molto tempo fà.

So che hai suonato con delle divinità del rock come Steve Vai, Ian Paice e Buddy Miles, come li hai conosciuti? Confesso di essere particolarmente interessato a Miles, sai non capita tutti i giorni di conoscere qualcuno che ha lavorato così tanto con Hendrix …

Sì, è stata una grande esperienza il rapporto con la musica rock vissuta a livello internazionale. Sono musicisti che apprezzo molto e che ho conosciuto nel corso dei miei concerti o nelle sale di registrazione della BMG. Finimmo con il suonare insieme. Con Dave Mason in duo al Politeama di Genova, e ho spesso suonato anche con Jan Paice. Con Steve Vai fui anche ospite d'onore ad un suo seminario a Roma. L'incontro con Buddy Miles fu particolare. Ascoltò un mio arrangiamento per chitarra classica di Purple Haze che avevo caricato sul mio sito, nel 2003. Mi scrisse subito esprimendo grande apprezzamento per il mio lavoro, disse “ Tu sei colui che fa rivivere Jimi Hendrix”. Mi fece davvero un grande piacere. Con Buddy, immenso musicista, dopo una lunga e proficua corrispondenza e collaborazione via web, decidemmo di fare un concerto insieme, con arrangiamenti dei pezzi di Hendrix e relativo cd. Eravamo pronti e invitai Buddy a Genova, a casa mia avremmo lavorato sull'imminente concerto. Ricordo che improvvisamente non lo sentii più, nessuna email, il telefono squillava a vuoto. Mi chiamò un suo familiare per comunicarmi la tristissima notizia. Il mio splendido amico se n'era andato poco prima di incontrarci. E' stato un felice e significativo incontro nella mia vita, così come quello con Ravi Shankar che conobbi a Piacenza nel 1984, in occasione di un meeting internazionale per Maestri. Parlammo a lungo di musica e spiritualità e quando ci salutammo mi consegnò “Risveglio”, un brano che mi dedicava, mi disse “ Seven strings, seven levels of awareness”, sette corde, sette livelli di consapevolezza... aveva perfettamente compreso che per me, musica e spiritualità sono la stessa cosa.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera, dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... in quanto musicista polivalente e trasversale… quanto ritiene che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?

Nulla di vero. La chitarra è come altri strumenti mentre, per quelli antichi, è necessaria l'intavolatura dato le diverse accordature, vedi il liuto barocco o la tiorba.

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto?

La conservazione del passato è un modo per dominare la musica. Per un conservatore è sempre stato così e sempre lo sarà perché è una questione soggettiva. La stessa cosa comunque vale anche in letteratura o in teatro- vedi Shakespeare e l'Amleto o la Tragedia greca, riproposti tutt'oggi in diverse chiavi di lettura- ciò sta a dire che si fa riferimento al passato perché insegna nel presente e getta premesse di rielaborazione per il futuro. Quindi il passato come conservazione va bene, come ricerca è essenziale, come musicologia lo dice il termine stesso: è pensiero, legame o, per dirla con Heidegger, logos come conservazione e dunque musicologia è conservare, raccontare per ascoltare. In ogni caso è un fatto soggettivo e a una mente aperta farà sempre seguito un atteggiamento innovativo. Per esempio, esiste una famosa composizione che è la Fantasia X di Mudarra con risonanze tipiche del XX° secolo come tanti brani rinascimentali. Ciò vuol dire che la musica è di per sé ricerca e non esiste una categorizzazione del tempo. Quindi, pur riconoscendo una verità a Berio, va detto che è una questione soggettiva che appartiene al proprio vissuto e dunque non vale per tutto e per tutti.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Si è vero, è facile mischiare autori di diverse epoche senza prestare attenzione alla prassi esecutiva, ma questo sta solo nella responsabilità di un interprete. Bisogna differenziare gli interpreti come “Interprete e non Interprete” ossia “Artista o macchina da concorsi” . Un bravo interprete difficilmente partecipa o vince molti concorsi perche la sua attenzione è rivolta al fraseggio e alla prassi esecutiva. Una macchina da concorsi non è interessata a questo, diciamo che suona con il metronomo in testa e basta.

Quest’anno sono usciti due tuoi dischi, “Maestri dell'ottocento chitarristico” e “Koyunbaba” dedicato a un repertorio più contemporaneo, come sono nati questi due progetti?
Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? A volte ho la sensazione che la possibilità di scaricare tutto, qualunque cosa da internet gratis abbia creato una frattura all’interno del desiderio di musica, una sorta di banalizzazione: insomma dov’è la spinta per un musicista a incidere un disco che con pochi euro riesci da solo a registrare e stampare quello che vuoi e chiunque può farlo? Alla fine diventa quasi un gesto quotidiano che si perde in un mare di download dove scegliere diventa impossibile … stiamo entrando in un epoca radicalmente diversa da quella che abbiamo vissuto finora? Come poter scegliere? Ti faccio queste domande anche perché ho notato che i tuoi dischi sono in vendita in formato elettronico su bandcamp … cosa non usuale per chi si occupa di musica classica…

“Koyunbaba” è una riedizione di un'incisione per la Sony del 1999 mentre “ Maestri dell'Ottocento” è di quest'anno. Il progetto nasce dal semplice desiderio di aver voluto approfondire la musica dell'800.

Riguardo il passaggio al supporto digitale ti dirò... Indubbiamente l'era digitale ha portato vantaggi rimarchevoli all'arte e alla musica e il fatto che ci sia possibilità di scegliere e ascoltare ciò che si vuole non è certo uno svantaggio. Certamente chiunque può incidere un disco e pubblicizzarlo come venderlo ma, nel mare di download alla fine, si sceglie solo chi veramente ci piace. Sono favorevole a questa “libertà” del web poiché credo che chiunque lo desideri debba avere la possibilità di proporsi. In ogni caso la gente sceglie se ha le idee chiare e, se non le ha, non saprebbe scegliere nemmeno senza internet...... ma internet c'è e, alla fine, è uno strumento importantissimo per promuoversi o pubblicizzarsi ad ogni livello. Lo fanno le grandi industrie in ogni settore, lo utilizzano grandi o modesti artisti , insomma addetti ai lavori e non, ed è per questo che io stesso ho scelto di farlo. I miei dischi li vendo e li lascio pure scaricare, sta nell'onestà di chi può acquistarli e chi no, di certo c'è che la musica è un patrimonio che non deve essere perduto. In definitiva, ben venga il download. Come dicevo, sta all' individuo non perdersi nella marea di musica a disposizione; in quanto alla vendita dei dischi penso che, comunque, il vero ascoltatore e l'appassionato siano sempre predisposti all'acquisto. Direi che il digitale in fondo è anche una buona carta d'identità per l'interprete, per promuoversi e anche per fissare un'opera in modo.... eterno. Nell'era digitale non si possono fare differenziazioni così nette tra i generi musicali. Tutto sommato non credo che internet banalizzi in questa direzione, è solo un'opportunità e va colta.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Julian Bream, 20th Century Guitar; Segovia, Granada; GustavLeonhardt,Partite per violino trascritte per clavicembalo; Hopkinson Smith,Partite per violino trascritte per liuto barocco; Julian Bream e Peter Pearce, Britten e Walton.

Quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

Le sei Cello Suite trascritte da Yates, Bagatelle di Walton, Nocturnal di Britten, Suite compostelana di Mompou, Suite mistica di Asencio.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Non criticare nessun Maestro né musicista o allievo o dilettante, non prendendo così esempio da coloro che usano la lingua come strumento piuttosto che la chitarra. Non giudicare mai un'esibizione perché è un dono che la persona offre agli altri indipendentemente dal risultato del concerto dato che lo scopo è sempre quello di arrivare al cuore e suscitare emozioni... in definitiva,come qualcuno ha detto, dove c'è musica non può esserci nulla di cattivo. Consiglierei inoltre senz'altro lo studio della filologia ma senza dimenticare il cuore e l'emozione. Sostanzialmente non crearsi il problema di essere istintivi e imparare ad improvvisare, senza nessuna nozione armonica e teorica e, contemporaneamente, rivolgere l'attenzione alla composizione e all'armonia. In proposito consiglieri due libri indispensabili: Lydian Concert di Russel e il Trattato di Armonia di Schönberg. E ascoltare Gustav Leonhardt.......

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Che musiche ascolti di solito?

Sicuramente con un clavicembalista, in particolare “Introduzione Fandango” di Boccherini nella trascrizione di Julian Bream. Poi direi con John Mclaughlin e.. con il mio amico Buddy Miles che mi ha lasciato troppo presto. Ascolto molta musica ma sono piacevolmente calamitato dal Nocturnal di Britten, Variazioni e fuga sulla follia di Manuel Ponce e dalle Variazioni Goldberg di Bach trascritte da Eotvos.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Oltre allo studio di interessanti autori dello strumento, lavoro ad un progetto per strutturare il classico alla storia del rock e, da qualche tempo sono calamitato dalla direzione d'orchestra, un progetto che mi stimola molto così come la stesura di una mia biografia strutturata come racconto, dove ricordare i Maestri e i colleghi ai quali sono molto legato e che apprezzo. Sarà ricco di aneddoti e storie. Uscirà per il 2015.

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?


Ti direi senz'altro che sono d'accordo con Sartre quando afferma che è l'uomo a manifestare la realtà poiché è il rivelatore dell'essere e che uno dei principali motivi della creazione artistica è “il bisogno di sentirsi essenziali nei confronti del mondo”. Perciò direi che l'arte è espressione dello Spirito perché la creatività è connaturata all'uomo, fare musica o ascoltarla è un bisogno insito nella dimensione umana. In quanto al ruolo di chi fa musica nella società contemporanea, partirei dall'ultima domanda. Ecco, dal momento che la musica come l'arte in genere sono elementi fondamentali per l'evoluzione e la crescita dell'individuo, la politica, italiana, ha pensato bene di appropriarsene facendole diventare strumento di propaganda autocelebrativa con un conseguente appiattimento. Il ruolo di chi fa musica quindi, non ha più una sua dialettica ma soggiace ad un sistema che promuove costantemente l'arte come strumento politico. Forse perché, sostanzialmente, l'individuo spiritualmente evoluto, che pensa con la propria testa, è oltre la politica, oltre i conflitti e ha una visione diversa del mondo. Va da sé che la musica è linguaggio universale e ciò che appartiene alla sfera delle emozioni, dello Spirito, non può essere traghettato in nessun'altro “schema”, pena la morte dell'arte. Insomma,l'arte, come dice Hegel, è verità, mediazione e conciliazione tra lo spirito e la materia... Forse è per questo che il ruolo dell'artista è diventato marginale..... rischiamo di creare troppa sensibilità intorno a noi.

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