Emepdocle70: E’ possibile che un musicista di formazione classica reagisca e viva l’errore in concerto in modo diverso da un jazzista? Te lo chiedo perché ho la sensazione (magari sbagliatissima, è solo una sensazione) che per il musicista classico veda l’errore come un blocco insormontabile mentre il jazzista come un fattore possibile da sfruttare….
Christian Agrillo: Bisogna chiarire cosa intendiamo per “errore”. L’etichetta verbale “errore” definisce qualcosa di negativo rispetto a degli standard prefissati e, in quanto tale, è da scongiurare in ogni ambito musicale. Se per errore in questo caso intendiamo una variazione di note non prevista (in altezza o nel ritmo) potrei essere sommariamente d’accordo sul fatto che un jazzista può trovare meno problematico tale evento di un musicista classico. A volte per uno strumentista jazz una nota “fuori posto” può rappresentare l’apertura verso un nuovo scenario, sia essa giunta a seguito di un processo mentale volontario o come frutto di lapsus motorio. Al contrario, nella formazione di un concertista classico viene data un’importanza quasi religiosa alle indicazioni contenute nello spartito. Questo non ne pregiudica affatto la poesia, ed il panorama concertistico internazionale è pieno di grandi interpreti in grado di mantenersi fedeli allo spartito e, al tempo stesso, trasmettere forti emozioni, ma finisce – come hai sottolineato tu – per innescare quel flusso di pensieri che ti porta a vivere con disappunto ogni frase musicale non eseguita secondo le indicazioni del compositore.
Empedocle70: Un altro paragone con le arti marziali, tempo fa chiesi a un maestro di aikido giapponese (bravissimo, dalla tecnica semplicemente leggendaria) una domanda ingenua: “Maestro ma lei non sbaglia mai?” Premesso che eravamo alla terza birra di seguito, la risposta fu semplice e disarmante: “Certo che sbaglio solo che tu non te ne accorgi perché modifico l’errore mentre completo la mia forma!” Penso che nessuno sia infallibile e credo che anche i grandi musicisti sbaglino ma che riescano in virtù della loro grande esperienza, del bagaglio di conoscenze e di stili che accumulano nel corso della loro carriera a gestire l’errore inserendolo comunque nel quadro di una esecuzione impeccabile……….
Christian Agrillo: Sì, sono pienamente d’accordo, a volte capita di compiere un gesto diverso da quello eseguito di solito ed il grande concertista è quello che riesce ad assorbire il nuovo movimento nel progetto in itinere, quello in grado di riadattare il percorso in modo tale da non rendere il cambiamento particolarmente dissonante rispetto al complesso. Ma se anche così non fosse, mi preme esprimere un concetto importante: gli errori ci sono, ci sono stati, ci saranno sempre, ma non sono questi il barometro del giudizio del pubblico. Piuttosto spesso sono il barometro che ci auto-imponiamo per valutare la nostra esecuzione.
Nel libro “Suonare in pubblico” (edito da Carocci), alla fine di un capitolo dedicato ai vari sistemi per ottimizzare l’entrata sul palcoscenico, esprimo questo concetto largamente condiviso dalla comunità concertistica. Senza dilungarmi troppo, mi limito a riprendere le parole che il Maestro Zigante mi disse durante la stesura del libro. Alla domanda “Quanta importanza dà il pubblico ad un errore?”, rispose: “Il pubblico dà molta importanza ad un errore strumentale se non c’è nient’altro da cogliere.. Quando c’è un contenuto che va al di là, un contenuto soprattutto poetico-espressivo, l’errore passa quasi inosservato”.
Ora potremmo metterci qui a riempire le pagine di grafici e statistiche, ma credo che nessuna di queste trasmetterebbe il messaggio in maniera più incisiva di quanto abbia fatto il Maestro con una esigua manciata di parole.
grazie Christian..
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martedì 12 maggio 2009
lunedì 11 maggio 2009
Due chiacchiere sugli errori e la paura con Christian Agrillo prima parte
Empedocle70: Ho due passioni: la musica e le arti marziali, pratico aikido ormai da 17 anni e mi è sempre piaciuto confrontare le due cose e cercare di capire i punti in comune e come mai mi interessassero entrambe così tanto. Qualche tempo fa nel dojo facevamo delle considerazioni sul perché si commettano degli errori durante le esecuzioni delle tecniche, durante un esame o peggio durante un combattimento. La risposta (di tipo generalista) era “carenza di preparazione” e facevamo un confronto su come un musicista deve prepararsi per un concerto. Perché l’errore? Carenze di preparazione tecnica (poco allenamento, poca ripetizione dei fondamentali, carenza fisica) o carenza di preparazione mentale (poca concentrazione, trascuratezza nell’analisi del testo) o qualcosa altro ancora (poca maturità, poca “intenzione”). Tenendo conto delle differenze (un musicista può uscire da un concerto fischiato, un marzialista col naso rotto o peggio) ci possono essere delle similitudini tra le due cose? Uno stress emotivo intenso in una situazione temporalmente chiusa?
Christian Agrillo: Le difficoltà legate all’esecuzione concertistica sono molto simili sul piano cognitivo a quelle incontrate da uno sportivo durante un evento agonistico. La musica, come lo sport, è basata sulla realizzazione hic et nunc del proprio prodotto, senza che vi sia una correlazione biunivoca tra la prestazione finale e lo sforzo effettuato nei mesi che precedono l’evento (sia esso un concerto od una gara).
La musica e sport, infatti, richiedono entrambe la realizzazione di movimenti fini - rodati ed appresi in precedenza – in un contesto ad alto contenuto emotivo. A volte i campi sembrano persino scambiarsi gli obiettivi. Si pensi, ad esempio, ai concorsi musicali dove i concertisti cercano di arrivare primi piuttosto che secondi; parallelamente vi sono alcuni sport, come la ginnastica artistica, dove il gesto motorio si fonde con l’arte e viene giudicato secondo parametri di estetica simili a quelli osservati in un concorso musicale. Ovviamente ci sono punti di intersezione ed altri di separazione tra le due discipline, per cui non possiamo sovrapporre completamente le due attività, ma le analogie tra i settori sono indubbiamente molte.
Empedolce70: Tra le mie devianze c’è anche quella di essere (stato) un accanito lettore di fantascienza e di fantasy, non se conosci il ciclo di Dune (6 libri) di Frank Herbert. Una delle cose che mi ha sempre colpito è uno degli assiomi che regola la confraternita Bene-Gesserit “La paura è la piccola morte che uccide la mente”: la paura dell’esporsi in pubblico, la paura stessa di un fallimento preventivo, di non essere all’altezza delle aspettiva (personali, del proprio maestro, della propria famiglia) quanto può influire nella generazione dell’errore?
Christian Agrillo: La paura di suonare in pubblico è indubbiamente una delle cause principali alla base dell’abbandono agli studi da parte dei giovani strumentisti. Tuttavia io distinguerei la definizione dell’evento (suonare in pubblico), dai fattori scatenanti tale paura. È vero che spesso abbiamo disagio a suonare in pubblico, ma una cosa su cui non riflettiamo mai abbastanza è che fondamentalmente non abbiamo paura del “pubblico”. Questo non lo dico solamente io in qualità di psicologo, ma è quanto emerso anche dalle interviste che ho avuto l’onore di fare a grandi chitarristi (su tutti Baldissera, Lewin e Zigante) che fanno dell’attività concertistica la propria professione. Non esistono leggi auree per rispondere alla domanda “perché ho paura del pubblico?”, solamente un accademico molto approssimativo potrebbe enunciare un principio specifico che accomuni l’eterogenea classe dei musicisti. Ognuno di noi ha la sua risposta alla domanda. Ad esempio, per alcune personalità (penso ai tratti narcisisti) la paura del pubblico potrebbe riflettere in realtà la paura del proprio giudizio, la paura di dimostrare a se stessi che non si è poi così bravi come si pensava..
Il pubblico è un insieme eterogeneo di individui e spesso non ha un volto definito, per cui la prima domanda che bisognerebbe farsi, a mio avviso, è che volto diamo noi a quel pubblico.
Empedocle70: Per evitare questa paura, questo tipo di paura emotiva e gestire al meglio l’emotività che per un marzialista così come penso per un musicista è una grande risorsa e una grande fonte di energia nell’aikido si ricorre spesso a tecniche di dinamica mentale, ad esempio si immagina di eseguire una tecnica durante un’esame, un combattimento, una situazione impagnativa, standosene seduti in meditazione a occhi chiusi, si cerca cioè di ricreare nella mente quella situazione di stress e di definire nel massimo dettaglio la tecnica da eseguire come quando si è nel dojo tra amici, è possibile utilizzare queste tecniche come preparazione al concerto.
Christian Agrillo: Di sicuro le tecniche di rilassamento o le tecniche di consapevolezza corporea (es: Feldenkrais) possono aiutare il musicista. È anche vero che la loro valenza è pressoché nulla se lo strumentista non le pratica anche nel periodo di studio precedenti al concerto: è difficile pensare che l’improvvisazione di una tecnica di rilassamento a ridosso di un palcoscenico possa portare ad effetti positivi (se non un generico effetto placebo).
Christian Agrillo: Le difficoltà legate all’esecuzione concertistica sono molto simili sul piano cognitivo a quelle incontrate da uno sportivo durante un evento agonistico. La musica, come lo sport, è basata sulla realizzazione hic et nunc del proprio prodotto, senza che vi sia una correlazione biunivoca tra la prestazione finale e lo sforzo effettuato nei mesi che precedono l’evento (sia esso un concerto od una gara).
La musica e sport, infatti, richiedono entrambe la realizzazione di movimenti fini - rodati ed appresi in precedenza – in un contesto ad alto contenuto emotivo. A volte i campi sembrano persino scambiarsi gli obiettivi. Si pensi, ad esempio, ai concorsi musicali dove i concertisti cercano di arrivare primi piuttosto che secondi; parallelamente vi sono alcuni sport, come la ginnastica artistica, dove il gesto motorio si fonde con l’arte e viene giudicato secondo parametri di estetica simili a quelli osservati in un concorso musicale. Ovviamente ci sono punti di intersezione ed altri di separazione tra le due discipline, per cui non possiamo sovrapporre completamente le due attività, ma le analogie tra i settori sono indubbiamente molte.
Empedolce70: Tra le mie devianze c’è anche quella di essere (stato) un accanito lettore di fantascienza e di fantasy, non se conosci il ciclo di Dune (6 libri) di Frank Herbert. Una delle cose che mi ha sempre colpito è uno degli assiomi che regola la confraternita Bene-Gesserit “La paura è la piccola morte che uccide la mente”: la paura dell’esporsi in pubblico, la paura stessa di un fallimento preventivo, di non essere all’altezza delle aspettiva (personali, del proprio maestro, della propria famiglia) quanto può influire nella generazione dell’errore?
Christian Agrillo: La paura di suonare in pubblico è indubbiamente una delle cause principali alla base dell’abbandono agli studi da parte dei giovani strumentisti. Tuttavia io distinguerei la definizione dell’evento (suonare in pubblico), dai fattori scatenanti tale paura. È vero che spesso abbiamo disagio a suonare in pubblico, ma una cosa su cui non riflettiamo mai abbastanza è che fondamentalmente non abbiamo paura del “pubblico”. Questo non lo dico solamente io in qualità di psicologo, ma è quanto emerso anche dalle interviste che ho avuto l’onore di fare a grandi chitarristi (su tutti Baldissera, Lewin e Zigante) che fanno dell’attività concertistica la propria professione. Non esistono leggi auree per rispondere alla domanda “perché ho paura del pubblico?”, solamente un accademico molto approssimativo potrebbe enunciare un principio specifico che accomuni l’eterogenea classe dei musicisti. Ognuno di noi ha la sua risposta alla domanda. Ad esempio, per alcune personalità (penso ai tratti narcisisti) la paura del pubblico potrebbe riflettere in realtà la paura del proprio giudizio, la paura di dimostrare a se stessi che non si è poi così bravi come si pensava..
Il pubblico è un insieme eterogeneo di individui e spesso non ha un volto definito, per cui la prima domanda che bisognerebbe farsi, a mio avviso, è che volto diamo noi a quel pubblico.
Empedocle70: Per evitare questa paura, questo tipo di paura emotiva e gestire al meglio l’emotività che per un marzialista così come penso per un musicista è una grande risorsa e una grande fonte di energia nell’aikido si ricorre spesso a tecniche di dinamica mentale, ad esempio si immagina di eseguire una tecnica durante un’esame, un combattimento, una situazione impagnativa, standosene seduti in meditazione a occhi chiusi, si cerca cioè di ricreare nella mente quella situazione di stress e di definire nel massimo dettaglio la tecnica da eseguire come quando si è nel dojo tra amici, è possibile utilizzare queste tecniche come preparazione al concerto.
Christian Agrillo: Di sicuro le tecniche di rilassamento o le tecniche di consapevolezza corporea (es: Feldenkrais) possono aiutare il musicista. È anche vero che la loro valenza è pressoché nulla se lo strumentista non le pratica anche nel periodo di studio precedenti al concerto: è difficile pensare che l’improvvisazione di una tecnica di rilassamento a ridosso di un palcoscenico possa portare ad effetti positivi (se non un generico effetto placebo).
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