lunedì 11 agosto 2014

Recensione di LA CHAMBRE DES JEUX SONORES di Alessandra Novaga, SETOLA DI MAIALE SM2690, 2014



Primo disco del “nuovo corso artistico” per Alessandra Novaga. Perché scrivo di “nuovo corso”? Perché è da qualche anno che Alessandra ha iniziato una nuova esplorazione in ambiti elettrici/improvvisativi/contemporanei aprendo la propria carriera artistica a nuovi strumenti, nuove sonorità e collaborazioni. Dopo il precedente cd realizzato con lo Spring Duo, dedicato sempre alla musica contemporanea, ma dove imbracciava ancora la sua chitarra classica, questa “stanza dei giochi sonori” apre a non solo nuove sonorità, ma anche a nuove filosofie musicali.
Provo, in questa recensione, a indicarvi alcuni possibili percorsi di ascolto e di riflessione su queste musiche.
Prima riflessione: il titolo del cd. “La Chambre Des Jeux Sonores” fa pensare a una dimensione di gioco e di esplorazione spaziale-architettonica, di una costruzione non rigida ma più libera e espressiva.
Seconda riflessione: la scelta della casa discografica. Chi segue il blog conosce il mio ”affetto” nei confronti di Setola di Maiale, etichetta indipendente, che grazie al coerente impegno di Stefano Giust, è riuscita a superare una ventennale carriera dedicata all’improvvisazione e al più libero e dedicato pensiero musicale. La scelta quindi di Alessandra di produrre questo lavoro con questa etichetta denota, a mio avviso, anche il desiderio di muoversi in ambiti diversi da quelli solitamente utilizzati per la musica contemporanea di stampo accademico, spostandosi su terreni più praticati dalla libera avanguardia.




Terza riflessione: l’ascolto dei 5 brani che compongono il disco, International Hash Ring del newyorkese Travis Just, In Memoria del milanese Sandro Mussida, Collaborating Objects della statunitense Paula Matthusen, Erosive Raindrops di Vittorio Zago, Untitled, January di Francesco Gagliardi, denota non solo l’uso di strutture aperte con possibilità di improvvisazione da parte dell’interprete ma anche un uso più … “materico” della componente sonora. Il suono della chitarra elettrica viene spesso trattato con l’uso di effetti e utilizzato in un modo molto diverso da quello a cui siamo abituati in altri contesti (rock, jazz, blues) a cui la chitarra elettrica ci ha abituati. Il risultato è una “trasfigurazione” del suono elettrico in modo estremamente innovativo e interessante. In questo disco si va oltre a un “semplice” impiego della chitarra come siamo abituati, un impiego che trascende una possibile struttura melodica e che vedo lo strumento (musicale) utilizzato come strumento (fisico, in inglese potrei usare il termine “tool”) per la generazione di suono in una maniera simile a quella cui gente come Keth Rowe, Fred Frith e Eugene Chaudborne ci ha abituati nel corso degli ultimi 30 anni di libera improvvisazione. Non a caso alcune delle partiture qui utilizzate esulano dalla normale struttura grafica per andare verso elementi visivi come immagini e video atti a stimolare una diversa gestualità musicale da parte dell’interprete, in un “insieme” che ondeggia sempre più verso la pura performance.

In questo contesto che forse tanto nuovo non è dato che mi sembra sintetizzare e rielaborare la causale casualità di Cage, l’ironia di Fluxus, il libero pensiero improvvisativo europeo degli anni ’70, l’intellighenzia newyorkese, la fisicità del suono elettrico e laboriosità milanese, avverto la carenza di una nuova “Opera Aperta” alla Umberto Eco che sappia sintetizzare e meglio delineare queste nuove forme … forse bisognerebbe chiedere a Giuliana Bruno di concentrare il suo sguardo semiotico per un nuovo Atlante delle Emozioni (musicali)

http://www.setoladimaiale.net/record.asp?id=SM2690&section=audio
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