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giovedì 10 giugno 2010

Recensione di Barrilete di Barrio de Tango Ensemble, Dodicilune, 2009


Qualche tempo fa, recensendo i dischi dell’Ensemble Chaque Objet e della loro casa discografica, mi chiedevo come musicisti come Pablo Montagne, Francesco Massaro e Adolfo La Volpe, abili manipolatori sonori, tanto rapidi nella decostruzione quanto nella (ri)costruzione di brani e linguaggi musicali, se la sarebbero cavata all’interno di stili e di generi dove le possibilità di sconfinare e di “deragliare” sarebbero state limitate dalle caratteristiche stesse e dalla presenza di una forte tradizione culturale.
Questo disco firmato dall’Ensemble Barrio de Tango dove oltre a ¾ dei Chaque Objet (ovvero Pablo Montagne e Adolfo La Volpe a “qualunquetipodichitarra” e Francesco Massaro al sax baritono e clarinetto) troviamo la voce di Chiara Liuzzi, il contrabbasso di Pasquale Gadaleta e i flauti di Giorgia Santoro, risolve questa mia piccola curiosità intellettuale. Se vi ascoltate un disco di Tango per puristi, scordatevelo. L’Ensemble non ha nessun problema nel (ri)leggere, (ri)scrivere, (ri)suonare e (re)interpretare forme musicali consolidate dalla tradizione osando senza alcun problema contaminazioni con altri generi come il Fado, forme musicali arabe e mediterrane, rumorismi vari e una costante attenzione per la melodia che mi hanno lasciato piacevolmente sorpreso e soddisfatto. Se a questo aggiungete una notevole capacità strumentale, già dimostrata negli altri dischi dei Chaque Objet, ma qui assolutamente libera da qualunque intellettualismo post modernista e un gran sense of humor e di ironia, ce ne sono tanti di motivi per gustarsi con grande piacere e relax questo disco.
Come interpretare in altro modo l’idea (geniale) di inventarsi quattro “variation refroidissante” sul Tango? Come pensare altrimenti delle musiche dove le parti ritmiche (come siamo abituati a pensarle in termini di batteria e percussioni) sono quasi totalmente assenti e intelligentemente sostituite da degli sfondi sonori, quasi dei panorami creati con gli acquerelli, creati dai rumori, dai suoni soffocati, stoppati delle chitarre e dei fiati?
Come ascoltare altrimenti una voce allo stesso tempo limpida e perfettamente impostata come quella di Chiara Liuzzi, ma che allo stesso tempo sembra portare con se un bagaglio culturale e musicale gigantesco (come non andare con la memoria alle voci di Teresa Salgueiro, di Marie Brennan, di Amália Rodrigues, di Joan La Barbara, di Meredith Monk)?
Davvero complimenti .. vederli suonare dal vivo deve essere un vero spettacolo!

Empedocle70

mercoledì 9 giugno 2010

Recensione di Elica di Chiara Liuzzi, Silta Records, 2010


“Elica è un progetto che fonda le sue radici su una dimensione percettiva del suono attraverso un approccio olistico.” Così recita l’incipit del libretto che accompagna questo cd, inciso a nome della cantante Chiara Liuzzi, assieme ai sodali Adolfo La Volpe (oud, chitarre, elettronica e banjo), Francesco Massaro (Sax alto e baritono, clarinetto, flauti e quena) e Valerio Daniele (sound design) per la Silta Records lo scorso anno. Una cosa colpisce fin da subito: si parla immediatamente di suono, sia come visione cinestetica (le musiche del disco sono molto evocative e “filmiche”) sia dal punto di vista “materiale”, quante altre volte avete letto nel booklet di un cd accreditato come membro effettivo una persona che si occupa di “sound design”? Io solo nei dischi di ambient o di elettronica d’avanguardia devoti alla figura di Murray Shafer.
Questo invece non è un disco di elettronica, anche se viene usata qua e là come una spezia, per aggiungere un gusto, un suono, un colore in più, è un disco ben suonato, e sebbene vi sia come un senso di disordine e di improvvisazione, è decisamente ben pensato e organizzato.
Uso il termine “organizzato” nella sua eccezione più vasta, nel senso di pianificato, coordinato, ordinato, organico, preparato. Curioso perché questo disco sembra spesso dividersi in due anime: una logica,razionale e una più dionisiaca, destrutturata, caotica, due anime, due visioni della musica che si intrecciano tra loro, apparentemente in contrasto, apparentemente in eterna tensione, ma che proprio grazie a questa tensione e a questa loro apparente diversità riescono a generare una musica ispirata, fresca, quasi morriconiana.
Vi sembra poco? Legioni di artisti si sono tormentati sulla visione apollinea e dionisiaca dell’arte, spesso senza riuscire a conciliare tra loro questi che alla fine sono due lati della stessa medaglia, due realtà apparentemente inconciliabili ma dalla cui sintesi e dalla cui eterna opposizione riesce sempre ad emergere qualcosa di creativamente nuovo. Chiara Liuzzi e i suoi compagni non sembrano minimamente porsi alcun problema al riguardo: l’idea dell’elica “le cui pale da ferma sono perfettamente distinguibili, mentre in movimento creano un circolo confondendosi l’una nell’altra.” definisce meglio di tante parole una musica che è bella perche non sembra emergere dal suo contesto una voce principale, un solista, ma bensì un senso di ensemble curato e ordinato, razionalmente organizzato e (de)strutturato. Ne emerge un suono speziato, mediterraneo, sghembo e avvolgente, da assaporare con calma, senza fretta, questo tipo di musica si lascai avvicinare con calma e senza tensione.

Empedocle70

giovedì 20 maggio 2010


LIBRERIA CHIARITO -
MONOPOLI (BA) -
VENERDI 21 MAGGIO ore 21.00

Chiara Liuzzi: voce
Francesco Massaro: sax baritono, clarinetto, flauti
Adolfo La Volpe: oud, elettronica
Valerio Daniele: chitarra elettrica, elettronica

ELICA

è un progetto che fonda le sue radici su una dimensione percettiva del suono attraverso un approccio olistico. Le varie fonti sensoriali che concorrono alla percezione del suono prima e alla produzione dello stesso dopo, sono state considerate come le pale di un’ELICA. L’associazione tra i due termini di paragone è stata suggerita dalla forma stessa dell’ELICA, le cui pale da ferma sono perfettamente distinguibili, mentre in movimento creano un circolo confondendosi l’una nell’altra.Guardando un colore, ascoltando un suono, assaporando un alimento, annusando una fragranza, sfiorando un oggetto e cercando di andare al di là della sua veste esteriore e della sua corporeità, ci imbattiamo in un universo emozionale che difficilmente risulta traducibile a parole. Io ed i miei compagni di viaggio ci siamo impegnati a farlo con i suoni, spinti da una necessità interiore che si è rivelata essere comune.
Il prodotto di questo cd è frutto di una ricerca sinestetica e multisensoriale della materia, intesa in senso lato. Ogni musicista ha trasformato individualmente la percezione di quest’ultima comunicandola in interplay attraverso l’improvvisazione.

Mi sembrava che l'anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l'inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita. Sentivo a volte il chiacchiericcio sommesso dei colori che si mescolavano; era un'esperienza misteriosa; sorpresa nella misteriosa
cucina di un alchimista.

V.Kandinsky, Lo spirituale nell’arte