lunedì 13 aprile 2015

Intervista a Stefano Zabeo di Andrea Aguzzi


Salve Stefano, provo a fare con te un gioco … nel 1987, apparve nel numero di Febbraio della rivista Chitarre apparve una tua intervista. Provo a rifarti alcune di queste domande, vediamo cosa è cambiato da allora? Poi ne aggiungo alcune di mie.

Come ti sei avvicinato alla chitarra?

La chitarra è stata senza dubbio lo strumento che più di ogni altro mi ha affascinato, ma non è stato l’unico nel mio percorso. Vedi, ai tempi in cui ho cominciato (si era ancora a metà anni ’60), l’importante era far parte di una band, o di un “complesso” come si diceva allora; poi quale strumento suonavi spesso veniva deciso a tavolino in base ai posti vacanti nel gruppo di cui volevi far parte. In realtà però il primissimo strumento cui mi sono accostato è stato l’harmonium poiché i miei, all’età di 10 anni, me ne avevano regalato uno di molto piccolo e molto semplice col motore elettrico per soffiare l’aria nelle ance. Ma con l’avvento dell’era Beat l’immaginario collettivo di un’intera generazione subì un drastico cambiamento: improvvisamente la musica diventò veicolo di riscatto, di ribellione e di speranza di successo nella vita. I Beatles, i Rolling Stones e tutti i gruppi di allora non venivano semplicemente ammirati per la musica che producevano, ma considerati veri e propri maestri di vita, i “primi” che erano riusciti ad arrivare dove tutti speravamo di arrivare… ecco quindi che il senso di appartenenza al “complesso” veniva prima della stessa musica. Certo, eravamo tremendamente ingenui, e non ci rendevamo conto né di quanto miseri fossero i nostri tentativi né di quello che i nostri miti cercavano di farci capire tra le righe. Ben pochi infatti comprendevano la lingua inglese in tempi in cui a scuola si imparava soprattutto il francese, e, mentre si cantava in una specie di goffo grammelot che però prendevamo molto sul serio, non ci rendevamo conto che magari il vero testo originale recitava “I’m a loser, and I’m not what I appear to be”… sia stato come sia stato, fatto sta che l’organico di 2 chitarre, basso e batteria divenne lo standard da rispettare, e anch’io come tanti, posto che i chitarristi erano più in mostra, mi misi ad imparare quello strumento. Nel tempo però le cose cambiarono e suonai anche altri strumenti soprattutto in base alle esigenze delle mode musicali che si succedettero. Passai dalla chitarra al basso, poi alle tastiere, al sax tenore e al flauto traverso. Fu solo negli anni ’70 che tornai alla chitarra e non la abbandonai più.

Quali sono stati i chitarristi che ti hanno influenzato di più?

Potrei citarne un’infinità, ma per motivi assai diversi fra loro direi soprattutto Keith Richards, Johnny Winter e Freddie King. Il primo per la concezione ritmica della chitarra, il secondo per l’eleganza del fraseggio e il terzo per l’enorme emotività delle sue note. Ma è molto riduttivo fermarsi a soli 3 nomi!

Che parte deve avere la tecnica in un chitarrista blues?

La tecnica è utile solo in quanto ti permette di esprimere meglio le tue emozioni, ma nel blues può addirittura diventare un handicap se ti fai prendere la mano. Lo so, è un discorso un po’ strano in un’epoca di funambolici guitar hero che ne fanno di tutti i colori! Ma è il blues stesso ad andare spesso controcorrente… “less is more”è la frase che meglio descrive il modo di suonare il blues. Alexis Korner una volta mi disse: “Il vero musicista blues è quello che suona SOLO le note davvero indispensabili”. Vedi, è una questione di lessico e di registro esattamente come nella lingua parlata. Se vuoi descrivere un dialogo fra due scaricatori del porto di Marsiglia, non puoi usare termini troppo raffinati e una sintassi complessa ed evoluta, perché il registro suonerebbe sbagliato. Il blues è un po’ “ignorante”, mi si passi il termine, e la cosa più importante è il messaggio che porta, l’immediatezza emotiva di ciò che esprimi. Non c’è spazio al suo interno per i virtuosismi, perché essi non possono essere immediati per loro stessa natura visto che prevedono lunga preparazione ed esercizi estenuanti. Non sto dicendo che il virtuosismo sia sbagliato in sé, ci mancherebbe! Ma il blues sta da un’altra parte, questo è poco ma sicuro!

Che rapporto hai con la chitarra?

Io amo la chitarra perché con essa mi esprimo, ma non dimentico mai la sua natura di “strumento”: serve cioè per arrivare alla musica e non viceversa.


Attualmente quante chitarre hai?
18 hehehehe

Di blues qui in Italia si può vivere?

Mi piacerebbe molto poterti dire di sì, ma sarei ben poco sincero! Non c’è mai riuscito nessuno, e anche i pochi che fanno blues a tempo pieno in realtà hanno altre risorse che danno loro la possibilità di vivere in quel modo. Fondamentalmente io credo che ci siano due grossi ostacoli ad impedire che un musicista possa vivere di solo blues qui in Italia. Il primo e più importante è la scarsa credibilità che noi stessi attribuiamo ai bluesman nostrani. Un italiano che suona blues appare quasi come un giapponese che canta “’O sole mio”. Non importa se da anni ormai il lessico blues ha avuto una tale diffusione da diventare universale: per la gente continua ad essere una musica patrimonio esclusivo degli afro-americani. Ma anche noi stessi che siamo del settore siamo pronti a correre per vedere il primo americano che arriva, mentre ben difficilmente ci scomodiamo per chi non proviene dalla terra promessa! E il secondo ostacolo, collegato al primo, è la lingua: il pubblico non segue facilmente i testi in inglese, c’è poco da fare! Questo fa sì che il blues sia forzatamente musica di nicchia e di conseguenza il mercato è quello che è…

Che amplificatore usi? Usi qualche effetto?

Da anni uso quasi esclusivamente amplificatori Fender (ne ho 5), unica eccezione un piccolo Ampeg da 15 watt. Per gli effetti uso solo un delay, soprattutto per le parti slide, e qualche volta un overdrive se il locale non permette di alzare il volume dell’amplificatore. In passato ho usato sporadicamente un chorus, ma ultimamente l’ho abbandonato.

Senti.. sono diversi anni che è mancato Guido Toffoletti, tu hai suonato molto con lui, ci vuoi parlare di lui? Che persona era?

Non molti sanno che Guido ed io eravamo amici fin dall’adolescenza e non solo collaboratori musicali. Guido era un uomo normale con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti: non ho mai condiviso l’idea che i tratti di una persona debbano essere sublimati dopo la sua morte perché quello è il vero modo per seppellirla definitivamente. Guido comunque aveva modelli musicali diversi da quelli che la maggior parte dei conterranei condividevano e questo lo portava a suonare in un modo che tanti di essi purtroppo non apprezzavano. E qui torniamo al discorso sulla tecnica che abbiamo affrontato prima. La chitarra è uno strumento molto inflazionato dalle nostre parti, ma forse ovunque. Questo provoca il fatto che si sviluppi una estrema competitività fra i chitarristi, a volte anche decisamente eccessiva. Se ci aggiungiamo la mentalità assai diffusa che solo chi ha grande tecnica merita attenzione e successo, quella che io chiamo ironicamente il “paganinismo”, ecco sorgere il livore verso chiunque ottenga un successo giudicato immeritato… al di là del famoso “nemo propheta in patria”, tutti quelli che passavano ore ed ore sullo strumento nella paranoica ricerca di essere “il migliore” e tuttavia non ottenevano il minimo successo, non sopportavano che uno da loro ritenuto di scarse capacità  fosse nei teatri e in televisione oltre che spessissimo negli articoli di stampa. Qualcuno arrivò ad inventare la storia che portasse sfortuna, come spesso succede quando non si hanno altri mezzi a disposizione. E il fatto lo fece soffrire molto. Che dire? Forse la sua dote più evidente era la capacità manageriale che indubbiamente aveva. Ma ciò non significa che non fosse un vero musicista: non sarebbe arrivato a suonare con tutti i personaggi di fama internazionale che ha avuto nei suoi dischi e nei suoi concerti live! A parte il rapporto personale di amicizia, io ho un grosso debito di riconoscenza nei suoi confronti proprio perché non sarei mai arrivato a conoscere tanti musicisti di quel calibro e pure a suonarci assieme se non fosse stato per lui!


Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Qui credo tu abbia inserito domande che forse erano indirizzate ad altri… comunque l’improvvisazione è la base del blues senza ombra di dubbio! Il bello del blues sta proprio nell’estemporaneità delle esecuzioni che trovano di volta in volta nuove strade partendo dalla stessa struttura codificata.

In che modo la tua metodologia musicale viene influenza dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui tu collabori? Modifica il tuo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente ricevi da loro? Se ascolti una diversa interpretazione di un brano da te già suonato o che vuoi eseguire tieni conto di questo ascolto o preferisci procedere in totale indipendenza?

Qualsiasi esperienza la vita ti proponga finisce per influenzare il tuo modo di suonare: a maggior ragione questo è valido per l’ascolto di altri musicisti. Ho sicuramente imparato più cose ascoltando cattive esecuzioni altrui che non chiudendomi in casa a studiare cose sterili. Ma ho anche imparato tantissimo delle belle cose fatte dai bravi musicisti.

Una domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida questa affermazione per definire un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere musicale”?

Il genere musicale è il lessico con cui ti esprimi. Il lessico è frutto di regole. Il vero musicista è quello che se ne frega delle regole pur di esprimere se stesso. L’importante è però che ci sia il messaggio emotivo e non solo estetico in quello che fai: dubito che un gargarismo possa esprimere emozioni, ma non si sa mai…

Tu suoni blues da moltissimi anni. Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

La visione “uniforme” o “globalizzata” non rappresenta un pericolo per i veri artisti perché non ci sarà mai per loro l’omologazione delle personalità. Le scuole ci sono sempre state, ed hanno dato casa ad una miriade di pseudo-artisti talmente insignificanti da essere spesso dimenticati o ricordati solo dai superesperti, i quali a loro volta hanno fondato una carriera sull’inutile tentativo di ridurre l’arte ad un elenco enciclopedico senza comprenderne la vera natura e goderne. Basti pensare che la scuola che più di ogni altra dovrebbe sfornare nuove menti geniali in grado di creare innovazione si chiama “Conservatorio”: Per contro i veri artisti hanno scardinato dalla base le stesse scuole che li avevano allevati. Io non mi reputo un vero artista, ed è per questo che mi permetto di dire queste cose: sono solo uno che fa al meglio quello che sa fare cercando di provare e trasmettere emozioni, tutto qua!

Che musiche ascolti di solito?

...  ascolto di tutto: dalla classica al jazz, dal pop al blues, qualunque cosa purché fatta col cuore.

Quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

Non ci sono spartiti nel blues :-D

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Oggi come oggi, qualsiasi lavoro si voglia intraprendere non ha serie prospettive di guadagno: tanto va fare esclusivamente ciò che ti appassiona

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare?

Sono già riuscito a suonare con molti di quelli con cui sognavo di poter suonare, ma siamo sempre nell’ambito del mito. Nella realtà dei fatti poi non sempre le cose corrispondono ai sogni. Mi piacerebbe suonare esclusivamente con musicisti che amano quello che fanno e ci credono. Mi piacerebbe “suonare” tutti quelli che pensano di essere bravissimi perché fanno mille note al secondo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto rimettendo insieme la vecchia Blues Society, la band di Guido nella sua formazione originale, e sono molto entusiasta della cosa!


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