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domenica 27 luglio 2008

“Festival Internazionale di Chitarra Alirio Diaz” di Esposito Titty


L’appuntamento con la settima edizione del “Festival Internazionale di Chitarra Alirio Diaz”
è per il 28 luglio nella suggestiva atmosfera del Castello Spagnolo della città di Taranto.
Un evento sicuramente da non perdere che come ogni anno offrirà agli spettatori l’opportunità di poter ascoltare chitarristi di fama internazionale, saggiandone doti artistiche e talentuosità in un repertorio abbastanza ampio, e di lasciarsi travolgere dalla “forza” della musica.
L’opera instancabile e altamente professionale dell’ideatore del Festival, nonché direttore artistico, il M° Pino Forresu, è da sempre un elemento fondamentale per la riuscita della manifestazione.

Chitarrista, compositore e didatta, Pino Forresu, è attualmente titolare della cattedra di chitarra classica e docente di prassi esecutiva, repertorio e metodologia d’insegnamento presso l’Istituto Paisiello di Taranto ed è da lungo tempo testimone, con la sua attività, di un amore profondo verso il mondo della "sei corde”.
Una passione vera quella per la chitarra classica che lo ha portato non solo ad approfondire i propri studi con il compositore chitarrista Antonio Lauro e con il grande Alirio Diaz, di cui successivamente diviene assistente e collaboratore nei corsi di alto perfezionamento, ma anche ad avviare un lavoro di recupero e divulgazione del repertorio chitarristico venezuelano per il quale gli verrà conferita poi dalla Repubblica Bolivariana del Venezuela la “ Targa D’Oro”.
Competenza e passione, dunque, i principi fondamentali sui quali si sono articolate, grazie al M° Forresu, queste sette edizioni del Festival e che anche quest’anno giocano un ruolo predonimante all’interno della chermese.
Si partirà il 28 e 29 luglio con un concorso chitarristico per passare poi l’1 e il 2 agosto alle attività di Master-class e chiudere l’evento la sera del 2 con “La Notte delle chitarre”, un megaconcerto che inizierà in serata e si protrarrà per buona parte della notte.
La rosa di artisti che sarà possibile ascoltare è di tutto rispetto: Aurora Pignata, Pino Forresu, Juan Lorenzo, Orchestra di chitarre Chitartarentum e Angelo Barricelli che, tra l’altro, nelle attività di master-class tratterà una tematica molto interessante:
Da Tarrega a Martin: evoluzione della tecnica chitarristica tra due secoli.
Ospite davvero speciale, poi, il tenore Nicola Martinucci.
Un piccolo contributo, quest’anno, è stato dato anche dalla redazione del nostro Blog e la qual cosa ci rende in un certo senso orgogliosi.


Quattro giorni dunque in onore della chitarra e di un grande “Maestro” qual è Alirio Diaz, molteplici gli appuntamenti ma una sola grande motivazione: LA MUSICA.








Titty Esposito

domenica 18 maggio 2008

Corrado Sfogli, Guitar from Vesevo di Esposito Titty


Si è appena concluso il primo concerto legato al Guitar From Vesevo, rassegna chitarristica nata dalla collaborazione del nostro amato blog con l’associazione culturale Il Torchio.
Cosa raccontare?
Per cominciare mi piacerebbe trasmettere l’entusiasmo, la professionalità e la piena partecipazione di tutte le persone coinvolte nell’organizzazione: il direttore artistico M° Barricelli, lo staff del blog (potrei sembrare di parte ma obiettivamente non lo sono) e i ragazzi del Torchio si sono rivelati veramente ineccepibili!
Chiunque ha varcato la soglia del Torchio per assistere all’evento, e non erano in pochi, è stato subito avvolto da una calda atmosfera, capace di far pregustare all’istante la dolce magia che solo le note di una chitarra sono in grado di creare.
E poi, via… il concerto
Il M° Sfogli si è esibito in un programma di musiche di tradizione legate ad autori quali Cardoso, Mores, Reis… (non sto qui a citarli tutti), qualche sua composizione, per passare poi alla parte forse più interessante come espressione dell’artista legata al flamenco.
Una bella serata, direi, in cui “l’amore per la chitarra” ha fatto da regina.
Morale?
Sinergie di intenti, piena collaborazione, grande passione per questo straordinario strumento e direi per la musica in genere, sono vere carte vincenti!
Il resto al secondo appuntamento… al prossimo concerto


Titty Esposito

giovedì 17 aprile 2008

Speciale Corrado Sfogli: Intervista di Esposito Titti parte seconda


E.T.: Nel 1976 l’ingresso nella Nuova Compagnia di Canto Popolare. Dunque, chitarrista classico di formazione, ma da oltre 30 anni direttore artistico e musicale, parte vitale del gruppo.

C.S.: Qui parliamo di un’esperienza non facile. Pensa che ho incominciato sulla scia del lavoro svolto da Roberto De Simone, quando la Nuova Compagnia aveva già raggiunto il successo.
Certo, il successo è una meta, ma è fondamentale poi mantenere standard proporzionati. Ancora oggi è così.
Credo che almeno musicalmente siamo riusciti in questo; tutti i cd fatti dopo la separazione da De Simone, e sono circa nove, sono tutti di alto livello. La critica, quindi, deve dare ragione anche a questa “seconda” Nuova Compagnia. Quando parlo di “seconda” Compagnia faccio riferimento all’attuale formazione che ha cercato di trasmette quelle che erano le proprie emozioni e le proprie sensazioni nel campo della musica popolare, utilizzando i linguaggi propri della tradizione, e discostandosi quindi dalla “prima”, cioè dal gruppo della ricerca, gruppo dal grande fascino e dalla grande forza.

E.T.: I primi anni di attività del gruppo sono stati improntati principalmente al recupero di sonorità popolari tipicamente campane: tammurriate, villanelle, moresche… con il contributo di personalità illustri quali il maestro Roberto De Simone.

C.S.: Personalmente ho avuto un rapporto abbastanza fugace con il Maestro, diciamo che abbiamo lavorato insieme circa due/tre anni. Comunque è certamente una figura interessantissima che poteva rappresentare davvero un valido punto di riferimento per la musica del sud in genere. Dico poteva, perché poi in realtà De Simone ha preferito intraprendere altre strade tra cui anche il teatro… si è un po’ allontanato.
Riconosco in lui certamente una grande genialità compositiva e culturale.


E.T.: Citando Roberto De Simone è inevitabile rievocare “La gatta Cenerentola”…

C.S.: La Gatta Cenerentola l’ho vissuta come orchestrale, lavorando quindi in quella parte non alla vista di tutti, in quella stessa parte che però rappresentava il motore pulsante di tutta l’opera perché offriva la possibilità a coloro che si esibivano sulla scena di poter cantare, recitare. E’ stata un’esperienza veramente bella in cui prevaleva lo spirito di gruppo; ricordo che prendevamo tutti la stessa paga, dal musicista dell’ultima buca al primo attore perché ciò che contava veramente era il risultato finale.

E.T.: Come ti definiresti oggi: portavoce di una cultura musicale …

C.S.: No, io non mi reputo un portavoce. Diciamo che offro al gruppo la possibilità di dare voce a certi eventi e a certe situazioni che appartengono alla musica di tradizione. Tuttavia non si può scrivere un brano come “Chi è devoto” o ancora “Candelora” se non si conoscono nell’intimo certe immagini o certi simbolismi legati al mondo popolare.

E.T.: 1972- Festival di Spoleto - il grande lancio e poi in giro per tutto il mondo: Berlino, Helsinki, Singapore… Alla NCCP quindi il merito di aver fatto conoscere al grande pubblico un repertorio del tutto nuovo ma dal sapore antico, caratterizzato da una certa poeticità capace a distanza di secoli ancora di “parlare” e “coinvolgere”…

C.S.: E’ vero, il nostro è un gruppo che ha girato veramente tutto il mondo; siamo stati anche a Salisburgo, Monaco, Caracas, Tokio, Sidney, Londra, Parigi. L’ultimo tour risale a tre mesi fa, in Sud America, dove abbiamo toccato l’Argentina, l’ Uruguay e il Perù.
La grande forza della Nuova Compagnia di Canto Popolare sta proprio nella capacità di “tenere” il palcoscenico e di “coinvolgere” il pubblico, portando in giro ciò che sono le nostre radici culturali e musicali.
Come diciamo sempre noi, “…non si può costruire niente del futuro, se non si conosce il proprio passato…”
Forse oggi, dovendo progettare un prodotto discografico, opterei proprio per un disco di ricerca, tornando un po’ alle origini, eventualmente con villanelle mai incise.
Credo, però, che il merito più grande del gruppo sia stato quello di aver operato affinché certe tradizioni musicali non andassero perdute dando l’opportunità a chi era protagonista delle feste popolari di riconoscersi in una cultura con propri valori e grande forza espressiva.


E.T.: Altro grande vanto è quello di aver utilizzato strumenti legati ad un tipo di cultura rurale
in un contesto musicale più vicino, invece, ad un ambiente “colto”.

C.S.: Infatti. La Nuova Compagnia ha riscoperto strumenti dal cuore antico ma, allo stesso tempo assolutamente attuali. Sentir parlare di tammorre, castagnette, chitarra battente, di mandoloncello, è ora abbastanza comune. Quando invece siamo nati come formazione non si sapeva più neanche dove fossero finiti il mandolino e il mandoloncello o cosa fosse la battente. Oggi si ricostruiscono, si vendono, vengono usati.

mercoledì 9 aprile 2008

’A Capa ‘e morte e il Castel dell’ovo: leggende fantasia e dintorni

Veniamo ora finalmente a parlare della leggenda dell’ovo.
No, forse è meglio che vi legga ciò che è stato scritto.
La fonte? Cronaca di Partenope - Anno del Signore 1350.


“ Come consacrò lo ovo allo Castello de l’Ovo, dove pigliò lo nome. Era in-del tempo de lo ditto Virgilio un castello edificato dentro mare, sovra uno scoglio, come perf i’ mo’ è, il quale se chiamava lo Castello Marino overo di Mare, in-dell’opera del quale castello Virgilio, delettandose con soe arte, consacrò un ovo, il primo che fe’ una gallina: lo quale ovo puose dentro una caraffa per lo più stritto forame de la detta caraffa, la quale caraffa et ovo fe’ ponere dentro una gabia di ferro suttilissimamente lavorata. E la detta gabia, la quale contineva la caraffa e l’ovo, fe’ ligare o appendere o chiovare con alcune lamine di ferro sotto uno trave di cerqua che stavo appoggiato per traverso a le mura d’una cammarella fatta studiosamente per questa accasione con doe fossice, per le quali intrava il lume; e con grande diligenzia e solennità la fe’ guardare in-de-la detta cammarella in luogo segreto e fatto siguro da bone porte e chiavature di ferro, imperoché da quell’ovo, da lo quale lo Castello pigliò il nome, pendevano tutti li fatti del Castello, Li antiqui nostri tennero che dall’ovo pendevano li fatti e la fortuna del Castello Marino: zoè lo Castello dovrìa durare tanto quanto l’ovo si conservava cossì guardato.”

E di narrazioni simili è possibile ascoltarne tante e tutte parlano dell’ovo appeso ad una trave e nascosto in una stanza segreta nei sotterranei della fortezza e quindi di un ennesimo dono del mio Mago al popolo che tanto amava.
Un “ grande mare ” di documentazioni e racconti sulla “magia” operata da Virgilio e tutti oggetto di studi filologici e storici che hanno condotto a diverse interpretazioni.
Certo, per acquisire le arti magiche Virgilio dovette recarsi al sepolcro del centauro Chirone, nei pressi di Pozzuoli, e sfilare da sotto il capo del defunto un libro che lo rese “… dottissimo e ammaistrato in-de-la nigromanzia et in-de-le altre scienze…”, ma questa è un’altra storia…
Pur essendo a conoscenza dei fatti reali, allora, mi sembra giusto esporre qui le diverse chiavi di lettura utilizzate dai vari studiosi per permettere poi all’ingegno e soprattutto alla fantasia del lettore di coglierne la vera essenza.
Dunque, sappiamo che Virgilio è stato definito un pre-alchimista …
Tutti gli studiosi di alchimia sanno benissimo che il termine “uovo” è il sostitutivo esoterico dell’ Athanor, il piccolo matraccio di metallo o di un particolare vetro nel quale è possibile realizzare la lenta trasmutazione dello zolfo e del mercurio (gli elementi primari) in oro alchemico. L'acqua marina, poi, distillata, è ritenuta l'unico surrogato della rugiada raccolta nella notte, cioè dell'acqua degli alchimisti, che deve possedere un grado altissimo di "purezza cosmica",
L’isolotto di Megarite, da diverse documentazioni, è risultato ritrovo per lungo tempo di adepti a tale “scienza” e probabilmente il mio Virgilio si è addentrato sempre di più nella conoscenza segreta della natura, iniziandosi ai culti di Cerere e Proserpina, e a quel complesso di dottrine filosofiche, pratiche magiche e investigazioni tutte tese alla ricerca della pietra filosofale, ossia del principio in grado di spiegare i segreti della vita e di trasformare in oro gli altri metalli, da operare poi sperimentazioni all’interno del castello.
Quindi l’ “ovo” nella gabbia di metallo in realtà poteva non essere un vero uovo e Virgilio poteva essere non solo un letterato ma un vero pre-alchimista.
Interessante, no? Un Virgilio che tenta la trasmutazione, che ricerca la panacea (rimedio capace di rendere l’essere immortale) e che spiritualmente si è innalzato assumendo connotati mistici... Chissà cosa direbbe se leggesse queste righe…
Certo che agli occhio del popolo è dovuto apparire come un vero e proprio negromante, capace di intervenire per liberare dal male e di conseguenza della distruzione.
Per questo motivo i trattati dei vari studiosi hanno ora esaltato i simbolismi magico- esoterici della “cultura alta” e ora gli emblemi magici della “cultura popolare”.
Nell’opera del Comparetti, Virgilio nel Medioevo (1872), (è possibile linkarla : http://www.classicitaliani.it/index178.htm) è infatti facilmente rintracciabile questa “popolarità” in contrapposizione agli interventi del Pasquali, eminente filologo a voi contemporaneo, in cui invece manca completamente quel tessuto fantastico- religioso nel quale la figura di Virgilio può trovare una più definita collocazione.
Volendo essere abbastanza imparziali, o come direste voi oggi… per amore della par condicio… dobbiamo, però, necessariamente considerare anche le ricerche condotte dallo Spargo che nel suo Virgil the negromancer (1934) raccoglie testimonianze circa l’uso di appendere un uovo di struzzo, incastonato in una gabbia di metallo, in tantissime chiese musulmane e greche.

“… Per lunghi secolo, uova di struzzo sospese in buie moschee, in chiese, mausolei furono osservate dagli occhi attenti dei viaggiatori nel Medio Oriente e nei suoi dintorni…
… L’uovo di struzzo, incastonato in una gabbia di metallo e sospeso alla volta, è un comune ornamento degli edifici religiosi dei Copti, dei Greci e anche dei Musulmani…”
J. Spargo

Potremo dedurre allora che nel castello veramente vi era un uovo in una gabbia, appeso ad una volta, non opera magica di Virgilio ma chiara espressione di forme di religiosità greco-orientali.
Per dirla in parole povere, probabilmente l’uovo era appeso, nel periodo ducale, in qualche cappella del basiliano convento del Salvatore ed aveva un significato strettamente religioso.
In questo modo vengono a cedere però tutte le ipotesi prima fatte, tutte le deduzioni a cui il precedente ragionamento ci aveva condotto.
Concordiamo allora con l’articolo di W. Viëtor del 1877, Zeirschrift für Romanische Philologie, in cui viene rinnegata ogni “popolarità” della leggenda di Virgilio riconducendo il tutto a semplici invenzioni letterarie?
Mi sembra un po’ poco, un tantino riduttivo.
Se il suo mito ha sconfinato il tempo, se è giunto fino a voi, forse le sue azioni sono state veramente permeate di “magia” ed i rituali compiuti, nella loro attuazione, rievocatori di componenti misteriosofici.
Forse è il caso di fermarsi un attimo a riflette prima di tentare nuovi approcci alla leggenda… anch’io ne ho bisogno… sono pur sempre un’anima trapassata da… boh, non ricordo più da quanti secoli, e ogni tanto la stanchezza sembra vincermi.
Un attimo solo per favore.

venerdì 28 marzo 2008

’A Capa ‘e morte e il Castel dell’Ovo: leggende fantasia e dintorni, prima parte di Titti Esposito


I PARTE

Rieccomi di nuovo qui. Già , ancora qui per narrare ma, più che altro, per quieto vivere…
….che paradosso per un’anima trapassata.
Non potete immaginare il putiferio che è scoppiato nell’aldilà dopo il mio breve racconto su Mago Virginio e tutto perché non ho menzionato in esso il Castel dell’Ovo. Sì, proprio così, perchè non ho fatto accenno alla leggenda medioevale di questo castello secondo la quale, in esso, Virgilio vi avrebbe nascosto, in una caraffa colma d’acqua e dal becco stretto, protetta da una gabbia di ferro finemente lavorata, un uovo capace di proteggere il castello e la città di Neapolis da qualsiasi catastrofe.
- E’ quindi Virgilio che si è risentito?- chiederete voi.
Tutt’altro… Lui ha assistito a tutta la scena da una certa distanza, con signorile distacco ed un sorriso sornione stampato sul viso.
Chi ha dato vita a grande polemica è stata invece Giovanna I , regina di Napoli, figlia primogenita di Carlo D’Angiò e Maria di Valois che nel Castrum Ovi incantati, residenza di famiglia, vi ha vissuto per vari anni.
Secondo la nobildonna, la mia mancanza è risultata una gravissima offesa nei confronti del Sommo Vate e della storia della città di Partenope perché alla costruzione di tale castello pare risalirebbero addirittura le origini della città.
Armato di tanta pazienza ma forse di poca diplomazia, ben sapendo cosa in realtà l’avesse infastidita, ho cercato di farle comprendere che la mia precedente narrazione forse non era proprio il contesto più idoneo per far riferimento alla fortezza e alla sua storia, ne tanto meno ai personaggi che vi avevano abitato e che in un certo senso avevano operato per perpetuare nei secoli la leggenda.
Non l’avessi mai detto!
Sua Maestà la regina ha cominciato a strepitare e ad urlare accusandomi di essere un ingrato, un gran villano, uno zotico…
Dovete sapere,infatti, che il castello sorge sull’isoletta di Megaride, isoletta costituita da due scogli uniti da un arcone, e sulla quale, secondo la tradizione, si sarebbe impigliato il corpo inerte della sirena Partenope ,suicida per non essere riuscita ad incantare con la sua voce melodiosa l’eroico Ulisse.
Per amor della cultura riporto qui la descrizione della collocazione della fortezza fatta da una encomiabile figura nei primi del 900:
“Là dove il mare del Chiatamone è più tempestoso, spumando contro le nere rocce, che sono le inattaccabili fondamenta del Castello dell’Ovo, dove lo sguardo malinconico del pensatore scopre un paesaggio triste che gli fa gelare il cuore, era altre volte, nel tempo dei tempi, cento anni prima della nascita del Cristo Redentore, una isola larga e fiorita che veniva chiamata Megaride…”
Matilde Serao

Ora, intorno al 1370, un evento sismico, pare avesse fatto crollare l’arco naturale che univa i due scogli sul quale il castello era stato costruito causando ingenti danni alla struttura .
La regina Giovanna, come riportano dettagliatamente le cronache coeve, dovette così predisporre la ristrutturazione dell’edificio e dell’arco e tranquillizzare il popolo sulle sorti dell’uovo, giurando di aver provveduto alla sua sostituzione, ristabilendone i poteri magici, per evitare che si diffondesse il panico per nuove e ben più gravi sciagure.
In un certo senso , la bella sovrana si era aggraziata la plebe che proprio di buon occhio non la vedeva semplicemente per la movimentata vita amorosa che era solita condurre nel castello. L’edificio, infatti, dal volgo era spesso chiamato “…della Regina Giovanna”, ammiccando, rievocando, in sostanza, l’immagine delle profonde fosse del castello sul cui fondo erano fissate lame di spade e punte aguzze e in cui, sempre casualmente e misteriosamente, precipitavano i suoi numerosi amanti all’uscita dal suo talamo.
Capite ora il perché di tanto sbraitare?
Inevitabilmente parlando del castello avrei dovuto parlare della regina Giovanna D’Angiò e riportare il suo nome alla ribalta.
Altro che amore verso la storia di Napoli… altro che rispetto verso Virgilio…
Comunque, pur di porre fine al suo monologo isterico, ho dovuto prometterle che avrei raccontato la storia di Castel dell’Ovo, il tutto sotto lo sguardo divertito di Virgilio che, vista la “quiete” tornare, decide finalmente di avvicinarsi per riverire al suo cospetto e sparire.
A questo punto mi sembra doveroso però, prima di andare ad analizzare la “la leggenda dell’uovo”, i cui aspetti appaiono estremamente interessanti, fare una brevissima ricostruzione storica delle sorti del castello.
I primi a sbarcare sull’isolotto di Magaride intorno al VII secolo a.c. furono i Cumani (di origine greco-euboica) e lì fondarono un avamposto mentre sul retrostante monte Echia il primo nucleo della futura città di Partenope.
Su di esso, poi, intorno al I secolo a.c., durante la dominazione Romana, Lucio Licinio Lucullo vi fece costruire una immensa villa che fu in seguito fortificata dall’imperatore Valentiniano III.
Nel 476 d.c. nell’edificio vi fu rinchiuso, invece, l’ultimo imperatore romano Romolo Augustolo che ivi morì segnando così la fine dell’Impero Romano d’Occidente.
(il castello negli anni a venire sarà prigione anche per la stessa Giovanna I d’Angiò, per il figlio di re Manfredi di Svevia, per la principessa d'Acaja, per Tommaso Campanella, per numerosi giacobini, carbonari e liberali fra cui Francesco De Santics).
Nei secoli successivi la struttura divenne sede di un convento (convento basiliano detto del Salvatore) fondato da religiosi provenienti, con le loro reliquie, dall’Oriente per sfuggire alle persecuzioni promosse dall’imperatore Leone III Isaurico.
Su Magaride sbarcò e trovò rifugio pure Santa Patrizia (compatrona di Napoli) per sottrarsi alle bramose voglie dello zio Imperatore d’Oriente, nelle sue grotte vi morì e perciò spesso nella tradizione arcaica la sua figura è stata affiancata a quella della sirena Partenope.
Poi Normanni, D’Angiò, Aragonesi…
Comunque, per fornire notizie più dettagliate mi sono rivolto ad una conoscenza terrena: date un’occhiata :
http://video.libero.it/app/play?id=fe4ccd8e0aa814358e223a205e9e5a90
Io intanto ne approfitto per allontanarmi un momento.
Con permesso.


Titti Esposito

mercoledì 27 febbraio 2008

L’ultimo canto di Mago Virginio: leggenda e dintorni di Esposito Titti



“…Per mare non andare… a casa devi stare..
… per mare non uscire… attento puoi morire…”

Tale è all’incirca la traduzione della mia ultima profezia per Mago Virginio, una delle tante premonizioni che per lungo tempo mi hanno legata a lui e permesso di levarlo d’impiccio in più di una occasione.
Ma si sa l’amore è cieco, o forse è meglio dire in questo caso sordo…
A questo punto vi starete certamente chiedendo chi sia io: è prevedibile e certamente lecito.
Io sono “’a Capa ‘e morte” (testa di un morto), fedele amica e consigliera del sommo Virgilio che durante il suo soggiorno nella dolce Partenope ebbe, per mia gioia e suo piacere, la compiacenza di accogliermi e custodirmi nella sua altra dimora nei pressi della montagna di MonteVergine.
Stiamo parlando dunque di quel Virgilio?
Si, proprio di lui: Publio Virgilio Marone, autore dell’Eneide, cantore della dolce poesia bucolica latina, eccelso poeta che attraverso la sua elegia ha manifestato alte doti d’ingegno e liricità, ma soprattutto di quel Virgilio o Virginio, qual si voglia, supremo mago, adepto del neopitagorismo che, per gli innumerevoli prodigi compiuti a beneficio della città e del suo popolo e per la capacità di utilizzare talismani e forze sovrannaturali per favorire e sanare, ha rappresentato per le genti partenopee quasi un nume tutelare.
Fu Lui, infatti, ad avvolgere Partenope di un’aurea magica nascondendo sottoterra una specia di palladio che protesse la città dalle sciagure finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt. Lui a porre due teste, una sorridente e l’altra mesta, in cima alle porte della città in modo da far trarre buon o cattivo auspicio a colui che, inconsapevolmente, le varcava. Ancora Lui a “sanare” da epidemie gli animali e a “liberare” da invasioni di insetti e sempre Lui a preoccuparsi della salute della plebe piantando un orto di erbe medicinali e magiche, protetto da mura invisibili, su a Montevergine (il nome originario della montagna, per essere proprio precisi, era a quel tempo Monte Virgilio, poi con l’avvento del cristianesimo fu tramutato in MonteVergine, ufficialmente in onore della Vergine Maria ma in realtà per occultare il suo mito, un mito pagano… )
A Lui sono ancora attribuite costruzioni di strade, di bagni termali, di reti fognarie e la prodigiosa perforazione della ''Crypta Neapolitana'', compiuta con l’aiuto di circa duemila demoni, per facilitare il viaggio da Napoli a Pozzuoli .
A testimonianza di quanto narrato, provate a consultare un po’ 'Cronaca di Partenope - o meglio Croniche de la inclita Cità de Napole ', un testo della metà del XIV secolo, attribuito da qualcuno a Bartolomeo Caracciolo (ma su questo ho qualche perplessità) e che, per ammissione dello stesso autore – narrando episodi fino al 1382, riporta cronache anche molto lontane nel tempo.
Un’altra occhiata la darei poi anche agli “Otia imperialia” di Tilbury (1211), alla “Storia Naturale” del Neckam, al “Trattato de regimine rectoris” di Fra' Paolino Minorita (1345/1367) e, per citare qualche fonte più vicina a voi, proporrei anche “Il segno di Virgilio” di De Simone (1982)
Come non venerare dunque un uomo di così alta progenie: mago, taumaturgo, vate…
I suoi libri divennero presto fonti divinatorie, le cosiddette sortes virgilianae, e successivamente, nel periodo medioevale, furono interpretati anche cristianamente. In essi fu così individuato un Virgilio profeta, in particolar modo nella IV egloga delle Bucoliche in cui egli accenna alla nascita di un “divin puer” che fu identificato con Gesù Cristo.
Credo, però, di aver divagato ora un po’ troppo. Chiedo scusa ma non mi capita più tanto speso di poter parlare di Lui.
In verità non mi capita più tanto spesso proprio di poter parlare…
Ma torniamo ai fatti…
E’ cosa nota come Virgilio sia stato spesso autore di bellissimi canti popolari: io ne ero l’ispiratrice e Lui, grazie alla sua arte, l’abile creatore, capace di lasciar trapelare dai versi sentimenti così profondi e veri da rendere ogni canto un sogno suggestivo in cui perdersi.
Il mio mago era solito poi appuntare questi canti in un libro che custodiva gelosamente e portava sempre con lui in ogni suo viaggio.
Al tempo del mio racconto, comunque, Virgilio si era invaghito di una bellissima fanciulla siciliana: lunga chioma nera, occhi scuri e profondi, voce soave… una vera e propria sirena, insomma, e come tale capace di rapire e dominare il cuore di un uomo, ma distante, molto distante da Napoli.
Ora se pur l’alto ingegno del mio caro amico lo aveva fatto elevare a mente eccelsa, capace di tutto comprendere e dominare, la potenza di questa nuova passione ne aveva al momento offuscato completamente i lumi e per la prima volta mago Virginio non ascolta il mio consiglio e decide di imbarcarsi. Tra il mio stupore, o forse sarebbe più giusto dire sgomento, racimola le sue cose, prende il suo libro delle canzoni e parte.
E sulla barca comincia a comporre altri versi.

Vurria addeventare pesce d'oro ( Vorrei diventare un pesce d’oro)
Dint''a lu mare me jesse a menàre nel mare andrei a gettarmi)
Venesse 'o piscatore e me pescasse Verrebbe un pescatore per pescarmi…)


E via… altre rime in cui immagina che il suo dolce amore lo scelga tra i tanti pesci per poi costruire una casetta in mezzo al mare con penne di pavone, in quel mare che in se’ racchiude un mondo incantato e di incontaminata bellezza.
Ma il mare, si sa, se vuole, sa essere anche gran traditore … e la mia profezia si avvera.
Con lui in fondo al mare finisce anche il suo libro dei canti che sarebbero andati completamente persi se alcuni pescatori non li avessero poi imparati ascoltandoli da una conchiglia.
E così l’ultimo canto del grande Virgilio nasce nel mare, in esso scompare e da esso rinasce per opera di quella stessa magia che nel corso dei secoli ha reso il suo mito immortale. Il mio fantasioso racconto, invece, potrebbe bonariamente spiegare l’assenza di fonti scritte per alcune delle più belle canzoni popolari che ancora oggi, insieme alla leggenda di Mago Virginio, vengono tramandate di padre in figlio superando i confini del tempo.


Esposito Titti

martedì 29 gennaio 2008

TAMMURRIATE III parte di Esposito Titti


Dopo aver posto la nostra attenzione alla matrice pagana della tammurriata e ad alcuni suoi rituali legati al calendario liturgico, appare opportuno evidenziare anche altri aspetti che siffatta forma musicale ha nel corso dei secoli esternato.
Nata come canto di lavoro, ma utilizzata anche nei momenti di svago per alleviare la fatica quotidiana, la tammurriata diviene da subito espressione e strumento per diffondere e consolidare i valori intrinseci l’humus rurale e le modalità di adattamento dell’uomo ai naturali cicli del creato. Difatti, da ottobre a gennaio, quando la natura dorme e si prepara per fiorire nei mesi successivi, anche l’attività dei cultori di tale linguaggio è legata esclusivamente alla preparazione degli strumenti (si ricercano i legni più adatti, si conciano le pelli, si costruiscono o riparano gli strumenti); le prime “suonate” solo a Sant’Antonio (17 gennaio) e a Carnevale e poi, con il risveglio della primavera, l’arrivo dell’estate e il lavoro nei campi… le grandi feste… le lunghe veglie dei pellegrinaggi.
I contenuti sono da ricollegarsi dunque anche alla natura e ai suoi ritmi, ai sentimenti umani più immediati e passionali e quindi al concreto evolversi della vita dell’individuo in una data comunità e in un determinato contesto geografico e storico con precise forme di organizzazione sociale.
Il canto di conseguenza, ricco di metafore, doppi sensi, similitudini ed eufemismi maliziosi, appare poesia “collettiva” e “manifesto” della collettività mentre la musica svolge una vera e propria funzione sociale.

I testi utilizzati non hanno mai un’articolazione fissa; i cantori attingono di volta in volta da un vasto repertorio di distici memorizzati che la trasmissione orale ne ha fatto patrimonio comune per cui ogni esecuzione risulta una “composizione” unica e originale.
A questo punto è facile comprendere le piccole varianti che è possibile riscontrare nelle tammurriate delle diverse zone campane anche se, chiaramente, l’elemento portante con il suo ritmo è per tutti la tammorra. Accanto ad essa, però, fanno bella mostra di sé le castagnette, intagliate nel legno di ulivo, limone o arancio e suonate a coppia: quelle “maschio” impugnate con la destra e differenti lievemente di tono dalle “femmine”, impugnate con la sinistra. Ciò rievoca un’antica simbologia secondo la quale nell’uomo è possibile individuare elementi maschili ed elementi femminili, simbologia riscontrabile anche in alcune rappresentazioni iconografiche di Madonne del Meridione che hanno sulla destra il Sole e sulla sinistra la Luna: ovvero il “maschile” ed il “femminile”.


Certo l’opera di ricerca condotta dagli etnomusicologi negli ultimi decenni in questo campo non è stata sempre facile, assenza di fonti scritte e quindi di una documentazione consultabile attendibile ha costretto gli studiosi ad una faticosa ricerca “in campo” e quindi ad un contatto diretto con alcuni detentori del linguaggio della tammorra. Ciò ha permesso però anche il cogliere una serie di valori pratici, etici ed estetici che hanno favorito una migliore comprensione dei componenti magico-rituali e culturali della tammurriata.


Dalle ricostruzioni fatte è emerso comunque che pur essendo legata al mondo contadino talvolta la tammurriata è riuscita a varcare i confini delle realtà rurali. Tra il cinquecento e il seicento a Napoli era possibile ascoltare delle forme musicali affini ad essa che le cronache del tempo chiamavano “canzoni” senza tralasciare, poi, che, presumibilmente, anche la canzone partenopea di alto lignaggio ha talvolta attinto dal suo patrimonio : un esempio può essere dato dalla struggente e bellissima canzone “Fenesta ca lucivi”(il testo narra di un innamorato che non vedendo più la luce accesa alla finestra della sua amata, comprende che è motta e se ne strugge) che giunta a Napoli come “canto di disperazione” viene modificata nel ritmo e nella musica per divenire il classico che noi conosciamo.


Quello che comunque oggi è giunto a noi è certamente solo una piccolissima parte di ciò che è stata la “tammurriata” nei secoli passati. Consapevoli che il trascorrere del tempo, amico fedele dell’oblio, la modalità di trasmissione, la contaminazione del progresso, l’industrializzazione e la migrazione verso i centri urbani hanno in gran parte minato quella attività spirituale della collettività capace di creare, tramandare e rinnovare un certo tipo di cultura in cui ogni particolare ha una propria simbologia, non ci resta che cogliere sorridendo la ricchezza poetica che l’espressività della tradizione orale campana ci offre.





Esposito Titti

sabato 5 gennaio 2008

Tammurriate in Campania: Una Cultura Millenaria: Parte seconda di Esposito Titti

Parlare oggi di tammurriate significa volgere la nostra attenzione ad un linguaggio musicale antichissimo in cui musica, canto e ballo si intersecano in un rituale folklorico dai mille colori; un linguaggio che, caldo, passionale e “incalzante”, riesce a divenire espressione dell’animo e della religiosità di una comunità ma che trae le sue vere origini da culti pagani riconducibili alla Magna Grecia.
Osservare come suonatori di tammorre, cantori e ballerini, su un tempo binario, utilizzando una particolare scansione metrica dei versi (o endecasillabi con periodiche modifiche o un metro ottonario con l’inserimento di stereotipi) ed una gestualità codificata nei movimenti, riescono ad esprimere, in perfetta armonia, gioie e dolori, sacralità e devozione, ha sicuramente un suo fascino.


Di certo chi non ha mai assistito ad una “tammurriata vera” difficilmente può immaginare: basta però partecipare nei mesi di aprile e maggio ad una delle feste popolari in onore di una delle Sette Madonne Campane, feste in cui essa trova principale collocazione, per comprendere quanto detto e cogliere al contempo la radice pagana legata ad essa.
Denominatori comuni di tutte queste Madonne, infatti, sono la loro rappresentazione in trono e la collocazione delle loro festività nei mesi in cui la natura si risveglia e la civiltà contadina avverte la necessità di riti propiziatori per il raccolto, elementi questi tutti riconducibili al culto di un’altra divinità femminile che come la Madonna era simbolo di fertilità e anch’essa era collocata in trono: Demetra, dea delle messi.


Facciamo dunque riferimento a circa duemilacinquecento anni fa, all’opera di colonizzazione della Magna Grecia in Italia ( e ciò spiegherebbe il perché della diffusione delle tammurriate solo nell’entroterra del Sud e non del nord Italia) e a rituali cerimoniali in onore di una dea al cui culto si associava un ballo con l’utilizzo di un tamburo molto simile all’attuale tammorra. Come essa anche il tamburo di Demetra, e successivamente in epoca romana quello utilizzato nei rituali in onore di Cerere, veniva percosso a mani nude e le rappresentazioni su reperti archeologici, affreschi e bassorilievi, databili intorno al V secolo a.c., ne sono testimonianza tangibile.
Accanto ai riti mariani in cui la Tammurriata appare nella sua forma più arcaica e verace, “il canto e il ballo sul tamburo” trovano anche modalità di espressione nelle più svariate attività ricreative e di aggregazione e si arricchiscono di contenuti che vanno ad esaltare i molteplici sentimenti dell’animo umano: la protesta, la sfida, il corteggiamento, la passione, l’amore infelice…



Tammurriate dunque come forma di cultura rurale, come trasposizione cristiana di culti pagani, come esternazione dell’indole umana ma soprattutto come tuffo nel passato col quale è possibile far riemergere e rivivere nel presente certe tradizioni per non lasciarle cadere nell’oblio.




Titti Esposito

venerdì 2 novembre 2007

Somma Vesuviana: terra di tammorre e tradizioni di Titti Esposito


Tammuriata
Inserito originariamente da normanczabo
Quanti di voi hanno visitato questa piccola cittadina situata sul versante settentrionale del Vesuvio, alle pendici del monte Somma?
Sicuramente in pochi e sicuramente in pochi sono a conoscenza del valore culturale che questa terra ha nell’ambito della musica popolare e della ricerca e ricostruzione del patrimonio folkloristico partenopeo.
Le profonde trasformazioni che negli ultimi cinquant’anni hanno investito il paese, modificandone l’assetto sociale e culturale, sembrano non aver quasi intaccato “il bagaglio folklorico” di Somma Vesuviana; certi riti, certe tradizioni e certe musiche sembrano aver resistito impavidamente alla “modernità” incombente, magari adattandovisi in modo spesso imprevedibile ma conservando in sé gran parte di quella magia primitiva che li ha generati.
Una vera e propria fonte di ricchezza per gli etnomusicologi!
Difatti, ancora oggi, su quella montagna tanto amata dai sommesi, con la quale intrattengono un rapporto di amore quasi carnale, si svolgono riti arcaici e profani, uguali da secoli, fusi in un meraviglioso sincretismo con quelli cattolici.
Così, ballando e cantando al ritmo di tammorre, vere detentrici del linguaggio folklorico, si venera la Vergine Maria, dispensatrice di grazia e misericordia, e si esaltano al contempo sentimenti e passioni della vita quotidiana… la gioia dello stare insieme.
Nelle sfide tra gruppi di cantori nei “canti a figliola” e nelle “fronne” emerge ancora oggi chiaramente la connotazione culturale della tradizione popolare dove la voce ha uno specifico ruolo, proprio in un’epoca in cui secondo il M° Roberto De Simone “la voce ha perso voce”.
Ecco che allora a Somma Vesuviana è possibile sentir risuonare cori e ritmi appartenuti al passato ma che la musica popolare, quella del popolo, trasmessa oralmente di generazione in generazione, rende tuttoggi vivi e vibranti ed esprime e divulga una cultura millenaria.

Titti Esposito