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giovedì 26 marzo 2009

File under Popular: lo studio della musica popolare in Italia

“Siccome non avevo avuto alcuna istruzione for­male, per me tra Lightnin’ Slim, il gruppo vocale dei Jewels (che ai tempi cantavano Angel In My Life), Webern, Varèse o Stravinskij non c'era differenza. Per le mie orecchie ERA TUTTA BUONA MUSICA.” Frank Zappa

3. Gli studi sulla musica popolare, in Italia, non sono né una no­vità né una rarità. Che la canzone, il pop, il rock, la musica del cinema, della televisione, della pubblicità, e gli altri generi che insieme formano il campo musicale definito popular dagli an­glosassoni, che questa musica “leggera”, “di consumo” potesse essere presa sul serio, esaminata, interpretata, analizzata, in Ita­lia si è cominciato a pensarlo, a discuterlo, a farlo, almeno fin dalla prima metà degli anni sessanta.
Le spinte che confluivano in questo di­battito erano diverse e fra loro eterogenee: il boom economico e l'emergere dei giovani come cate­goria di consumatori, l'espansione dell’industria discografica e della televisione e le conseguenti preoccupazioni per la massifi­cazione della cultura, lo scontro politico in una fase sospesa tra guerra fredda e disgelo, una certa visione culturale (e politica) che vedeva il “popolare” come sinonimo di “genuino” e il “colto” come sinonimo di “artefatto” o peggio “borghese”. Erano gli anni dei cantautori e di Bella Ciao (lo spettacolo che scandalizzò l'Italia benpensante risco­prendo il canto popolare), erano gli anni dei Beatles e dei Fe­rienkurse di Darmstadt (culla della musica d'avanguardia), era­no gli anni in cui si pubblicavano gli scritti di Adorno sulla mu­sica e quelli di Umberto Eco sui fumetti e la pubblicità. E su La canzone di consumo. E’ questo il titolo di un saggio inserito nel 1964 in Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, un libro che generò allora le stesse rea­zioni giornalistiche (tra lo stupefatto, lo scandalizzato, il com­piaciuto) che ancora oggi ‑ a più di trent'anni di distanza ‑ si ri­scontrano ogni volta che si scopre che in qualche università (al­la Sorbona, a Liverpool, a Berlino, o a Bologna, a Roma, a Tren­to, a Lecce) qualcuno si occupa seriamente del rap, dell'estetica dello studio di registrazione, della funzione del backbeat di rul­lante nel rock'n roll, della forma‑canzone. Il breve saggio di Eco, e il libro del quale era originariamente un commento (M.L. Stra­niero, S. Liberovici, E. Jona, G. De Maria, Le canzoni della catti­va coscienza, Bompiani, Milano 1964) anticipano di almeno cinque anni le prime riflessioni estetiche e sociologiche pubblica­te negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, così come il dibattito di cui fu protagonista il Nuovo Canzoniere Italiano (insieme a vari studiosi e critici, come Roberto Leydi) precede quello, per molti aspetti analogo, da cui nacquero libri come The Sound of Our Time di Dave Laing (Sheed and Ward, London 1969), o The Aesthetics of Rock di Richard Meltzer (Something Else Press, New York 1970), considerati fra gli antesignani degli stu­di sulla popular music nel mondo anglosassone.
Da allora non si è mai smesso ‑ nel nostro paese ‑ di discute­re e di riflettere a vari livelli di profondità e con diversi strumen­ti disciplinari (dall'emomusicologia alla critica letteraria e ideologica, dall'economia politica alla semiotica, dalla sociologia al­la musicologia in senso stretto) di canzone, di rock, di popular music. L’esperienza emomusicologica e politica del Nuovo Canzoniere Italiano e dell'Istituto De Martino è confluita in quella de “I giorni cantati”, rivista nella quale protagonisti del dibattito de­gli anni sessanta e settanta (come il direttore Sandro Portelli, Ce­sare Bermani, Franco Coggiola, Giovanna Marini) si sono uniti ad altri (Massimo Canevacci, Ambrogio Sparagna, Felice Liperi, e altri ancora) per affrontare vari aspetti della dimensione urbana e industriale della popular music; la ricerca di un confronto fra musicisti, studiosi e pubblici appartenenti a generi diversi, ti­pica delle iniziative di "Musica/Realtà" dei primi anni settanta, è continuata sulla rivista omonima, diretta da Luigi Pestalozza, che ha mantenuto in tutti i numeri una presenza costante di saggi sul­la popular music, contribuendo in modo determinante a creare contatti fra studiosi italiani (Nemesio Ala, Alessandro Carrera, Umberto Fiori, Emilio Ghezzi, Paolo Prato, me stesso) e stranie­ri (Richard Middleton, Philip Tagg, John Shepherd, Dave Laing, lain Chambers, Shuliei Hosokawa, e altri); né si può dimentica­re 'Laboratorio Musica", la rivista diretta da Luigi Nono, che die­de numerose occasioni per riflessioni approfondite sulla canzo­ne e sul rock; altre riviste, come "Musiche" e "Auditorium" han­no affiancato alla cronaca, alle recensioni, alle interviste (spesso fonti di informazioni preziose, anche per il grande rigore della documentazione) dibattiti e saggi importanti; il Club Tenco ha or­ganizzato ‑ oltre alle note rassegne della canzone d'autore ‑ con­vegni e dibattiti, e alcuni dei suoi principali sostenitori, come Ma­rio De Luigi, Enrico De Angelis, Sergio Sacchi, sono tra i più at­tivi commentatori della canzone e della sua industria
Inoltre, diverse sono le università italiane nelle quali ci si occupa con con­tinuità (anche se in vari modi e a vario titolo) di popular music; tra i docenti, oltre al già citato Portelli a Roma, Mario Baroni, Gi­no Stefani, Franco Minganti e Roberto Leydi a Bologna, Rossa­na Dalmonte e Gino Del Grosso a Trento, Gianfranco Salvatore a Lecce, mentre sta crescendo una generazione di studiosi laurea­tisi con tesi intorno alla popular music o che su di essa hanno da­to contributi importanti (come Luca Marconi, Roberto Agostini, Vincenzo Perna). Esiste dal 1983 una sezione italiana della In­ternational Association for the Study of Popular Music (iAspm), che pubblica un bollettino di informazione ("Vox Popular,'). La iAspm italiana fa parte (insieme ad altre società musicologiche) del Gruppo di analisi e teoria musicale, e ha collaborato all'orga­nizzazione del Secondo convegno europeo di Analisi musìcale del 1991, un'intera sessione del quale era dedicata alla popular mu­sic. Nel 1995 si è tenuto all'Università di Trento un convegno su Analisi e canzoni, con la partecipazione di un gran numero di stu­diosi italiani. Insomma, nonostante l'occasíonale cronista si stu­pisca che il rock possa essere oggetto di studio, nonostante sia an­cora difficile convincere un editore che un'analisi della canzone Fernando degli ABBA possa essere altrettanto rigorosa e interes­sante per il pubblico dei lettori musicofili di una dissertazione sulla forma ABA del Lìed romantico, gli studi sulla popular music in Italia godono di una certa tradizione, diffusione e rispetto (ne siano una testimonianza, in questo volume, i numerosi riferimenti bibliografici e il trattamento di particolare attenzione nei con­fronti di alcuni studiosi, soprattutto Gino Stefani).

Vedi Franco Fabbri da “Studiare la popular music” di Richard Middleton, Feltrinelli 2001

martedì 24 marzo 2009

File under Popular: Quattro possibili definizioni improbabili



2. Tutte queste quattro categorie sono legate a interessi specifici e, almeno per quanto mi riguarda, nes­suna di esse è sufficiente.

La prima (musica popolare come tipo di musica in­feriore) si basa su criteri arbitrari la cui dimostrabilità è tutta da verificare.

La seconda (musica popolare è musica che non sia qualche altro genere di musica) è insufficiente per quanto riguarda le delimitazioni ‑ laddove è impossibile stabilire confini netti fra “folk” e “po­polare” e tra “seria” e “popular” ‑ e tende anch'essa a basarsi su criteri arbitrari per definire il complemento “populare”. Per esempio, la musica "seria" è comunemente considerata "com­plessa", "difficile", di natura "impegnativa"; la musica popolare dovrebbe essere quindi definita come "semplice", "accessibi­le", in una parola: “facile”. Ma molti brani musicali comunemente considerati “seri” (l'Hallelujah Chorus di Hándel, molti Lieder di Schubert e molte arie verdiane) sono di grande semplicità; per contro, non è assolutamente scontato che i dischi dei Sex Pistols siano "ac­cessibili", che la musica di Frank Zappa sia "semplice" o quella di Billy Holiday "facile".

La terza categoria (musica popolare come connessa a un particolare gruppo sociale) è inadeguata perché le pratiche e i generi musicali, anche quelli legati alle minoranze più estreme, non po­tranno mai essere limitati a particolari contesti sociali. Lo con­fermano la mobilità sociale e l'instabilità a livello di classe odier­ne, come anche il carattere sempre più omogeneo della diffusio­ne dei media e del mercato culturale. Ma anche nel XIX secolo le canzoni da salotto e i motivi del teatro "borghese" erano ascoltati e riprodotti da molti lavoratori, che inoltre avevano modo di ascoltare la musica "seria" eseguita da bande e in concerti all'a­perto, mentre la proprietà della canzone “folk” era disputata fra Il contadini", operai, scrittori e artigiani piccolo‑borghesi e colle­zionisti aristocratici. Da un punto di vista più teorico, in qualsia­si momento della storia, il campo musicale e la struttura sociale, anche se chiaramente collegati, costituiscono due "rnappe" di­verse dello spazio socio‑culturale, e una non può essere ridotta matematicamente all'altra.

La quarta categoria (musica popolare in quanto tale perchè diffusa dai mass media e/o in un mercato di massa) è anch'essa insufficiente, e questa volta per due ragioni. Lo sviluppo dei metodi di diffusione di massa (prima la stampa, poi l'elettromeccanica e infine l'elettronica) ha condizionato tutte le forme musicali, e tutte possono essere considerate oggetto di consumo; se la distribuzione capillare di una registrazione di una sinfonia di Beethoven (vedi la vecchia pubblicità del brandy Etichetta Nera”) fa sì che quest'o­pera diventi “musica popolare”, allora questa definizione è a dir poco inutile. Inoltre tutte le forme di quella che viene general­mente considerata musica populare possono per principio essere diffuse con metodi diretti (per esempio i concerti) e non attraver­so i mass inedia, e tutte possono essere gratuite, o anche struttu­rate a livello di una partecipazione collettiva, piuttosto che esse­re vendute come un oggetto di consumo (vedi determinate scene musicali caratterizzate da una vera allergia ai mass media.
Il dibattito è quanto mai aperto e caratterizzato da una grande confusione di fondo: Piazzolla è “colto” o “popolare”? Ha studiato con Ginastera e la Boulangier, ma ha un approccio anti accademico, suona una musica che è nata nei bordelli ma l’ha elevata a colonna sonora universale.
Steve Reich è un compositore che trae spunti dalla musica popolare africana e ebraica, non viene dall’accademia ma è suonato dai più importanti ensemble contemporanei.
Il premio Oscar alla carriera Ennio Morricone è un compositore per musiche di film western? Un eccellente improvvisatore? Un genio contemporaneo?
La mappa e il territorio che rappresenta mi sembrano quanto mai difficili da rappresentare in termini precisi, netti e definitivi. Ai posteri.......

Vedi “Studiare la popular music” di Richard Middleton, Feltrinelli 2001

lunedì 23 marzo 2009

File under Popular: Che cos'è la musica popolare?



1. Questa domanda, solo in apparenza ingenua, si è dimostrata essere nel tempo così enigmaticamente com­plessa che si è tentati di seguire l'esempio della leggendaria defi­nizione della canzone folk ‑ "tutte le canzoni sono canzoni folk; non ho mai sentito un cavallo che le cantasse" (il termine folk in questo caso è inteso nel suo significato principale di "gente") e suggerire che tutta la musica sia popular music, nel senso che è gradita (“populare”) almeno a qualcuno.
Personalmente ho sempre pensato che questa definizione ha sia il difetto di svuotare il termine di gran parte dei significati di cui è investito nel discorso corrente, ma anche il merito di andare a toccare una delle tante fonti di questi significati: ciò che è “populare” per me non lo è necessariamente per te. Ne consegue che tutti questi significati sono radicati socialmente e storicamente: essi portano il segno di particolari contesti e usi, e non sono mai neutrali.
Una minima "archeologia" del termine generale "popular" ri­vela sia la molteplicità delle sue connotazioni sia alcuni dei mo­vimenti storici che si sono associati a queste ultime: ha a che fare con il “popolo” (ma chi è e chi non lo è?), anche se spesso nel senso di vulgus, della gente comune, e quindi con un senso (spregiativo) di qualità inferiore o che soddisfa gusti volgari.
Sot­to l'influenza di un'ideologia democratica invece, tale significato si può capovolgere, e “populare” può diventare un termine di legit­timazione, come nel caso dell'America postrivoluzionaria. Un altro si­gníficato, nel senso di “favorito” (ma da chi poi?) diventa predominan­te, perlomeno in Gran Bretagna, verso la fine del XVIII secolo, mentre nel secolo seguente questo significato si avvicina di più ad "apprezzato" (cioè giudicato valido ‑ ma da chi sempre?). Anche l'uso positivo di questo termine riferito alla classe sociale (una cosa populare in quanto prodotta specificatamente dal ceto basso) inizia in questo periodo, e diventa uno dei sensi più frequenti nel nostro secolo.
Nella musica, l'uso quantitativo ("favorito") sembra essere emerso nel XVIII secolo, insieme allo sviluppo di un mercato com­merciale (borghese) di prodotti musicali; e nella prima metà del xix secolo, quando le canzoni per il mercato borghese (comprese quelle che adesso chiameremmo canzoni da salotto) venivano descritte come canzoni populari, ciò significava che erano un buon prodotto (e cioè erano apprezzate dalle persone la cui opí­nione contava). Sopravvivevano comunque anche le vecchie connotazioni e, durante il xix secolo, con l'impatto del Romanti­cismo, le canzoni populari potevano essere sinonimo di canzoni “contadine”, “nazionali” e “tradizionali”. Più tardi nello stesso secolo, il termine “folk” sostituiva questi significati legati al po­pulare, che passava invece a descrivere i prodotti del music hall e poi quelli di produttori di canzoni per il mercato di massa co­me Tin Pan Alley e il suo equivalente britannico (il San Remo nostrano?).
Nel xx secolo, molti di questi significati coesistono e si intrec­ciano in diversi usi del termine. Frans Birrer li ha riassunti a se­conda delle loro categorie principali, che possono esistere di per sé o combinate tra loro:

1) Definizioni normative. La musica popolare come tipo di musica in­feriore.
2) Definizioni negative. La musica popolare è musica che non sia qualche altro genere di musica (generalmente musica “folk” o “seria”).
3) Definizioni sociologiche. La musica popolare è connessa (è prodotta per o da) a un particolare gruppo sociale.

4) Definizioni tecnologico‑economiche. La musica popolare è diffusa dai mass media e/o in un mercato di massa.


sabato 19 aprile 2008

Speciale Corrado Sfogli: la voce del mio canto ...


LA VOCE DEL MIO CANTO

Corrado Sfogli racconta…


MP3 “Sotto il velo del cielo”

Brano presentato a San Remo nel 1998 molto bello, dotato di una forza particolare, ma forse in quel contesto non valutato a fondo in cui emerge l’esigenza di ricercare un Dio, … se ci sei, dove sei, dove ti nascondi…, ed il “bene”, non quello individuale, per la singola persona, ma quello collettivo, “il bene comune”.
La tammurriata si conclude con un omaggio alla città di Somma Vesuviana.

http://www.4shared.com/file/43889982/6c75c09f/04_sotto_il_velo_del_cielo_SAN_REMO.html
MP3 “Quando fernesce a guerra”

E’ un brano che mi piace molto, un brano cantato, contenuto nel CD Medina: che, attraverso una metafora, attraverso il sogno di una persona, auspica l’arrivo di un giorno in cui sulla terra non ci saranno più guerre. L’immagine è un po’ particolare, poetica, il sogno si concretizza attraverso il vento del mare che arriva, ti accarezza, ti entra dentro… è la libertà di non essere più assoggettato.
http://www.4shared.com/file/43889037/f03ad654/07_Quando_Fernesce_a_Guerra.html

MP3 “Chi è devoto”
E’ il racconto di un pellegrinaggio, di una “salita” verso la chiesa della Madonna di Castello sul monte Somma. L’immagine che affiora è quella di un cammino di devozione, fatto di notte, accompagnato da canti, in cui emerge l’impossibilità a volte di accedere all’interno del luogo sacro per le origini pagane dei canti stessi che pertanto vengono poi intonati fuori le porte del Santuario.
Una vera e propria tammurriata di devozione che ho scritto insieme a Pasquale Ziccardi.

http://www.4shared.com/file/43889734/6c7c916b/10_Chi__Devoto.html

MP3 “Il cammino”

Indica il cammino interiore, la purificazione dell’anima, del proprio essere.
Una rievocazione, direi, del significato dei pellegrinaggi che si facevano nel Medioevo verso Santiago de Composero o verso la Città Santa.
Ricco di significati nascosti, il testo fa riferimento ad alcuni rituali antichissimi che si facevano una volta con le “pietre verdi”, riconducibili al culto di Iside, e anche al rito della “divinazione” che si era soliti espletare la notte di San Giovanni, il 24 giugno, buttando del piombo fuso nell’acqua.
In base alla forma che il metallo assumeva, allora si “prevedeva” il proprio futuro.

http://www.4shared.com/file/43891390/6e23147b/09_Il_Cammino.html

MP3 “Parole perdute”
Parole perdute va inteso come “il linguaggio degli uccelli”. In sintesi ci si collega alla convinzione di un tempo secondo la quale solo chi sapeva parlare e ascoltare il linguaggio degli uccelli era in grado di comunicare poi con il Divino.
Anche questo brano, come Il cammino e Chi è devoto, è ricchissimo di significati esoterici, significati celati che, in un certo senso, come dicevano i vecchi esoteristi, possono essere letti solo da chi sa leggere e ascoltati solo da chi sa sentire certe cose…

http://www.4shared.com/file/43891545/af6ae20b/11_Parole_Perdute.html

MP3 “Gli occhi di Salgado”

Sebastiano Salgado è un fotografo brasiliano che è riuscito a cogliere con il suo obiettivo sempre scene molto particolari, forti… come le grandi
migrazioni di popoli…
Ricordo che eravamo in Brasile, a San Paolo, e lì c’era una sua mostra che occupava un capannone enorme, di fianco al teatro dove noi dovevamo la sera esibirci. Tra i tanti scatti, esposta vi era una sua opera che ritraeva un panno scuro da cui “uscivano” tre paia di occhi bianchi, appartenenti a
bambini di colore. Il tutto era molto commovente e fummo ispirati a comporre questa canzone.
Gli occhi, quindi, fanno riferimento sia a Salgado, al suo modo di vedere il mondo, sia ai tre
bambini ritratti nella foto.

martedì 6 novembre 2007

"CONTAMINAZIONI", Rassegna di musica popolare a Roma dal 8 novembre

Quinta edizione per "Contaminazioni", la rassegna di concerti organizzata dalla Scuola Popolare di Musica di Testaccio a Roma. Quattro le formazioni ospiti di quest'anno che mescolano le suggestioni della musica klezmer, balcanica, araba, persiana e sefardita a quelle della tradizione popolare italiana.
Inaugura la rassegna, l'11 novembre, l'ensemble Laudanova che traendo ispirazione dalle tradizioni musicali mediterranee e orientali riunisce interpreti e compositori di scenari differenti dalla musica classica all'antica, dalla tradizionale alla contemporanea. Tra gli strumenti utilizzati il violoncello, il flauto e la chitarra affiancati a quelli più antichi e tradizionali come il saz, il laud, lo zarb, il daf e l'harmonium.
A seguire, il 17 novembre, il duo Radicanto che presenta un viaggio nella sonorità pugliese da Matteo Salvatore a Enzo Del Re, dai Cantori di Carpino alle ballate salentine. Il terzo concerto è affidato all'Ocra Quartet, un ensemble orientale, che propone un viaggio dal Medio Oriente all'India, dall'America al Salento, guidato da Davide Conte, in veste di moderno cantastorie. Chiude la rassegna il quintetto Prasada, dedicato alla fantasia ebraica che mescola melodie mistiche di derivazione chassidica e canzone da Cabaret dell'Yiddish Theater di Brooklyn degli anni venti.