lunedì 14 ottobre 2013

Recensione di Caravaggio di Matteo Muntoni, Improvvisatore Involontario



Che vita quella di Caravaggio. Trentanove anni passati tra arte, amori, zuffe, depistagli, sregolatezze, perfino la condanna per un omicidio e la fuga perpetua per evitare la decapitazione. Da una vita così uno potrebbe aspettarsi un disco a dir poco nervoso, ma così non è. Questo disco non è figlio del Caravaggio uomo, di cui alla fine poco ci importa, ma dell’Artista, del genio assoluto, della vertigine creativa, del lirismo e della drammaticità pittorica per eccellenza.
Che importa cos'era l’uomo dopo così tanto tempo, l’uomo è carne, è ossa e alla fine è polvere, forse ricordo, forse maledizione. Ma l’artista, l’artista rimane, rimangono i suoi segni, la sua arte, la sua bravura, il suo saper cogliere e rappresentare la vita, il suo saper congelare le sue emozioni interne per continuare a emozionare noi, noi che di lui nulla sappiamo se non quello riportato nei libri di storia. Ecco, sì, le emozioni, perché alla fine cosa altro conta? Cosa può superare il tempo e i secoli se non le emozioni? Sono loro la misura di un artista, le emozioni e la poesia che egli ha saputo tramandare nel tempo, costringendo il tempo a rendergli omaggio, a accettarne la sconfitta, a dichiararlo immortale, eterno tra gli uomini.
Ed è forse questa l’idea alla base di questo disco, Caravaggio, disco che non so definire jazz, ma poetico, coraggioso, melodico, drammatico e lirico sì. Un Ensemble dotato di rara e raffinata integrazione e unione, Matteo Muntoni al comando coi suoi contrabbasso e basso elettrico, Francesco Ganassin, delicato e ispirato al clarinetto e all'ocarina, Enrico Cocco, meditabondo e sognante al violoncello, Andrea Ruggeri, scoppiettante alla batteria e percussioni, Elia Casu, nervoso, inquieto e tormentato alla chitarra.
Ogni brano, il titolo di un dipinto, ogni brano, pensieri, riflessioni, intuizioni, ispirazioni …. poesie. Da lasciarsi ammaliare, senza nessuna speranza, senza nessuna paura.
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