lunedì 16 marzo 2015

Intervista con il Trio Chitarristico di Bergamo e Andrea Aguzzi


Quando avete iniziato a suonare la chitarra e perché?

Ci siamo avvicinati alla chitarra in tempi molto diversi. Mario ha iniziato a sette anni mosso dallo spirito di emulazione nei confronti di suo padre che si esibiva con la chitarra elettrica in un gruppo degli anni sessanta. Luca ha intrapreso lo studio dello strumento ad undici anni, dopo esser stato affascinato da alcune esecuzioni di virtuosi della chitarra classica e moderna (Segovia e Van Allen su tutti). Marco ha iniziato da autodidatta molto tardi, quasi per scherzo, intorno ai 16/17 anni. Condividendo la passione chitarristica con amici e volendo approfondire lo studio dello strumento, a 20 anni si è iscritto ad un corso di chitarra classica: da quel giorno lo studio dello strumento è diventato parte fondamentale della propria vita.

Che studi avete fatto e qual è il vostro background musicale?

Mario: a sette anni ho iniziato lo studio privatamente. A undici sono entrato nella classe di chitarra del l’Istituto Musicale Donizetti di Bergamo e, sotto la guida di Giorgio Oltremari, mi sono diplomato con il massimo dei voti a 19 anni. Ho frequentato successivamente corsi di perfezionamento con Angelo Gilardino e Tilmann Hoppstock, mentre da autodidatta ho intrapreso parallelamente lo studio della chitarra elettrica. Mi sono successivamente Laureato in Musicologia e ho conseguito, sempre all’istituto Donizetti, il diploma in strumento di secondo livello. Pur avendo una formazione classica, amo ascoltare molta musica rock e heavy metal, che affronto anche da interprete e autore con un gruppo rock di amici.
Luca: dopo i corsi in biblioteca mi sono iscritto all’Istituto Donizetti di Bergamo , diplomandomi sotto la guida di Giorgio Oltremari. Sono stato membro per diversi anni di una rock band bergamasca. In ambito classico prediligo i concerti grossi barocchi e la musica sinfonica ottocentesca. In ambito rock ho una particolare dedizione ai grandi virtuosi come Steve Vai, Joe Satriani, Tony McAlpine.
Marco: dai vent’anni ho portato avanti parallelamente gli studi in Musicologia e lo studio della chitarra classica terminandoli nello stesso periodo. Mi sono diplomato al conservatorio di Piacenza sotto la guida di Marco Taio. Ho frequentato successivamente corsi di perfezionamento con Carlos Bonell e Giulio Tampalini e ho conseguito con il massimo dei voti il Diploma di Secondo Livello in chitarra all’Istituto Donizetti di Bergamo, al termine di due anni di studio con Luigi Attademo. E’ molto difficile sintetizzare in poche righe il mio background musicale. Se devo citare qualche punto di riferimento, direi sicuramente Bach e molti autori del Novecento: Debussy, Stravinskij, Bartok… ma anche Charles Mingus, Jimi Hendrix (come non inserirlo, sono anch’io mancino..). Negli ascolti prediligo la musica cameristica e sinfonica, da cui traggo i principali spunti interpretativi.

Con che chitarre suonate e con quali avete suonato?

Luca possiede una Masaru Khono Special dell’89 e Mario una Masaru Khono Special del ’92. Marco utilizza attualmente una chitarra dei f.lli Lodi, dopo aver suonato per diversi anni una chitarra del liutaio Michele Della Giustina.



Come è nato il Trio Chitarristico di Bergamo?

Mario e Luca si sono conosciuti durante gli studi presso l’Istituto Donizetti, mentre Marco e Mario si sono incontrati a Cremona, entrambi iscritti alla Facoltà di Musicologia. Nell’estate del 2008 ci siamo ritrovati in un’orchestra di chitarre diretta da un amico chitarrista, Paolo Viscardi. Quella è stata l’occasione per rivedersi e nel giro di poco tempo è nata l’idea e di dar vita al Trio Chitarristico di Bergamo.

Come è nata l'idea di un cd come "LightShadows of Ideas"?

Partendo dallo studio di convincenti trascrizioni, col passare del tempo ci siamo dedicati sempre più attivamente allo studio delle opere per trio di chitarre. Una ricerca continua motivata dal desiderio di scoprire e approfondire anche le opere contemporanee. L’esecuzione di molti pezzi di autori italiani viventi ha spinto gli stessi a comporre e a dedicarci nuova musica. Dopo qualche anno, in modo del tutto naturale, è nata l’idea di fissare questi brani in un CD “a tema”.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

E’ un problema molto complesso. L’improvvisazione nella musica “classica” è sempre esistita, almeno fino all’inizio dell’800. Il radicarsi del concetto di “repertorio” in epoca romantica ha spinto le scuole di musica, soprattutto i conservatori, a specializzarsi sempre più nella formazione di interpreti, sacrificando l’aspetto creativo che è rimasto prerogativa dei soli compositori. Saper improvvisare significa saper comporre in modo estemporaneo; molta musica contemporanea lascia spazio all’improvvisazione, così pure la musica barocca o quella di altre epoche più antiche.. Il problema è principalmente ottocentesco e al giorno d’oggi subiamo ancora il retaggio di un’impostazione didattica e culturale legata ad una concezione statica del repertorio e ad una figura del musicista secolarizzata. Nulla ci vieta di imparare ad essere degli esecutori, dei compositori e degli improvvisatori. La didattica moderna tende ad unire e non a dividere questi aspetti.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera, dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... quanto ritenete che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?

Berlioz lasciò queste osservazioni in un contesto storico ben preciso. La chitarra iniziava ad essere soppiantata da un repertorio che prediligeva strumenti dal maggior impatto sonoro. Tuttavia la frase di Berlioz suona per certi versi ancora attuale. Quasi tutti i brani che abbiamo inciso nel nostro CD ad esempio sono stati composti da chitarristi compositori e parte del repertorio chitarristico è legato al nome di musicisti che hanno appreso la pratica delle sei corde. Tuttavia, se pensiamo al vasto repertorio novecentesco per chitarra, molti capolavori sono stati concepiti da autori non chitarristi che si sono avvalsi spesso dell’aiuto di interpreti. Ma la chitarra ancora oggi spaventa, è strumento polifonico che presuppone una conoscenza approfondita, senza la quale molta musica che potrebbe essere scritta risulterebbe poco eseguibile o comunque di basso impatto emotivo. Quanto alla chitarra moderna, sia essa elettrica o acustica, non pensiamo che abbia messo in crisi la chitarra classica, semplicemente parliamo di uno strumento diverso, che predilige altre tecniche e altri tipi di repertorio (non per questo inconciliabili).

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto?

La frase di Berio pensiamo sia rivolta ai detrattori dell’avanguardia, ma andrebbe contestualizzata. Fare ricerca musicologica, documentarsi in funzione della prassi esecutiva, riscoprire e valorizzare i capolavori del passato non significa chiudere le porte al “nuovo”, anzi potrebbe servire da preziosa miniera per permettere alla nuova musica di rompere la continuità temuta.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Pensiamo sia dovere dell’interprete serio selezionare nella propria discoteca le incisioni che ritiene più valide, secondo un criterio di scelta che implica un ascolto attento e una forte capacità critica. Oggigiorno (soprattutto nel web) esiste un’offerta musicale talmente vasta da oltrepassare la domanda dei fruitori, i quali affrontano moltissima musica in modo molto volatile e superficiale. E’ compito dell’ascoltatore attento e del bravo interprete combattere questa superficialità, anche perché i mezzi tecnologici al giorno d’oggi, se usati bene, offrono dei grandissimi vantaggi.

Quali sono i vostri prossimi progetti?


Un disco di musiche dell’800 per trio di chitarre.
Posta un commento