Dal 15 al 21 luglio a Massalubrense (NA) - bandiera blu 2013 - 6 Km da Sorrento, presso il Convento della Lobra (struttura ricettiva a pochi metri dal meraviglioso mare della costiera) si svolgerà l'edizione 2013 di "Masterclass e concerti alla Marina della Lobra", una full immersion di musica, studio, vacanze e concerti.
I corsi, con i relativi maestri, saranno i seguenti:Chitarra, Lucio Matarazzo; Fisarmonica, Francesco Gesualdi; Musica da Camera (per tutte le tipologie di strumentisti o cantanti), Pierfrancesco Borrelli e Massimo Testa. Per chi desidera alloggiare presso il Convento della Lobra (sede del corso visionabile su FB) il costo in convenzione per gli allievi comprensivo di pensione completa (colazione, pranzo e cena) in stanza 2 o 3 letti con bagno per 7 giorni/6 notti dal lunedì alla domenica è di € 240. Massalubrense offre inoltre numerose possibilità di alloggio e soggiorno visionabili facilmente sul web a partire dall'albergo più vicino alla sede del corso (10 metri) che è l'Hotel Piccolo Paradiso.
I costi dei singoli corsi saranno i seguenti: Chitarra € 120, Fisarmonica € 120, Musica da Camera € 100; Sono ammessi un numero limitato di uditori al costo di € 40. Gli allievi dei corsi di Fisarmonica e Chitarra, limitatamente ai posti e alle formazioni disponibili, potranno frequentare gratuitamente il corso di Musica da Camera. Sono previste inoltre € 40 per spese di segreteria, iscrizione e tassa di soggiorno. Il numero max di iscritti previsto per corso è di 10 allievi effettivi. Le lezioni cominceranno lunedì 15 pomeriggio e si concluderanno domenica 21 mattina, con la possibilità di effettuare concerti nelle sere dal martedì 16 al sabato 20. Saranno rilasciati attestati sia per il corso effettuato che per i concerti svolti.
Per quanto riguarda il corso di Chitarra tenuto dal Maestro Lucio Matarazzo, esso sarà strutturato in più sezioni che saranno sviluppate lungo tutta la settimana: 1) Elementi di tecnica avanzata, attraverso l'analisi delle principali opere didattiche dell'800, del '900 e contemporanee. 2) Studio del repertorio (con lezioni singole) 3) Preparazione e finalizzazione dello studio per concorsi internazionali di interpretazione 4) Musica di insieme per chitarre (dal duo al quartetto) 5) Orchestra di chitarre: durante il corso sarà costituito il nucleo formativo della nascente "Orchestra di chitarre D.Cimarosa"
Per qualsiasi contatto telefonare ai numeri 328 7188080 o 377 1477322.
Ci
parli del tuo endorsement per la D’Addario, la nota marca di corde
per chitarra, e non solo, americana?
Tutto
è avvenuto con estrema semplicità. A Koblenz, in Germania, ho
incontrato Thomas Offerman, un bravissimo chitarrista che ha
abbandonato l’attività concertistica e che ora si occupa della
distribuzione europea della D’Addario. Conoscendomi di nome e
sapendo quello che era il mio curriculum, mi ha proposto di fare
l’endorser per la nota marca di corde, assicurandomi una ampia
fornitura di corde all’anno.
Dopo
circa due anni mi ha chiesto di fare una video-intervista da
pubblicare sul sito ufficiale, ma purtroppo ci siamo sempre
incrociati di sfuggita (aereoporti, concerti...), così come
l’ultima volta che ci siamo incontrati - se non erro al “Cremona
MondoMusica”. Tornato a casa e visto che era da poco uscito un
nuovo accordatore prodotto dalla Planet Waves, del gruppo D’Addario,
ho fatto un piccolo video di per pubblicizzare il Mini HeadstockTuner, tra l’altro ottimo, lo uso sempre...
Come
vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto
digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Hai aperto
anche tu come me una netlabel, qual è il bilancio?
Io
credo che oramai il grosso delle attività discografiche abbia preso
una direzione da cui non si tornerà indietro.
Spesso
faccio un esempio tratto dalla mia vita privata: ho due figlie, una
di 21 e l’altra di 17 anni. La prima, che mi prendeva in giro
quando ancora ascoltavo gli LP (cosa sono queste “pizze” nere?),
masterizzava le sue playlist sui CD. La seconda ha il suo bell’iPod
e credo non abbia masterizzato più di due o 3 CD in vita sua....
A
distanza di pochissimi anni c’è stata una vera e propria
rivoluzione.
Oggi
ha senso pubblicare un CD solo per poterne avere un ricavo vendendone
ai concerti. La tanto sbandierata “distribuzione internazionale”
nei negozi è defunta già da tempo e la maggior parte di coloro che
ostentano vendite di migliaia di CD, dicono solo falsità ben sapendo
- a proposito di marketing - che è difficile smentirli.
D’altro
canto le numerose piattaforme con cui si possono vendere gli album,
oramai consentono a tutti, con costi quasi inesistenti, di veicolare
le proprie registrazioni ed interpretazioni e di farsi conoscere.
Con
la diffusione della musica liquida, dovuta all’abbassamento dei
prezzi di vendita, anche le case discografiche hanno capito che
questo era un canale molto redditizio per poter distribuire i loro
prodotti.
Per
quanto riguarda la mia WebLabel, è ancora un po’ presto per poter
fare un bilancio, anche tenendo ben presente che è un mercato di
nicchia, ma in cui sono già presenti centinaia di migliaia di album.
Cerco
di dare anche io come te una certa priorità alla musica
contemporanea con album - oltre alla ristampa on-line del bellissimo
CD “Blu” di Arturo a cui tu facevi riferimento - che contengono
prime esecuzioni, come quello del giovane virtuoso A.Mesirca, i due
dedicati alle musiche di A.Franco, ad opera di M.Rivelli ed
E.Brignolo, o il bellissimo “Dedication” che racchiude un po’
l’opera che Piero Bonaguri sta portando avanti, facendo avvicinare
alla chitarra autori contemporanei di diversissima estrazione...
Il
Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che
consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di
iniziare la carriera di musicista?
Bella
domanda! Purtroppo è difficile rispondere perché le variabili in
gioco sono tantissime.
Quello
che mi sentirei di dire è di curare bene la propria preparazione,
soprattutto musicale, e leggere moltissima musica, anche non legata
al proprio strumento. Ho visto tanti ottimi strumentisti arrancare
nella propria attività, ma non conosco musicisti con una
preparazione profonda e di spessore che non abbiamo saputo poi
trovare una propria strada che, naturalmente, non deve essere per
forza quella del concertismo e men che meno del solismo. Io stesso ho
avuto e ho poche parentesi solistiche, ho suonato in duo per 22 anni,
da quasi 17 in quartetto, ed ora di nuovo in duo, facendo anche
tantissima musica da camera nelle formazioni più disparate, dal
semplice duo col flauto agli ensemble con strumenti etnici....
Parallelamente
però consiglierei di tenere gli occhi aperti su tutto quello che
riguarda il vivere quotidiano: non finirò mai di ricordarmi quanto
sia stato fortunato ad iniziare ad insegnare in conservatorio molto
presto. Ma questo mi è servito non certo per adagiarmi con uno
stipendio sicuro - come ho visto purtroppo fare a tanti miei colleghi
anche di talento -, ma piuttosto per investire ed avere la serenità
e l’indipendenza economica per poter continuare a studiare con
calma e ad approfondire tutte le problematiche di questa
difficilissima ma bellissima professione...
Consigliaci
cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con te... i
classici cinque dischi per l‘isola deserta... e quali sono invece i
tuoi cinque spartiti indispensabili?
Se
ti riferisci alla chitarra, beh, credo che quello con i Concerti di
Castelnuovo-Tedesco e di Ponce suonati da Segovia e quello col
Nocturnal di Britten e i Drei Tentos di H.Werner Henze suonati da
Bream mi basterebbero, mentre per il resto sono un po’
conservatore... i Quartetti op.18 di Beethoven nell’interpretazione
del Quartetto Italiano, i concerti di Brahms e di Bartók suonati da
Pollini, ma è impossibile scegliere senza lasciare fuori tante
interpretazioni importanti e affascinanti....
Quali
sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando? Prevedi di
ristampare qualche tuo disco .. magari con la tua netlabel…
Sto
portando avanti molti progetti e in vari campi. Dal punto di vista
concertistico ho da poco fondato un nuovo quartetto legato al mio
Magazine, il dotGuitar Quartet, con i miei amici e colleghi G.Allocca
e P.Viti e con un mio brillante alunno, M.Tamburrini, col quale ho
già fatto numerosi concerti. Molti di questi hanno avuto come
protagonista la cantante Marina Bruno, interprete raffinata della
melodia colta e popolare napoletana - già protagonista principale
nella “Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone - con la quale
dopo aver portato in giro un programma intitolato “SudAmerica”,
stiamo preparando un altro progetto che si intitolerà “Mediterranea”
con arrangiamenti di musiche che vanno dalle villanelle napoletane,
al fado, alla musica nordafricana, balcanica e greca.
Da
poco, dopo la prima esperienza col Concerto di Castelnuovo Tedesco
per due chitarre e orchestra di due anni fa, ho iniziato a suonare
stabilmente col virtuoso napoletano Aniello Desiderio dando vita al
“Virtuoso Duo”. Con lui ho in programma un video, un CD e, per
l’anno prossimo, un tour mondiale.
Per
quanto riguarda l’attività editoriale, oltre agli sviluppi del
Magazine, che l’anno prossimo vedrà ampliata la piattaforma con un
corso di chitarra on-line ed una web-TV, ho da poco consegnato
all’editore Ut Orpheus i primi 4 volumi della collana di studi e
musiche dell‘800 che è da me diretta e che prevede in totale circa
40 volumi.
Sarà
una formula molto innovativa su una triplice piattaforma, perché per
ogni volume ci sarà la partitura - con una introduzione di Angelo
Gilardino - pubblicata da Ut Orpheus, le note di analisi e i consigli
per lo studio, pubblicati sulla piattaforma iBook sul sito Apple, e
l’album con tutte le registrazioni nella mia etichetta DotGuitar/CD
reperibili on-line su iTunes Music Store, Amazon etc.
Recentemente
ho presentato questo progetto in anteprima al Convegno Internazionale
di Chitarra di Alessandria, durante una conferenza che ho tenuto sul
“fenomeno” dotGuitar.
Credo
che sia la prima volta al mondo che viene presentato un progetto
editoriale con una simile struttura!
Ultima
domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di
J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual
è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale
misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?
Credo
che ognuno di noi possa rispondere in maniera diversa a domande
simili; posso solo dirti perché ho deciso di essere musicista io.
Innanzitutto perché mi piaceva molto esprimermi attraverso la
musica, ma allo stesso tempo mi attirava molto anche questo senso di
sfida al superamento delle difficoltà che lo strumento pone, una
battaglia per una ricerca di perfezione che non si raggiunge mai e
che anche quando sembra aversi “toccato”, sparisce rendendoti
consapevole di quanto effimero sia il risultato.
Alle
altre due domande è difficile dare risposta perché il mondo della
musica è molto variegato e quindi anche quello dei musicisti.
So
solo che - anche a costo di essere banalmente retorico - se ci fosse
più musica e se ci fosse una partecipazione attiva alla musica colta
da parte di più persone, vivremmo in una società di sicuro
migliore.
Se
solo si tenesse in considerazione il fatto che due dei mali peggiori
dei nostri tempi, la droga e il razzismo, sono praticamente assenti
da questo piccolo mondo - pensiamo ad esempio, per quanto riguarda il
razzismo e i conflitti etnici, al miracolo della West Eastern Divan
Orchestra organizzata e diretta da D.Barenboim - si capirebbe quanto
è importante la cultura e la conoscenza della musica.
Ma
oggi siamo tutti sotto una cappa dominata dalla finanza, dalle banche
e dalle multinazionali, e si sta perdendo ogni contatto con ciò che
l’uomo ha di più profondo: l’anima.
Ecco,
in questa riscoperta dell’anima - e quindi anche della persona - la
musica attiva potrebbe giocare un ruolo importantissimo. Purtroppo la
ostacola una classe dirigente e politica ignorante e corrotta, da cui
non ci si può aspettare molto....
Ho,
a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica
scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico,
nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il
passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non
può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di
una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?
Credo
tu abbia ragione ma io proverei a ribaltare la domanda partendo da un
altro punto di vista. Cosa contraddistingue un interprete e quanto
delle sue caratteristiche viene influenzato da ciò che suona?
Quando
sento Pollini suonare Mozart, Chopin o Petruška, o Brahms sento un
interprete dai connotati personalissimi eppure con mille
sfaccettature diversissime.
Un
grande interprete secondo me è colui che sa infondere nella musica
che suona un gran tocco di originalità restituendoci la personalità
del compositore filtrata attraverso il suo pensiero, in un equilibrio
costante e preciso, che sappia inquadrare il repertorio suonato nella
sua epoca e nel suo stile - senza dimenticare il rispetto per la
forma-struttura -, ma che sappia anche donarci le emozioni di una
”invenzione” con una sua - magari folgorante - intuizione
interpretativa.
Devo
dire, senza falsa modestia, che una delle più belle considerazioni
che sono state scritte sul mio modo di suonare, è quella espressa su
Classical Guitar Magazine - in maniera semplicissima ma molto lucida
- dal compianto Colin Cooper: He
demonstrates that if you take a piece of well-tailored music and
apply the ordinary rules of musical performance to it, as any pianist
would do, the result is magic"
Queste
considerazioni portano però a porci un’altra domanda: quanto di
tutto questo è alla portata del pubblico e, nello specifico, del
pubblico dei concerti di chitarra? (si, lo so non dovrei dirlo, ma è
inutile nascondere che spesso il pubblico che segue la chitarra è un
po’ “a parte”)
Spesso
sento nomi “onnipresenti” in diversi ambiti - mi riferisco ai
cosiddetti specialisti dei repertori cross-over o alla musica
d’avanguardia che poi si “avventurano” quasi con sufficienza su
brani semplici di Sor o Giuliani, senza essere capaci di “inventare”
nulla e quindi restituendoci delle interpretazioni che poco si
differenziano da quelle di un bravo alunnetto di quarto anno di
corso, roba da far cadere le braccia...
Oppure
coloro che hanno un successo straordinario affrontando quel
repertorio classico/leggero dove tutto ciò che sono la profondità e
le caratteristiche del pensiero interpretativo “colto” - non a
caso - non è che siano solo sbiaditi.... semplicemente non esistono!
E
quindi.... parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per
un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei
buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della
musica di oggi? Te lo chiedo perché ho sempre apprezzato il tuo
impegno nei confronti anche dei “contorni” della musica: la
presenza costante sui social network, la lunga collaborazione con
GuitArt, il tuo blog DotGuitar, la casa discografica on line (di
recente hai permesso l’acquisto del cd Blu di Arturo Tallini da
lungo tempo non più disponibile), la presenza assidua nei forum di
chitarra classica come DelCamp o Porqueddu ... come sta cambiando la
figura del musicista?
Il
marketing non è altro che una studiata pubblicizzazione di ciò che
si fa e si è - se lo si è - come artisti. Questo sostanzialmente
significa un allargamento dei contatti e delle opportunità che
possono essere date ad un artista per poter avere maggiori occasioni
di proporsi e farsi conoscere.
Alla
fine però puoi allargare tutti i contatti che vuoi, ma se la tua
proposta artistica - mi mantengo sul generico - non ha una validità
accettabile, prima o poi il pubblico se ne accorge e ti castiga.
Quante meteore abbiamo visto dissolversi nel nulla!
D’altro
canto il marketing da solo ha un respiro breve e di sicuro non ti fa
fare carriera, a meno che non sei disposto ad addentrarti in altri
ambiti e a investire cifre grandissime che, nel nostro mondo “colto”,
hanno poco senso, visto il ritorno in termini economici.
E’
un errore confondere il fatto che vivendo in un mondo in cui il ruolo
della comunicazione sembra diventato prioritario, questo sia il
fattore principale su cui basare e sviluppare una carriera artistica.
Ci
sono dei veri e propri bluff che spesso trovano dei canali di
diffusione grandissima della propria attività attraverso i
mass-media e quindi un enorme successo.
Diventa
purtroppo difficile spiegare al grande pubblico - grazie al
bombardamento quotidiano di musica-immondizia, esso ha perso anche la
residua capacità di distinzione tra ciò che dovrebbe essere Arte e
ciò che è intrattenimento - che questa musica è solo un abile
miscuglio di ciò che di più bello è stato fatto da altri, sia in
campo classico che leggero, e quindi è difficile parlare di Arte,
che è soprattutto “invenzione” rispetto all’intrattenimento,
che è in gran parte basato sulla “riproposizione”. Questo è un
fenomeno che è cresciuto in maniera esponenziale soprattutto in
Italia, basti solo pensare che l’educazione all’ascolto musicale
è totalmente assente nelle nostre scuole di ogni ordine e grado...
L’altra
sera ero a Londra a cena con uno scienziato britannico, un
ricercatore collega di mia moglie. Abbiamo avuto una lunga
discussione su alcune opere di Bach e, devo dire, sono rimasto
meravigliato dalla sua competenza ed ancor più quando mi ha
raccontato che lui era un cembalista dilettante e che tutti nella sua
famiglia suonavano almeno uno strumento, la moglie il violino e i due
figli il violoncello ed il flauto. E tutto questo rappresentava per
loro la normalità, così come era normale che quasi tutti i loro
amici avessero una buona conoscenza - sempre da dilettanti - della
musica, attraverso una pratica strumentale diffusa, spesso iniziata
in ambito scolastico.
Difficile
credere che persone del genere non sappiano distinguere tra Arte e
intrattenimento...
Mi
si dirà che c’è anche l’arte dell’intrattenimento: verissimo.
Ma il piano è un altro e ciò che distingue il “vero” dal
“finto” è la genuinità e la sincerità delle intenzioni. Non ho
nessuna difficoltà a dire che, ad esempio, “Emozioni” di
L.Battisti può essere considerata Arte - anzi senz’altro lo è -,
ma non credo che Battisti si sia mai dato pena di omologarsi come
musicista nell’ambito “colto” - era “semplicemente” un
Artista -, così come vedo fare ad alcuni personaggi che tentano per
forza di ostentare una patente di autorevolezza culturale attraverso
la definizione di “chitarrista classico” o, in altri ambiti, di
“nuovo Mozart”.
Ritornando
alla tua domanda, devo dire che non ho mai pensato alla poliedricità
delle mie attività come un aspetto del marketing, ma piuttosto ad
interessi collaterali che si sono aggiunti, spesso anche casualmente,
allo studio della musica e della chitarra e quindi alla mia normale
attività.
DotGuitar
Magazine è nato dall’esigenza di alcuni miei attuali e passati
alunni di portare sul web quelle che erano le esperienze fatte con i
magazine cartacei, che stanno ora vivendo un momento di crisi, non
solo di vendita, quasi drammatico.
Vista
la mia esperienza mi sono posto come coordinatore delle loro idee e,
in breve tempo, abbiamo avuto risultati impensabili. Raggiungere
circa 40mila contatti alle ultime uscite del Magazine è cosa non da
poco, anche tenendo conto che molti contatti avvengono dall’estero,
il che, per un magazine pubblicato quasi interamente in italiano, mi
sembra un risultato non da poco.
Che
problemi avete dovuto affrontare?
Progettando
questo Magazine, il primo problema che si è posto è stato quello di
conciliare la “velocità” di internet con la necessità dei tempi
per articoli di approfondimento, problema in gran parte risolto con
l’adozione di una doppia piattaforma, una di tipo blog su TypePad
(http://dotguitar.typepad.com), aggiornata in tempo reale, con
notizie ed informazioni su concerti, concorsi, info ed attività
varie, e un’altra su un vero sito dedicato (www.dotguitar.it),
con rubriche di approfondimento, analisi, attualità, storia,
liuteria, etc.
Al
WeBlogMagazine (credo il primo in ambito chitarristico, non solo in
Italia, con questa doppia struttura/piattaforma), si sono da poco
aggiunti altri due settori: uno è la WebLabel, di cui sono Direttore
Artistico, ed un altro è lo Shop, curato da alcuni miei
collaboratori.
L’entusiasmo
che questa iniziativa sta suscitando è dimostrato anche dall’apporto
che subito hanno dato tantissimi miei amici e colleghi tra i quali
non posso non ricordare P.Viti, G.Signorile, P.Troncone, P.Bonaguri,
A.Dieni, M.Rivelli, M.Bazzotti, G.Giglio, L.Tortorelli, M.Tamburrini,
R.Del Prete, A.Altieri, A.Ruggiero, R.Calandruccio, S.Testa,
S.Magliaro, G.Vanità e tantissimi altri.
Ritornando
alla precedente tua domanda, per quanto riguarda i forum, purtroppo
la mia partecipazione, soprattutto a quelli stranieri, si è molto
diradata per problemi di tempo.
Credo
che essi possano svolgere un ruolo molto importante soprattutto nel
far crescere l’humus dal quale può uscire un pubblico con una
preparazione migliore.
Molti
amateurs possono trovare utili informazioni e spunti positivi per
coltivare quella che è la loro passione per la chitarra.
Ma
l’importante è saper discernere, quando si pongono quesiti di
natura tecnica o musicale, tra chi ha l’autorevolezza per poter
dare risposte valide e chi invece non è altro che un “sedicente”
concertista o didatta che, al di fuori del forum e nella vita
concertistica e artistica reale, conta poco più di niente. Del resto
oramai i curricula di tutti si trovano facilmente su internet e la
gente non è stupida, ha imparato a valutare...
Grande
merito va dato comunque agli amministratori e ai moderatori, i quali
il più delle volte svolgono questo ruolo difficile senza un ritorno
economico, con grande passione, dedizione e impegno di tempo per
seguire gli utenti, che sono mossi dal desiderio di apprendere,
possibilmente da chi ne sa non “per sentito dire”.
Mi pare però tu non fossi alla
prima esperienza in questo ambito...
Sì,
già altre volte avevo lavorato in un simile contesto, ma su effetti
non musicali. Tra l’altro, nel ’95 avevo elaborato i "rumori"
che furono poi usati da Riccardo Muti per il mozartiano “Die
Zauberflöte”, nell'inaugurazione della stagione del Teatro alla Scala di Milano,
per la regia di R.De Simone.
Tornando
a Brouwer, l’elaborazione del “Paesaggio” piacque moltissimo
anche a Leo - sempre alla ricerca di sonorità nuove - che ne fu
entusiasta, e quindi decidemmo di inserirla nel CD.
Dell’album
uscito per la GHA è stata recentemente pubblicata una bellissima
recensione ad opera del famoso chitarrista uruguayano Eduardo
Fernandez, sulla rivista “Il Fronimo”. Mi ha fatto molto piacere
che Eduardo abbia scritto che “Le
esecuzioni del Guitart Quartet ci restituiscono (finalmente) queste
opere di Brouwer come i capolavori che indiscutibilmente sono”.
Purtroppo
poi nel CD non abbiamo potuto includere, per un problema di diritti,
la registrazione del “Concierto Italico” fatta con Leo come
direttore, registrazione che è stata pubblicata poi a Cuba in un CD
monografico di musiche di Leo.
Al
posto del concerto, visti i tempi ristrettissimi che avevamo, abbiamo
inserito una mia versione per quartetto solo della “Gismontiana”.
Anche
la storia di questa versione è abbastanza particolare e legata al
caso.
Leo
- allora direttore del Festival di Cordoba - ci aveva invitato a
suonare la Gismontiana con l’orchestra, vista la rinuncia
(ufficialmente per una tendinite) data da J.Williams per l’esecuzione
del concerto per due chitarre e orchestra (“Book of signs”) che
doveva suonare con C.Cotsiolis. Pochi giorni prima del concerto però,
Williams ci ripensa e dà la sua disponibilità a suonare. Non
volendo rinunciare al concerto, proposi a Leo di suonare la mia
versione per quartetto solo, e lui ne fu entusiasta, sia per la
proposta, che dopo averla ascoltata.
Rimase
fuori da questa versione solo un brano, “Loro”, perché per come
era scritto, con numerosi passi delle 4 chitarre all’unisono, non
aveva molto senso arrangiarlo per quartetto solo.
Quella
serata “cordobesa” (alle 11 di notte, con un caldo insopportabile
e un pubblico di mille persone) è testimoniata da un video della
“Cadenza”, che ho trovato per puro caso su YouTube, filmato da un
ascoltatore che aveva un bel daffare nel cercare di non muoversi nel
trambusto di pubblico che c’era....
Parlando
di compositori innovativi, che ne pensi di John Zorn, dei suoi studi
Book of Heads e della scena musicale downtown newyorkese così pronta
ad appropriarsi e a ricodificare qualunque linguaggio musicale,
dall’improvvisazione, al jazz, alla contemporanea, al noise, alla
musica per cartoni animati?
Conosco
gli studi di John Zorn attraverso le splendide esecuzioni - le ho
sentite anche dal vivo - del nostro comune amico Marco Cappelli. E’
un ambito che mi attrae moltissimo e, devo confessare, più volte con
Marco - durante i nostri incontri su Skype - ci siamo vicendevolmente
rammaricati di non avere l’opportunità di collaborare insieme,
cosa un po’ problematica, visto che lui abita a New York e spesso i
suoi fugaci passaggi italiani sono coincisi con miei impegni
all’estero. Credo anche io che la scena del downtown della Grande
Mela sia la più reattiva a farsi permeare da tutti i linguaggi, non
solo quelli da te citati, ma anche quelli, diversissimi, dell’est
del mondo.
Credo
che però sia difficile, se non impossibile, per chi vive lontano da
questa realtà, farsi “trasportare” da quest’onda innovativa
che sta dando esiti imprevedibili, ma anche talmente multiformi, da
essere quasi proibitivi per chi ne “vive” al di fuori. Non è un
caso che Marco abbia fatto una scelta ben precisa in tal senso
decidendo di risiedere stabilmente a New York.
Berio
nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “...Un
pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e
romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del
Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara
specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che
non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e
Chopin.” Tu suoni sia un repertorio tradizionalmente classico che
il repertorio contemporaneo … ti riconosci in queste parole?
Anche
se non sono un appassionato delle considerazioni in stile “aforisma”,
devo dire di trovarmi sostanzialmente d’accordo con quanto scrive
Berio.
In
genere io suono il repertorio che mi piace e che ha la capacità di
attrarmi. Questo mi ha portato ad interessarmi a musiche che vanno
dal rinascimento ai giorni nostri con tutte le epoche intermedie...
Ho
avuto lo stesso approccio - l’interesse derivato dall’attrazione
- sia suonando il liuto come continuo nelle Quattro Stagioni
vivaldiane, che le canzoni di Berio (in una versione approvata dal
compositore con la chitarra al posto dell’arpa) in ensemble in un
concerto di musica contemporanea, o alcuni brani dal Marteau
sans maître di
P.Boulez - suonati al Teatro S.Carlo di Napoli alla presenza del
compositore francese - passando per le sonate di Cimarosa e
Scarlatti, per gli studietti facili dell’op. 50 di M.Giuliani o per
i Capricci di L.Legnani e per l’integrale (probabilmente la prima
in assoluto) dei 24 Preludi e Fughe di M.Castelnuovo-Tedesco per due
chitarre, o per gli studi di A.Gilardino.
Naturalmente
non mi riferisco all’approccio interpretativo, diverso per ogni
autore, ma a quella autenticità di intenzioni che ti rende “onesto”
di fronte ad ogni composizione, nella considerazione che la musica va
sempre studiata e assimilata nel profondo, imparando a sentirla come
“propria”, anche quando gli autori sono lontani tra loro anni
luce.
Quale
significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può
tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così
codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e
rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
Io
credo che l’ambito interpretativo, anche quando investe il
repertorio cosiddetto “colto”, possa dare a volte spazio a modi
di suonare che possono tranquillamente essere ascritti all’ambito
improvvisativo.
Mi
spiego: se per improvvisazione si intende elaborare quello che è il
materiale musicale intervenendo sulla sua essenza (note, armonia,
struttura, etc.), certamente questo esula dal campo della musica che
tu giustamente definisci “codificata”.
Ma
se invece improvvisare significa farsi trasportare dalle emozioni che
può creare l’estemporaneità di una esecuzione o di un “momento”
(una sorta di “duende classico”: “il
duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare”),
allora certo che mi capita di improvvisare.
L’altra
sera, ad esempio, nel concerto di debutto del duo che ho formato con
il mio amico Aniello Desiderio (il “Virtuoso Duo”) abbiamo avuto
moltissimi momenti di sintonia perfetta, nei quali ci siamo in
continuazione rincorsi in improvvisazioni interpretative, soprattutto
nella musica di Albeniz e Granados, che nulla avevano che fare con
ciò che nelle prove avevamo preparato. Il risultato, soprattutto sul
piano emotivo, oltreché musicale, è stato straordinario e mi fa
piacere che anche il pubblico ne sia stato preso....
Ascoltando
la tua musica ho notato la tranquilla serenità con cui ti approcci
allo strumento indipendentemente dal repertorio, da chi stai
suonando, dal compositore, dallo strumento che adoperi, dimostri
sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo. Quanto è
importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere questo livello di
“sicurezza”?
Certamente
il lavoro sulla tecnica è importante, ma avere il controllo di “ciò
che si fa” deve solo servire come mezzo per poter rendere appieno
“ciò che si pensa”, questo è il ruolo della tecnica, secondo
me. Anzi, più che di tecnica, parlerei di controllo e sviluppo di
“tecniche”, cioè di tutto l’insieme delle varie “meccaniche”
che consentono di avere una tecnica specifica da applicare alle
singole esigenze che la “tecnica musicale” richiede per esprimere
il proprio pensiero di interprete.
Ti
faccio un esempio molto banale: ho sempre sorriso quando qualcuno mi
ha chiesto “che tecnica adoperi per l’esecuzione delle scale?”
e ho sempre risposto che questa è una domanda, per me, senza senso.
Se
devo suonare una monodia molto legata e cantabile, non ho alcun
problema a farlo con un solo dito della destra - magari con un tocco
di polso senza articolazione delle dita -, così invece se il
materiale musicale che sto suonando richiede un'articolazione binaria
spiccata, uso l’alternanza i,
m,
ma se mi serve una velocità ed una scioltezza virtuosistiche (penso
ai capricci di Legnani) allora frequentemente uso una diteggiatura a
tre dita con a,
m,
i
e non è che mi importi più di tanto se questo è un atteggiamento
che non può certo definirsi, per molti autori, filologico.
E
un discorso simile si potrebbe fare per l’uso del tocco volante o
appoggiato o per tutti gli aspetti meccanici conosciuti.
Per
questo dico che più “tecniche” si hanno a disposizione, più si
può essere in grado di “rispondere” alle problematiche
interpretative che la musica pone.
In
questo senso devo dire che i “momenti” fondamentali della
chitarra moderna, quelli che hanno segnato una svolta nel reale
sviluppo delle “tecniche”, non possono che essere i 12 studi di
Villa-Lobos e, con un linguaggio più vicino alla nostra modernità,
i 60 Studi di Virtuosità e Trascendenza di A.Gilardino. Il loro
studio dovrebbe essere obbligatorio, come è nei miei corsi, per
tutti i chitarristi...
Il
GQ nacque quasi per caso. Avevo da poco interrotto la mia
collaborazione di duo più che ventennale con il mio amico e collega
Mario Fragnito ed avevo iniziato a suonare da solo producendo i primi
CD solistici (quelli dedicati a Carcassi, Legnani e Giuliani), quando
- eravamo nel 1996 - Gianvito Pulzone, a cui avevo dato alcune
lezioni in vista del suo diploma, mi chiese se avevo qualche alunno
che potesse rimpiazzare un membro di una sua formazione nata in
ambito scolastico. Così nel presentargli Giovanna Siciliano Iengo,
mia talentuosa alunna appena diplomata col massimo dei voti e la
lode, gli proposi di costituire una formazione stabile, alla quale
avrei partecipato anche io nel ruolo di prima chitarra e di
“conduttore”. A noi si sarebbe aggiunto poi un altro giovane
virtuoso avellinese, Gianluca Allocca, che si assunse il ruolo - non
certo comodo - di quarta chitarra, adoperando uno strumento a 8
corde.
Fu
un successo straordinario, da subito, e l’unione di tre giovani
talenti con un musicista che aveva già una grande esperienza come me
si dimostrò un’arma vincente.
Fummo
subito presi da un incredibile vortice di concerti a livello
internazionale e, dopo pochissimi anni, iniziarono anche le dediche
di alcuni importantissimi compositori.
A
chi ti riferisci?
Innanzitutto
ad Angelo Gilardino che scrisse per noi il “Concerto Italiano”
per quattro chitarre e orchestra, che fu da noi eseguito in prima
assoluta con l’Orchestra di Torino diretta da Paolo Ferrara.
Ricordo la mia felicità quando Angelo mi comunicò la sua intenzione
di scrivere e dedicarci un concerto, così come ricordo la
complessità, ma anche la bellezza, del Concerto e l’entusiasmo per
quella che per noi, come quartetto, era la prima esperienza con
l’orchestra. Il risultato, sotto tutti i punti di vista, fu
eccellente! Sia la qualità della musica (sarò di parte, ma per me
rimane uno dei concerti migliori scritti da Angelo...) che la
performance nostra e dell’orchestra diedero vita ad una serata che
per me rimane indimenticabile. Non ti nascondo che avere in sala,
alla prima esecuzione, il compositore, oltre che importanti
“personaggi” come F.Zigante, T.Hoppstock ed altri, rese il
momento oltremodo emozionante...
Come
è nata la tua amicizia con Leo Brouwer? Ho notato che avete
“incrociato” le vostre strade diverse volte .. l’ultimo disco
del GuitArt Quartet è un vero e proprio atto di rispetto e di amore
nei confronti della sua musica che tu hai suonato più volte…
L’incontro
con Leo avvenne a Cordoba, dove c’eravamo recati per una intervista
per GuitArt, la rivista che avevamo da poco fondato con i membri del
quartetto.
Era
il 2000 e a quell’epoca Leo era Direttore dell’Orchestra del
Teatro di Cordoba. Ricordo che ci accolse in una pausa di alcune
prove dell’orchestra e ci portò in una specie di bettola, dove
mangiammo - benissimo!! - e ai cui tavoli fu fatta l’intervista.
Durante quell’incontro gli proponemmo di scrivere per noi un
concerto per quartetto e orchestra. Acconsentì subito con grande
entusiasmo - eravamo già diventati amici! - e all’inizio dell’anno
successivo avevamo già la partitura del “Concierto Italico”.
Pochi
mesi dopo lo tenemmo a battesimo, con lui come direttore, al Festival
di Todi e due giorni dopo al Festival Internazionale delle Orchestre
di Avellino. Di quel primo piccolo tour di debutto fu fatto un bel
video con un’intera troupe (regista, fonico, direttore della
fotografia, addetto luci, etc) che vedeva frammenti di un’intervista
a Leo alternati a spezzoni di backstage, prove e i concerti veri e
propri. Dal video fu poi realizzato un DVD (montato da Giogiò
Franchini, artista più volte candidato ai Nastri d’Argento e al
David di Donatello) che ha fatto il giro del mondo riscuotendo
grandissimo successo, ed è stato più volte trasmesso anche dalla
piattaforma televisiva di Sky Classica.
Abbiamo
suonato moltissime volte il “Concierto Italico” con la direzione
di Leo, facendo con lui una bellissima registrazione, ma anche in
tantissime altre occasioni, circa un centinaio, con altri direttori,
un po’ in tutta Europa e nel Nord e Sud America...
Come
nacque poi l’idea della Gismontiana?
Dopo
aver suonato in tutto il mondo il Concierto Italico - nel frattempo
era stato scritto per noi dal compositore polacco G.Drozd il
“Concerto Rapsodico”, che abbiamo tenuto a battesimo al Festival
di Lublino in Polonia - ci chiedemmo se era il caso di commissionare
a Leo un altro concerto con orchestra, visto il successo del
precedente, che ci era stato richiesto tantissime volte da
organizzatori e direttori artistici di mezzo mondo. Ragionandone con
lui ci venne da pensare alla sua elaborazione delle canzoni dei
Beatles e gli chiedemmo se voleva, lavorando in una direzione simile,
“arrangiare” del brani del celebre jazzista brasiliano Egberto
Gismonti.
Così
venne composta la “Gismontiana” per quartetto di chitarre e
orchestra d’archi, che suonammo in prima esecuzione al bellissimo
Teatro Gesualdo di Avellino e, la settimana dopo, al Festival di
Latina alla presenza del compositore.
Anche
in questo caso il successo fu incredibile e quindi siamo veramente
contenti di aver contribuito a far sì che un grande personaggio come
Leo abbia scritto ben due concerti per noi, che oggi vengono
stabilmente suonati, anche da tanti altri quartetti, in tutto il
mondo.
Decidemmo
quindi che era maturato il tempo di registrare un CD dedicato alle
musiche di Leo e lo proponemmo a Emanuelle Denis, la direttrice
artistica della GHA (nonché moglie di Odair Assad).
Fummo
veramente lusingati quando ci rispose positivamente, visto che per la
GHA hanno registrato e pubblicato CD i nomi più importanti del
chitarrismo mondiale, da D.Russell agli Assad, dal Los Angeles Guitar
Quartet a Roland Dyens.
Nel
CD abbiamo incluso anche una nuova versione del “Paesaggio cubano
con pioggia”. Avendo già registrato lo stesso brano nel nostro
album di debutto - “From Spain to Southamerica” - ho pensato di
fare una nuova registrazione e di elaborarla poi elettronicamente.
Anzi,
approfitto di questa intervista per spiegare, visto che mi è stato
chiesto più volte, il procedimento adottato.
La
registrazione è stata inserita, usando Pro Tools, in una serie di 8
processori (Comb.Filter, Doppler, Resonance, Shuffling, Metaflanger,
MondoMod, SuperTap-6Taps, PitchAccom.) con 6 Reverb, 3 Compressori e,
naturalmente, un Limiter sul Master in uscita. Tutti gli effetti
erano a cascata e su ogni Channel Strip c’era un EQ diverso, per
cui il missaggio è stato particolarmente laborioso, data l’influenza
di ciascun effetto sugli altri, anche perché c’era un progetto
iniziale di elaborazione - da me pensato e studiato - a cui mi sono
voluto strettamente attenere.
Avere
il controllo finale su tutto è stato abbastanza difficile!