martedì 12 aprile 2011

Intervista a Pino Forastiere, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

Non facevo capricci da bambino ma di una cosa non potevo fare a meno: del suono della chitarra prima di dormire. Mio fratello mi suonava qualche accordo ed io mi addormentavo. A 4 anni indossavo fiero l’abito di Zorro ma invece della spada portavo con me una chitarra giocattolo di plastica rossa... non ricordo se la usassi come arma o come strumento. A 6 anni i miei genitori mi regalarono una chitarra piccolina, una Eko con le corde in acciaio. Non era facile fare i barrè ma potevo suonare un sacco di canzoni e questo mi piaceva tantissimo. Prima di dormire ero io che suonavo la chitarra... Da allora non ho mai smesso. Verso i 10 anni ho iniziato a studiarla, qualche arpeggio e qualche studio: Sor, Carulli, Giuliani e tante canzoni popolari che imparavo da mio fratello maggiore, barrè compresi. Dai 12-13 anni lo studio si è fatto più intenso e da allora non ho mai smesso di studiare e di suonare. Maestri, Conservatorio, Composizione, il Rock ed il Jazz, la Musica Contemporanea hanno accompagnato per tutta la mia gioventù, la musica è sempre stata con me.
Per quanto riguarda gli altri strumenti, direi che più che suonare strimpello un po’ il piano e un po’ le percussioni che ho studiato per un breve periodo. Nella prossima vita suonerò il violoncello, lo adoro.

Lei suona la chitarra acustica ma ha alle spalle una solida base di esperienze in ambito classico, contemporaneo e rock, in particolare è diplomato in chitarra classica al Conservatorio di Santa Cecilia. Credo che questo corposo background traspare sia nel suo modo di suonare (l’impostazione della mano destra mi sembra più di tradizione classica che non fingerpickers) sia nella composizione dei brani che nella sua tecnica, come mai questo passaggio dal mondo classico al mondo acustico?

Nel 1992 mi sono diplomato e per alcuni anni ho suonato un repertorio bizzarro che andava da Bach, Weiss fino a Maderna e Ohana, oltre a mie composizioni per chitarra decacorde, la stessa con la quale mi sono diplomato. A metà degli anni '90 un mio amico mi fece ascoltare la musica di Michael Hedges e quella magia che combinava composizione, suono, silenzi e straordinarie innovazioni tecniche mi incuriosì. Comprai una vecchia chitarra acustica mezza rotta, una Eko Chetro 6 (poi si dice il destino….) per poche lire e iniziai a calarmi nel mondo della chitarra acustica con la mia storia fatta di cultura classica, barocca e contemporanea. Da allora non ho mai smesso di comporre per questo strumento che ritengo avere da un lato un potenziale timbrico davvero enorme, dall’altro mi permette - grazie alla facile manipolazione delle accordature - di suonare quasi tutto quello che scrivo. Io non credo di essere passato dal mondo classico al mondo acustico, mi piace pensare di avere cambiato solo lo strumento con il quale suono la musica.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Per me improvvisare significa comporre ed io non sono capace di suonare e contemporaneamente comporre. Ho bisogno di avere davanti a me la carta, elaborarla, cambiarla, pensarla, devo essere convinto delle soluzioni musicali e devo avere il tempo di creare per alcune di loro la tecnica per eseguirle. Tutto questo necessita di tempo che l’improvvisazione, per come la si intende, non mi da. Detto questo ci sono cose che però amo improvvisare: la velocità di un tactus metronomico, un suono diverso dal suo colore originale, il gesto che accompagna l’esecuzione.
Molta musica contemporanea lascia ampie zone all’improvvisazione ed in tutta onestà per molta di questa musica ho sempre avuto la sensazione che il compositore fosse stato colto da un vuoto creativo riversando sugli esecutori la responsabilità di colmarlo. Alcuni esecutori ci riescono, altri ci provano.

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