lunedì 16 luglio 2012

Recensione di Singularity di Joe Morris, 2001 AUM Fidelity


English Translation

Joe Morris, americano, ha iniziato a suonare la chitarra nel 1969 all’età di 14 anni. La sua è la formazione dell’autodidatta: suona in diversi gruppi musicali e ascolta tanti dischi e concerti. Diversamente da altri suoi coetanei, più interessati al rock e al blues, Morris sceglie come suoi punti di riferimento musicisti appartenenti al fronte del free jazz più seminale:  Cecil Taylor, Ornette Coleman e Eric Dolphy.
Singularity è il suo unico disco per chitarra sola, in questo caso per chitarra acustica, uscito nel 2001 per la casa discografica indipendente AUM Fidelity.
Morris si fa notare per uno stile chitarristico idiosincratico e astratto, che non risente di modifiche passando dalla elettrica alla acustica, toni puliti, niente distorsione, texture musicali dense ed organizzati, piccoli intervalli regolari e l’uso di cluster armonici solo per sottolineare alcuni momenti particolarmente emotivi. Melodia praticamente assente. La musica di Joe Morris richiede e ricompensa attenzione dall'ascoltatore, a cui viene richiesta grande attenzione e immaginazione per riempire gli spazi e estrapolare i suoi temi, spesso frammentari. Morris ripaga con un approccio visionario dell’improvvisazione che lo pone anni luce avanti rispetto a tanti suoi colleghi.
Le composizioni su questo disco (tutto di Morris) gli offrono una prospettiva unica per poter esplorare le proprie idee senza essere limitate da formule o particolari arrangiamenti. Certo il disco non è di facile ascolto: niente standards melodici, niente passaggi modali, in compenso quanto di più sia possibile avvicinare con una chitarra allo stile pianistico di Cecil Taylor. Niente swing. Undestatement, sembra essere la parola d’ordine. La fotografia sulla copertina del cd, un fiore dal colore blue acceso nelle mani racchiuse di sua figlia su sfondo in bianco e nero rappresenta una valida metafora grafica delle idee musicali contenute in questo cd ed è allo stesso tempo abbastanza innocente per far capire le forme astratte della chitarra di Joe Morris.

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