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giovedì 2 luglio 2009

CANTARE PER RICORDARE, un altro anno insieme di Angela Cingottini


La Piazza del Campo di Siena è uno dei più belli e accoglienti salotti all’aperto della Terra. Da sempre, e in ogni stagione, meta di turisti , di studenti e soprattutto dei senesi stessi : “Ci si vede in Piazza!” perché quella è LA piazza. E siamo sicuri che prima o poi ci si incontra, anche senza un appuntamento preciso.
Ha sempre avuto questa funzione la piazza del Campo : fin dal duecento luogo di incontro e sede di amministrazione e politica cittadina, Campo in cui si svolgevano tornei e predicava San Bernardino, oggi sempre più, anche, location di eventi musicali e teatro ambito di star.
Per chi ci fosse passato la sera del 26 maggio la spettacolo sarebbe stato inusuale: davanti al maestoso Palazzo Pubblico, sotto le luci dei riflettori e gli occhi di un pubblico che gremiva la piazza e si accalcava allo spazio transennato, si erano dati appuntamento ottocento alunni degli Istituti comprensivi “Angiolieri”, “Mattioli” e “Monteriggioni”, che per il secondo anno avevano partecipato a : Cantare per Ricordare, progetto già praticato l’anno scorso su iniziativa di Music Ensemble. Obiettivo, anche quest’anno, ripercorrere la storia del ‘900 per mezzo delle canzoni, al fine di scoprire, con la musica, le radici che collegano i bambini ai genitori, ai nonni , ai bisnonni e a tutto un mondo che, essendo già lontano, ma ancora troppo vicino per far veramente parte della STORIA, rischia di venir superato e mai conosciuto dai ragazzi di oggi. E’ il mondo di Puccini e quello di Mamma mia dammi cento lire, delle 1000 lire al mese, di Volare e del miracolo economico, di Celentano e della contestazione. Ad alternarsi, in questa magica, calda notte in Piazza, piccoli attori che intervistano due anziani ospiti di una casa di riposo -gli attori Enrico Ninci e Roberto Capperucci- che, sulla base di “..il mi’ babbo mi raccontava….” iniziano la carrellata da copione , mentre piccoli emigranti salutano chi rimane promettendo di ritornare e un coro di 450 bambini canta. La storia si snoda e alcuni brani vengono anche suonati da un’orchestra composta da 190 piccoli musicisti e l’entusiasmo è al massimo. Un power point sapientemente preparato da Cecilia Carli proietta immagini autentiche che accompagnano le voci e gli strumenti e così tra teatro, musica, canto e fotografia la notte vola offrendo ore di puro divertimento a spettatori e interpreti.
Lo spettacolo clou in Piazza del Campo è giunto come sintesi di un anno di lavoro che ha visto impegnati allievi, insegnanti, famigliari e lo staff di Music Ensemble, l’associazione culturale presieduta dal Mo. Leonardo Angelini, promotore del programma. L’Associazione, per tutta la durata dell’anno scolastico, ha fornito gratuitamente sia i 190 strumenti –violini, violoncelli, tastiere, sax, trombe, chitarre, flauti traverso e fisarmoniche- sia i 14 insegnanti che, ognuno per un’ora alla settimana, hanno impartito nelle classi lezioni di strumento, teatro e canto. Una prima performance si era avuta a Natale, quando i bambini hanno tenuto un concerto all’interno del modernissimo auditorium messo a disposizione della Banca di Monteriggioni e, in occasione della partita Mens Sana-Pesaro, un intervallo con canti natalizi. L’ultimissima occasione è stata il 2 giugno, ancora in Piazza del Campo, alla presenza del Prefetto , è stato intonato l’Inno Nazionale e l’Inno Europeo e, non meno importante per la compagine senese, la Marcia del Palio del Maestro Formichi.

In un momento in cui i tagli alle attività culturali sono istituzionalmente all’ordine del giorno, ben vengano le iniziative volontarie di privati intelligenti che si rendono conto che il futuro degli uomini di domani è nel mondo dei bambini di oggi.

Angela Cingottini.
9 giugno 2009.

sabato 18 aprile 2009

CERCANDO MARIETTA Appunti particolari di una ricerca Di Angela Cingottini parte terza

Anche se non sono pievese mi inorgoglì un poco apprendere che uno studioso del pari del Monaldi avesse assistito ad una rappresentazione di Marietta nel teatro della Pieve e fornisse quindi informazioni di prima mano che confermavano quanto già espresso da altri.. La notizia, tra l’altro , è testimonianza della vivacità culturale che doveva esistere alla Pieve nella seconda metà dell’800. Il Monaldi non data l’episodio, ma da un sonetto di lode reperito dal dott. Bittarello apprendiamo che la sera del 22 luglio 1869 Marietta Piccolomini “con la stupenda armonia della sua voce allietava i cittadini pievesi accolti nel nobile teatro degli Avvaloranti”. Può darsi che entrambi i documenti si riferiscano alla stessa occasione, ma niente ci impedisce di credere che la cantante, dopo il matrimonio con il Marchese della Fargna, più di una volta si sia esibita nel teatro degli Avvaloranti,all’epoca di recente costruito.
L’altro archivio che visitai, grazie all’ausilio di don Remo Serafini che mi introdusse a quelli che potevano essere i documenti di una qualche importanza alla mia ricerca, fu quello del seminario Arcivescovile di Città della Pieve. Non vi trovai niente relativo a Marietta, ma, insieme a notizie riguardanti la storia del marchesato della Fargna, trovai una petizione delle figlie Teresa, Concetta e Rita che, nel 1911, chiedevano l’indulto al fine “ di far celebrare tutte le tre messe del santo Natale nell’oratorio della loro villa di Musignano ,nel suburbio di Città della Pieve. Con facoltà di accostarsi alla S. Comunione , tanto per le postulanti quanto per le altre persone che assistono alla S. Messa” Un altro documento, della cancelleria del Vescovo Angelucci, nell’agosto del 1916, proroga di un decennio l’indulto alle Marchesine Caetani della Fargna di conservare il Ss. Sacramento nell’oratorio pubblico della Villa di Musignano , e ne definisce i termini di attuazione.
Da questi documenti si evince che le figlie di Marietta Piccolomini, Marchesa Caetani della Fargna, ereditarono dai genitori la predilezione che essi avevano avuto per Città della Pieve e dopo la loro morte vi abitarono quasi costantemente., continuando l’opera di filantropia e beneficenza che era stata propria della loro madre e contribuendo a diffondere quell’aura di ‘pietas” di cui la marchesa della Fargna si era circondata e che è messa in gran in risalto da Pietro Piccolomini nella sua biografia.
La storia della Marchesa della Fargna è , ovviamente, un fatto privato.. Ebbe il suo domicilio stabile a Firenze, ma niente ci vieta di immaginarla cantare nelle stanze della Villa di Musignano, luogo che lei prediligeva perché poteva occuparsi del giardino che aveva fatto impiantare personalmente. Di questo amore della Marchesa per la natura e i giardini mi fu riferito dai suoi discendenti, che ebbi il piacere e la fortuna di conoscere un paio di anni fa.
Marietta morì a Firenze, nella sua villa di Poggio Imperiale, l’11 dicembre 1899 a causa di una polmonite. E’ sepolta al Cimitero delle Porte Sante, presso S. Miniato a Monte, nella cappella di famiglia affrescata da Gualtiero de’ Bacci Venuti, pittore che molto della sua fortuna dovette alla vicinanza che per tutta la vita ebbe con i marchesi Caetani della Fargna..
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Un articolo più approfondito, dell’autrice, su Marietta PiccolominI -Marietta Piccolomini, una gentildonna senese prestata alla lirica- si trova in : Il Chiasso Largo, n.3, 2006, ed Pascal, Siena, e in http://chitarraedintorni.blogspot.com

http://chitarraedintorni.blogspot.com/2007/11/marietta-piccolomini-una-gentildonna.html
http://chitarraedintorni.blogspot.com/2007/11/marietta-piccolomini-una-gentildonna_24.html

venerdì 17 aprile 2009

CERCANDO MARIETTA Appunti particolari di una ricerca Di Angela Cingottini parte seconda


La ricerca storica è come la droga: guai a cominciare! Ancor peggio quando si comincia a frequentare gli archivi. Che è quello che feci quando mi resi conto che le poche notizie che potevo trovare sui libri di storia del canto o della musica provenivano tutte da quell’unica fonte che io stessa avevo in mano e da alcune lettere di Verdi all’amico napoletano Cesare De Sanctis, in cui il musicista si esprimeva in maniera assai positiva sulla nostra cantante. Oltretutto quelle poche notizie erano spesso confuse, con date in contraddizione fra loro, evidentemente riportate senza aver controllato con esattezza. Cominciai dall’Archivio di Stato di Siena, dove nel fondo Piccolomini Clementini esiste una busta, la 106, interamente dedicata a Marietta. Non vi trovai niente di scritto da lei, che potesse in qualche modo darmi l’idea di un personaggio realmente vissuto, ma vi trovai molti articoli su di lei che mi aiutarono a ricostruirne a grandi linee il percorso artistico, almeno per quello che concerne l’Italia: il debutto alla Pergola di Firenze, non ancora diciottenne, nel febbraio del ’52 , la stagione romana al teatro Argentina nell’autunno/inverno di quello stesso anno, Pisa e Palermo nel 53 e poi di nuovo Roma, Bologna Firenze, Siena, Udine, Modena, fino alla trionfale stagione torinese nell’autunno-inverno del ’55, quando i giornali di oltralpe cominciarono a parlare della sua Traviata e della possibilità di vederla sulla scene di Parigi e Londra, cosa che avvenne già nell’anno seguente e segnò l’inizio di un triennio che la vide passare di successo in successo al Théatre Impériale Italien, all’Her Majesty Theatre e in tutti i massimi teatri del Regno unito e di Irlanda e, infine, negli Stati Uniti.
Pensare come una donna di teatro al culmine della carriera possa lasciare tutto per il matrimonio può risultare difficile ai nostri ragionamenti e probabilmente lo fu anche per lei. Di fatto possono aiutarci a capire altri documenti presenti all’Archivio di Siena , quelli contenuti nelle buste 72 e 76, lettere che i membri della famiglia Piccolomini, in viaggio per accompagnare Marietta nelle varie località in cui si spostava par i concerti, scrivevano a chi era rimasto a casa, le nonne Teresa Piccolomini Clementini e Violante Gori Pannilini, lo zio Roberto Gori e, soprattutto, il fratellino di Marietta, Innocenzo detto Cencio, rimasto al Collegio Tolomei per completare la sua educazione Sono lettere che ci danno l’impressione di un clima familiare disteso e sereno, vivaci, piene di informazioni e raccomandazioni, appuntamenti per le festività e saluti da passare ai parenti. Le notizie relative alla carriera di Marietta e ai suoi concerti sono informazioni fra le altre e non sembrano polarizzare l’attenzione della famiglia, per la quale i suoi successi danno l’impressione di essere qualcosa cui non dar troppo peso e da non prendere troppo sul serio. D’altra parte a quel tempo era abbastanza frequente che una cantante si nobilitasse sposando un titolato e ponesse fine alla carriera. Meno frequente era invece il caso contrario, essendo considerato quello del teatro un ambiente di scarsa moralità e non essendo comunque costume delle signorine nobili quello di esercitare una qualsiasi professione. Quello di Marietta fu quindi un caso veramente eccezionale, ma anche lei ad un certo punto decise di rientrare nei ranghi e di sposarsi. La sua carriera durò in pratica solo otto anni, ma furono anni talmente intensi e il suo successo talmente folgorante che l’articolista de ‘Il Giorno’ all’indomani della sua morte la definì ‘la più fulgida stella che sia mai apparsa nel panorama dell’arte italiana’ .
Non mancarono , dopo il matrimonio, occasioni in cui si esibì in teatro, sempre a scopo filantropico. Una in particolare riguarda Città della Pieve e il suo teatro che ha avuto l’onore, proprio grazie a Marietta, di essere ricordato nel libro di Gino Monaldi, importante musicologo e studioso di teatro di fine’800, Cantanti celebri del XIX secolo .Ne avevo trovato indicazione tra le poche note di uno degli articoli riprodotti in appendice al lavoro di Pietro Piccolomini. Mi aveva colpito la descrizione che l’estensore dell’articolo riportava e che trascrivo:”Per ben comprendere la Piccolomini bisognava anzitutto vederla e osservarla nel volto, la cui espressione preludeva e accompagnava mirabilmente il senso della parola cantata. Il sorriso, il pianto, la carezza, l’ira, la gelosia, l’amore, prima d’esser detti e cantati s’indovinavano, oserei dire si leggevano in quel sembiante mobilissimo e così artisticamente eloquente, Si aggiunga a ciò la purezza di una pronuncia italianamente bella e che costituiva una delle sue magiche prerogative. Con tale patrimonio di voce, d’arte, d’ingegno e di sentimento, gli entusiasmi che essa destava sulla scena erano indicibili ...” La descrizione mi ricordava quella che avevo letto su internet in un lungo articolo che La France Musicale del 14 dicembre 1856 dedica alla Traviata a seguito della trionfale prima al Théatre Imperiale Italien. La cantante vi viene paragonata a un essere magico che esercita sul pubblico un’influenza magnetica, mentre il particolare della sua perfetta pronuncia l’avevo già letto in un articolo del ’53, scritto a seguito della prima stagione romana. Volli controllare per rendermi conto se si trattasse di informazioni dirette o mediate da altri testi. Procuratomi non senza una qualche difficoltà il libro del Monaldi, mi trovai di fronte ad una notizia inaspettata, che riporto testualmente: “Ricordo Marietta Piccolomini, già da tempo Marchesa della Fargna, sulle scene del piccolo teatro di Città della Pieve, dove una sera aveva consentito, a filantropico scopo, di cantare l’ultimo atto del Trovatore in unione di due o tre dilettanti del paese. Il conte di Luna era un certo Matteucci , modesto cantante da chiesa, il quale, abbagliato, stordito dall’accento vigoroso e appassionato col quale la Piccolomini diceva e cantava la famosa frase ‘calpesta il mio cadavere, ma salva il Trovator’ perdette addirittura la bussola …e la parola, non ricordando più di pronunciare il generoso grido ‘Colui vivrà!’ , così che la grande artista dovette dirlo per lui, come indovinandone il pensiero , e attaccare subito la cabaletta ‘Vivrà, vivrà, ecc. ecc.’ con un trasporto, un fuoco e una bravura di cui non è facile dare una giusta idea. Ebbene, quest’artista che aveva tumulti passionali e drammatici d’una potenza sbalorditiva, sapeva scendere alla cosiddetta romanza da camera con una eloquenza, una tenerezza, una grazia impareggiabili”
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giovedì 16 aprile 2009

CERCANDO MARIETTA Appunti particolari di una ricerca Di Angela Cingottini parte prima


CERCANDO MARIETTA Appunti particolari di una ricerca
Di Angela Cingottini


Pubblicato su Il Moggio, anno 2, n.1, Città della Pieve.

Il 10 febbraio del 2007 l’International Opera Theater di Philadelphia tenne a Città della Pieve una serie di audizioni per cantanti lirici finalizzate ad un premio intitolato al soprano Marietta Piccolomini (1834-1899). In quella occasione il Comune, che patrocinava il premio stesso, e la Libera Università di Città della Pieve si fecero promotori di un pomeriggio culturale in teatro per ricordare e far conoscere ai pievesi quella loro concittadina della seconda metà dell’ottocento. L’Assessore alla Cultura, Prof. M. Luisa Meo e la Dott. Daniela Barzanti, Presidente della Libera Università, sapendo che da anni mi occupo di ricerche sulla soprano senese, mi incaricarono di condurre la presentazione. Non senza emozione esordii rivelando ai presenti che proprio un 10 febbraio, quello del 1859, Marietta Piccolomini dava l’addio a Philadelphia cantando per l’ultima volta alla Academy of Music, attualmente il più antico e all’epoca il più prestigioso teatro degli Stati Uniti, dopo un mese di successi ininterrotti . Durante quella stessa tournéé, il 25 gennaio, la Piccolomini si era esibita anche nella Traviata, opera per cui è passata alla storia come l’interprete che meglio aveva saputo renderne lo spirito e il carattere. Bene, proprio il 25 gennaio del 2007 a Philadelphia si erano svolti i festeggiamenti inaugurali per il 150° della fondazione dell’Academy e la direttrice dell’International Opera Theatre di Philadelphia, Karen Saillant, poco prima di partire per sovrintendere al concorso di Città della Pieve , vi stava partecipando con un suo lavoro di regia. Queste coincidenze di date erano emerse per caso, durante una delle mie tante ricerche su internet per trovare o verificare notizie intorno alla tournée americana della Piccolomini. E’ infatti cosa nota che la soprano ha cantato a New York ed è stata la prima a portarvi la Traviata , ma quella sera, proprio il 25 gennaio 2007, per uno di quegli incastri di parole chiave che a volte ti portano dove non penseresti mai, mi trovai davanti agli occhi “ Philadelphia, Chronology of the Opera, 1859”. Non avevo digitato io il nome della città, ma era evidentemente bastato il nome della cantante e l’anno. Ed ecco la notizia che lei, proprio nel gennaio- febbraio, era stata a Philadelphia e nella stessa sera in cui, 148 anni dopo, io ne venivo a conoscenza, aveva eseguito il suo cavallo di battaglia.
Un messaggio di posta elettronica per comunicare con Karen che non sentivo da alcuni giorni. Mi risponde immediatamente, nientemeno che dal camerino della Academy of Music storicamente destinato alla Prima Donna, in quel caso riservato a lei per il lavoro che stava conducendo: inutile dire che entrambe siamo rimaste folgorate sulle rispettive sedie, davanti ai nostri reciproci messaggi .
Ripresami dallo stupore aggiunsi le notizie riguardanti la presenza di Marietta Piccolomini a Philadelphia alle tante che avevo raccolto nel giro degli anni, alcune veramente regalate dal caso, da quando , per caso, avevo sentito per la prima volta il suo nome e avevo cominciato ad occuparmi di lei.
Fu agli inizi del 2000 quando, a Siena, vidi un manifesto che annunciava un concerto dell’Unione Corale Senese in onore di Marietta Piccolomini. Nonostante io sia senese non sapevo che nell’illustre famiglia ci fosse stata una Marietta cantante, lo evincevo da quel manifesto. Solo diverso tempo dopo ebbi modo di collegarlo alle onoranze riservatele nella sua città in occasione del centenario della morte. Accadde dopo che, nel 2003, a Città della Pieve, ero incappata per la seconda volta nel suo nome. Mi trovavo in Palazzo Fargna e con il Dott. Bittarello stavo pianificando il corso di Storia della Canzone Italiana che tenevo per la Libera Università. Fu lui a passarmi l’informazione che nell’800 una grande cantante senese aveva soggiornato spesso a Città della Pieve nei possedimenti del marito, un nobile di origini romane,il Marchese Francesco Caetani della Fargna sposato nel 1860, nel cui palazzo la nostra conversazione si stava svolgendo. Mi venne da pensare che in fondo anch’io, senese, ero capitata alla Pieve a causa di mio marito e della casa dei suoi antenati che, a pochi metri da palazzo Fargna, ci ospitava sempre più spesso. Mi sentii in dovere di saper di più su questa mia doppiamente concittadina.
Mi furono procurati un articolo di Gaetano Fiacconi e una scheda relativa a Marietta Piccolomini presente nel libro di Don Fiorenzo Canuti “Nella patria del Perugino”, che costituirono il mio punto di partenza. Da una prima ricerca bibliografica su internet venne fuori un’unica opera completa, una biografia praticamente introvabile in quanto pubblicata nel 1900, l’anno successivo alla morte di Marietta e scritta da un parente, Pietro Piccolomini. Raccontare come non molto tempo dopo , a Siena, io sia riuscita a venire in possesso di alcune copie dell’opera, ripubblicata in copia anastatica nel 2000,senza averle cercate, ha del fiabesco. Il libro di per sé non aggiungeva nulla a quanto già conoscevo . Si tratta di una biografia di 21 pagine con una appendice di tre lettere di Marietta alla nonna e una serie di articoli di giornale relativi a concerti da lei tenuti. Le lettere non sono datate e in alcuni casi, come lo stesso curatore avverte, non lo sono neppure gli articoli, ritagliati da giornali e messi a sua disposizione quasi mezzo secolo dopo. Dai contenuti delle lettere si evince che sono state scritte agli inizi della carriera, nel ’52 e ’53. Anche gli articoli si riferiscono ai successi italiani e quindi per un periodo che va fino alla metà del 1856 quando, stipulato un contratto con l’impresario Benjamin Lumley ,il patron dell’ Her Majesty Theatre di Londra, la sua carriera si svolse soprattutto, con incredibili successi, fuori d’Italia.
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lunedì 29 dicembre 2008

LA FINESTRA DI FRONTE - UNA GIORNATA PARTICOLARE di Angela Cingottini

LA FINESTRA DI FRONTE - UNA GIORNATA PARTICOLARE.
Due finestre, due donne, una storia.



di Angela Cingottini

Il film di Ferzan Ozpetek ci riconduce a quello di Scola nella scelta di alcune tematiche fondamentali, ma sono soprattutto le scene in cui la macchina da presa indugia sui grandi condomini romani, sui cortili interni e, naturalmente ,sulle finestre che si aprono verso altre finestre ed esistenze, a dare l’input ai paralleli più immediati, appunto quelli di ordine scenico e,comunque, visivo.
Osserviamo ora però ,più da vicino, le tematiche . A trent’anni di distanza Ozpetek comincia il suo film là dove Scola lo ha finito. Ancora la Roma del nazifascismo: in Scola la collaborazione Mussolini -Hitler è agli inizi, in Ozpetek il fascismo è già fuorilegge e i nazisti imperversano su Roma con retate in tutte le direzioni. Nel primo film è Gabriele, colpevole di essere diverso,’ né marito, né padre,né soldato’ la vittima più diretta .Prelevato di notte da casa verrà, nella migliore delle ipotesi,mandato al confino. In Ozpetek il protagonista eredita la colpa di Gabriele e in più è anche ebreo Ma qui Davide, la vittima, sembra riscattarsi. Lo rivediamo anziano, la figura rispettabile,una buona posizione economica. Apprendiamo che ha avuto onorificenze per aver salvato molte persone dalle retate naziste,ma in realtà lui stesso ammette il suo fallimento perché, per rendere se stesso e la sua diversità accettabile agli altri ,non ha salvato per tempo la persona che amava,perdendola per sempre.
Un’analisi attenta necessitano le protagoniste femminili dei due film :entrambe a proprio modo vittime più o meno consapevoli delle loro situazioni famigliari .Dalle rispettive finestre tutte e due vedono, attraverso la finestra dell’appartamento di fronte ,un diverso modo di vivere ed una possibilità di evasione dalla propria condizione .Per Antonietta questo avviene per gradi e solo al termine di una giornata trascorsa insieme a Gabriele riconosce e ammette la sua insoddisfazione, mettendo in discussione tutta la sicurezza di madre,moglie e buona fascista ostentata fino a quel momento. Il segreto del rapporto nuovo con Gabriele le dà forza per cominciare a ritagliarsi uno spazio di esistenza veramente suo – sedersi in cucina a leggere un libro quando il marito è già andato a letto - . Ma dalla finestra Antonietta assiste anche al prelevamento di Gabriele dal suo appartamento e questo fatto determina la fine del suo tentativo di emancipazione:il libro da poco iniziato viene chiuso e riposto nella credenza, Antonietta se ne va stancamente a letto . Anche Giovanna,nel film di Ozpetek , ha sulle spalle una situazione pesante:non solo il ménage casalingo, ma anche il mantenimento della famiglia dipende in massima parte dal suo lavoro. Un lavoro che,oltretutto,non le piace. Ma non sembra avere altra scelta .Anche per lei,come per Antonietta,l’occasione al riscatto viene dall’inquilino dell’appartamento di fronte,ma mentre Antonietta ha bisogno delle sollecitazioni di Gabriele per arrivare a mettere in discussione la sua realtà , avendone avvertito tutta insieme la pesantezza e l’ingiustizia, Giovanna sente già distintamente di avere diritto ad una esistenza diversa . Una conoscenza incidentale,una giornata trascorsa insieme a Lorenzo in una sorta di indagine alla ricerca del presente e del passato di Davide, crea una complicità che sta per convincerla a iniziare un’altra vita partendo con Lorenzo. Non averlo fatto sembra un’altra sconfitta,ma è in realtà un inizio per la presa di coscienza di sé e per il riscatto:Giovanna lascia il lavoro sicuro, che non le piace e va come apprendista in una pasticceria iniziando così veramente un processo verso quella emancipazione che non potrà venirle né dall’indipendenza economica , né dal cambio di partner,ma solo dalla realizzazione di se stessa e dallo sviluppo delle proprie capacità..
Gli esiti diversi delle vicende che accomunano le due donne sono da ricondursi al realismo con cui entrambi i registi affrontano e propongono le due storie: sia Antonietta che Giovanna sono figlie e, contemporaneamente , emblemi del proprio tempo .Lo schema delle loro storie è quello comune a tantissime altre donne e sono semmai proprio gli esiti a farle apparire diverse, ognuna con una sua sorta di eroicità , ognuna vissuta all’interno della propria epoca.
Osserviamo da ultimo proprio l’affresco epocale in cui si muovono le due protagoniste: per Antonietta è la Roma delle parate fasciste e una gran massa di persone che si sposta tra il grande condominio e via dei Fori Imperiali , una famiglia numerosa, la portiera che sa tutto di tutti e che dispensa consigli comportamentali .La radio a tutto volume che trasmette la cronaca della sfilata e musiche di regime, impedendo l’ascolto di qualsiasi altro tipo di musica, è contemporaneamente realtà e metafora. Anche per Giovanna c’è un grande condominio di Roma; al posto delle sfilate fasciste il lavoro nella polleria industriale, la corsa al supermercato il fine settimana e la cena in pizzeria la sera con marito e figli, fra tanti altri che vanno in pizzeria dopo esser stati al supermercato. Non c’è più la portiera, ma c’è una simpatica amica lavoratrice immigrata che, anche lei, dispensa consigli, ovviamente diversi da quelli che la portiera dà ad Antonietta. La presenza dei lavoratori immigrati data con realismo questa storia degli anni 2000,così come le divise indossate dalla popolazione civile costituiscono l’elemento di più immediata identificazione epocale di Una giornata particolare . Le musiche, anche qui scelte in maniera appropriata ed elemento reale dell’azione identificano i periodi storici , mentre l’ultima canzone,Gocce di memoria,è l’espressione del monologo interno che la protagonista rivolge all’anziano Davide ormai morto. Questo monologo, che nel suo sviluppo e nel senso ricorda molto da vicino un passo da ‘Una donna’ di Sibilla Aleramo (1) , è l’elemento veramente nuovo presente in La finestra di fronte costituendone l’esito,in questo caso il superamento della condizione che faceva di Giovanna una vittima . Prendere coscienza di sé e avviarsi ,sia pure a piccoli passi ,verso una autorealizzazione le fa assumere atteggiamenti relazionali diversi e fa emergere un mondo di sentimenti che sembrava non aver spazio nella sua vita.
nota 1:
Per un opportuno raffronto si trascrivono i due testi:


‘…all’improvviso sento i tuoi gesti nei miei,ti riconosco nelle mie parole .Tutti quelli che se ne vanno ci lasciano sempre addosso un po’ di sé .E’questo il segreto della memoria?se è così,allora,mi sento più sicura. Perché so che non sarò mai sola.’(La finestra di fronte)


‘Le ore passate accanto alle spoglie di chi amammo non ci fanno veggenti;ma neppure ci prostrano,né ci tolgono il senso dell’esistenza che in noi continua .Sembra in quel punto di ereditare,coi doveri,anche le qualità di chi ci ha lasciati;ci si trova più ricchi,o di energia o di idealità o di amore. Ci si sente solidali coi vivi oltre che coi morti.’ S.Aleramo,Una donna.

Cit. da: Feltrinelli 2003,pp.135-136.


Pubblicato in: Carte di Cinema,n.15,p.60-61

sabato 10 maggio 2008

CANTARE PER RICORDARE di Angela Cingottini


Durante l'anno scolastico che si sta concludendo è stata realizzata dalle scuole elementari 'Federigo Tozzi' e 'Baldassarre Peruzzi', di Siena, una interessante esperienza didattica dal titolo :Cantare per ricordare.
La cosa, proposta come progetto interdisciplinare , ha visto attori principali i ragazzi delle due scuole guidati ed indirizzati dai docenti, che sono stati coadiuvati in maniera sostanziale dal M.o Leonardo Angelini, versatile e valente pianista nonché direttore della scuola Music Ensemble, di Siena.

I ragazzi sono stati condotti per un itinerario musicale che li ha portati a ripercorrere tutto il novecento per mezzo delle canzoni che hanno ascoltato e imparato a cantare - di qui il titolo: Cantare per ricordare. In realtà per gli allievi più che una occasione di ricordo è stata una scoperta di radici, mentre a ricordare sono stati soprattutto i famigliari, anch'essi coinvolti nell'operazione che ,per la sua buona riuscita, contava proprio sull'apporto di tutti, soprattuto dei più anziani , con cui spesso il rapporto è frettoloso e carente. La realizzazione del progetto è divenuta quindi un fattivo momento di collaborazione fra più sinergie: l'istituzione, la famiglia e gli specialisti, in questo caso il M.o Angelini, che da anni partecipa con entusiasmo a tutte le occasioni in cui può contribuire alla diffusione della musica e della cultura musicale.

Le canzoni sono state presentate come specchio dell'epoca che le ha generate e questo, oltre a renderle oggetto di apprendimento, è servito come motivo di riflessione sulle vicende che hanno 'fatto' il novecento. Sicuramente cantare Mamma mia dammi cento lire, ha dato ai ragazzi una dimensione assai più tangibile del periodo della nostra emigrazione di quanto avrebbero potuto fare le parole dei docenti o quello che si può (qualche volta ) leggere sui libri. D'altra parte, sempre per restare in tema di emigrazione, ricordare i canti dei nostri emigranti, può far riflettere sulle mutate condizioni sociali del nostro paese -diventato oggi terra di immigrazione- e sulle aspettative di coloro che oggi compiono percorsi che noi abbiamo compiuto un secolo fa.
L'altro aspetto assai importante del progetto è stato quello più specifico dell'avvicinamento alla musica e al canto, da sempre un punto dolente dei nostri programmi scolastici . In un'epoca in cui i modelli imposti dai media sono soprattuto modelli individuali, talvolta musicalmente discutibili, è assai importante che i giovanissimi scoprano il piacere di cantare ed armonizzare le proprie voci in un coro. Cantare insieme ha una grande valenza socializzante e può divenire la maniera per trasformare molti ragazzi, da passivi fruitori di tutto ciò che viene proposto, in elementi attivi, con voglia di esprimersi e procedere nell'educazione musicale. Curare la musica d'insieme, di ragazzi e adulti, è stato da sempre uno degli obiettivi di fondo dell'associazione culturale Music Ensemble.

Un altro momento importantissimo dell'attuazione del progetto è stato quello delle esibizioni dei bambini nelle principali istituzioni cittadine per anziani. Sono stati incontri commoventi che hanno offerto agli ospiti delle case di riposo l'occasione di rivivere momenti della loro vita -cantare per ricordare- ma anche ai bambini l'opportunità di toccare con mano le radici comuni, sentendosi vicini e importanti per tutti quei 'nonni' che , prima di loro, avevano cantato quelle canzoni. Proprio quei 'nonni ' sono stati anche intervistati e i ragazzi hanno potuto apprendere da loro spaccati di vita che vanno molto indietro nel novecento, di quando gli anziani di oggi erano bambini, come si divertivano e, in sostanza, come vivevano.

Testimonianza tangibile dell'esperienza, un cd inciso dagli allievi e un opuscolo di 'storia del novecento' sul filo della canzone, frutto delle ricerche ,delle interviste ed elaborazione comune di tutti i partecipanti al progetto, cui è stato offerto un sostegno fattivo dalla Banca di Credito Cooperativo di Monteriggioni

C'è da auspicare che altre scuole vogliano fare proprio il progetto Peruzzi-Tozzi, riscoprendo e utilizzando quel patrimonio di canzoni, tutto tipicamente italiano, che le fa essere la colonna sonora della nostra vita.

Angela Cingottini
24 aprile 2008

-Un'opinione sull'importanza della musica e delle canzoni nella didattica della storia si può leggere in: A.Cingottini, Una vita difficile, ovvero: fare storia con la musica, in:L'immagine e il suono, atti del seminario di studi, Università per Stranieri di Siena, 1994, aa.vv., a cura di S. Micheli.

giovedì 10 aprile 2008

Il Potere evocativo di una chitarra, Omaggio a Françoise Hardy di Angela Cingottini


Eravamo una decina sabato sera a casa di Paolo: camino acceso,le zuppe di Marta, salsicce alla brace, vino: un classico. Tanto per esorcizzare l'inverno che ancora si fa sentire pungente sul poggio di Città della Pieve, in Umbria. E poi, per completare il quadro d'ambiente, esce dalla custodia una chitarra, la seconda della serata, per dir la verità. La prima, quella di Gastone, aveva già assolto il suo compito, suonando come da spartito un paio di pezzi a solo e accompagnando la voce della sottoscritta in un classico di Gershwin: Summertime. Ma poi aveva ritenuto opportuno scomparire, sapendo che ce n'era un'altra, di un amico nuovo , cui si voleva lasciare spazio. E l'amico Carlo, nuovo per noi ma non per il resto della compagnia, ha cominciato a tirar fuori gli accordi che conosce: senza remore e con tanta gioia di poter accompagnare le voci ,all'inizio poco accordate ,degli amici che si sono lasciati prendere dal vortice del revival....Dalla sceneggiata della Cammesella , magistralmente interpretata del padrone di casa e da un'insuperabile Lucia , si arriva a Sapore di sale, Il cielo in una stanza, Sassi, le canzoni di Luigi Tenco, il primissimo De André con Bocca di Rosa e il Testamento e poi man mano gli americani: Paul Anka con Diana, Neil Sedaka con Carol., i Platters con Only you , Elvis... Chi conosce un po' di parole canta, chi no fa il coro muto oppure accompagna con un la la la la che va a formare una melodia sulle audaci armonizzazioni di Carlo. Andiamo avanti per più di un'ora, senza un programma , ma seguendo il motivo che , volta per volta , l'uno o l'altro ricorda e comincia a cantare. Siamo ritornati tutti più o meno bambini, passando in rassegna gli anni '60 e i '70 : Jimmi Fontana con il Mondo, Lauzi con Ritornerai, le belle cose di Mogol- Battisti, Sergio Endrigo. Abbiamo scoperto tutti con gioia di avere un patrimonio che ci accomunava anche in quegli anni in cui ancora non ci conoscevamo e che può continuare a farci sognare pensando a quel tempo magico in cui la vita , comunque , ci si presentava con tante aspettativa diversificate. Poco importa se poi le cose sono state diverse da quello che sognavi. Il sogno è bello di per sé, nell'attimo in cui lo vivi e in quello in cui lo ricordi, appunto perché è o è stato un sogno . E continuiamo a sognare di canzone in canzone, ognuno rivivendo le proprie emozioni, ridendo a crepapelle della convinzione con cui tutti cantiamo. Felici di esserci. E basta. Felici di vivere il sogno comune di tornare indietro nel tempo, reso possibile dalla grinta con cui Carlo continua a dar dentro alle corde, senza che nessuno si chieda se l'accordo è veramente quello che ci vuole: è il potere magico di questo strumento, riuscire in qualche modo a far esprimere suoni significativi anche a chi non ha grandi pretese di competenza musicale o non ne ha affatto. E , a un tratto, Daniela intona Tous les garçons et les filles .....Françoise Hardy.... la ragazzina francese che nel '62 con questo suo testo ha fatto il giro del mondo
. Io ero una bambina e lei aveva qualche anno più di me: me l'ero completamente dimenticata, anche se ho cantato la sua canzone per tantissimo tempo. Qualcuno mi aveva insegnato anche un paio di accordi sulla chitarra per accompagnarmi da me : proprio come faceva lei. Tutti cantano in italiano , ma io la ritiro fuori da un cassetto chiuso della mia memoria in francese. E mi stupisco della mia buona pronuncia, io che il francese lo conosco poco.
La serata finisce con una mia interpretazione di Lili Marlene, in tedesco,ormai è un mio classico , gli amici lo sanno e me lo chiedono volentieri. Qualcuno mi avvicina una lampada a stelo che funge da lampione........ Rimane la sensazione piacevole di due ore passate nel revival e nel sogno ........e anche, per me, la voglia di conoscere che fine abbia fatto Francoise Hardy !
Per fortuna esiste Google e parto all'assalto . Digito poche parole chiave e entro nel sito ufficiale. Stento a riconoscerla nella figura con i capelli corti, bianchi ,in tailleur pantaloni classico, che si staglia su uno sfondo in aperta campagna. Ma è questione di un attimo. Il suo stile riprende il sopravvento e la vedo in decine di foto che ne ripercorrono la vita artistica e privata, una classe e uno charme, è proprio il caso di dirlo, che la accompagna negli anni, facendola rinascere se stessa e diversa nel corso delle stagioni : un po' efebo, un po' un essere androgino, sicuramente affascinante in ogni momento della sua vita. Vado su You tube : parto da Tous les garçons e, anche lì , una canzone tira l'altra. Simili nelle armonizzazioni semplici , spesso per chitarra, ma diverse nei testi profondi ,scritti quasi sempre da Françoise stessa. Testi intimi, vissuti , che potrebbero comunicare tantissimo anche ai ragazzi di oggi, se li conoscessero, e anche ai non più ragazzi. Allo stesso tempo la scopro, giovanissima, affascinante testimonial di Dior mentre canta la deliziosa Comment te dire adieu di Serge Gainsbourg che, poco dopo, mi si presenta anche in un'ottima traduzione tedesca, cantata con perfetta pronuncia e convinzione. Mi si apre una discografia enorme, che continua fino ai nostri giorni e questo mi fa immensamente piacere. Fa piacere constatare che un'artista che divenne un'icona all'inizio degli anni '60 è ancora apprezzata e seguita: significa che non è stato un fuoco di paglia, ma un personaggio vero, di quelli che non si esauriscono nel giro di una stagione. Un po' come il nostro De André -anche lui cominciò con la chitarra. Sembra proprio che questo strumento sia fatto apposta per lasciare spazio e accompagnare discretamente le voci che sanno e hanno storie da raccontare. Tra le varie cose di Françoise scopro che si occupa di astrologia e ha all'attivo varie pubblicazioni : non mi stupisce: una che a vent'anni canta cose come Des rondes dans l'eau o Mon amie la rose e approda a sessanta con testi suoi come lo stupendo Tant des belles choses, può sicuramente avere doti di sensitiva e essere una voce autorevole in settori come la parapsicologia o l'astrologia . Scopro che abbiamo una passione in comune: il tedesco,che anche lei conosce e parla con scioltezza. Leggo di un video clip, sembra, storico ,del '70, mai presentato in Francia , un omaggio a Marlene Dietrich. La critica è più che positiva, il titolo mi affascina: Traume -Sogni .Lo trovo subito e la vedo,in bianco nero, immagini intense, senza tempo,enigmatiche. Stupendi primi piani di profilo e di tre quarti, mentre aspira brevemente fumo da un lungo bocchino .Sembra persa nei suoi pensieri, ma accenna un sorriso quando il testo dice (traduco) -che miracolo il mondo, ogni albero e ogni campo, che miracolo il mondo- Un testo poetico che, in uno splendido tedesco, si interroga sull'essenza dei sogni e sulla loro valenza. Un testo sussurrato sui toni medio bassi che le sono congeniali , una musica senza impennate, in cui le differenze si giocano nei semitoni. La ascolto varie volte, come mi accade di fare quando un brano musicale mi colpisce e già nella mia mente accenna un testo italiano. Non ho mai scritto il testo per una canzone, ma posso provare a creare una traduzione cantabile. Non mi ci vuole molto, sembra una magia. Le parole italiane mi cantano nella testa secondo il ritmo. Non mi era mai accaduta una cosa simile: è già tanto difficile tradurre decentemente poesie, figuriamoci se si tratta di un testo in musica! Però il risultato non mi pare da disprezzare: il testo è fedele ,ho addirittura salvaguardato qualche rima e, quello che è bello, si adatta al ritmo!
Grazie, magica Françoise, che mi hai dato l'opportunità di vivere un momento creativo e, soprattutto, grazie al magico strumento che mi ha offerto l'inizio di questa storia!!

Angela Cingottini
1 aprile 2008.

Traume

Sogni

Traume,die bei Nacht entstehen

Sogni, risplendono nel buio
und am Tag vergehen

e muoiono nel sole
sind meistens garnicht wahr,

non sono realtà.
weil sie unter den Millionen

Nascon da mille illusioni,
unserer Illusionen

sconvolgono intenzioni
geboren sind

di ogni età

Traume sind wie ferne Wolken

Sogni son nuvole lontane
denen andre folgen

che dalle nostre mani
solang es leben gibt .

seguono l'aria.
Sag mir, sag wohin sie treiben,

Dimmi, dove vanno col vento,
wo sie einmal bleiben,

sospinte ogni momento.
weiss nur der Wind.

Non saprai mai.

Wie ein Wunder ist die Welt ,

Guarda il mondo intorno a te,
jeder Baum und jedes Feld .

è un miracolo per noi.
Wie ein Wunder ist die Welt !

Guarda il mondo intorno a te!

Traume,die uns nichts bedeuten

Sogni, per noi non sono niente,
sollte man beizeiten

ma sono nella mente
mit anderen Augen sehen,

e dentro gli occhi tuoi.
Weil sie oftmals unser Denken

Sogni, trascinano pensieri
auf die Wege lenken

verso nuovi sentieri
die wir dann gehen.

che già viviam.

(trad. di Angela Cingottini)

giovedì 3 aprile 2008

La ragazzina davanti alla Coop di Angela Cingottini

La ragazzina davanti alla Coop

Qualche tempo fa davanti alla Coop è comparsa una ragazzina. Un'altra dei soliti immigrati più o meno regolari che vengono parcheggiati la mattina nei punti strategici per chiedere l'elemosina durante il giorno. Seduti in terra, con cartelli in mano che ti descrivono famiglie numerose, persone giacenti in ospedale e ti ringraziano invocando su di te benedizioni per quello che vorrai lasciargli.
La ragazzina dimostrava tra sì e no quattordici anni, non ricordo cosa dicesse il suo cartello: non li leggo mai quei cartelli. Mi limito a lasciare qualcosa, spesso l'euro che ritiro fuori dal carrello che ho appena utilizzato. E così con la ragazzina. Stava lì, tendeva la mano senza troppa convinzione e accennava un mezzo sorriso ringraziando quando le lasciavi cadere giù qualcosa . Mi investiva di una gran pena quel mezzo sorriso. Una ragazzina lì per terra, abulica, intristita, straniera ed estranea a tanta gente cui pure tendeva la mano. Pensavo che non doveva essere lì. Il suo posto era fra gli altri ragazzi , a correre, a scherzare ,soprattutto a ridere. Ridere per la vita che ti si apre davanti, che dovrà pur darti qualcosa visto che tu sei lì, e non ti ci sei messa da sola sulla terra. E hai il diritto di aspettarti e pretendere qualcosa, non solo l'euro o il centesimo che , forse, qualcuno ogni tanto ti concede. Chi ti regala un sorriso? Chi ti fa sentire viva? Chi ti insegna la gioia di sentirsi utile? Tutte domande senza risposta. E tu continuavi ad essere lì, semi addormentata, abulica, inerte. Scaricata, probabilmente, da una macchina che la mattina piazza a lavoro altre bambine come te, parcheggiate davanti ai vari supermercati e che la sera fa il giro per ritirarti, misero pacco postale. Ti porta in una casa. E tutto quello che ricavi da una giornata inerte ti sarà tolto fino all'ultimo centesimo. Senza che tu possa dir niente, senza che tu neppure possa pensare di dir niente. Perché nessuno ti lascia capire i tuoi diritti.. Il primo, il diritto ad esistere come essere umano, che non è quello di stare seduta tutto il giorno davanti ad un supermercato. Fra qualche anno cambieranno mercato e tu non saprai e non potrai dire di no, perché non sai di poterlo dire, di avere tutto il diritto di dirlo, di ribellarti, di pretendere anche tu una vita 'normale'. Quantomeno una vita tua, dove sei tu a decidere se vuoi prostituirti o no.
E volevo aiutarti , ragazzina. Mi dicevo che non era giusto continuare a darti dei soldi che non ti avrebbero dato niente, neppure il grazie di chi , poi , te li avrebbe presi. Non ti avrebbero dato né insegnato niente, i miei soldi. Solo, forse, che stando lì, seduta, davanti al supermercato , avresti potuto ottenere qualcosa per comprare, di tanto in tanto, dei chewing gum o delle merendine .Non sarebbero serviti a stabilire un rapporto fra te e me né fra te ed altri. Saresti rimasta quella bighellona che sta lì e pretende di vivere alle nostre spalle, senza lavorare.
Ma chi ti insegna come lavorare? Chi ti dà un lavoro? Chi ti insegna anche solo l'idea del lavoro, visto che tutto quello che qualcuno ti ha insegnato è che puoi stare seduta per terra e, prima o poi, qualcosa ti danno? Poi, alla fine della giornata, qualcuno ti darà, comunque, qualcosa da mangiare. Comprato, forse, con i soldi guadagnati dalle tue sorelle maggiori, sorelle, se non di sangue,di destino. Neppure loro sono padrone dei loro soldi, c'è chi li gestisce per loro. Anche loro non sanno di avere dei diritti.
Il diritto di dire no.
Di pensare ad una vita diversa.
Come darti un lavoro? Un'attività?Se almeno ti fosse venuto in mente di aiutare la gente con i carrelli............Ma ci sarebbe stato chi ti avrebbe lasciato il proprio carrello da rimettere a posto per farti guadagnare un euro?.............. Per offrirti una forma di lavoro?............... Per cominciare a farti capire che non tutto può venire dal cielo e che si deve stabilire una sorta di collaborazione?
Decisi di essere IO il tuo primo datore di lavoro e quando mi tendesti la mano inscenai una sorta di commedia, che poi tanto commedia non era e che, comunque, deve essermi riuscita bene. Cominciai a tirar giù i sacchetti e qualcosa mi cadde: era impossibile tirar fuori il borsellino in quelle condizioni. Ma ti sorrisi e ti dissi di aspettare. E tu capisti. Forse, soprattutto, capisti il mio sorriso. Capisti il fatto che non mi ero girata dall'altra parte. Poi il miracolo:
''POSSO AIUTARTI ?'
Non so se l'avessi mai detto prima di allora, ma da quando eri comparsa, ormai da mesi, non ti avevo mai vista aiutare nessuno.. Altro sorriso, il mio
'SI', GRAZIE
portiamo tutto alla mia macchina e poi riporta a posto il carrello. Puoi tenere i soldi.'

Pochi giorni dopo ti ho veduto di nuovo: mi hai sorriso un po' timida, ma mi hai riconosciuto. E ancora mi son lasciata aiutare. E la volta dopo ti ho sentita offrire il tuo aiuto ad un'altra cliente: mi sono sentita immensamente felice: avevi capito.

Da allora non ti vedo quasi mai seduta in terra. C'è sempre il tuo cartello, ma tu sei sempre in movimento: aiuti l'una o l'altra cliente e, soprattutto
sorridi e ricevi sorrisi.
Parli con la gente e la gente parla con te.
Stabilisci un rapporto. La gente si accorge di TE.

Oggi mi hai chiamato da lontano con un bel sorriso. Mi hai gridato:
'Ciao bellina! Come stai?'
Probabilmente è quello che qualcuno ha detto A TE e tu l'hai imparato subito. E l'hai detto proprio
A ME. E mentre mi lasciavo aiutare ti ho chiesto
'Quanti anni hai?'
'Diciassette'
'Di dove sei?'
'Romena'
'E sei qui con la tua mamma?'
'Sì' e , quasi ricordandotelo solo allora, 'ho anche un bambino, di tre mesi, ma ora è in ospedale'
Forse dice proprio questo il tuo cartello.
Non ho fatto osservazioni. Mi sono limitata a pensare che, da più di tre mesi stai lì,davanti alla coop, ma non ti ho mai visto né la pancia, né un figlio neonato. Spero che piano piano tu capisca che non è necessario inventare bambini per smuovere la compassione della gente. Anzi,
non devi affatto smuovere la compassione
Spero veramente che TU capisca. Ti auguro e mi auguro per te che l'idea di far provare compassione alla gente sia un abito che tra poco ti toglierai. Come quei cenci che porti addosso. Mi sembri una ragazzina sveglia: sicuramente prima o poi capirai.


Angela Cingottini
27 febbraio 2008

P:S:
8 marzo 2008

La sorpresa più bella me l'hai fatta proprio oggi:

ore 19,25. Una corsa al supermercato. Non voglio andarci, ma qualcosa manca, vinco la pigrizia...........
E ti vedo. Sei davanti alla montagna di mimose invendute che domani saranno alla discarica. Mi fai un sorriso ESAGERATO!!!!!!!!!
'Ciao bella, tanti auguri !'
mi lasci senza fiato e senza parole.
Solo per un attimo.
'Grazie, anche a TE'
Ti do un bacio.



Con gli auguri migliori per un mondo migliore da
Angela

giovedì 27 marzo 2008

Auguri Angela!

Il blog porge all'amica e collaboratrice Angela Cingottini nostri migliori auguri di una rapida e veloce guarigione!

lunedì 21 gennaio 2008

SANTA LUCIA LUNTANA……piccola storia di un grande patrimonio che gli emigranti trasferirono nel nuovo mondo Parte seconda di Angela Cingottini


Oltre all’amore l’ elemento più ricorrente nelle canzoni napoletane è il mare. Ispirati dalla sua natura poeti popolari e colti hanno dato vita a immagini suggestive, come in Marechiaro di Salvatore di Giacomo, del 1885, oppure O’ marenariello di Gennaro Ottaviano, del 1893.
Anche la famosissima Santa Lucia, che nel 1848 è stata la prima canzone napoletana ad avere un testo anche in italiano, è legata al mare. E’, più precisamente, l’invito di un barcaiolo a fare un giro sulla sua barca per poter meglio godere il fresco della sera .

L’amore rimane comunque il sentimento più cantato nelle canzoni napoletane. Luoghi classici dell’amore, nel settecento e per tutto l’ottocento, sono stati finestre e balconi, spesso presenti nei titoli o ricordati nel testo. Questo perché c’era l’abitudine di cantare serenate sotto la finestra della donna amata, che qualche volta dava dall’alto un cenno di risposta. Viene da pensare, oltre alle già ricordate settecentesche Fenesta vascia e Fenesta ca lucive, alla stupenda Scètate,la serenata piena di passione scritta nel 1887 dal poeta e giornalista Ferdinando Russo. Ma anche nella già ricordata Marechiaro il poeta scrive ‘scètate Carulì ca l’aria è doce’,-svegliati Carolina che l’aria è dolce,dopo aver chiaramente detto ‘….a Marechiare ce sta ‘na fenesta…passa l’acqua pe’ sott’e murmulea…’-…a Marechiaro c’è una finestra…l’acqua passa di sotto e mormora….’

Verso la fine dell’ottocento l’amore sembra trasferirsi nei giardini. Salvatore di Giacomo vi ambienta la sua Era de maggio mentre Vincenzo Russo, poeta semi-analfabeta,autore di I’ te vurria vasà, un testo tra i più significativi di tutto il repertorio napoletano, ne canta i colori e gli odori come splendida cornice entro cui è collocata la donna amata. Siamo nell’anno 1900.Un paio di anni prima,nel 1898, un insegnante che scriveva testi di canzoni per migliorare la sua precaria condizione economica e un posteggiatore, avevano composto un pezzo bellissimo che in breve tempo fece il giro del mondo , diventando il simbolo dell’Italia e motivo di identificazione nazionale per tutti gli italiani che,già da oltre un ventennio, avevano cominciato a emigrare all’estero. Si tratta di O’ sole mio, sicuramente la canzone italiana che rimarrà la più conosciuta nel mondo per oltre mezzo secolo. Bisognerà infatti arrivare al 1958,quando Domenico Modugno lanciò la sua Nel blu dipinto di blu, per avere una canzone che ne eguaglierà il successo.

L’inizio del nuovo secolo popola il centro di Napoli di caffè e café-chantant. Locali come il famosissmo Gambrinus diventano ogni sera il punto di ritrovo di artisti e letterati e spesso le idee musicali scaturiscono proprio di lì.
Anche lo scrittore abruzzese Gabriele D’Annunzio, che visse a Napoli per due anni, era un assiduo frequentatore del Gambrinus. Proprio lì, per vincere una scommessa con il poeta Ferdinando Russo, scrisse una poesia in napoletano che intitolò ‘A vucchella’. La poesia fu in seguito musicata da Francesco Paolo Tosti e divenne in breve tempo parte del repertorio dei maggiori cantanti lirici.
Ma mentre, da una parte, le canzoni diventavano sempre più patrimonio di cantanti famosi che si esibivano in sale di spettacolo o teatri, con accompagnamento orchestrale o anche solo con pianoforte, dall’altra era sempre molto vivo quel filone di cantanti popolari, i posteggiatori, che, accompagnandosi con pochi strumenti a corde e percussioni , si esibivano nelle trattorie o nelle strade. In genere essi si organizzavano in piccole bande a livello familiare in cui ognuno aveva il proprio ruolo di musicista o di cantante. Molti si esibivano a Napoli, ma alcuni andavano in altre città d’Italia o venivano invitati anche all’estero per cantare presso famiglie facoltose. In tal modo contribuivano a far conoscere le canzoni napoletane ad un pubblico più ampio. Anche il grande tenore Enrico Caruso (1873/1921) aveva iniziato a cantare come posteggiatore e fu proprio in questa veste che, nel 1891 ,fu notato dalla persona che gli fece studiare canto. Quando già famoso,nel 1903,si trasferì a New York,diventò l’ambasciatore più degno di nota della canzone napoletana nel nuovo mondo. A lui successe un altro eccezionale tenore,Beniamino Gigli(1890/1957), che accompagnato dal pianista e compositore Ernesto De Curtis, portò la canzone in giro per il mondo. Del resto, proprio grazie agli emigranti che per primi avevano contribuito ad una sua diffusione capillare nei paesi loro ospiti, essa era già molto conosciuta e ammirata. Nel 1911 un emigrante calabrese,Alessandro Sisca, che aveva fondato a New York un giornale in lingua italiana (La follia di New York), scrisse la prima canzone napoletana in territorio di emigrazione. Si tratta di Core ‘ngrato, musicata da un compositore napoletano di nome Salvatore Cardillo, anche lui trasferitosi negli Stati Uniti, nel 1903. La canzone divenne famosissima in breve tempo e in quello stesso anno fu pubblicata anche a Milano dopo aver compiuto un cammino migratorio alla rovescia.
Ma la canzone destinata a diventare il simbolo di tutti coloro che lasciavano o avevano lasciato l’Italia per cercare miglior fortuna all’estero fu Santa Lucia Luntana, scritta da E.A.Mario (Giovanni Gaeta) nel 1919.Il testo è emblematico: in poche strofe descrive sentimenti e emozioni di chi parte con nessuna prospettiva di ritorno. Cantata dagli emigranti con le loro valige di cartone o da grandi come Beniamino Gigli ed Enrico Caruso, racconta l’esperienza di vita di un popolo e di una città che ancora oggi molti, all’estero, proprio grazie alla diffusione delle sue canzoni, identificano con l’Italia tutta.

Angela Cingottini

Pubblicato in lingua inglese su www.italymag.co.uk/ 23 marzo 2005


Angela Cingottini vive a Siena, dove è docente di lingua italiana presso l'Università per Stranieri. (http://www.unistrasi.it/ ) Germanista di formazione, ha tradotto e pubblicato testi a carattere storico-artistico e poetico dal tedesco e dall'inglese. Si occupa di glottodidattica e ha condotto sperimentazioni e ricerche all'interno dell'università sull'utilizzazione del canto e del teatro nell'apprendimento dell'italiano lingua straniera e collaborando con l'International Opera Theatre of Philadelphia (http://www.internationaloperatheter.com/)Collabora alla videorivista Tendenze Italiane, per la quale ha curato numerosi servizi di carattere antropologico- musicale. Ha pubblicato articoli in vari settori -cinema, musica, glottodidattica-ed è formatore in master e corsi di aggiornamento in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze e cicli di lezioni sulla storia della canzone italiana presso l'Università per stranieri di Siena, la Libera Università di Città della Pieve e presso istituzioni universitarie in Europa e negli Stati Uniti. Nel 2004 il Circolo dei Lenti di Siena ha curato una sua personale di pittura, 'Immagini', ripetuta nel 2005 nella rassegna 'Arte e Scuola ' dalla Biblioteca Comunale di Monteriggioni. Collabora come voce recitante a eventi poetico-letterari e concerti, ultimo quello organizzato il 26 ottobre 2007 dall'associazione Music Ensemble nel palazzo comunale di Siena, con la soprano Silvana Bartolotta,il pianista Leonardo Angelini e il violinista Franco Barbucci.(http://www.musicensemble.it/ )

domenica 20 gennaio 2008

SANTA LUCIA LUNTANA……piccola storia di un grande patrimonio che gli emigranti trasferirono nel nuovo mondo Parte prima di Angela Cingottini


Tra gli ultimi anni dell’800 e i primi del ‘900 milioni di emigranti partirono dall’Italia per cercare condizioni di vita migliori nei paesi d’oltre oceano. Moltissimi erano napoletani che lasciavano la loro città salpando da quello che ancora oggi è conosciuto come molo Umberto I.

Gli emigranti non avevano molti bagagli: si imbarcavano portando con sé soprattutto i ricordi del loro bel paese. Le immagini si mescolavano agli odori della loro cucina povera e al suono delle loro canzoni. E sono proprio la cucina e le canzoni che nel ‘900 hanno fatto conoscere al mondo un’altra Italia, fatta non solo di Antichità e di Arte, ma anche di gente semplice, felice di vivere nella cultura che si tramanda all’interno della famiglia, nei gesti e nei fatti della vita quotidiana. E da sempre i napoletani hanno amato parlare della propria vita dando corpo a immagini e sentimenti per mezzo del canto.
E’ un po’ come accade con il presepe, altra grande tradizione napoletana ,in cui questo popolo trasferisce e rappresenta immagini della propria vita e angoli della propria città .

La canzone a Napoli ha origini antiche. Antiche almeno come il Maschio Angioino o l’Università fondata nel 1224 da Federico II di Svevia e di cui porta il nome. A quell’epoca Napoli era già un città molto grande: contava 35.000 abitanti. Federico aveva voluto farne una capitale a tutti gli effetti, emanando decreti e regole per favorire gli scambi culturali e la presenza di studiosi stranieri.
E’ proprio a quell’epoca che si fanno risalire le prime canzoni documentate, il frammento di un Inno al sole e il Canto delle lavandaie del Vomero. Quest’ultimo è ancora molto conosciuto e amato a Napoli. Ricorda il tempo in cui le donne del popolo andavano a lavare il bucato nelle famiglie nobili e benestanti e qualche volta accadeva che la biancheria ,tutta rigorosamente bianca ,venisse confusa e scambiata. La canzone è infatti un’allegra disputa a causa di quattro fazzoletti da restituire.
Le cose cambiarono sotto la dominazione degli Angioini che furono a Napoli per due secoli, dalla seconda metà del ‘200 a quella del ‘400, comportandosi da veri dominatori. Essi sfruttarono la città e i suoi abitanti , tenendo in genere una condotta così scandalosa da attirarsi la scomunica papale. In quell’epoca i napoletani si servirono delle canzoni come satire per mettere in ridicolo e rendere pubblici fatti che sicuramente non facevano onore ai regnanti. Poco ci è rimasto di questo materiale caduto nell'oblio perché privo di vero valore artistico e troppo storicamente datato. Si deve infatti tener presente che nulla veniva scritto e le canzoni erano tramandate oralmente, parole e musica. Così quando perdevano di attualità la gente smetteva di cantarle e andavano perdute.
Un caso a parte è costituito dalla villanella,un genere musicale nato a Napoli nei primi decenni del 1500 e di lì rapidamente diffusosi in tutta Europa. Si tratta di un componimento musicale breve,veramente l’antecedente più diretto della canzone moderna. Di contenuto non religioso, canta in genere l’amore e le bellezze della natura. Nate come canzoni spontanee, composte e eseguite per le strade da cantanti popolari, le villanelle sono però state immediatamente accolte nei repertori delle corti e trascritte in codici che , arrivati fino ai nostri giorni, hanno impedito che tale materiale andasse perduto e dimenticato. Moltissimi musicisti e poeti dell’epoca ne hanno a loro volta composte, allontanandosi talvolta molto dalla spontaneità primitiva a favore di una certa letterarietà. Ce ne sono comunque di bellissime, come la famosa Villanella che all’acqua vai o Voccuccia de ‘no pierzeco. Il testo veniva in genere scritto in napoletano, tenuto in conto di vera e propria lingua. Il compositore belga Orlando di Lasso, che visse molti anni a Napoli come musicista domestico presso una famiglia nobile, lo imparò per scrivere le sue apprezzatissime villanelle.
Tramontato già nei primi anni del 1600 questo genere, le canzoni continuarono a prodursi e tramandarsi spontaneamente. Da un semplice motivo iniziale le musiche si diffondevano da sé e la gente, ascoltandole, inventava sempre nuove frasi e ritmi . In questo modo l’autore o, meglio,gli autori,rimanevano perloppiù sconosciuti. Dobbiamo solo alla buona volontà e al grande amore per la ricerca degli studiosi del settore se noi oggi possiamo ancora cantare o ascoltare pezzi bellissimi come Fenesta ca’ lucive,’O guarracino, Michelemmà, Fenesta vascia e tanti altri. Queste canzoni, composte prevalentemente nel settecento, ma talvolta anche nel seicento o addirittura prima, hanno avuto regolari trascrizioni e pubblicazioni solo nell’ottocento, quando gli studiosi, sotto la spinta del movimento romantico che nei primi anni del diciannovesimo secolo dilagava in tutta Europa, svilupparono l’interesse per il canto e le storie popolari, cercando in essi motivi antichi di identificazione nazionale.
A Napoli fu particolarmente importante l’opera di Guglielmo Cottrau,un francese stabilitosi lì da ragazzo al seguito di Gioacchino Murat e che fondò una casa editrice pubblicando e salvando così dall’oblìo decine e decine di belle canzoni. Probabilmente chi le abbia realmente composte non lo sapremo mai. Spesso sotto queste canzoni figura la dicitura ‘di anonimo’ o il nome di colui che l’ha trascritta ascoltandola cantare da qualcuno.

La prima canzone di cui conosciamo l’autore del testo è Te voglio bene assaje, del 1839. Come spesso accade con i poeti popolari , non si trattava di un letterato. Si chiamava Raffaele Sacco ed era un ottico. Il suo negozio esiste ancora nella centralissima via Capitelli e tutto lì parla della sua canzone. Niente di preciso si sa a proposito del compositore della musica,anche se c’è chi vorrebbe farla risalire a Gaetano Donizetti. In realtà si tratta solo di ipotesi .

Oltre all’amore l’ elemento più ricorrente nelle canzoni napoletane è il mare. Ispirati dalla sua natura poeti popolari e colti hanno dato vita a immagini suggestive, come in Marechiaro di Salvatore di Giacomo, del 1885, oppure O’ marenariello di Gennaro Ottaviano, del 1893.Anche la famosissima Santa Lucia, che nel 1848 è stata la prima canzone napoletana ad avere un testo anche in italiano, è legata al mare. E’, più precisamente, l’invito di un barcaiolo a fare un giro sulla sua barca per poter meglio godere il fresco della sera.

(..segue..)

Angela Cingottini

Angela Cingottini vive a Siena, dove è docente di lingua italiana presso l'Università per Stranieri. (http://www.unistrasi.it/ ) Germanista di formazione, ha tradotto e pubblicato testi a carattere storico-artistico e poetico dal tedesco e dall'inglese. Si occupa di glottodidattica e ha condotto sperimentazioni e ricerche all'interno dell'università sull'utilizzazione del canto e del teatro nell'apprendimento dell'italiano lingua straniera e collaborando con l'International Opera Theatre of Philadelphia (http://www.internationaloperatheter.com/)Collabora alla videorivista Tendenze Italiane, per la quale ha curato numerosi servizi di carattere antropologico- musicale. Ha pubblicato articoli in vari settori -cinema, musica, glottodidattica-ed è formatore in master e corsi di aggiornamento in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze e cicli di lezioni sulla storia della canzone italiana presso l'Università per stranieri di Siena, la Libera Università di Città della Pieve e presso istituzioni universitarie in Europa e negli Stati Uniti. Nel 2004 il Circolo dei Lenti di Siena ha curato una sua personale di pittura, 'Immagini', ripetuta nel 2005 nella rassegna 'Arte e Scuola ' dalla Biblioteca Comunale di Monteriggioni. Collabora come voce recitante a eventi poetico-letterari e concerti, ultimo quello organizzato il 26 ottobre 2007 dall'associazione Music Ensemble nel palazzo comunale di Siena, con la soprano Silvana Bartolotta,il pianista Leonardo Angelini e il violinista Franco Barbucci.(http://www.musicensemble.it/ )

mercoledì 28 novembre 2007

La musica reale in La morte a Venezia di L.Visconti di Angela Cingottini

Gustav Aschenbach, il cui nome è stato nobilitato da un principe con l’aggiunta di un von non trasmissibile agli eredi, è lo scrittore famoso, il poeta che aspira alla perfezione artistica per mezzo di un impegno costante, di una vita e di una moralità integre che non possono e non devono venir scalfite dalla munditia mundi. Adegua la propria esistenza al raggiungimento del suo scopo con costanza artigiana, senza concessioni a se stesso, acquistando grande fama . E’ quello che il grande germanista Ladislao Mittner definisce un eroe della debolezza. Non più giovane e spinto da una sorta di casualità, decide di concedersi una vacanza. Aschenbach non viaggia volentieri, non lo reputa necessario per la sua arte al cui fiorire, crede, serve unicamente la cura del suo diligente lavoro quotidiano . Non è quindi importante andare molto lontano da Monaco, dove vive…”Una notte in vagone letto e tre o quattro settimane di riposo in qualche località turistica internazionale nelle amene regioni del sud……. Cercava un luogo che fosse esotico, estraneo al suo mondo abituale, e tuttavia facilmente raggiungibile…(1)
Fin qui Thomas Mann, Der Tod in Venedig,1911.

Luchino Visconti ci introduce direttamente nell’azione per mezzo del vaporetto che porta Aschenbach a Venezia. E qui il poeta della novella di Mann è un musicista, che del protagonista manniano ha le caratteristiche fisiche e psicologiche e di cui vive tutte le dilacerazioni derivanti dall’aver percepito, e a poco a poco scoperto, un’ estetica ed un’etica in antitesi a ciò per cui sempre ha vissuto. Venezia fa da scenario alla novella e al film, in cui sia il poeta che il musicista vagano inseguendo il nuovo ideale artistico intuito che li condurrà sempre più lontani dalla loro originarietà, fino all’annullamento nella morte.
Le corrispondenze fra novella e film sono puntuali, ma la scelta di un musicista a protagonista del suo lavoro fa dell’opera di Visconti evento artistico autonomo e non semplice rielaborazione filmica di quella di Mann. Infatti, se escludiamo un elemento cui accenneremo poco più avanti, non ci sono nella novella espliciti contatti con la musica. Il dramma di Aschenbach, poeta o musicista che sia, scaturisce dallo scoprirsi inadeguato di fronte all’arte che esiste, comunque, al di fuori di lui e del suo processo creativo . La musica è ciò che fa veramente la differenza fra le due opere e, anche se si tratta di differenza dettata a Visconti dalla scelta di un mezzo espressivo diverso da quello di Mann, pone i due lavori su un piano artistico paritetico .
Film della musica quindi quello di Visconti , tale non solo nel continuum di Mahler fuori scena che accompagna il protagonista dal suo arrivo alla morte sulla spiaggia, ma anche nei passaggi di musica reale, intendendo con questa definizione, i passaggi musicali che sono parte integrante dell'azione filmica e non suo commento. Di questi passaggi, oltre alla fanfara dei bersaglieri brevemente presente anche in Mann, nel film ce ne sono altri tre di cui due introdotti da Visconti –l’orchestra che suona musiche da Die lustige Witwe di Lehar nel salone dell’albergo e , diverse scene dopo, Tadzio che accenna sul pianoforte dello stesso salone la sonata Per Elisa.

La terza sequenza di musica reale merita una trattazione più diffusa. Si tratta infatti di una scena ben delimitata e definita, presente nei minimi dettagli anche in Thomas Mann ed è, come accennavo poco sopra, l’unico passaggio in cui l’autore tedesco introduce nella novella l’ elemento musicale. E’ la scena dei posteggiatori napoletani che si esibiscono nel giardino e sulla terrazza dell’albergo e che, mentre colloca Mann sulla scia dei molti illustri scrittori tedeschi che ci hanno lasciato descrizioni sui cantanti popolari italiani, nell’economia della novella assolve ad una precisa funzione. Infatti l’uomo che sembra essere il capo della compagnia incarna il prototipo del guappo del sud che vuole trarre il massimo profitto dalla presenza degli stranieri, un misto di deferenza e truffaldineria. Nel praecipuum della storia, oltre a creare una scena di ‘mediterraneità’, i posteggiatori costituiscono parte di quel numero di personaggi locali cui Aschenbach chiederà, senza ottenerne di soddisfacenti, informazioni circa la sospetta situazione intuita a Venezia .
Il copione offerto da Mann è rispettato nei minimi particolari, sia nell’aspetto che nelle azioni dei personaggi. D’altra parte lo stesso Mann ha utilizzato per questa scena una situazione assolutamente rispondente all’epoca. I posteggiatori napoletani erano infatti di gran moda e molti di essi, famiglie intere, lasciavano la loro città per esibirsi in località turistiche in Italia e all’estero, o invitati dalle massime corti europee. Non era infrequente trovare posteggiatori napoletani alla corte dello zar Nicola primo, di Francesco Giuseppe o Gustavo di Svezia. Valga per tutti ricordare che Edoardo Di Capua nel 1898 musicò ‘O sole mio a Odessa, sul mar Nero,dove aveva seguito suo padre Giacobbe per integrare come secondo violino il gruppo da lui capeggiato e lì invitato. Così la pagina sui posteggiatori, con le colorite caratterizzazioni, aggiunge all’opera di Mann un tocco di verismo che non si esaurisce nella presentazione dei personaggi, ma si spinge alla descrizione dei pezzi musicali da loro eseguiti fino a renderli identificabili . Mann scrive, fra le altre cose, di “una canzonetta a più strofe, in voga a quel tempo in tutta Italia, nel cui ritornello interveniva ogni volta il resto della compagnia con canto e strumenti musicali al completo”. Sembra l’esecuzione di una stornellata. Visconti fa eseguire al gruppo una canzone di Armando Gill, napoletano, ricordato per essere uno dei primi autori-cantanti delle proprie canzoni, ampiamente conosciuto per Come pioveva . Gill, che godette di grande popolarità tra il ’10 e il ’26, scrisse molte canzoni a carattere di stornello in italiano, oltre che in napoletano. Il pezzo interpretato nel film, e che ben potrebbe rispondere alle descrizioni di Mann, fa parte di ‘Canti nuovi’ ed è meglio conosciuto con le parole iniziali Chi con le donne vuole aver fortuna….La canzone è del ’19 e in questo senso sicuramente non può essere proprio quella di cui scrive Mann, è però probabile che l’autore non abbia avuto in mente una canzone in particolare, ma si sia riferito ad una delle tante in voga in quell’epoca che vedeva un’ampia fioritura di canzonette popolari, avendo in mente di inserire nella narrazione un quadro d’ambiente. Sicuramente è più che centrata la scelta di Visconti di un brano che per tanti anni riscosse largo successo di pubblico in tutt’Italia.
Ma il gioiello della sequenza è la canzone successiva che Mann descrive in modo inequivocabile : Era una canzone che il solitario non ricordava di avere mai udito;strofe sfacciate, in un dialetto incomprensibile, separate da un ritornello di risa al quale l’intero gruppo si associava regolarmente a gola spiegata.. Allora cessavano sia le parole, sia l’accompagnamento strumentale, e non rimaneva altro che un riso scandito secondo un certo ritmo e tuttavia molto naturale, a cui specialmente il solista sapeva conferire con grande talento la più ingannevole spontaneità…La narrazione prosegue in una sinestesia di immagini suoni e colori che Visconti traduce in modo magistrale, da vero ricercatore antiquario. La canzone è ‘A risa’, scritta nel 1895 dal napoletano Berardo Cantalamessa, attivissimo fino al 1907, protagonista degli inizi dei café chantant. Cantalamessa aveva scritto questa canzone adattandola da una incisione fonografica di un cantante americano e le sue esibizioni al Salone Margherita di Napoli riscuotevano grande successo contagiando ilarità agli spettatori. Il pezzo divenne talmente famoso che molti cantanti e posteggiatori lo inserirono nel loro repertorio. Sicuramente Mann non si riferiva ad una interpretazione dello stesso Cantalamessa che non fu mai un posteggiatore e, anzi,viene ricordato come un raffinato nel vestire e nelle sue esecuzioni, ma da spettatore attento ci tramanda in una prosa vivissima uno spicchio di storia del canto popolare italiano. Visconti è l’artefice che traduce questa prosa in immagini e suoni reali che, pur creando un impatto all’apparenza stridente con l’ ambiente in cui si svolgono, sono parte della nuova estetica intravista da Aschenbach e ben si sposano alle immagini della Venezia fatiscente e sempre più spopolata , in cui i poveri muoiono da soli, davanti alla biglietteria della stazione.

Angela Cingottini



1) Per i passi citati si veda Thomas Mann, La morte a Venezia,traduzione di Paola Capriolo,Einaudi 1991.


Angela Cingottini vive a Siena, dove è docente di lingua italiana presso l'Università per Stranieri. (http://www.unistrasi.it/ ) Germanista di formazione, ha tradotto e pubblicato testi a carattere storico-artistico e poetico dal tedesco e dall'inglese.
Si occupa di glottodidattica e ha condotto sperimentazioni e ricerche all'interno dell'università sull'utilizzazione del canto e del teatro nell'apprendimento dell'italiano lingua straniera e collaborando con l'International Opera Theatre of Philadelphia (http://www.internationaloperatheater.com/)
Collabora alla videorivista Tendenze Italiane, per la quale ha curato numerosi servizi di carattere antropologico- musicale.
Ha pubblicato articoli in vari settori -cinema, musica, glottodidattica-ed è formatore in master e corsi di aggiornamento in Italia e all'estero.
Ha tenuto conferenze e cicli di lezioni sulla storia della canzone italiana presso l'Università per stranieri di Siena, la Libera Università di Città della Pieve e presso istituzioni universitarie in Europa e negli Stati Uniti.

Nel 2004 il Circolo dei Lenti di Siena ha curato una sua personale di pittura, 'Immagini', ripetuta nel 2005 nella rassegna 'Arte e Scuola ' dalla Biblioteca Comunale di Monteriggioni.

Collabora come voce recitante a eventi poetico-letterari e concerti, ultimo quello organizzato il 26 ottobre 2007 dall'associazione Music Ensemble nel palazzo comunale di Siena, con la soprano Silvana Bartolotta,il pianista Leonardo Angelini e il violinista Franco Barbucci.(http://www.musicensemble.it/ )











Pubbl. in Carte di Cinema, n.10, 2003

sabato 24 novembre 2007

MARIETTA PICCOLOMINI: una gentildonna prestata alla lirica di Angela Cingottini Part2

MARIETTA PICCOLOMINI,
una gentildonna prestata alla lirica.

di Angela Cingottini
pubbl. in Il Chiasso Largo, n. 3, ottobre 2007 , Pascal editrice, Siena.



Seconda parte




Traviata.
Anche se Marietta Piccolomini ebbe un repertorio vastissimo che va da Donizetti, a Paisiello, Balfe, Mozart e tantissimo Verdi, l’opera per cui è passata alla storia della musica come interprete leggendaria è la Traviata. La interpretò per la prima volta il 9 ottobre 1855 al teatro Carignano di Torino e le repliche proseguirono fino alla trionfale, ultima serata del 2 dicembre. In quest’ultima occasione la sua notorietà supererà le Alpi e la Manica. Le dedicano articoli lusinghieri, fra gli altri, La France Musicale e The Observer, anticipando i trionfi che le verranno tributati per la prima esecuzione di quest'opera fuori d'Italia, appunto a Londra. Sappiamo che la prima assoluta dell’opera, nel ’53 alla Fenice di Venezia, non aveva riportato grande successo. Verdi giudicava inadatti gli interpreti imposti dall’impresario e in una lettera cita la Piccolomini come una delle tre uniche artiste adatte a interpretare la protagonista. (4). Sappiamo come poi l’opera venne riproposta un anno dopo con alcuni tagli e con altri interpreti e fu da allora un successo sempre maggiore. Ciononostante, a causa di queste vicissitudini, la fama di Verdi all’estero era in ribasso. La prima londinese all’Her Majesty’s Theatre il 24 maggio del 1856, fu soprattutto uno strepitoso successo di Marietta, ma servì anche, gradualmente, a restituire a Verdi le sue giuste credenziali . Furono, probabilmente, proprio i successi londinesi a confermare ulteriormente Verdi nella stima per l'artista, con la quale, tra il maggio e l'agosto , intraprese una corrispondenza proponendole il personaggio di Cordelia nel Re Lear , opera che intendeva realizzare per la stagione 1857-'58 a Napoli. Il progetto non fu mai portato a termine, ma il quel periodo Verdi ebbe modo di esternare di nuovo, senza mezzi termini, la sua ammirazione per la cantante. (5)

Tra il 1856 e il 1860 Marietta Piccolomini è un’attrazione quasi stabile nei teatri londinesi e inglesi in genere.
Proprio ai successi inglesi si riferisce un biglietto manoscritto anonimo, privo di datazione e luogo presente fra i documenti dell'archivio di Stato di Siena dove si legge,fra l'altro '...La Sua Piccolomini, leggiadra nella figlia del Reggimento,sublime nella Traviata, fu divina nella Lucia In quest'opera ella avanzò ogni aspettazione anzi fece quanto non s'attendevano parecchi mostrandosi squisita cantatrice. Io non ho mai veduta né udita una simile Lucia. La Piccolomini è un genio e basta'.. (6)
Per la prima francese della Traviata, al Théatre Impériale Italien, Marietta Piccolomini è a Parigi il 13 dicembre del 1856 e già il 14 La France Musicale dedica all’opera, all’autore e agli esecutori un articolo minuzioso di sei colonne. La cantante viene paragonata a un essere magico che esercita sul pubblico un’influenza magnetica e la definisce '....una di quelle rare individualità che hanno il privilegio di risvegliare le emozioni delle masse senza che si possa dire da dove traggano la loro arte e il segreto del loro fascino.(...) canta diversamente dalle altre, e così bene che vi incatena alla sua voce.'

Nel settembre del 1858 Marietta Piccolomini viene scritturata per una tournée negli Stati Uniti dall'impresario Bernard Ullmann, il quale la pone al centro di un battage pubblicitario che ne enfatizza i successi londinesi e presenta 'La Traviata' come opera scritta dal compositore per lei, riuscendo a creare un'interesse tale da risollevare le sorti economiche della Academy of Music di New York, all'epoca il più grande teatro del mondo, costruito nel '54 con accorgimenti avveniristici, ma con costi di mantenimento talmente alti da non poter essere sostenuti con gli introiti derivanti dalle vendite dei biglietti, necessariamente costosissimi anch'essi..
Dopo un mese di esibizioni anche alla Academy of Music di Philadelphia, dove nel gennaio-febbraio del '59 interpreta oltre a Verdi anche Donizetti, Paisiello e Mozart, Marietta si sposta in altre grandi città degli Stati Uniti, per tornare poi a Londra..
La troviamo di nuovo in Italia a Firenze, il 4 dicembre, dove canta al teatro Pagliano per una sottoscrizione promossa per i volontari di Garibaldi . Per l'occasione canta Bianca Croce dei Savoia, su testo di Giosuè Carducci e musica del M.o Romani. L'entusiasmo è tale che la cantante deve concedere 3 bis.(7) Nell'aprile del '60 è di nuovo a Londra all'Her Majesty.

La Marchesa Caetani della Fargna
Il matrimonio con il Marchese Francesco Caetani della Fargna avvenne il 25 maggio 1860 e da quel momento la storia di Marietta Piccolomini fu un fatto eminentemente privato. Non mancarono sue esibizioni in pubblico, anche se quasi tutte legate a scopi filantropici, come quella che la vide cantare di nuovo Bianca Croce dei Savoia alla prima esposizione nazionale a Firenze nel '61 o quando cantò nel teatro Accademia degli Avvaloranti a Città della Pieve, nel 1869, impegnata insieme a cantanti locali nell'ultimo atto del Trovatore.(8)
Aveva il suo domicilio stabile a Firenze, presso il Poggio Imperiale, ma dovette nutrire e trasmettere ai suoi figli una particolare predilezione per Città della Pieve, dove abitava nell'imponente palazzo settecentesco,oggi sede del
Comune, proprio a fianco del teatro . Dopo la morte dei genitori le figlie Teresa , Concetta e Rita vi si stabilirono, continuando l'opera di filantropia e beneficenza che era stata propria della loro madre e contribuendo a diffondere quell'aura di 'pietas'' di cui la marchesa della Fargna si era circondata e che è messa in gran in risalto da Pietro Piccolomini, lo studioso che redasse un'opera a carattere biografico-encomiastico nel 1900, un anno dopo la morte di Marietta. (9). La morte del figlio Carlo, poco più che ventenne, avvenuta nel 1893, contribuì certamente al volontario allontanamento sociale cui accennava il redattore dell'articolo del Giorno sopra ricordato..
Sicuramente seppe trasfondere nella sua vita privata e civile l'impegno e la passione che l'avevano caratterizzata sulla scena, se Giuseppe Mazzini, nella lettera del 29 maggio 1865 a lei indirizzata, scrive:
' Signora,
...Vorrei invece di scrivere, potere stringervi la mano.
Io non vi dico 'amate la Patria' perché so che l'amate. Ma vi dico: giovatevi dell'influenza che dovete esercitare perché altri l'ami. Rimproverate acerbamente gli Italiani che vi sono, o vi saranno vicini, perché tollerano la presenza dello straniero in casa nostra, perché accettano -indifferenti o pensando ad altro-la vergogna di potere conquistare la Terra che Dio assegnò ad essi e di non farlo: La rampogna scende efficace da una donna e da una donna come Voi siete.. Spronateli, se non alla fede del Dovere,all'orgoglio italiano. Un popolo di 22 milioni che ciarla di libertà e non si occupa delle baionette austriache che tengono il Veneto ....è un popolo disonesto.
Addio, Signora, abbiatemi ammiratore e fratello.'

Fu, sicuramente, Marietta Piccolomini una personalità di grande rilievo in ogni momento della sua vita, capace di saper imporre agli altri o a se stessa scelte controcorrente o, comunque, coraggiose: voler essere una cantante professionista in un tempo in cui la cosa era di discredito per una donna, tanto più per una nobildonna per la quale sarebbe stato comunque impensabile esercitare una qualsiasi professione. Avere il coraggio di rientrare nei ruoli in un momento in cui, all'apice del successo, sicuramente non fu facile per lei. Manifestare direttamente una opinione politica, cosa che la colloca in una posizione di tutto rispetto , a fianco delle maggiori individualità del nostro risorgimento.

Marietta morì a Firenze, nella sua villa di Poggio Imperiale, l'11 dicembre 1899 a causa di una polmonite. E' sepolta al Cimitero delle Porte Sante, presso S. Miniato a Monte, nella cappella di famiglia affrescata da Gualtiero de' Bacci Venuti, pittore che molto della sua fortuna dovette alla vicinanza che per tutta la vita ebbe con i marchesi Caetani della Fargna..



NOTE
(1)- Canuti F., Nella patria del Perugino , Città di Castello ,1926, pp. 283-286.
(2)-Tutte le lettere della famiglia Piccolomini Clementini citate, inedite, si trovano all'Archivio di Stato di Siena ,Fondo Piccolomini Clementini, buste 72 e 75
(3)-La lettera è riportata in L'Unione Corale Senese a Marietta Piccolomini ,Siena, 1999, p.p 57-58
(4)-Nella lettera del 30 gennaio 1853 al presidente del teatro La Fenice Verdi scrive 'So che è difficile assai trovare artista che possa appagare le esigenze del Teatro.....Le sole donne che a me sembrerebbero convenienti sono.:1° la Penco,che canta a Roma; 2° la sig.a Boccabadati, che canta il Rigoletto a Bologna, ed infine la sig.a Piccolomini che ora canta a Pisa.'
(5)- Nella lettera del 23 agosto 1856 a De Sanctis Verdi scrive 'Io ho proposto la Piccolomini perché i suoi successi nella Traviata a Torino ed altri paesi ed ora a Londra sono così grandi e sinceri, che certamente non si potrebbe trovare né miglior Traviata né forse miglior Cordelia.. La voce è piccola ma il talento è grande.'
(6) – Inedito. Archivio di Stato di Siena, Fondo Piccolomini Clementini, busta 106.
(7)- L'episodio è ricordato dallo stesso Carducci nell'introduzione agli Juvenilia del 1880
(8)--L'episodio è ricordato da Gino Monaldi in Cantanti celebri del XIX secolo, p.131.
(9) -Piccolomini P., Marietta Piccolomini, Marchesa Caetani della Fargna, cenni biografici. .Siena, 1900
Angela Cingottini vive a Siena, dove è docente di lingua italiana presso l'Università per Stranieri. (www.unistrasi.it ) Germanista di formazione, ha tradotto e pubblicato testi a carattere storico-artistico e poetico dal tedesco e dall'inglese. Si occupa di glottodidattica e ha condotto sperimentazioni e ricerche all'interno dell'università sull'utilizzazione del canto e del teatro nell'apprendimento dell'italiano lingua straniera e collaborando con l'International Opera Theatre of Philadelphia (www.internationaloperatheter.com)Collabora alla videorivista Tendenze Italiane, per la quale ha curato numerosi servizi di carattere antropologico- musicale. Ha pubblicato articoli in vari settori -cinema, musica, glottodidattica-ed è formatore in master e corsi di aggiornamento in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze e cicli di lezioni sulla storia della canzone italiana presso l'Università per stranieri di Siena, la Libera Università di Città della Pieve e presso istituzioni universitarie in Europa e negli Stati Uniti. Nel 2004 il Circolo dei Lenti di Siena ha curato una sua personale di pittura, 'Immagini', ripetuta nel 2005 nella rassegna 'Arte e Scuola ' dalla Biblioteca Comunale di Monteriggioni. Collabora come voce recitante a eventi poetico-letterari e concerti, ultimo quello organizzato il 26 ottobre 2007 dall'associazione Music Ensemble nel palazzo comunale di Siena, con la soprano Silvana Bartolotta,il pianista Leonardo Angelini e il violinista Franco Barbucci.(www.musicensemble.it )

venerdì 23 novembre 2007

MARIETTA PICCOLOMINI: una gentildonna prestata alla lirica di Angela Cingottini Part1

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo saggio a opera di Angela Cingottini sulla cantante lirica Marietta Piccolomini.




MARIETTA PICCOLOMINI, una gentildonna prestata alla lirica.

di Angela Cingottini
pubbl. in Il Chiasso Largo, n. 3, ottobre 2007 , Pascal editrice, Siena.


Parte Prima



Sfogliando il libro Nella patria del Perugino, che nel 1926 lo storico Mons. Fiorenzo Canuti dedicò a Città della Pieve , abbiamo la sorpresa di trovare, nella sezione Uomini illustri nelle arti belle, una scheda dedicata a Marietta Piccolomini.(1) Viene da chiedersi chi sia e che cosa ci faccia lì, tra le figure di rilievo che nei secoli si sono avvicendate nel territorio della cittadina umbra ,questa gentildonna evidentemente senese e di antica nobiltà., ma oggi sconosciuta ai più .La risposta viene, in parte, dal suo nome completo : Maria Teresa Violante Piccolomini Clementini, Marchesa Caetani della Fargna , titolo da lei acquisito per aver sposato appunto Francesco Caetani della Fargna, membro della famiglia nobile presente in Città della Pieve fin dal 16 ° secolo.
Anche se il suo cognome di nascita la riconduce all’antica famiglia senese dei Piccolomini , tutto questo non è sufficiente, però, a identificare realmente la persona universalmente più conosciuta come Marietta Piccolomini. Un aiuto ci viene da un articolo pubblicato in morte da il Giorno , in cui si legge:
‘,,,Da trent’anni abitava in Firenze, ma sono già più di dieci anni che mi fu dato vederla. Il suo ricordo m’è sempre in cuore come quello della più gentile signora, della più perfetta gentildonna che immaginare si possa . E in pari tempo la ricordo quale la più fulgida stella che sia mai apparsa nel cielo dell’arte italiana.’
E poco sopra :
‘…Mai parlava dei suoi trionfi passati, e ricordo come la padrona della casa ove ebbi il piacere ed il sommo onore di conoscerla, mi raccomandò ripetutamente: - Non le parli mai dei suoi trionfi, della sua gloria: le farebbe dispiacere e andrebbe via più presto- Sarebbe difficile spiegare da quale sentimento essa fosse dominata, signoreggiata. Forse l’altissimo sentimento religioso dal quale era penetrata la faceva rifuggire da tutto quel che le ricordava il teatro. Forse, sposa e madre mirabilissima, voleva tutte le sue forze consacrare unicamente alla famiglia. Comunque si sia, Marietta Piccolomini spariva o si nascondeva per quanto le fosse possibile, dietro la marchesa Caetani della Fargna. Ma era stata troppo luminosa la traccia da Lei lasciata nel cielo dell’arte, ed ovunque ella appariva , in onta alla modestia sua ed ai modi squisitamente semplici, si levava un mormorio d’ammirazione trattenuto a mala pena dal rispetto e dalla conoscenza del suo desiderio di non contare fra le cultrici dell’arte.

Dobbiamo ripercorrere i giornali di metà ottocento per renderci conto di come l'articolo non fosse un puro encomio dovuto in morte a una gentildonna e di quanto calzante sia l’immagine che ci propone la parabola artistica di Marietta Piccolomini come una meteora che, all’improvviso, splende di luce intensissima per un breve tratto, per poi scomparire. Ed è proprio ripercorrendo i momenti della sua vita artistica e privata che possiamo renderci conto di quanto particolarissima sia stata la posizione di questa cantante della quale cercheremo di ricostruire , per quanto possibile , un profilo di donna e di artista .

Piccolomini Marietta nasce a Siena. E’ il 5 marzo 1834 e la famiglia Piccolomini Clementini è tra le più antiche della nobiltà senese. E’ la maggiore di tre figli. La casa del conte Carlo, il padre di Marietta, deve essere un ambiente sereno, in cui, nonostante sia metà ottocento, c’è dialogo. Ne sono testimonianza le molte lettere, conservate all'Archivio di Stato di Siena, scambiate tra i vari membri della famiglia.(2) Deve essere, quella del conte Carlo, anche una famiglia piuttosto liberale per permettere a Marietta, in età molto giovane, di intraprendere la carriera di cantante. Vero è che molti articoli dell’epoca, nel riferire del caso straordinario di questa giovane nobildonna che affronta con successo le scene dell’opera, non tralasciano di accennare come ella abbia dovuto lottare non poco per convincere i genitori ad assecondare questa sua inclinazione, ma rimane il fatto che Marietta Piccolomini, a un mese dal compiere 18 anni, nel febbraio del 1852, debutta alla Pergola di Firenze con Lucrezia Borgia di Donizetti. E il fatto di intraprendere la carriera di cantante non è una improvvisazione, ma la risultante di una educazione accurata che Marietta ha ricevuto e che ha tenuto conto delle sue disposizioni naturali fin dalla primissima infanzia, anche se solo nel 1851, convinti dal successo ottenuto cantando per scopi filantropici in una accademia cittadina, il conte Carlo e la contessa Teresa decidono di farla passare a studi più perfezionati con il maestro Romani, tra i migliori dell’epoca, a Firenze.
Inizia così un periodo che condurrà non solo Marietta, ma tutta la famiglia del conte Carlo in giro per l’Italia, l’Europa e perfino gli Stati Uniti, in una continua tournée durata circa otto anni. L’unico a rimanere a Siena è il giovane fratello Innocenzo -nelle lettere Cencio o Cencino- che deve completare la sua educazione al Collegio Tolomei, dove lo raggiungono le frequenti ed affettuose lettere della madre, delle sorelle e del padre. Sono lettere vivaci, piene di informazioni e raccomandazioni, appuntamenti per le festività, notizie da dare ai parenti e saluti, che non mancano mai, per il Padre Rettore e gli altri padri che si occupano della sua educazione. Le notizie relative alla carriera di Marietta e ai suoi concerti sono informazioni tra le altre e non sembrano polarizzare l’attenzione della famiglia. Sembra quasi che per i familiari la carriera e i successi di Marietta siano un gioco abituale, cui non dar troppo peso e da non prendere troppo sul serio. Talvolta tralasciano perfino di parlarne.
Di opinione assolutamente diversa sono i giornali e il pubblico, che ne riconoscono e ne acclamano da subito le grandi doti. Il suo precoce esordio alla Pergola di Firenze, avvenuto pochissimo tempo dopo aver iniziato gli studi con il Romani, è considerato un evento che verrà in seguito ricordato in tutti gli articoli a carattere biografico scritti su di lei. Dappertutto si evidenzia la professionalità e la bravura con cui la giovane cantante affronta un ruolo di protagonista così drammatico, ruolo che sembrerebbe contrastare con la sua giovane età.
Nell’autunno dello stesso 1852 la troviamo a Roma al teatro Argentina e il pubblico romano mostra grande apprezzamento per lei. I giornali ne enfatizzano le doti sceniche e le capacità interpretative evidentemente uniche, tali da essere unanimemente ricordate in tutti gli articoli su di lei in Italia e all’estero. Di quel primo soggiorno romano troviamo testimonianza anche in una lettera della contessa Teresa a sua madre Violante, ma l’attività della figlia è affrontata con grande nonchalance: La contessa non si dilunga sulla carriera di Marietta e, pur non potendo fare a meno di riferire alla madre che tutti, cantanti e orchestra, l’hanno applaudita alla prima prova, preferisce dare notizie sul soggiorno romano della famiglia, sulle frequentazioni, mandare saluti a tutti e, naturalmente, ‘un bacio a Cencino’ Sembra quasi che si voglia glissare su questa figlia che calca le scene o che, comunque, non le si voglia far montare la testa, avendo già chiaro che questa dovrà rimanere solo una parentesi della sua vita. E in effetti, se si pensa al basso livello di considerazione sociale in cui, ancora per tutto l’ottocento e oltre erano tenuti gli attori in genere e , in particolare, le donne di teatro, viene da chiedersi veramente come sia stato possibile che una famiglia di tanto antica nobiltà abbia potuto acconsentire a tale scelta della figlia. Probabilmente la verità più semplice è quella più evidente : Marietta era dotata e ben preparata, il canto lirico era l’espressione artistica e la forma di intrattenimento che maggiormente polarizzava l’attenzione della buona società dell’ ‘800 e i conti Piccolomini hanno finito per non trovare poi né così disdicevole, né disonorante che la figliola si dedicasse, per un periodo della sua vita, all'attività di cantante. Specialmente se costantemente accompagnata dalla famiglia . E’ soprattutto questo, infatti, l’aspetto più singolare di tutta la vicenda : un' intera famiglia in viaggio che per otto anni accompagna la figlia nei teatri delle massime città del mondo. D’altra parte tutto questo aveva un senso: salvaguardarne la reputazione e aiutarla ad amministrare le sue finanze. Contemporaneamente questo costituisce per i conti Piccolomini l’input a partecipare attivamente alla vita di società dei massimi centri artistico- culturali del momento. Una vivace lettera scritta da Giuseppina Verdi a Marietta a Londra (3) ci immette proprio in questo gioco di società, ricordando come, proprio lei stessa, abbia fatto conoscere alla contessa Madre il caviale di Chevet al Palais Royal. Ma Giuseppina Verdi, in quella medesima lettera, fa anche un’ affermazione di tutto rilievo nei confronti della stessa Marietta scrivendole ‘…Voi siete dello scarso numero d’ Artiste, che malgrado il contatto delle scene, e la vertigine dei trionfi, hanno conservato il cervello ed il cuore..' affermazione che, rovesciata, ci dà la misura della situazione : solo poche artiste di teatro riescono a mantenere equilibrio tra mente vigile e sentimenti, senza che nessuna delle due facoltà ne risulti depauperata.: Marietta è una delle poche. D’altro canto è logico che sia così. L’educazione ricevuta, derivante dal suo stato sociale, la pone in condizione di vantaggio nei confronti di altre cantanti che, pur tecnicamente preparate e altrettanto o, forse più di lei naturalmente dotate, difficilmente possono aver raggiunto il suo livello culturale, che è sicuramente la risultante di una educazione accurata, ma è dato anche dagli apporti forniti dalla quotidianità, vissuta fin dalla primissima infanzia, in seno ad una famiglia colta e facoltosa . E’ stata questa, probabilmente, la carta vincente di Marietta Piccolomini, quella che le ha fatto conquistare pubblico e critica come interprete assolutamente personale e per la quale la stampa dell’epoca ha frequentemente speso l’aggettivo ‘intelligente’. E’ stata, sicuramente, l’abitudine connaturata alla lettura profonda dei testi, alla loro capillare comprensione, che le ha facilitato interpretazioni così veritiere e ben riuscite da procurarle unanimemente paragoni con la grande attrice drammatica Adelaide Ristori .