lunedì 3 ottobre 2011

(Mu)Sick Project , Atelier


La musica contemporanea sembra muoversi da qualche tempi sul filo del corto circuito tra musica oggetto di composizione e musica che proviene invece dalla pratica dell’improvvisazione, sempre più numerosi i cd che si accumulano sul mio tavolo, frutto dallo scambio di esperienze e di idee di questi due modi così radicalmente diversi di concepire la creazione musicale.
Atelier, frutto del lavoro del duo (Mu)Sick Project (Massimo Di Gaetano alla chitarra classica e Alessandro Scenna alla batteria, percussioni e oggetti vari non meglio identificati) sembra muoversi decisamente all’interno di questo ambito da un lato la musica organizzata ma non improvvisata di Cage (Dream), la musica improvvisata ma composta di Maderna (Serenata per un Satellite) e le fantasie brasiliane di Egberto Gismonti (Aqua e vinho), dall’altro le altre composizioni/improvvisazioni firmate da Massimo Di Gaetano che si muovono tra rumostiche carte vetrate (Sandpaper), architetture minimali degne di Adolf Loos (Architetture), tranquilli e lussoreggianti giardini giapponesi (Japanes Garden), orientalismi frammentati (Shanghai 10) e surrealismi francesi (One for André Breton).
Disco davvero interessante sia per la qualità delle interpretazioni (confesso di avere un debole per Serenata per un Satellite) sia per le idee che traspaiono nelle musiche ideate da Massimo Di Gaetano, bella l’intesa tra i due musicisti e ancora più apprezzato il fatto che si tratti di un disco autoprodotto.
Di qualche giorno fa l’articolo “Quest’Italia non ha più orecchio” di Quirino Principe sul Sole 24 Ore (http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-09-10/questitalia-orecchio-183800.shtml?uuid=Aa0zVN3D&fromSearch ) sul pericolo della perdita di terreno della cosiddetta “musica forte” nei confronti della “musica debole”. Come leggerete nell’articolo, l’autore non riesce a fornire una definizione di merito per i due termini che riesca ad andare oltre a una nebulosa forma retorica rigidamente classica e conservativa, cito testualmente: “Per la musica "forte", in Italia, pare non esserci speranza. Sì, "forte": è in corso la nostra battaglia per sostituire questo aggettivo a locuzioni improprie e fuorvianti, "musica classica", o "seria", o "colta", e ci sorprende piacevolmente (questo, almeno!) che i nostri sforzi stiano ottenendo udienza al di là di ogni speranza: una casa discografica ha dichiarato, aprendo il suo catalogo, di volere usare, d'ora in poi, la terminologia da noi proposta. "Forte" è la musica dotata della massima energia. Suscita traumi, estasi, sensazioni forti, come il terribile accordo dissonante che apre il Finale della Nona di Beethoven, come il Lamento di Arianna di Monteverdi il cui «Lasciatemi morire» è il decollo di un'astronave. La "musica debole" (non "leggera" o peggio "popolare"), si fonda sulla ripetitività, sul sottofondo, su banali sensazioni. Forte e debole non s'intendano come un aut-aut: sono qualità estreme, entrambe legittime, agli opposti di una serie di gradazioni. Si chiede soltanto che la musica debole e banale non spinga ai margini la musica energica e inventiva.”
Non so se questo disco appartenga all’una o all’altra categoria: per me è solo musica, lascio agli altri termini come “classica” … “post-moderna” … “jazz” … “forte” … “debole” … io mi tengo la musica perché come diceva Frank Zappa in Joe’s Garage “la musica è il meglio”.
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