giovedì 13 ottobre 2011

Recensione di D’Onde di Aurora Curcio, Improvvisatore Involontario 2010


Che direzione sta prendendo la musica? Cerco di spiegarmi meglio. Mi riferisco né alla musica classica né alla cosìdetta pop music, due categorie da lungo tempo imbalsamate all’interno sia dei srispettivi territori stilistici, sia dalla necessità di perpetuare in eterno un rito di ripetizione richiesto dalle loro schiere di seguaci. Ma ci cerca di muoversi nei territori di confine, di realizzare qualcosa di nuovo, sia facendo parte della cosidetta avanguardia o semplicemente alla ricerca di qualcosa di estremamente personale e di vivo, che sentieri percorre?
Da quello che sto ascoltando e ho ascoltato negli ultimi due anni mi sembra che due siano le direzioni interessate dalla creatività musicale: primo, mi sembra ci sia una sorta di avvicinamento tra composizione e improvvisazione, sempre più improvvisatori si dedicano alle strutture predefinite dai compositori trasformandosi in esecutori eclettici e informali, sempre più compositori scoprono le gioie e i rischi dell’improvvisazione diventando loro stessi compositori “istantanei”. Allo stesso tempo mi sembra che dopo un secolo di ricerca atonale, scoperta del rumore, abbandono della melodia, desiderio di una musica cerebrale quale espressione pura di un pensiero artistico sempre più astratto, ci sia un ritorno alla emozioni, al desiderio di una musica che esprima sentimenti e vibrazioni finora disdegnate e “relegate” alla musica popolare.
“D’Onde” è possibile che una compositrice voglia registrare le proprie idee trascritte su pentagramma tramite una casa discografica/collettivo musicale dal nome di Improvvisatore Involontario? E’ un paradosso? Come scrive Mario Gamba nelle note che accompagnano il cd? E’ un ossimoro musicale o l’ennesimo scherzo da parte di un collettivo che negli anni ha ormai accumulato decine di esempi di arguto e intelligente umorismo?
Di sicuro Aurora Curcio sa quel che fa, come lo sanno Domenico Ammendola (clarinetto), Carmelo Coglitore (sax tenore e soprano, clarinetto basso), Andrea Avena (basso) e il nume tutelare Francesco Cusa (batteria) perfettamente a loro agio a spasso tra le note di un pentagramma invece che su involontarie improvvisazioni (un giorno o l’altro deciderò di affrontare il loro sense of humor chiedendo “ma perché ‘sto Involontario”?). Su di tutto, giustamente ringraziato nelle note scritte e suonate aleggia il fantasma musicalmente concreto di Coltrane, ma insomma chi fermerà la musica? L’aria sta diventando elettrica? I pentragrammi e i compositori stanno trasformandosi in reti di relazioni? Molto bello!
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