giovedì 5 giugno 2014

Intervista a Soni Sfardati (Enrico Cassia, chitarra e Antonio Quinci, percussioni) di Andrea Aguzzi, prima parte



La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il vostro amore e interesse per la musica? Qual è il vostro background musicale?
Enrico. Mia nonna materna era una pianista, e quando l’ascoltavo suonare, dentro al salone in cui imperavano statuette di Mozart, Bach, Wagner e un inquietante ritratto di Beethoven, rimanevo incantato.. Credo sia stato quello il momento. A cinque anni ho cominciato con lei lo studio del pianoforte, resistendo fino a dodici, trovando finalmente il coraggio di confessarle che amavo la chitarra più di ogni altra cosa. Da allora non ho più smesso. Le nozioni di lettura che avevo acquisito precedentemente mi hanno aiutato tantissimo all’inizio; vedevo le sei corde come un’intreccio di pianoforti.. Adoravo l’Heavy Metal (erano gli anni ’90) che ho suonato tantissimo, passando poi per il dark (The Cure, Cocteau Twins, This Mortal Coil), la New Age e la musica etnica (era il periodo dell’etichetta Real World fondata da Peter Gabriel), il Progressive dei Van Der Graaf Generator e dei B.M.S., il Minimalismo di Reich, Glass e Riley, fino ad arrivare al jazz, che con il suo idioma improvvisativo mi ha profondamente cambiato.
Antonio. L'amore è nato quasi subito. La passione si è alimentata ed è cresciuta con il tempo. Percuotere qualunque cosa avessi a tiro a fatto capire ai miei che la musica ed in particolare la batteria era qualcosa che apparteneva già alla mia storia. Ho studiato pianoforte per poi virare sulla batteria in adolescenza. Ho adorato il rock ed il metal per poi studiare/suonare tutto ciò che mi piaceva dagli Iron Maiden a Pat Metheny, per intenderci, passando per Miles Davis.



Per Enrico Cassia: che strumenti suoni?
E’ una bella domanda!!!
So già che non riuscirò a essere sintetico.. Perdonami!!
Sicuramente non sono un fenderiano (nel senso classico del termine), ma amo le Gibson, le PRS, il suono dei P90. Però la Tele.. Ahahah!!
Tranne la De Armond X-155 (chitarrone jazz in cui ho montato al manico un pickup gibson 57 Classic), che ho usato in Tetraktis e in molte tracce di Tri Soni, le altre sono chitarre artigianali o chitarre modificate.
Ho una tele thinline con camera tonale che monta al ponte un pickup single coil Kent Armstrong e al manico un Paf della Di Marzio (splittabile).
Poi uso una fretless (modello strato) con un humbucker Kent Armstrong al ponte, la suono praticamente soltanto in quella posizione per sentire meglio il rimbalzo della corda, e tutta accordata un tono sotto, in questo modo le corde hanno una risposta meno nervosa.
Nell'ultimo CD la uso per la prima volta sulla traccia 9 (Saqiya) e l'ho presa quasi per caso dopo i precedenti due take che non mi avevano soddisfatto, nei quali avevo usato la Tele.
E' stato bellissimo suonarla (non avevo programmato di mettere la fretless in questo disco, non mi sentivo pronto, e poi lo strumento non è intonatissimo, quindi dovevo fare ancora più attenzione) però mentre suonavamo, sentendo la voce di Gaia ho trovato una chiave per risolvere i miei dubbi sul brano. Non avevo più i tasti a infastidirmi e quindi anticipavo i suoi vocalizzi rincorrendoli con lunghissimi glissati ascendenti o discendenti, salvo poi sparare qualche frase nervosa, e con il delay che rendeva il tutto più acquoso è bastato quel take a convincermi!
Poi uso una chitarra a 12 corde Yamaha, acquistata nel 1998, serie apx, niente di che in realtà, però la chitarra ha suonato talmente tanto che si è aperta e ha un suono incredibile! E' una delle chitarre che sottopongo a esperimenti: ho sostituito la sesta corda (i due mi) con un solo Re 0.65 per basso, e in questo momento è a 11 corde, poi per qualche anno l'ho tenuta sempre con quest'accordatura dalla sesta alla prima: C G C F G D.
In questo modo potevo sperimentare altre scale, diteggiature, sonorità, in un primo momento irrazionalmente, la suonavo soltanto a orecchio, poi pian piano ho cominciato a mettere un po' d'ordine e a costruire un sistema di posizioni per armonizzare.
A livello di posizioni se sei veloce a trasporre le note, non cambia poi così tanto, e in più puoi usare accordi e posizioni late, rispetto alla normale accordatura. Comunque già da sola quest'accordatura ha un suo carattere, io la vedo come un Csus2/4.
Questa chitarra la suono nella traccia 4 (Kimono Rosso) e nella traccia 8 (Al Madarig).
L'ultima è una strato (Jim Reed) con elettronica EMG.
Ha soltanto tre singoli, ma la chitarra non suona assolutamente come una fender... Ha un suono incredibile, sempre definito, una gamma dinamica molto estesa, e con le diavolerie che ho montato passo dagli humbacker ai P90, ai singoli!
Oltretutto attivo i pickup tramite switch, quindi ho pure la combinazione della tele neck+bridge.
In più ho montato 2 boost EXG ed SPC, avendo così la possibilità di portare i singoli quasi ad humbucker, o di avere un taglio a 1 Khz (il classico effetto loudness) che uso tantissimo quando faccio Slap. Con questa ho registrato praticamente tutte le tracce del nuovo disco, perchè quando provavo a registrare con la tele riascoltando il suono non mi soddisfaceva più come un tempo.
Tra poco dovrebbe arrivarmi una chitarra di Francesco Distefano, un liutaio e un artista eccezionale. E' un modello PRS, con corpo in Korina a camere tonali, manico in pao ferro, pickup Lollar, e manico incollato con la tecnica “set-thru” cioè in una fresatura apposita fino al ponte per poi essere sigillato dal top stesso. In questo modo ponte e pickup sono fissati anche al legno del manico assicurando la maggiore trasmissione possibile delle vibrazioni. Penso che suonerò questo strumento per molto molto tempo!

Sia in tri Soni che in quest’ultimo lavoro, Saqiya, fate un largo uso dell’improvvisazione, come vi relazionate tra voi? Attingete a una base di esperienze e di vocabolario musicale in comune?
Enrico e Antonio. Ovviamente si! Sono più di dieci anni che suoniamo insieme e al di là della formazione in duo abbiamo avuto anche altre esperienze in comune, dal classico trio (o quartetto) di standard jazz, all’orchestra/laboratorio di improvvisazione (come ad esempio il Lab PSL diretto da Carlo Cattano e Antonio Moncada). Ma dopo la registrazione di Tri Soni, prima del tour a New York, è nata l’esigenza di trovare un vocabolario comune con delle codifiche, per essere più diretti e sintetici durante i live.
Eravamo spaventati, non avendo mai fatto un intero concerto solo con pezzi improvvisati, avevamo il terrore di essere scontati e ripetitivi. Le codifiche per le nostre improvvisazioni sono semplici e riguardano essenzialmente le "partenze": Time se si tratta di iniziare con un loop ritmico, Alea se il tempo invece non deve farla da padrone, Impromptu se si inizia contemporaneamente. Tutte le improvvisazioni, poi, seguono il mood del momento e attingono dalla nostra esperienza di musica insieme.



A proposito di Saqiya, come è nata l’idea di questo progetto dai toni fortemente mediterranei? Come è entrata nel vostro duo la voce di Gaia Mattiuzzi?
Enrico. Questo progetto ha avuto una gestazione lunghissima. Nell’ottobre 2004 (deciso a fare una ricerca musicologica) mi ero trasferito in una piccola frazione di Mascali, vicino Riposto, abitata soltanto da pescatori, con l’intento di avvicinarli e intervistarli, per ascoltare le loro antiche storie e vedere se ricordavano dei canti o degli aneddoti riguardanti il mare. All’inizio non fu per niente semplice, perché non si fidavano di un estraneo, ma poi grazie all’aiuto di un amico che conoscevano bene, non smettevano più di parlare! Il risultato fu circa sei ore di registrazione, proprio lì nelle loro dimore in riva al mare. A questo aggiungi anche lo studio di veri e propri documenti storici, CD come “Canti e orazioni di mietitura e trebbiatura in Sicilia” di Mario Sarica e Giuliana Fugazzotto. Insomma ero fortemente in crisi e cercavo in tutti i modi di appropriarmi delle mie radici, la musica sicula, carpirne l’essenza, il mare, il ritmo, Giovanni Verga, la dominazione spagnola.. Durante queste ricerche notavo come molti canti della nostra tradizione fossero filastrocche basate su ritmi di tarantelle o bulerìe, trovando così una base, un punto fermo da cui partire per poter rielaborare. Il confronto e la collaborazione con Antonio sono stati di importanza assoluta, perché lui stava facendo uno studio meticoloso sui tempi dispari di derivazione indiana, e cominciammo così a lavorare su poliritmi. Dall’improvvisazione alla composizione il passaggio è stato relativamente breve.. Abbiamo fatto molta esperienza dal vivo, e dopo ogni concerto nascevano sempre nuove idee. Proprio durante il tour con improvvisatore involontario a New York, nel 2011, abbiamo conosciuto Gaia, l’anello mancante di questo progetto.
Volevamo che Saqiya fosse un viaggio attraverso la nostra terra piena di leggende, una storia in cui ogni brano avesse un carattere proprio ma fosse comunque parte del tutto. Un concept.

La voce di Gaia (oltre alla sua notevole tecnica) ci ha aiutato tantissimo in questo. In alcuni punti sembra che dia vita a dei veri e propri personaggi, e ciò dona continuità e omogeneità alla nostra musica, ma anche movimento e mistero. E’ stata un’esperienza meravigliosa e un grandissimo gioco di squadra fra noi tre musicisti in primis, ma vorrei includere anche chi ha curato la grafica (Andrea Baglieri BOMA Studio), chi le note di copertina (Emanuele Coco), e chi ci ha trasmesso entusiasmo sincero e genuino con la voglia di condividere la nostra musica, mi riferisco ai ragazzi di La bèl Netlabel.
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