venerdì 20 giugno 2014

Intervista a Pierluigi Potalivo di Andrea Aguzzi seconda parte



Senti .. una riflessione personale … qualche tempo fa riflettevo come la canzone napoletana fosse
riuscita nel corso degli ultimi anni a depauperare un patrimonio storico immenso … alle mie
orecchie di profano sembra una tradizione che non è riuscita a rinnovarsi, imbottigliata dai
cantanti neomelodici (Gigi D’Alessio, etc..) che ne hanno ormai trasformato il repertorio in un
pop .. melenso, diciamo così e senza immaginazione, e da una tradizione che non ha saputo andare
oltre a Murolo e che non ha saputo accettare le spinte di rinnovamento che erano arrivate negli
anni ’70 da gente come James Senese e Pino Daniele e poi negli anni ’90 con gli Almamegretta.
Rispetto a un genere come il blues, la canzone partenopea .. ha perso il treno? Non so se ti ricordi
quel film del 1982 … “no grazie, il caffè mi rende nervoso” con Lello Arena, Maddalena Crippa e
Troisi .. ma mi sembra che sono passati 30 anni ma non è cambiato gran che … a parte che Troisi
non c’è più …

Qui, forse, ti deluderò...! Non tanto perché non penso che ci sia un deterioramento rispetto a una
tradizione sentita oggi come 'classica', cioè la canzone napoletana di Libero Bovio e E.A.Mario.
Si tratta proprio di un mondo che non c'è più... Può far male, lo so, ma bisogna farsene una ragione!
C'è un quadro di un pittore napoletano di inizio '900 (non ricordo chi, ma non importa); ritrae un
giovane al porto, sdraiato sul pontile, mani dietro la nuca e spiga di grano in bocca... Ecco il sud
Italia fino al dopoguerra; una popolazione intera dimenticata dal potere, lasciata così, col piede che
penzola nell'acqua... Nella beata incoscienza si può solo cantare, ed ecco questa straordinaria
colonia greca di non-più-greci e non-italiani! Così erano anche i romani fino alla breccia di Porta
Pia. Però, sai che ti dico? Nonostante quella canzone napoletana non c'è più, la città continua ad
avere, nel totale casino, una identità, deviata forse, ma tale. Di Napoli amo il voler essere Napoli a
dispetto perfino di sé stessa. Mi sembra che questo funzioni come una forma di difesa contro alcune
forze che ci vorrebbero solo piatti e implotonati per gli acquisti. La liuteria e la piccola editoria
musicale e letteraria (come le preziose edizioni Colonnese) sopravvivono tuttora nella città. La loro
caratteristica era ed è quella di indirizzarsi al pubblico locale, un tempo quello della 'grande' Napoli,
uno dei maggiori centri europei. Se si frequenta la città odierna ci si accorge di quanto essa ami
ancora vivere 'di sé' e 'per sé', con le numerose TV e radio locali, con i suoi artisti – si, persino i
neo-melodici! Pensa alla tradizione della musica per i matrimoni, un must intramontabile della
cultura partenopea, viva la faccia! Non si tratta certo, come spesso a torto si ritiene, di semplice
autocompiacimento, ma della sopravvivenza di una propria personalità (ripeto, anche tragicamente
autolesionista) in un popolo che ha avuto una casa reale, nella città una volta centro di un regno.
Un regno di sudditi mai borghesi e sempre miserabili, ma un regno...! D'accordo con te su Pino e gli
Almamegretta. Aggiungo che mi dà più emozione (ma tanta) un classico rifatto da Gragnianiello
che il 500° e decotto concerto di Aranjuez, che sarà sempre immancabilmente uguale a sé. Mi tengo
il genio di Troisi e 'la strada' di Gragnianiello.

Come pensate di promuovere questo cd? Sarà un’autoproduzione? Lo venderete principalmente
tramite mp3?

Si, al momento l'album è un'autoproduzione, disponibile in solo formato digitale. I canali della
promozione sono quelli consueti, riviste, blog, siti di musica etc. Oggi fare a meno dell'immagine
viene percepito quasi come un'offesa; tra video e solo audio si opta sempre per la prima scelta.
Per questo motivo magari si farà qualcosa anche in questa direzione.

Ultima domanda: il tuo studio nei confronti di Mauro Giuliani continua? Ho una sensazione …
spero solo che sia sbagliata, quindi prendila con beneficio di inventario … mi sembra ci sia stato
una sorta di revisionismo nei confronti di Giuliani e che il suo repertorio e la sua importanza siano
state recentemente un po’ messe in discussione … nulla di grave, ci sta. Solo che negli ultimi due
anni vedo i chitarristi acustici che suonano fingerpiking riscoprirlo…

Condivido la tua impressione. È negli anni '80 che Giuliani ha vissuto il culmine della 'riscoperta'.
Inevitabilmente, quando quasi tutto si accerta della biografia, quando i lavori migliori trovano per
anni largo spazio nei repertori, ecco che subentra un po' di stanchezza. Come sai, Giuliani ha avuto
una parte molto importante nella mia vita, anche se, a conti fatti, ho suonato solo pochi pezzi.
L'importanza è dovuta al fatto che non si può prescindere da Mauro, cui si deve l'apertura della
stagione della chitarra moderna (una chitarra costruita proprio a Napoli, da Fabricatore). Mi spiego
meglio: si può prescindere dalla sua musica, ma non da lui. Ho dedicato a Giuliani il mio saggio
L'anatema dell'Echte, oltre alla rielaborazione dell'Op.15. Ci ho lavorato molto, e penso che la mia
autoconoscenza attraverso la sua figura – è così che l'ho vissuta – sia terminata. A mio avviso un
chitarrista italiano non può evitare di sentire dentro di sé come operante una porzione di quella
stagione, anche se così lontana – ma che importa? Capisco che un diciottenne, magari innamorato di
Romitelli, di Gabriele Manca o di Emanuele Casale, poco avverta, coscientemente, l'influenza di un
chitarrista nato nel 1781. Non è, infatti una questione di stile, ci mancherebbe, ma di popolo.
Un bravo chitarrista italiano, anche circondato di pedalboards e amplificatori e col suo Romitelli,
reca dentro il carattere distintivo del suo popolo, e puoi 'sentirci' Giuliani. La chitarra italiana,
piaccia o no, è passata per le mani di Mauro uscendone un'altra. Non si capisce perché si possa dire
questo di Beethoven e del piano e non del Nostro e delle sei corde, anche se non ha scritto
'la centoundici'. Un errore, che feci anch'io a vent'anni, è quello di valutare il peso di Giuliani da
quello complessivo delle sue opere rispetto ai Titani della musica. Fermo restando che l'anima che
soffia in opere come Sonata op.15, Gran Solo, 6 Lieder op.89, Variazioni op.107 e in alcuni
momenti dei concerti è più che sufficiente a mettere tra lui e la maggior parte dei cordaioli odierni
un mare di distanza, non si considera che quelle generazioni di compositori scrivevano musica ogni
giorno, poiché da quello dipendeva l'entità e la frequenza dei pasti – ma sono cose che si capiscono
più in là nella vita... In Mauro non posso fare a meno di vedere il ragazzo nato nella periferia
d'Europa, che imbraccia la sua chitarra e va nel centro del mondo, si scrive i concerti per orchestra
da solo, impone il suo stile, frequenta Beethoven, partecipa alle serate di Schubert e si fa dirigere a
Praga da Von Weber. Ne conoscete un altro? Non sarà Ludwig, ma il ragazzo ha di certo molto
spirito... Ed è davanti a questo, per tornare alla Scuola Napoletana, di cui Mauro è figlio, e alla
modalità in cui prende vita sulle corde, che io mi tolgo il cappello: energia pura, la musica non
c'entra, e nemmeno le amicizie di prestigio. Barrios appartiene alla stessa tipologia. Detto ciò, si
può anche impazzire di noia a Recanati, altra voragine depressa dell'Italia decadente, e cambiare il
volto della poesia europea. Non ho lo sguardo volto al passato, ma salto volentieri tutto il secondo
Novecento, tranne Ligeti e Sciarrino (imprescindibili anch'essi), nell'attesa di un 'dopo'. Non mi
sono mai spellato le mani per Tarrega e Llobet, per me la Catalogna è Federico Mompou e respiro
meglio a Bisceglie, che ci posso fare...

I tuoi prossimi progetti?

Non so, vorrei proseguire ora nella direzione della musica 'nuova'. Spero che si realizzino le
condizioni giuste per un lavoro originale. Ultimamente pensavo alla voce, o, dopo aver ascoltato
Politano, a uno strumento a fiato. Mi è piaciuto anche il flauto di Mario Caroli, e osservare la sua
simbiosi con Sciarrino. Ma, in definitiva, chi lo può sapere?...
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