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lunedì 22 settembre 2014

Guitars Speak: la chitarra di Pierluigi Potalivo



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Questa sera alle 21 su Radio Voce della Speranza. La chitarra di Pierluigi Potalivo.
Brillante interprete e compositore Pierluigi Potalivo ci illustra in questa puntata a lui dedicata il suoi due lavori discografici Spirito di una Sonata del 2010 e Opera (a) due uscita quest'anno da pochi mesi e dedicata a un nuovo repertorio per chitarra classica e mandolino, un passo avanti nella tradizione napoletana e classica.

This evening at 9PM on Radio Voce della Speranza: Pierluigi Potalivo.
Pierluigi Potalivo is an italian brilliant performer and composer, in this Guitars Speak's episode dedicated to him we talk about and listen to his two records Spirito di una Sonata (2010) and Opera (a) due released this year a few months ago  and dedicated to a new repertoire for classical guitar and mandolin, a step forward in the Neapolitan and classical tradition.


sabato 13 settembre 2014

Guitars Speak: la chitarra di Pierluigi Potalivo


Questo mercoledì alle 21 sulle frequenze di Radio Voce della Speranza, andrà in onda la chitarra di Pierluigi PotalivoBrillante interprete e compositore Pierluigi Potalivo ci illustra in questa puntata a lui dedicata il suoi due lavori discografici Spirito di una Sonata del 2010 e Opera (a) due uscita quest'anno da pochi mesi e dedicata a un nuovo repertorio per chitarra classica e mandolino, un passo avanti nella tradizione napoletana e classica.
 
This Wednesday at 9PM on Radio Voce della Speranza we will listen to Pierluigi Potalivo's classical guitar. Pierluigi Potalivo is an italian brilliant performer and composer, in this Guitars Speak's episode dedicated to him we talk about and listen to his two records Spirito di una Sonata (2010) and Opera (a) due released this year a few months ago  and dedicated to a new repertoire for classical guitar and mandolin, a step forward in the Neapolitan and classical tradition.

venerdì 20 giugno 2014

Intervista a Pierluigi Potalivo di Andrea Aguzzi seconda parte



Senti .. una riflessione personale … qualche tempo fa riflettevo come la canzone napoletana fosse
riuscita nel corso degli ultimi anni a depauperare un patrimonio storico immenso … alle mie
orecchie di profano sembra una tradizione che non è riuscita a rinnovarsi, imbottigliata dai
cantanti neomelodici (Gigi D’Alessio, etc..) che ne hanno ormai trasformato il repertorio in un
pop .. melenso, diciamo così e senza immaginazione, e da una tradizione che non ha saputo andare
oltre a Murolo e che non ha saputo accettare le spinte di rinnovamento che erano arrivate negli
anni ’70 da gente come James Senese e Pino Daniele e poi negli anni ’90 con gli Almamegretta.
Rispetto a un genere come il blues, la canzone partenopea .. ha perso il treno? Non so se ti ricordi
quel film del 1982 … “no grazie, il caffè mi rende nervoso” con Lello Arena, Maddalena Crippa e
Troisi .. ma mi sembra che sono passati 30 anni ma non è cambiato gran che … a parte che Troisi
non c’è più …

Qui, forse, ti deluderò...! Non tanto perché non penso che ci sia un deterioramento rispetto a una
tradizione sentita oggi come 'classica', cioè la canzone napoletana di Libero Bovio e E.A.Mario.
Si tratta proprio di un mondo che non c'è più... Può far male, lo so, ma bisogna farsene una ragione!
C'è un quadro di un pittore napoletano di inizio '900 (non ricordo chi, ma non importa); ritrae un
giovane al porto, sdraiato sul pontile, mani dietro la nuca e spiga di grano in bocca... Ecco il sud
Italia fino al dopoguerra; una popolazione intera dimenticata dal potere, lasciata così, col piede che
penzola nell'acqua... Nella beata incoscienza si può solo cantare, ed ecco questa straordinaria
colonia greca di non-più-greci e non-italiani! Così erano anche i romani fino alla breccia di Porta
Pia. Però, sai che ti dico? Nonostante quella canzone napoletana non c'è più, la città continua ad
avere, nel totale casino, una identità, deviata forse, ma tale. Di Napoli amo il voler essere Napoli a
dispetto perfino di sé stessa. Mi sembra che questo funzioni come una forma di difesa contro alcune
forze che ci vorrebbero solo piatti e implotonati per gli acquisti. La liuteria e la piccola editoria
musicale e letteraria (come le preziose edizioni Colonnese) sopravvivono tuttora nella città. La loro
caratteristica era ed è quella di indirizzarsi al pubblico locale, un tempo quello della 'grande' Napoli,
uno dei maggiori centri europei. Se si frequenta la città odierna ci si accorge di quanto essa ami
ancora vivere 'di sé' e 'per sé', con le numerose TV e radio locali, con i suoi artisti – si, persino i
neo-melodici! Pensa alla tradizione della musica per i matrimoni, un must intramontabile della
cultura partenopea, viva la faccia! Non si tratta certo, come spesso a torto si ritiene, di semplice
autocompiacimento, ma della sopravvivenza di una propria personalità (ripeto, anche tragicamente
autolesionista) in un popolo che ha avuto una casa reale, nella città una volta centro di un regno.
Un regno di sudditi mai borghesi e sempre miserabili, ma un regno...! D'accordo con te su Pino e gli
Almamegretta. Aggiungo che mi dà più emozione (ma tanta) un classico rifatto da Gragnianiello
che il 500° e decotto concerto di Aranjuez, che sarà sempre immancabilmente uguale a sé. Mi tengo
il genio di Troisi e 'la strada' di Gragnianiello.

Come pensate di promuovere questo cd? Sarà un’autoproduzione? Lo venderete principalmente
tramite mp3?

Si, al momento l'album è un'autoproduzione, disponibile in solo formato digitale. I canali della
promozione sono quelli consueti, riviste, blog, siti di musica etc. Oggi fare a meno dell'immagine
viene percepito quasi come un'offesa; tra video e solo audio si opta sempre per la prima scelta.
Per questo motivo magari si farà qualcosa anche in questa direzione.

Ultima domanda: il tuo studio nei confronti di Mauro Giuliani continua? Ho una sensazione …
spero solo che sia sbagliata, quindi prendila con beneficio di inventario … mi sembra ci sia stato
una sorta di revisionismo nei confronti di Giuliani e che il suo repertorio e la sua importanza siano
state recentemente un po’ messe in discussione … nulla di grave, ci sta. Solo che negli ultimi due
anni vedo i chitarristi acustici che suonano fingerpiking riscoprirlo…

Condivido la tua impressione. È negli anni '80 che Giuliani ha vissuto il culmine della 'riscoperta'.
Inevitabilmente, quando quasi tutto si accerta della biografia, quando i lavori migliori trovano per
anni largo spazio nei repertori, ecco che subentra un po' di stanchezza. Come sai, Giuliani ha avuto
una parte molto importante nella mia vita, anche se, a conti fatti, ho suonato solo pochi pezzi.
L'importanza è dovuta al fatto che non si può prescindere da Mauro, cui si deve l'apertura della
stagione della chitarra moderna (una chitarra costruita proprio a Napoli, da Fabricatore). Mi spiego
meglio: si può prescindere dalla sua musica, ma non da lui. Ho dedicato a Giuliani il mio saggio
L'anatema dell'Echte, oltre alla rielaborazione dell'Op.15. Ci ho lavorato molto, e penso che la mia
autoconoscenza attraverso la sua figura – è così che l'ho vissuta – sia terminata. A mio avviso un
chitarrista italiano non può evitare di sentire dentro di sé come operante una porzione di quella
stagione, anche se così lontana – ma che importa? Capisco che un diciottenne, magari innamorato di
Romitelli, di Gabriele Manca o di Emanuele Casale, poco avverta, coscientemente, l'influenza di un
chitarrista nato nel 1781. Non è, infatti una questione di stile, ci mancherebbe, ma di popolo.
Un bravo chitarrista italiano, anche circondato di pedalboards e amplificatori e col suo Romitelli,
reca dentro il carattere distintivo del suo popolo, e puoi 'sentirci' Giuliani. La chitarra italiana,
piaccia o no, è passata per le mani di Mauro uscendone un'altra. Non si capisce perché si possa dire
questo di Beethoven e del piano e non del Nostro e delle sei corde, anche se non ha scritto
'la centoundici'. Un errore, che feci anch'io a vent'anni, è quello di valutare il peso di Giuliani da
quello complessivo delle sue opere rispetto ai Titani della musica. Fermo restando che l'anima che
soffia in opere come Sonata op.15, Gran Solo, 6 Lieder op.89, Variazioni op.107 e in alcuni
momenti dei concerti è più che sufficiente a mettere tra lui e la maggior parte dei cordaioli odierni
un mare di distanza, non si considera che quelle generazioni di compositori scrivevano musica ogni
giorno, poiché da quello dipendeva l'entità e la frequenza dei pasti – ma sono cose che si capiscono
più in là nella vita... In Mauro non posso fare a meno di vedere il ragazzo nato nella periferia
d'Europa, che imbraccia la sua chitarra e va nel centro del mondo, si scrive i concerti per orchestra
da solo, impone il suo stile, frequenta Beethoven, partecipa alle serate di Schubert e si fa dirigere a
Praga da Von Weber. Ne conoscete un altro? Non sarà Ludwig, ma il ragazzo ha di certo molto
spirito... Ed è davanti a questo, per tornare alla Scuola Napoletana, di cui Mauro è figlio, e alla
modalità in cui prende vita sulle corde, che io mi tolgo il cappello: energia pura, la musica non
c'entra, e nemmeno le amicizie di prestigio. Barrios appartiene alla stessa tipologia. Detto ciò, si
può anche impazzire di noia a Recanati, altra voragine depressa dell'Italia decadente, e cambiare il
volto della poesia europea. Non ho lo sguardo volto al passato, ma salto volentieri tutto il secondo
Novecento, tranne Ligeti e Sciarrino (imprescindibili anch'essi), nell'attesa di un 'dopo'. Non mi
sono mai spellato le mani per Tarrega e Llobet, per me la Catalogna è Federico Mompou e respiro
meglio a Bisceglie, che ci posso fare...

I tuoi prossimi progetti?

Non so, vorrei proseguire ora nella direzione della musica 'nuova'. Spero che si realizzino le
condizioni giuste per un lavoro originale. Ultimamente pensavo alla voce, o, dopo aver ascoltato
Politano, a uno strumento a fiato. Mi è piaciuto anche il flauto di Mario Caroli, e osservare la sua
simbiosi con Sciarrino. Ma, in definitiva, chi lo può sapere?...

giovedì 19 giugno 2014

Intervista a Pierluigi Potalivo di Andrea Aguzzi prima parte



Ciao Pierluigi, l’ultima volta che ci siamo sentiti è stato nel 2011, mi pare .. ora sei tornato con un
nuovo cd realizzato con il mandolinista Nunzio Reina, come è nata l’idea di un progetto
discografico interamente dedicato alla chitarra e al mandolino?

Si, era il 2011 e il tempo corre davvero in fretta... È un piacere farci di nuovo una chiacchierata.
La genesi del nuovo lavoro è questa. Grazie a un caro amico che ora non c'è più, appassionato di
mandolino, ho conosciuto qualche anno fa un disco di Nunzio che mi è piaciuto moltissimo.
Si tratta di una raccolta di alcuni tra i migliori pezzi per mandolino e pianoforte di Raffaele Calace.
L'impressione è stata subito forte, e, senza nessuna esagerazione, è uno dei migliori CD che
posseggo. Scoprivo, da un lato, questo compositore napoletano così singolare; dall'altro, un
mandolinista davvero brillante. Un connubio centrato e per me molto significativo, vista la
provenienza partenopea di Nunzio – anche se la famiglia paterna è di origini siciliane. Più ascoltavo
la musica e più sentivo di trovarmi di fronte a un'eco, certo una 'sopravvivenza' (anche se vivissima
e risonante), della vecchia Scuola Napoletana. Calace, infatti, può intendersi come uno degli
ultimissimi rappresentanti di quella tradizione in cui operarono Scarlatti, Pergolesi, Cimarosa e
anche il nostro 'primo' Giuliani. Ora, abbiamo tutti studiato per l'esame di Storia della Musica
ripetendo a memoria frasi come “l'impulso vitale di quella scuola si interrompe, decadendo, intorno
alla fine dell''800” etc. Ma, in fin dei conti, si sa che l'ultimo è stato Rossini – e chi si mette a
cercare i 'sopravvissuti del Titanic' negli anni di Schumann, Brahms e Liszt? Tuttavia, ecco che ne
compariva uno... Per i mandolinisti e gli appassionati Calace non è certo nuovo, anzi è una figura di
grande rilievo, essendo, oltre che compositore e concertista (si dice magnifico), un abile liutaio,
nato proprio in una famiglia di fabbricanti di strumenti dal 1825. È proprio questa natura di Calace
che ne fa un rappresentante-tipo della Scuola Napoletana, se si aggiunge che egli fu anche editore
delle proprie opere. L'ex Regno delle due Sicilie, ai tempi di Calace, era espressione di una cultura
ormai retriva e periferica rispetto al centro Europa, ma, almeno nella sua produzione migliore, il
nostro compositore lancia, da quel contesto decadente, un ultimo e sorprendente acuto. Calace è
capace di dialogare attraverso le forme della musica colta europea col suo sentire puramente
partenopeo, ma non ancora 'canzonettista'. È un mix-up davvero unico ed esaltante. Alcuni temi
sono meraviglia pura, anche se pochi altri lavori arrivano ai picchi della selezione fatta da Nunzio
Reina nel suo CD, che può considerarsi il meglio della produzione. Pochi pezzi, in realtà, ma più
che sufficienti per una vera esperienza musicale. Peccato che una grande quantità di brani di Calace
(anche quelli 'così così') circoli in agghiaccianti e sovreccitate esecuzioni germano-russonipponiche,
che sminuiscono la genuina vena di questo compositore. Quanto a Nunzio, dirò che
trovarsi di fronte a un mandolinista capace di vera 'cavata' è un piacere. Ascoltare per credere... Da
quel momento ho guardato al suo strumento con occhio totalmente diverso, e ho pensato che mi
sarebbe piaciuto fare qualcosa con lui.



Quando hai conosciuto il Maestro Reina e come l’hai convinto a seguirti in questa nuova opera?

Due o tre anni dopo l'ascolto del disco ho contattato Nunzio, semplicemente cercandolo sul web.
Fu lui, per la verità (e per fortuna), a propormi di scrivere qualcosa per il mandolino, mentre io,
meno audacemente, pensavo solo di suonare qualcosa del 'suo' Calace. Semmai una mia azione
persuasiva è arrivata più tardi quando, dopo aver composto i primi brani, ho imboccato una
direzione atonale e poi addirittura microtonale. Ci si chiedeva come sarebbero state accolte queste
musiche, in cui io credo. Alla fine Nunzio, con mio piacere, mi ha appoggiato, essendo molto
ricettivo e curioso – con la giusta malizia...per esempio verso le piccole scordature che gli chiedevo
per ottenere i microtoni.

Quali sono le differenze tecniche tra il comporre per chitarra e per mandolino?

Se si pensa al mandolino antico, quello di Vivaldi per capirci, esso può considerarsi un piccolo liuto
a plettro, che ha finito per guardare al violino nella modalità di fare melodia. L'introduzione del
tremolo ha portato l'estetica del mandolino a diventare 'caratteristica', e a legarsi a questo aspetto
timbrico. È qui che risiede principalmente la differenza con la chitarra, ed è infatti questo lato che
ho evidenziato di più. Essendo attratto, più che dalla ritmicità del mandolino (che pure ho adoperato
nella Tarantella), dalla sua capacità di schiudere scenari emotivi intensi, non ho mai potuto
prescindere dal tremolo. Ne ho attinto a piene mani, adoperandolo sempre, ma non certo per
trasformare una melodia in una 'mandolinata', col solo proposito di allungarne la durata delle note.
Al contrario, ho guardato allo strumento piuttosto come a un 'violino a plettro' per cercare,
attraverso la possibilità innata della chitarra di sostenere l'armonia con pochi tocchi, risultati
'orchestrali' assolutamente moderni. Essi nulla hanno a che vedere col consueto trattamento dei due
strumenti, cioè chitarra che arpeggia e mandolino che 'plettra' ritmicamente (un esempio sono i
Tre Preludi brevi). Questo approccio tradizionale è ormai vetusto e improponibile, poiché,
convenientemente alle esigenze del tempo, si dialogava prima quasi esclusivamente sulle altezze
musicali, e il mandolino era 'la voce'. L'odierna libertà espressiva, soprattutto in ambito timbrico,
permette di trasformare un duo del genere in un qualcosa di completamente diverso. In questo senso
una chitarra e un mandolino possono offrire possibilità di grande avanguardia. Questo fare musica
'per flussi' (aperture e chiusure improvvise, come nel respiro e le sue sfumature), cioè non
ritmicamente, ci ha creato non poche difficoltà, essendo molto difficile controllarsi senza sentire la
terra sotto i piedi... Ma ne è valsa la pena, per aver contribuito al repertorio di uno strumento
italianissimo, che può dare ancora molto di sé, superando uno stereotipo di duo che appartiene al
museo.

Rispetto a “Spirito di una Sonata” ho notato una evoluzione nelle composizioni, se nel tuo
precedente cd .. “rielaboravi” in un certo senso, componendo mantenendo il vocabolario e lo
spirito delle musiche del passato a cui ti ispiravi, questo cd mostra un maggiore varietà e anche
un .. maggiore coraggio, una maggiore maturità da parte tua: qui ti muovi con disinvoltura dal
romanticismo all’impressionismo, alla tarantella, alla microtonalità dei Frammenti Ellenici che
credo siano i brani che mi hanno di più impressionato…

Si, penso che la tua osservazione sia giusta. Devi sapere, però, che nell'atto di comporre i pezzi non
avevo la minima idea di quello che ne sarebbe risultato, una volta finiti, potendoli considerare uno
vicino all'altro. Alla fine mi sono reso conto di aver attraversato il '900, aprendomi poi al quel ponte
per un futuro che ho imparato a sentire nei suoni microtonali. È vero, c'è una grande varietà di
generi in questo album rispetto a Spirito di una Sonata, un lavoro, si potrebbe dire, 'a tema'. Lì si
trattava di realizzare un'idea che sento tuttora come viva e operante, che mi ha accompagnato a
lungo e a cui devo la comprensione della musica come un atto puramente intuitivo. Continuo
– e continuerò – a sentire le creazioni come organismi viventi, animati da una qualche 'vibrazione'
in grado di risuonare in tutti noi; e sono convinto che sia un errore confondere quest'ultima con la
forma che assume, la quale rappresenta la vibrazione in quel dato momento, ma non in assoluto.
Da questa identificazione scaturiscono un sacco di problemi... In primis quello del culto della
'volontà' dell'autore (meglio se morto, disturba meno), scambiata appunto con la forma, e le
conseguenti punizioni corporali alla più piccola libertà che qualcuno si prende. Il fatto è che,
continuando a confondere la volontà altrui col proprio autoritarismo, si possono solo fondare delle
chiese... I Frammenti Ellenici sono un tentativo di andare oltre l'odierna avanguardia, o il
'contemporaneo'. È importante per me ripartire dai nostri strumenti acustici, senza associare la
microtonalità agli apparecchi elettrici, poiché la si può ottenere facilmente anche 'senza filo'. Non
stigmatizzo cavi, amplificatori e chitarre elettriche, che posseggo e uso, semplicemente non lo farei
volentieri nel genere classico di avanguardia, anche se posso comprendere che oggi in essi i
giovanissimi vedano una possibilità. Credo però che dai nostri vecchi strumenti (si può a buon
diritto cominciare a chiamarli così, se paragonati a quelli elettrici) si possa trarre ancora molto, a
patto di non considerarli immodificabili. Penso, per esempio, al flauto Paetzold, che mescola flauto
dolce e canne d'organo, e ad Antonio Politano, un musicista geniale che suona questo strumento
nuovo come nessuno. Tra Seascape (per flauto Paetzold) e Trash TV Trance (per chitarra elettica),
due brani molto noti di Fausto Romitelli, sono più emozionato dal primo.

lunedì 16 giugno 2014

Recensione di Opera (a) Due Di Pierluigi Potalivo e Nunzio Reina




Giusto qualche tempo fa riflettevo come il mandolino, nobile strumento della tradizione italiana e non solo, si fosse ormai avvitato in una tradizione con pochi accenni e segnali di rinnovamento. Se negli Stati Uniti, grazie a campioni del bluegrass come David Grissman e Mike Marshall, il mandolino gode di una seconda giovinezza, qui da noi sembra ormai essersi ripiegato nel consolidato ritornello “italiano-pizza-mafia-mandolino”.
Un vero peccato perché questo antico e nobile strumento ha delle caratteristiche uniche che meriterebbero una maggiore attenzione da parte dei compositori contemporanei, che potrebbero integrarlo, come già stanno facendo con il liuto, nelle loro opere.
In attesa di un interprete che possa risvegliare il loro interesse accolgo con grande piacere la nuova fatica discografica dei Maestri Pierluigi Potalivo e Nunzio Reina, rispettivamente chitarrista e mandolinista. Del Maestro Potalivo già sappiamo per via del suo cd Spirito di una Sonata del 2010, recensito qui nel blog assieme a una sua intervista, mentre il nome di Nunzio Reina mi era fino a poco fa sconosciuto. Mea culpa perché il Maestro Reina ha un curriculum semplicemente eccellente, con un palma res di partecipazioni, concerti e registrazioni discografiche da far invidia.
E’ così con molto piacere che mi attardo nell’ascolto di questo loro ottimo cd che è un seguito ideale di quelle personali rielaborazioni del repertorio classico e moderno per chitarra a cui il Maestro Potalivo ci aveva introdotti con il suo cd Spirito di una Sonata.

Anche questa volta recensisco un lavoro di ottima qualità, speriamo sia l’inizio di una rinascita per il repertorio del mandolino italiano.





mercoledì 4 aprile 2012

Guitars Speak: Pierluigi Potalivo Spirito di una Sonata



Questa sera ore 21 su Radio Voce della Speranza: Pierluigi Potalivo: Spirito di una Sonata

Spirito di una Sonata era un disco che mi aveva particolarmente colpito quando era uscito nel 2010. Ho voluto farlo riascoltare su Guitars Speak. E' un disco interessante, innovativo e ilMaestro Potalivo è un eccellente chitarrista. A colpirmi la sua particolare visione della musica classica e le sue idee così lontane dagli schemi a cui siamo abituati!

domenica 1 aprile 2012

Guitars Speak programma radio sulla chitarra in onda su Radio Voce della Speranza



Mercoledì sera ore 21 su Radio Voce della Speranza: Pierluigi Potalivo: Spirito di una Sonata

Spirito di una Sonata era un disco che mi aveva particolarmente colpito quando era uscito nel 2010. Ho voluto farlo riascoltare su Guitars Speak. E' un disco interessante, innovativo e il Maestro Potalivo è un eccellente chitarrista. A colpirmi la sua particolare visione della musica classica e le sue idee così lontane dagli schemi a cui siamo abituati!

martedì 27 marzo 2012

Pierluigi Potalivo: GIULIANI E DE LHOYER: L'ANATEMA DELL'ECHTE


"Si tratta di una mia ricostruzione della querelle (avvenuta sul Fronimo nel 1990) sfociata nell'attribuzione dei preludi di Mauro Giuliani ad Antoine de Lhoyer. Contiene inoltre un raffronto approfondito delle due partiture (Préludes op.83/Exercices op.27). Ma non solo... E' consultabile gratuitamente cliccandoci sopra."


Leggetelo e scaricatelo da questo LINK

venerdì 13 maggio 2011

PIERLUIGI POTALIVO plays live and talks 3 'UNCOSTUMARY CLASSICISM' ('Classicismo Barbarico')

Intervista a Pierluigi Potalivo, quarta parte


Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Dovrei dire molto, perché certo sapersi ben promuovere può essere determinante quando si parla di denaro, concerti, visibilità etc. Soprattutto lo diventa quando non c’è altra scelta. In ogni caso si imparano presto le regole dell’autopromozione, ma in cuor mio non dò un valore alla capacità di promuoversi in sé. Può essere peraltro anche molto stancante, obbliga a un uso perenne del computer e soprattutto ad accogliere una certa visione della vita in cui si può a buon diritto non riconoscersi.

Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e a possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi?

Si, c’è in effetti una tendenza al tritacarne, ma i mezzi cambiano. Il vecchio vinile all’inizio della sua esistenza era assai criticato, ora è l’emblema del buon vecchio intenditore di musica classica. Chi può dire dove porteranno le nuove tecnologie? Il supporto musicale è tornato immateriale come la musica stessa, può essere un passo avanti…

Consigliaci cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con sé... i classici cinque dischi per l‘isola deserta. Che musiche ascolti di solito?

Come tutti ho anch’io i miei dischi-totem. Mi vengono in mente la Sonata op.11 di Schumann, Verklärte Nacht di Schönberg, gli ‘Ultimi Lieder’ di Strauss, il Quartetto in re minore di Boccherini e l’ultimo Quartetto di Cherubini. Ho comunque sempre ascoltato diverse musiche e generi, amando molto il flamenco, come anche il liuto arabo di Said Chraibi o il mandolino di Nunzio Reina.

Quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

Gli spartiti sono sempre stati per me oggetti antipatici, antiestetici. La carta, nelle varie tipologie, è insieme ai fili elettrici una delle nostre attuali condanne. Sogno un mondo affrancato dai leggii con le mollette e almeno in questo saluto il digitale con fervore. Anche se dovessi bramare uno spartito, non ammetterei mai che mi sia indispensabile..

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi. Che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Rispondo con quello che mi chiese il Maestro Notaro quando rivelai a lui le mie ‘intenzioni serie’: «Ma ce l’hai ‘na casa?». Se sì, tenete le chitarre lontano dai termosifoni..

Con chi ti piacerebbe suonare e quali autori ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Mi piacerebbe - più che un desiderio è un’utopia… - suonare rielaborazioni di Raffaele Calace insieme a Nunzio Reina, entrambi incomprensibilmente ignorati e noti solo agli aficionados del mandolino. Ma è appunto un’affinità elettiva di pura fantasia. Attualmente sto terminando un lavoro su musiche di Sor, analogo a quello fatto in ‘Spirito di una Sonata’ su Giuliani. Sor, insieme a Giuliani, è stato la sorgente primaria e l’incarnazione stessa della chitarra classica, almeno fino all’avvento di Tarrega e Segovia. Mi è sembrato un passo quasi obbligato, alla luce della nuova direzione musicale che ho intrapreso, iniziare da due artisti-cardine come Giuliani (del quale ho sempre adorato la vitalità e la sua ‘beata incoscienza’, da perfetto erede della scuola napoletana) e Sor. Affrontando questo nuovo lavoro mi rendo conto una volta di più delle molte differenze che esistono tra questi due musicisti, nell'approccio alla musica come alla vita. E qui mi fermo, perché le differenze sono talmente tante, che forse meriterebbero un’intervista a parte!

Ultima domanda… proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Si fa musica sull’onda della nostalgia inconsolabile per un mondo che ci sembra di ricordare solo nei suoni. Quanto al posto di chi fa musica, è sempre quello di uno ‘sfigato di successo’. Andando alla terza domanda … diciamo che chiunque ascolta una musica o si reca a un concerto, persino se vuole solo criticare, desidera l’abbandono, l’oblio di sé. La musica può fornire un contributo unico all’evoluzione di una società, nella misura in cui continui a manifestarsi in essa standone lontana, vivendo ‘ai margini delle sue ferite’, per citare Lorca, ed esserne l’eterno duende.

Grazie Pierluigi!
Andrea Aguzzi

giovedì 12 maggio 2011

PIERLUIGI POTALIVO plays live and talks 2 'UNCOSTUMARY CLASSICISM' ('Classicismo Barbarico'

Intervista a Pierluigi Potalivo, terza parte


A proposito di composizione per chitarra, Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi; questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea. Come compositore e chitarrista quanto ritieni che ci sia ancora di veritiero nella frase di Berlioz?

Tutto! La chitarra ha un’accordatura e un sistema di individuazione degli accordi molto particolari; va conosciuta, e quando conosciuta rivela sempre nuove combinazioni. Senza gli arrangiamenti di Segovia la maggior parte del repertorio più celebre sarebbe insuonabile, o non chitarristico. Quanto al repertorio tout court, quella giustificazione non regge. Cos’è una chitarra dell’Ottocento, dico fisicamente, vicino al piano e alle sue possibilità? Cos’è il suo volume, la proiezione della sua voce vicino a quella del violino? Che i chitarristi si diano pace: Bach è trascritto dal liuto e raramente suona bene sulle sei corde, con questi bassi che non tornano (molto meglio le Suites per violino); Giuliani, Sor e Aguado hanno grande sapienza chitarristica, ma solo sprazzi di genio che bisognerebbe sommare in totale per arrivare a un tema con variazioni di Beethoven. Il Romanticismo ci regala Coste e Regondi (pacchi che è meglio lasciare sotto l’albero, qualcun altro magari li prenderà..). Bisogna aspettare Tarrega e Barrios per vedere di nuovo all’opera due uomini che sanno trattare la chitarra. Le loro fortune sono legate però alle scuole nazionali, alla hispanidad. Llobet era un fine armonizzatore e trascrittore dei grandi Albeniz e Granados. Ecco la chitarra: sempre fatalmente intorno ai sommi. Enormi le occasioni perdute: De Falla, Ravel, Debussy, Mussorgskj, musicisti così affini all’universo sottile ma potentemente evocatore della chitarra, e dalle cui mani sarebbero usciti i veri capolavori del secolo. Ma di certo capolavori sono le Variazioni Op.7 di Sor, il Rondò di Aguado, l’Allegro dalla Sonata Op.15 di Giuliani, e soprattutto il Nocturnal di Benjamin Britten, i concerti di Rodrigo e il primo concerto di Castelnuovo-Tedesco, la Royal Winter Music di Henze, la Suite Compostelana di Mompou. Altri compositori, come gli ottimi Torroba e Ponce, hanno trovato nelle corde di Segovia il mezzo ideale. Ben vengano poi la chitarra elettrica, flamenca, etc. Che sarebbero le sei corde se orfane di Django Reinhardt, Ramon Montoya, Paco de Lucia, Pat Metheny, Jimy Hendrix e affidate alla sola Recuerdos de la Alhambra? Non si vive di soli the e pasticcini!...

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

E’ quello che succede oggi, appunto, quando una cultura come quella europea classica tende al museo. Quando l’arte diventa enciclopedia e non trova forze per risollevarsi. Davvero, cominciare da Francesco da Milano e finire con Brower, passando per Sor e Tarrega rischia di rappresentare un’arte da buffet. In sostanza, tutto questo ha avuto certo un ruolo alcuni decenni fa, ma oggi, dal momento che le nostre discoteche-biblioteche esondano, che fare?

E' un bel problema .. la mia discoteca sta decisamente esondando! Ma non so resistere ... Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato «Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.» … Ora, la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

La sperimentazione in sé non ha nulla di male, anzi presuppone audacia, senso del cambiamento. Quando sconfina nel ‘cazzeggio da dopolavoro’ (per citare di nuovo Carmelo Bene), per di più furbetto, che si nasconde dietro l’artificio dell’intellettualità, si commette di certo quella violenza conservatrice di cui parla Nono, cioè l’autoreferenzialità. Ma non c’è bisogno del celebre Silenzio di John Cage per tirarla in ballo, ogni pianista è in cuor suo fermamente convinto di suonare Schumann meglio di ogni altro al mondo. Nono ha ragione. Quando ascoltiamo una nuova Quinta di Beethoven storciamo il naso se un ritardato non coincide con la nostra incisione prediletta, così come quando paghiamo il biglietto per ascoltare Giuliani pretendiamo che sia quello che conosciamo. Una riscrittura offende il nostro bisogno di identità tra ciò che ascoltiamo e la rappresentazione sonora che già abbiamo: ebbene, tutto questo è puramente conservativo.

Qual è il ruolo dell’Errore nella tua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...

Ecco il naturale seguito di quanto appena detto sopra: la superficie uniforme è quella della nostra autoreferenzialità. L’immissione di un elemento irregolare la turba, nega il ‘ritrovamento di se stessi’ all’esterno, descritto da Nono. Essa è sempre conciliante, rassicurante, di stato, si potrebbe dire.

mercoledì 11 maggio 2011

PIERLUIGI POTALIVO plays live and talks 1 'UNCOSTUMARY CLASSICISM' ('Classicismo Barbarico')

Intervista a Pierluigi Potalivo, seconda parte


Ascoltando la tua musica ho notato la tranquilla serenità con cui ti approcci allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi stai suonando, dal compositore, dallo strumento che adoperi dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo. Quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere questo livello di “sicurezza”?

La chitarra obbliga a un approfondimento tecnico che può diventare logorante. Cercare la ‘propria’ perfezione attraverso un medium così volubile lo può solo un chitarrista… Umidità, secco, più o meno sole, ore diverse della giornata, tutto sembra avere una parte nel modificare questo strumento da un minuto all’altro e rendere le cose così complicate. Ma, di nuovo, tutto il lavorìo deve poter essere dimenticato, insieme alla continua intromissione della personalità nello studio. Temo che questo sia il cimento più impegnativo. Personalmente ho impiegato anni per liberarmi di certe idee fisse, della meccanicità di alcuni esercizi; altri lo sanno fare molto prima.

Tu hai studiato con il Maestro Sergio Notaro e hai conseguito il diploma presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Che ricordi hai del tuo insegnante e del Conservatorio?

Per quello che riguarda il Conservatorio sono stato un privatista, e ci tengo a questa più che fortunata ‘privazione’, che devo all’incontro con l’unico maestro che ho avuto. Forse sarei altrimenti naufragato nei corridoi di Santa Cecilia, polverosi da sempre, con qualche magnifica eccezione. Il grande Carmelo Bene ricordava che scuola deriva da scholé, cioè agio, riposo, mentre studente è chi desidera e si adopera… In Dante poi c’è l’identificazione (ancora più pertinente) tra scuola e corpo insegnante/confraternita. Insegnante e scuola - intesa come istituzione - sono notoriamente due entità separate, ed è un dato di fatto troppo spesso dimenticato; d’altronde nasciamo e operiamo tra gli equivoci, linguistici e non. Equivoci che sono un po’ dappertutto, e se scacciati dalla porta rientrano dalla finestra... Veniamo educati così, e allo stesso modo crediamo che il contenuto si trovi nella forma, e peggio ancora nella pagina, nello scritto. Quello scritto diventa intoccabile; per giunta arriva la filologia, e il laccio si stringe sempre più…Per mia grande fortuna ho avuto un maestro-persona, non un maestro-sussidiario, uomo musicalmente sensibilissimo, che da una piccola frase musicale sapeva divagare e spingersi attraverso collegamenti culturali che sapevano ispirare. La scomparsa fisica di questi maestri, del loro ‘genere’ e della loro generazione, è un danno grave in ogni campo: le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Finora hai svolto la tua attività prevalentemente in Gran Bretagna; come ti sei trovato trovato in quel paese? Come viene vista e vissuta la situazione musicale italiana all’estero?

Gli italiani sono guardati sempre con curiosità e benevolenza, specialmente in campo artistico. Gli inglesi poi hanno un debole per le culture latine, e per loro l’Italia ne incarna ovviamente la quintessenza. Per lo più ignorano la situazione della nostra musica, ma il giudizio su qualsiasi cosa appartenga alla nostra sfera organizzativa o politica rende questo popolo piuttosto ironico nei nostri confronti, e a ragione. Non è la chiarezza e la prontezza organizzativa il nostro forte, giusto? In compenso, dell’Italia gli inglesi amano molto la tipica ‘levità’ del carattere, amano pensarci ‘spensierati’ e artisti. Personalmente non li ho mai contraddetti troppo energicamente su questo punto: non me la sono sentita di guastare un’immaginazione così soave…! Come musicista sono stato sempre accolto con calore, e con un rispetto per il ‘mestiere’ che in Italia non sempre ho trovato.

Di recente hai inciso il cd “Spirito di una Sonata”, un cd un po’ diverso da quelli che presentano un repertorio classico e consolidato. Ce ne vuoi parlare?

In fondo ho cominciato poco fa, parlando di contemporaneità e risonanza. Sono le chiavi per comprendere questo lavoro. A trentacinque anni, dopo l’esecuzione dell’ennesimo studio di Fernando Sor ho sentito me stesso come replicante. Mi sono chiesto se un’intera cultura musicale, quella europea, può sopravvivere, e per quanto, ai presenti e futuri milioni di repliche di Asturias e al proliferare di agguerriti interpreti. Nel frattempo la nuova musica ‘contemporanea’ non piace, perché ormai troppo ‘mentale’ o addirittura smaccatamente ‘digitale’ (un aggettivo che in questo caso coincide con dita in libertà, a casaccio). Mi sono dunque chiesto: può esserci un modo per essere in Giuliani, in Albeniz etc, senza costringermi a mutuarne letteralmente le creazioni?

Nel libretto che accompagna il cd parli esplicitamente di “una nuova via all’interpretazione dei classici”, di “evocazione, immedesimazione, rievocazione”. Ci vuoi meglio spiegare questi concetti?

Ogni interpretazione è una evocazione/invocazione di un universo emotivo. L’errore è pensare che quell’universo, come detto prima, risieda fisicamente nella pagina; cadere nell’equivoco considerando lo scritto come testo sacro, ignorando che in quel testo v’è quello che l’autore ha tratto in quel momento di urgenza, con quella forma. Ma il suo mondo emotivo è vivente, altrimenti non lo cercheremmo ogni volta che torniamo a suonare un tale brano. Questa è l’operazione: trovare quella vibrazione particolare, sempre viva a dispetto della pagina, dove trova forma e muore, e farsene attraversare. Allora un brano potrà essere anche riscritto, poiché apparterrà a quella sfera emotiva, senza tema di ‘tradimenti’.

martedì 10 maggio 2011

PIERLUIGI POTALIVO Videoclip - "Op.15: SPIRITO DI UNA SONATA" (da Mauro Giuliani)

Intervista a Pierluigi Potalivo, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato?

Quello che attrae di uno strumento è sempre il suono, la sua voce particolare. Niente a che vedere quindi col linguaggio della musica, che arriva sempre dopo e rimane comunque in ogni istante differito rispetto al puro suono. La voce arriva prima della parola, no? Ho sempre suonato chitarre Ramirez; quella che suono attualmente è del 1969, ha il piano armonico in abete ed è di tiro lungo (664mm). Non ho mai trovato chitarre migliori, anche se è difficile dominarle, motivo per cui tanti se ne sono allontanati. A dispetto dei tempi questo strumento rimane una sfida, sia per chi vi si cimenta che per i liutai, i quali forse non la considerano più tanto importante come in passato.

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: «.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.» Tu suoni sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo … ti riconosci in queste parole?

No, perchè sono parole che riflettono un’attitudine di tipo didascalico («come si forma un musicista completo?»), mentre la distinzione stessa tra classico e contemporaneo è secondo me un falso. Per definizione il classico si dà per sempre e ‘contemporaneo’ è secondo me un aggettivo riferito a un’attualità che è solo cronologica: non bastano le nozze - molte volte ahimé infelici - tra la dissonanza e il ‘presente dell’oggi’, per produrre qualcosa di contemporaneo. Richard Strauss è la prova che si può essere fuori del proprio tempo da vivi. In quanto musicisti bisogna semmai essere contemporanei dell’autore, chiunque esso sia, ed è questo il passaggio che conduce finalmente fuori di ogni tempo inteso come kronos: questa è l’essenza della classicità e la via che mi piace percorrere. Più di quelle parole di Berio trovo interessante il bel titolo del saggio: penso che dobbiamo cimentarci col ‘ricordo al futuro’, cioè guadagnare l’attimo, l’immediato, dove passato e futuro si annullano, perché non sono mai nel presente… È questa la modalità possibile per uscire dalla didattica, che è sostanzialmente noia. Questo tipo di operazione restituisce alla musica una vera contemporaneità, quella appunto del ‘classico’, senza bisogno di urla al posto del canto, di chiodi nel pianoforte, di ‘cacca d’artista’ (che dopo la prima, grande provocazione di Piero Manzoni ha ben poco senso), etc. Ciò stabilito, penso naturalmente che il Novecento è pieno di splendida musica; non mi riferisco, tanto per essere chiari, soltanto a Stravinskj o a Shostakovich, ma anche ai Preludi per pianoforte di Jorge Ligeti, ai Capricci per violino di Salvatore Sciarrino o al suo magnifico Perduto in una città d’acque per piano (momenti in cui Sciarrino riesce veramente ad andare oltre lo strumento, ad ‘eccederlo’). Potrei fare molti altri esempi, ma per almeno sfiorare quell’oceano che è la musica del Novecento - non dico certo per esplorare a fondo - si potrebbe parlare per una settimana intera!

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Questo è un punto assai interessante, una domanda che porta al cuore del problema. Partiamo dall’inizio: ogni atto musicale, bello o brutto, scaturisce da un’intuizione e la porta a terra (da dove, poi, è tutt’altro discorso). Più raffinato è l’orecchio di chi la coglie, migliore sarà il risultato. In ogni caso la forma non coincide mai con il contenuto, semmai è uno stato emotivo a esprimere l’urgenza di una forma; ma delle infinite forme possibili una deve essere scelta, se non altro per poter portare a termine un lavoro... Per meravigliosa e compiuta che sia, come in Mozart, l’intuizione scende sempre più o meno ‘grezza’; e mentre in Oriente si è continuato per secoli a suonare gli antichi modi improvvisando (l’esempio eclatante è oggi il meraviglioso liuto arabo di Munir Bashir), in Europa da un certo punto in poi abbiamo sentito il bisogno di rifinire l’intuizione, un po’come si soffia la polvere da un antico, prezioso vaso. Ed ecco così sopraggiungere la dannazione della forma, ecco la polifonia, il conflitto tra l’immediatezza e il lavorìo sulle proprie idee immancabilmente percepite come perfezionabili. Il musicista ideale in questo senso non esiste: a furia di perfezionare, le forme classiche si sono fatte perlopiù inaccessibili all’improvvisazione: la Grande Fuga in do per violino di Bach è improvvisabile..? Ci vorrebbero gli angeli in persona, o almeno per il momento è così. C’è però una musicista che ci si avvicina, la pianista Gabriela Montero: basta accennarle un qualsiasi temino ed ecco che lei in pubblico improvvisa interi minuti di musica dove puoi sentire echi di Ravel, Debussy, Bach, senza una sbavatura, con una forza poderosa; ma la forma, necessariamente, non va oltre il capriccio, la breve fantasia. Personalmente credo che le grandi creazioni dello stile classico impongano il ripensamento/arrangiamento. Non esiste ancora vera improvvisazione (nel senso autenticamente ‘divino’ di intuizione non mediata) e i tentativi di una certa avanguardia che lascia all’esecutore qualche margine di intervento - vedi i Klavierstücke di Stockhausen - sono solo palliativi. La velocità con la quale si rende il flusso delle proprie intuizioni, quella sì è improvvisazione, che se ne faccia una performance o meno: più è rapida, più si improvvisa con abilità. Ma anche nel jazz tradizionale quella libertà è sempre ‘condizionata’, vincolata agli accordi dello standard: né più e né meno di ciò che facevano i clavicembalisti del Barocco col loro ‘basso numerato’. Artisti come John Coltrane (che amo moltissimo) hanno cominciato a dissolvere quell’impianto, ma il free jazz è come tanta ‘contemporanea’, cioè tutto ‘in libertà’. Dobbiamo dunque chiederci: è vera libertà quella che sta nell’estemporaneo? Il mio concetto di improvvisazione coincide con l’essere attraversato dallo spirito di un’opera e divenire così la sua risonanza: l’opera torna a crearsi da sé, dunque si reimprovvisa. Ora potresti giustamente chiedermi se mi piacerebbe tirar giù un intero album in quaranta minuti, con la stessa fluidità della Montero: lasciami sospirare...!

lunedì 9 maggio 2011

Recensione di Spirito di una Sonata di Pierluigi Potalivo


Il repertorio della chitarra classica è da sempre fonte di animate e accese discussioni, da una parte criticato per le sue dimensioni esigue se paragonate al materiale musicale a disposizione di altri strumenti classici come il violino e il pianoforte, dall’altra comunque apprezzato per la qualità e la bravura dei suoi interpreti.
Tuttavia il problema rimane ed era ben noto fin dai tempi di Segovia, con la necessità di allargare il repertorio in modi e forme diverse, vuoi con la richiesta di nuovi brani ai compositori (per fortuna il nostro strumento negli ultimi anni sta conoscendo un vero rinascimento con la musica contemporanea), vuoi con le trascrizioni di musiche dedicate a altri strumenti, vuoi puntando su interpretazioni nuove o su un maggiore rigore filologico.
Insomma il repertorio sta stretto e sicuramente se tutti suonano le stesse cose non va bene.
Spirito di una Sonata del Maestro Potalivo sembra andare in questa direzione, nella ricerca di nuovi spazi, di nuove dimensioni. Il cd, autoprodotto, presenta la rilettura originale della Sonata Op. 15 di Mauro Giuliani nei suoi quattro movimenti (Allegro - Adagio - Scherzo – Rondò) e Cinque Momenti Possibili, cinque brani composti dallo stesso interprete in cui Potalivo “incontra” Sor, Debussy, Mompou, Lauro e Albeniz, immaginati in situazioni particolari riconducibili alla loro vicenda umana e artistica.
Premesso che Pierluigi Potalivo dimostra una tecnica e una maturità artistica con le quali potrebbe tranquillamente affrontare l’intero repertorio classico, il cd convince proprio in relazione al “refresh” portato a una tradizione tanto consolidata quanto suonata.
La Sonata op. 15 riacquista così nuova forza, esposta in una luce e con una sonorità nuova ma rispettosa delle idee di Giuliani, altrettanto belli e, secondo me, ancora migliori i Cinque Momenti Possibili, cinque brani creatiti nello spirito dei compositori a cui sono idealmente dedicati, cinque bozzetti sonori estremamente rifiniti e piacevoli all’ascolto che suonano nuovi senza che il concertista sia forzato ad uscire da un canone classico. I titoli sono divertenti (Studio Quando Fernando Sor spia Debussy, Canción Quando Federico Mompou pensa ad Albeniz, Tarantas Quando Joaquín Turina ricorda il canto di un gitano, Tarantella Quando il venezuelano Antonio Lauro torna a Napoli e Burlesca Quando Fernando Sor schernisce la sua stessa ‘maniera’) e ironici per una musica in cui riecheggiano i temi portanti del repertorio conosciuto ma alieni da certe cadute di stile tipiche di un certo Allievi.
Ben fatto!

Pierluigi Potalivo: Biografia


Pierluigi Potalivo (1972) ha studiato col Maestro Sergio Notaro (assieme a Oscar Ghiglia uno dei migliori allievi italiani di Andrés Segovia) e ha conseguito il diploma presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma.
La sua attività concertistica si è svolta finora prevalentemente in Gran Bretagna, dove ha vissuto alcuni anni; proprio l'esperienza del "professionismo dell'esibirsi" lo porta a una riconsiderazione del repertorio e alla virata dalla quale scaturiscono i lavori attuali.