mercoledì 11 maggio 2011

Intervista a Pierluigi Potalivo, seconda parte


Ascoltando la tua musica ho notato la tranquilla serenità con cui ti approcci allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi stai suonando, dal compositore, dallo strumento che adoperi dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo. Quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere questo livello di “sicurezza”?

La chitarra obbliga a un approfondimento tecnico che può diventare logorante. Cercare la ‘propria’ perfezione attraverso un medium così volubile lo può solo un chitarrista… Umidità, secco, più o meno sole, ore diverse della giornata, tutto sembra avere una parte nel modificare questo strumento da un minuto all’altro e rendere le cose così complicate. Ma, di nuovo, tutto il lavorìo deve poter essere dimenticato, insieme alla continua intromissione della personalità nello studio. Temo che questo sia il cimento più impegnativo. Personalmente ho impiegato anni per liberarmi di certe idee fisse, della meccanicità di alcuni esercizi; altri lo sanno fare molto prima.

Tu hai studiato con il Maestro Sergio Notaro e hai conseguito il diploma presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Che ricordi hai del tuo insegnante e del Conservatorio?

Per quello che riguarda il Conservatorio sono stato un privatista, e ci tengo a questa più che fortunata ‘privazione’, che devo all’incontro con l’unico maestro che ho avuto. Forse sarei altrimenti naufragato nei corridoi di Santa Cecilia, polverosi da sempre, con qualche magnifica eccezione. Il grande Carmelo Bene ricordava che scuola deriva da scholé, cioè agio, riposo, mentre studente è chi desidera e si adopera… In Dante poi c’è l’identificazione (ancora più pertinente) tra scuola e corpo insegnante/confraternita. Insegnante e scuola - intesa come istituzione - sono notoriamente due entità separate, ed è un dato di fatto troppo spesso dimenticato; d’altronde nasciamo e operiamo tra gli equivoci, linguistici e non. Equivoci che sono un po’ dappertutto, e se scacciati dalla porta rientrano dalla finestra... Veniamo educati così, e allo stesso modo crediamo che il contenuto si trovi nella forma, e peggio ancora nella pagina, nello scritto. Quello scritto diventa intoccabile; per giunta arriva la filologia, e il laccio si stringe sempre più…Per mia grande fortuna ho avuto un maestro-persona, non un maestro-sussidiario, uomo musicalmente sensibilissimo, che da una piccola frase musicale sapeva divagare e spingersi attraverso collegamenti culturali che sapevano ispirare. La scomparsa fisica di questi maestri, del loro ‘genere’ e della loro generazione, è un danno grave in ogni campo: le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Finora hai svolto la tua attività prevalentemente in Gran Bretagna; come ti sei trovato trovato in quel paese? Come viene vista e vissuta la situazione musicale italiana all’estero?

Gli italiani sono guardati sempre con curiosità e benevolenza, specialmente in campo artistico. Gli inglesi poi hanno un debole per le culture latine, e per loro l’Italia ne incarna ovviamente la quintessenza. Per lo più ignorano la situazione della nostra musica, ma il giudizio su qualsiasi cosa appartenga alla nostra sfera organizzativa o politica rende questo popolo piuttosto ironico nei nostri confronti, e a ragione. Non è la chiarezza e la prontezza organizzativa il nostro forte, giusto? In compenso, dell’Italia gli inglesi amano molto la tipica ‘levità’ del carattere, amano pensarci ‘spensierati’ e artisti. Personalmente non li ho mai contraddetti troppo energicamente su questo punto: non me la sono sentita di guastare un’immaginazione così soave…! Come musicista sono stato sempre accolto con calore, e con un rispetto per il ‘mestiere’ che in Italia non sempre ho trovato.

Di recente hai inciso il cd “Spirito di una Sonata”, un cd un po’ diverso da quelli che presentano un repertorio classico e consolidato. Ce ne vuoi parlare?

In fondo ho cominciato poco fa, parlando di contemporaneità e risonanza. Sono le chiavi per comprendere questo lavoro. A trentacinque anni, dopo l’esecuzione dell’ennesimo studio di Fernando Sor ho sentito me stesso come replicante. Mi sono chiesto se un’intera cultura musicale, quella europea, può sopravvivere, e per quanto, ai presenti e futuri milioni di repliche di Asturias e al proliferare di agguerriti interpreti. Nel frattempo la nuova musica ‘contemporanea’ non piace, perché ormai troppo ‘mentale’ o addirittura smaccatamente ‘digitale’ (un aggettivo che in questo caso coincide con dita in libertà, a casaccio). Mi sono dunque chiesto: può esserci un modo per essere in Giuliani, in Albeniz etc, senza costringermi a mutuarne letteralmente le creazioni?

Nel libretto che accompagna il cd parli esplicitamente di “una nuova via all’interpretazione dei classici”, di “evocazione, immedesimazione, rievocazione”. Ci vuoi meglio spiegare questi concetti?

Ogni interpretazione è una evocazione/invocazione di un universo emotivo. L’errore è pensare che quell’universo, come detto prima, risieda fisicamente nella pagina; cadere nell’equivoco considerando lo scritto come testo sacro, ignorando che in quel testo v’è quello che l’autore ha tratto in quel momento di urgenza, con quella forma. Ma il suo mondo emotivo è vivente, altrimenti non lo cercheremmo ogni volta che torniamo a suonare un tale brano. Questa è l’operazione: trovare quella vibrazione particolare, sempre viva a dispetto della pagina, dove trova forma e muore, e farsene attraversare. Allora un brano potrà essere anche riscritto, poiché apparterrà a quella sfera emotiva, senza tema di ‘tradimenti’.

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