mercoledì 4 maggio 2011

Intervista a Roberto Taufic, parte seconda


Nella mia discoteca ho due dischi di chitarristi brasiliani che amo molto: uno è il doppio cd “Ocean Memories” di Bola Sete, chitarrista brasiliano poco conosciuto che era arrivato ad incidere per la Takoma di John Fahey negli anni ’60, e il secondo è “Os Afro Sambas” di Baden Powell e di Vinicius de Moraes, altrettanto eccezionale. Due dischi eccezionali per ricchezza di linguaggio e di innovazione .. lei li conosce?

Purtroppo mi vergogno di non aver mai sentito questi dischi, sicuramente importantissimi! Ma devo dirti che da subito mi sono interessato alla chitarra elettrica in tutte le sue sfumature e dedicavo il mio tempo a studiare scale, arpeggi, funk, fusion e jazz. È da li che vengono le mie conoscenze della tastiera della chitarra; avevo anche un gruppo rock e anche quando sono arrivato in Italia ho suonato tantissimo la chitarra elettrica fino a trovare nella classica lo strumento ideale per esprimere il suono che avevo in testa. Devo ringraziare la “necessità” che ho avuto di lavorare con la musica Brasiliana costringendomi a tornare a suonare la musica del mio paese e così ho ricominciato ad amare la MPB ma “colorando” il mio modo di suonare con tutto quello che ho imparato dei diversi “mondi” in cui ho avuto la fortuna di poter suonare; jazz, pop, afro, funk, etno, ecc.

Amo molto Pat Metheny, come mai la scelta di suonare “Better Days Ahead”?

Anch’io ho ascoltato tantissimo Pat Metheny quando vivevo in Brasile. Per me è stato amore al primo ascolto, ore e ore ad ascoltare, imparare e avere sempre di più la convinzione di quanto sia importante avere un suono e uno stile personale, cioè, avere una propria personalità!
Mi piaceva molto sentire “Better days Ahead”, bella e gioiosa melodia, Brasile puro! Ho provato a suonarla da solo cambiando tonalità e cercando un modo per farla mia e alla fine mi piace quello che è venuto fuori. È uno di quei pezzi circolari che potresti andare avanti a suonarlo per ore senza mai stancarti. Bello!

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Penso che il mondo stia cambiando tantissimo e di conseguenza anche la musica e il modo di fare musica; e la stessa funzione della musica! Penso che non si può essere più chiusi in un determinato linguaggio, qualsiasi esso sia. La globalizzazione c’è già e a mio parere è positiva, parlando di musica. L’interpretare e il comporre restano sempre cose molto personali.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Penso che da quando si comincia a suonare dando spazio all’improvvisazione, intendo per improvvisazione la libertà di suonare cose non scritte nella partitura, cioè improvvisare anche nel modo di accompagnare, improvvisare ritmicamente, melodicamente e armonicamente, non ci sia una esigenza di rivolgersi agli standards jazz o a materiale usato didatticamente per studiare l’improvvisazione. È importante conoscere il linguaggio, le forme, le scale che si possono usare sugli accordi, ecc, ma questo materiale serve poi per darti la libertà di esprimerti ed essere un creativo improvvisatore qualsiasi cosa suoni o qualsiasi genere ti capiti di suonare.

continua domani
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