venerdì 13 maggio 2011

Intervista a Pierluigi Potalivo, quarta parte


Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Dovrei dire molto, perché certo sapersi ben promuovere può essere determinante quando si parla di denaro, concerti, visibilità etc. Soprattutto lo diventa quando non c’è altra scelta. In ogni caso si imparano presto le regole dell’autopromozione, ma in cuor mio non dò un valore alla capacità di promuoversi in sé. Può essere peraltro anche molto stancante, obbliga a un uso perenne del computer e soprattutto ad accogliere una certa visione della vita in cui si può a buon diritto non riconoscersi.

Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e a possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi?

Si, c’è in effetti una tendenza al tritacarne, ma i mezzi cambiano. Il vecchio vinile all’inizio della sua esistenza era assai criticato, ora è l’emblema del buon vecchio intenditore di musica classica. Chi può dire dove porteranno le nuove tecnologie? Il supporto musicale è tornato immateriale come la musica stessa, può essere un passo avanti…

Consigliaci cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con sé... i classici cinque dischi per l‘isola deserta. Che musiche ascolti di solito?

Come tutti ho anch’io i miei dischi-totem. Mi vengono in mente la Sonata op.11 di Schumann, Verklärte Nacht di Schönberg, gli ‘Ultimi Lieder’ di Strauss, il Quartetto in re minore di Boccherini e l’ultimo Quartetto di Cherubini. Ho comunque sempre ascoltato diverse musiche e generi, amando molto il flamenco, come anche il liuto arabo di Said Chraibi o il mandolino di Nunzio Reina.

Quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

Gli spartiti sono sempre stati per me oggetti antipatici, antiestetici. La carta, nelle varie tipologie, è insieme ai fili elettrici una delle nostre attuali condanne. Sogno un mondo affrancato dai leggii con le mollette e almeno in questo saluto il digitale con fervore. Anche se dovessi bramare uno spartito, non ammetterei mai che mi sia indispensabile..

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi. Che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Rispondo con quello che mi chiese il Maestro Notaro quando rivelai a lui le mie ‘intenzioni serie’: «Ma ce l’hai ‘na casa?». Se sì, tenete le chitarre lontano dai termosifoni..

Con chi ti piacerebbe suonare e quali autori ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Mi piacerebbe - più che un desiderio è un’utopia… - suonare rielaborazioni di Raffaele Calace insieme a Nunzio Reina, entrambi incomprensibilmente ignorati e noti solo agli aficionados del mandolino. Ma è appunto un’affinità elettiva di pura fantasia. Attualmente sto terminando un lavoro su musiche di Sor, analogo a quello fatto in ‘Spirito di una Sonata’ su Giuliani. Sor, insieme a Giuliani, è stato la sorgente primaria e l’incarnazione stessa della chitarra classica, almeno fino all’avvento di Tarrega e Segovia. Mi è sembrato un passo quasi obbligato, alla luce della nuova direzione musicale che ho intrapreso, iniziare da due artisti-cardine come Giuliani (del quale ho sempre adorato la vitalità e la sua ‘beata incoscienza’, da perfetto erede della scuola napoletana) e Sor. Affrontando questo nuovo lavoro mi rendo conto una volta di più delle molte differenze che esistono tra questi due musicisti, nell'approccio alla musica come alla vita. E qui mi fermo, perché le differenze sono talmente tante, che forse meriterebbero un’intervista a parte!

Ultima domanda… proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Si fa musica sull’onda della nostalgia inconsolabile per un mondo che ci sembra di ricordare solo nei suoni. Quanto al posto di chi fa musica, è sempre quello di uno ‘sfigato di successo’. Andando alla terza domanda … diciamo che chiunque ascolta una musica o si reca a un concerto, persino se vuole solo criticare, desidera l’abbandono, l’oblio di sé. La musica può fornire un contributo unico all’evoluzione di una società, nella misura in cui continui a manifestarsi in essa standone lontana, vivendo ‘ai margini delle sue ferite’, per citare Lorca, ed esserne l’eterno duende.

Grazie Pierluigi!
Andrea Aguzzi

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