giovedì 9 febbraio 2012

Kristallnacht di John Zorn, terza parte


L’ebraismo

Quali i collegamenti fra i tratti della poliedrica personalità artistica di Zorn e le sue origini ebraiche?
Kristallnacht viene presentato, dicevamo, al Festival Art Project di Monaco di Baviera nel 1992 assieme al manifesto, firmato assieme a Marc Ribot, con cui lanciava l'idea di una “Radical New Jewish Culture”. Il manifesto, stilato per argomentare il senso di due serate intitolate appunto alla “nuova cultura radicale ebraica”, muoveva dalla constatazione che, a fronte della classificazione e dell'analisi della musica americana sulla base dei più diversi criteri (provenienza geografica, appartenenza di genere, orientamenti politici, matrice etnica e sociale, derivazione stilistica), il contributo ebraico rimane scarsamente visibile.
Fino a questa importante provocazione zorniana la diffusa e spesso determinante presenza di artisti di origine ebraica in diversi settori di punta della musica contemporanea statunitense non era mai stata valutata nella sua portata complessiva. Il testo di Zorn e Ribot costringeva a considerare l’apporto della cultura ebraica come qualcosa di più di una semplice coincidenza: l'origine ebraica di tante figure storiche della musica americana anni Cinquanta-Settanta (dalla corrente minimalista di Steve Reich al rock di Bob Dylan, Lou Reed, Iggy Pop, all'improvvisazione del gruppo Musica Elettronica Viva con Steve Lacy, Alvin Curran, Richard Teitelbaum, solo per fare qualche nome) e di un impressionante stuolo di protagonisti del jazz di ricerca e dell' avantgarde affermatisi a partire dagli anni Ottanta (fra gli altri Tim Berne, Dave Douglas, Mark Dresser, Joey Baron, Greg Cohen, Mark Feldman, Anthony Coleman, John Lurie, Elliott Sharp, Zeena Parkins, Shelley Hirsch e appunto Marc Ribot).
Ma il messaggio di Zorn si spingeva in realtà ancora più avanti. Questo monifesto anticipa molte delle scelte musicali che Zorn opererà negli anni seguenti.
La grande domanda è: fino ache punto la specificita della tradizione ebraica ha contribuito a difendere e assimilare gli elementi oppressi di altre culture, fino ad arrivare alla musica-patchwork venuta fuori da New York negli anni Ottanta? Il free jazz, il punk e l'hardcore, la furia e la rabbia che hanno espresso contro la borghesia yuppie del Jako di Oliver Stone hanno forse a che fare con l'archetipico contributo ebraico alla storia dell'esilio e dell'oppressione e con l'ira profetica contro l'ingiustizia?
Nei rampanti anni Ottanta nell'area post-free e avantgarde d'oltreoceano, in particolare a New York, affiora in maniera massiccia un tipo di espressione che allude alla non conciliazione con l'organizzazione sociale dominante: si tratta di un ritorno all'improvvisazione radicale e alla lezione del free portata alle estreme conseguenze, alle sonorità elettroniche e rock, al rumorismo fine a se stesso. Campi in cui Zorn agisce magistralmente da diversi decenni e che rappresentano alcune delle linee direttrici della sua attivita che in forme diverse si prolunghera fino ai giorni nostri.
L'aggressività, la violenza della musica dei quei periodi sembrano togliere la rivoluzione dalla teca della storia per evocarla in una sorta di allegra seduta spiritica catartica, in un beffardo rito all'insegna della libertà, del gioco e del piacere. Con le sue atmosfere aghiaccianti, selvagge e tenebrose, il progetto Painkiller, costituito da Laswell con Zorn e Mike Harris, batterista del gruppo metal Napalm Death, va oltre la celebrazione, oltre l'omaggio alla rivoluzione, nella direzione della rappresentazione pura, del divertissement di attori consumati che come un autore di truculenti fumetti o romanzi dell'orrore non vogliono davvero spaventare ma semplicemente divertire.
Così come i formidabili Naked City, fondamentali nel merito di ricordare il valore catartico dell'aggressività in musica, e l'importanza di sonorità e approcci che il mondo delia musica corrente colpevolmente tende a rimuovere. Uno dei motivi di maggiore interesse del lavoro di Zornè sempre stato proprio quello di sottrarre questo genere di urgenze dalla dimensione di sub culture troppo spesso sottovalutate se non disprezzate come quelle del metal e dell'hardcore. L'estremismo dei Naked City mostra anche questo pregio: rimettere in circolo in un bacino piu ampio e significativamente diverso da quello del pubblico del jazz, i segnali provenienti dalle ricerche piu audaci del jazz e dell'avanguardia, dentro musiche in grado di divulgarli ma senza ridurne la portata e riproponendole invece in un'espressione originale.
Lo stesso Spillane, di cui abbiamo già parlato qui sul Blog, oltre a offrire la prova di una straordinaria destrezza compositiva, nel suo eclettismo rappresenta una forma americana dell'emergere di una nuova generazione che attraverso la massiccia esposizione alle piu varie sollecitazioni musicali ha assorbito elementi e ha sviluppato un'attitudine che la porta non gia all'omologazione ma alla costruzione di inedite, spiccate identità.
In questo senso l'omaggio al patrimonio della cultura musicale ebraica, che continuerà con Masada, si unirà con l’omaggio alla musica di Coleman espresso in Spy vs Spy e una sua reinterpretazione, che ci porta a chiederci se ad esempio le musiche balcaniche e mediorientali citate e fuse nel free jazz di Masada non siano un nuovo esempio della capacità della cultura ebraica di immedesimarsi nell'altro, di cambiare forma senza per questo rinunciare alla propria identità.



continua domani
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