venerdì 16 maggio 2014

Intervista con Ermanno Brignolo di Andrea Aguzzi, quarta parte



Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Se lei è d’accordo, resterei circoscritto all’ambiente della chitarra. A un nuovo aspirante chitarrista, la prima cosa che mi permetto di suggerire è di allargare il più possibile le proprie conoscenze e le proprie vedute. La chitarra da sola non basta per poter diventare dei buoni chitarristi… anzi! La più grave lamentela che si senta da parte di tutti i chitarristi del mondo è l’assenza (a mio avviso tutt’altro che inspiegabile) della chitarra dai cartelloni delle stagioni di musica da camera. Ebbene, ragazzi, o ci si dà da fare in prima persona, o la chitarra in quei cartelloni non entrerà mai! Quindi, per prima cosa, occorre smettere di pensare alla chitarra come qualcosa che, in virtù di non si sa quali privilegi, può permettersi di accantonare il senso musicale in favore di soluzioni tecniche di comodo. Secondo aspetto, ancora più importante, è il repertorio: una volta imparato ad affrontare la musica con proprietà di linguaggio, occorre sfruttare questa capacità per valorizzare le migliaia di pagine di valore della nostra letteratura solistica e cameristica, buona parte delle quali giace sommersa da strati chilometrici di oblio e “polvere”. Con queste due carte, forse si può iniziare a giocare la partita, a patto che si abbia dalla propria una determinazione incrollabile e altrettanta intraprendenza. Alla fine, però, a costo di sembrare di parte, forse il suggerimento più importante che mi sento di dare a un giovane che voglia vedersi riconoscere dei meriti senza dover scendere a odiosi compromessi è quello di scappare dall’Italia e restarne alla larga per almeno quindici anni. Ora come ora, l’Italia è in un momento di gravissima crisi culturale. Non è questo lo spazio per stare a disquisire sulla causalità di questa crisi, ma i suoi effetti sono disastrosi a tutti i livelli. In pochi ce la fanno a realizzare qualcosa, e lo fanno affrontando sacrifici immensi, di gran lunga più pesanti di quanto sia gratificante il successo che questi portano. Quella del musicista viene a stento riconosciuta come professione, e chi la svolga dovrà spesso interfacciarsi con personaggi che, nonostante una competenza assai dubbia, avranno il potere di decidere se un progetto si potrà realizzare o se dovrà essere accantonato in favore della sagra della cipolla marcia o il festival delle pedate sulle natiche. Il clientelismo e l’appiattimento ideologico sono diventati insostenibili, quindi se non si ha modo di essere tra i pochi fortunati, è bene cercare altrove la propria realizzazione. Ora, una piccola chiosa. Ho detto fortunati, e desidero spendere una parola per spiegarmi meglio su questo punto. La fortuna, intesa come la casualità di ricevere il successo dall’alto, non esiste. I “fortunati”, nella mia accezione, sono coloro che possono contare sull’appoggio di persone fidate che si prendono l’onere di remare nella stessa barca e nella stessa direzione per ottenere dei risultati comuni. I “fortunati” sono coloro che riescono a ottenere dei frutti meritati col loro duro lavoro. Quelli che, invece, riescono a combinare qualcosa grazie alla spintarella dell’amico assessore o del cugino inmanicato non sono “fortunati”, sono degli scellerati grazie ai quali il paese si trova nella palude melmosa dalla quale io stesso sono scappato per evidente impossibilità di realizzare qualcosa.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito?

Vado a ritroso. La musica che ascolto di solito è molto, molto varia. Mi piace variare dalla classica al jazz, ma non disdegno ambiti – come dire? – “meno colti” come Bruce Springsteen o i Dream Theater. In assoluto, direi che la mia preferenza va ai grandi lavori corali di Bach: le Passioni, gli oratori e la Messa in si minore. Ho anche studiato a fondo molti lavori sinfonici del XIX secolo (adoro l’orchestrazione di Tchaikovskij, l’introspezione di Brahms e la severità di Sibelius) e sto proseguendo con uno studio molto impegnativo sulla musica sinfonica del XX secolo (per dirne una, le sinfonie di Tansman sono meravigliose). Inoltre, mi piacciono molto i musical: tra tutti, Les Misérables, Rent, The Phanotm of the Opera e Chicago. Ora, lei mi chiede chi mi piacerebbe suonare. La risposta parrebbe banale, ma… di fatto io suono già chi mi piacerebbe suonare: in concerto come dei dischi affronto solo musica che io senta nelle mie corde. Tra i compositori che ho suonato, i miei preferiti (si è capito che aborro questo termine?) sono Tansman, Castelnuovo-Tedesco, Britten e Haug. C’è, poi, un compositore la cui musica mi affascina ma che non sono ancora pronto a suonare: Angelo Gilardino. La sua concezione della chitarra è meravigliosa e l’architettura dei suoi brani è sorprendente: ho iniziato il mio viaggio nella sua musica registrando il suo Colloquio con Andrés Segovia e sento di avere ancora tanta strada da fare per arrivare alle sue Sonate e ai concerti… ma ci arriverò. Infine, con chi? In ambito cameristico, suono già con mia moglie Minie: insieme abbiamo portato in scena John Dowland e Platero y yo, oltre a una vasta selezione di brani jazz, e ci sono altre cose in via di definizione per il futuro e delle quali è troppo presto parlare. Oltre a questo, sarei molto contento di poter realizzare alcuni concerti con Paolo Ferrara, luminoso direttore d’orchestra torinese con cui ho avuto il piacere di collaborare per l’Andrés Segovia Archive e col quale è subito nata una piacevole sintonia.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

I prossimi progetti sono tanti e hanno scadenze piuttosto lunghe. Il primo è una serie di concerti di presentazione dei miei due recenti lavori discografici: The Andrés Segovia Archive e Platero y yo. Ho presentato personalmente i lavori a moltissimi artisti e organizzatori in tutto il mondo, e i consensi sono unanimi, quindi a ottobre inizierò i concerti in Europa, poi si vedrà dove e come si evolveranno le cose. Dal punto di vista delle registrazioni, i prossimi due lavori saranno monografici: uno dedicato alla figura di Alexandre Tansman e l’altro a un immeritatamente trascurato compositore italiano, Giuseppe Rosetta. Ovviamente, registrerò tutti i lavori per chitarra sola di entrambi, anche se non mi dispiacerebbe affrontare anche la musica da camera con chitarra e i concerti (di Tansman). A seguire, ci saranno altre tracce tematiche che mi piacerebbe approfondire, ma è ancora troppo presto per togliere il velo da idee che hanno appena iniziato a prendere forma. A lato delle registrazioni, ho intenzione di dedicarmi più seriamente alla composizione. Ho finito da poco il mio primo concerto per chitarra e orchestra, dal titolo “Racconti delle colline”, in omaggio al poeta mio conterraneo Cesare Pavese, e ho chiesto ad alcuni stimati colleghi di leggerlo, potendo contare sulla loro schiettezza e sincerità nell’emettere un giudizio. Devo dire che non pensavo di ottenere un consenso così palese, quindi credo che continuerò anche su questa strada.

Come mai il trasferimento in Australia?

Credo di avere anticipato la risposta lasciando trapelare un po’ di acredine poco fa. L’Australia è sempre stata al centro delle mie mire, fin da quando ero all’università. Già allora, nei primi anni del Duemila, avvertivo che in Italia c’era qualcosa che non mi andava, e i racconti che sentivo da alcuni amici e conoscenti che qui ci erano stati per diverso tempo davano un obiettivo concreto alle mie ambizioni. Poi, per vari e validissimi motivi non ho mai compiuto il passo fino al 2012, quando una sera mia moglie e io ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti se fosse davvero il caso di continuare ad accettare una realtà simile. La risposta è ovvia, altrimenti adesso non starei scrivendo da Sydney… Il trasferimento, quindi, è stato una vera e propria fuga. Non era possibile sperare di cambiare l’andazzo delle situazioni contro cui mi sono trovato a lottare: ne avrei così tante da raccontare a supporto del mio scoramento che evito anche solo di iniziare, per compassione di chi legge ma anche perché non potrei rendere pubblici i nomi dei protagonisti delle cialtronerie cui ho assistito e che mi hanno investito. Fatto sta che l’Australia è un paese di stampo occidentale ma non dipendente dalle potenze economiche che stanno per collassare; inoltre qui potevo contare sull’appoggio di un paio di amici (uno in particolare) e, anche se al momento della partenza non lo sapevo ancora, qui avrei trovato ad accogliermi alcune persone che – a quanto pare – non aspettavano altro che io venissi a vivere in New South Wales. Ho già detto più volte: ho visto aprirsi strade superiori, in numero e qualità, nei primi dieci mesi di vita in Australia che negli ultimi dieci anni di vita in Italia. Rendo l’idea?

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J. P. Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società? Perché si fa musica?

Perché non possiamo farne a meno. La necessità di fare musica è nostra, interiore e intima: è un bisogno che si avverte e da cui non solo non si ha modo di scappare, ma se se ne sta lontani ci si sente male. Un pesce fuori dall’acqua non respira; un musicista senza musica fa la stessa fine. Dopo che ci si è resi conto di questa necessità interiore, e solo allora, può nascere l’idea di suonare per altri, di comporre per altri, di rivolgere la propria azione verso altre persone. Questa, però, è una conseguenza: la causa è solo dentro di noi. Qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? È un posto nevralgico, come lo è sempre stato. La musica è un’arte, come tale concorre a rendere il mondo più interessante e ha un ruolo importante nell’aiutare le persone a porsi domande meno scontate. Il compito di chi la musica la fa è quello di comprendere questo meraviglioso linguaggio e tradurlo in modo che sia comprensibile anche per chi diversamente non lo saprebbe decifrare. Un compositore interpreta la realtà, traduce in simboli le sue impressioni legate a un luogo, una sensazione, un’altra impressione; un esecutore reinterpreta quell’interpretazione aggiungendo i propri stati d’animo, le proprie impressioni. Questi sono processi di rielaborazione che materializzano, sotto forma di suoni, delle riflessioni più profonde. Lei ha citato Sartre, ma sono molti gli scrittori e gli uomini di pensiero in generale che hanno manifestato affinità nobili verso la musica, giungendo tutti a considerare che la musica riesce ad arrivare dove né le parole né il silenzio possono. Per fare questo, occorre che il tramite, il musicista, sia molto più che “bravo”. In quale maniera la musica può contribuire all’evoluzione di questa società? La musica è un’arte, un linguaggio, un’impressione, una rielaborazione della realtà, una finestra su un mondo invisibile, una manifestazione sonora del rigore geometrico dell’universo; è tutte queste cose e nessuna di esse in particolare (lo stesso Chelibicache faceva osservare come una definizione di musica non esista). La musica è un messaggio che non può essere espresso altrimenti, tuttavia se non fosse espresso ci si troverebbe in un paradosso, quindi più che affrontare la domanda diretta – cui rispondere è sì possibile, ma assai complesso – io rigirerei l’interrogativo: come potrebbe evolvere questa società in assenza di musica?
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