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sabato 20 ottobre 2012
lunedì 9 aprile 2012
domenica 21 agosto 2011
Biennale Musica di Venezia 2011: Sentieri Selvaggi

Sentieri Selvaggi
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mercoledì 28 settembre ore 20.00
mercoledì 28 settembre ore 20.00
Teatro Malibran
SENTIERI SELVAGGI
Steve Martland (1959) Kick (1996, 6')
Christina Athinodorou (1981) Aktaí (2008, 8')
Carlo Boccadoro (1963) Hot shot Willie (2010, 12') (solista Piercarlo Sacco)
Giovanni Verrando (1965) Dulle Griet (2010, 6')
Mark-Anthony Turnage (1960) Grazioso! (2009, 10')
Steve Reich Double Sextet (2007, 22')
flauto Paola Fre - clarinetto Mirco Ghirardini - vibrafono, percussioni Andrea Dulbecco - pianoforte Andrea Rebaudengo - violino Piercarlo Sacco - violoncello Aya Shimura
direttore Carlo Boccadoro
Sarà per quell’accattivante mix di suoni e tendenze, sarà per un’idea non punitiva dell’ascolto che la volontà programmatica di Carlo Boccadoro e del suo ensemble Sentieri Selvaggi di portare la nuova musica a un pubblico sempre più ampio ha avuto successo. Ma anche la critica considera rigenerante l’ingresso nel panorama concertistico attuale di questo gruppo, che allinea strumentisti provenienti dalle più importanti orchestre e formazioni cameristiche classiche insieme a musicisti di jazz. Un viaggio attraverso affinità elettive impensate di sei compositori propone a Venezia Sentieri Selvaggi, con Steve Martland, Christina Athinodorou, lo stesso Boccadoro, Giovanni Verrando,Mark-Anthony Turnage e Steve Reich.
Il programma di concerto che Sentieri selvaggi propone per indagare gli intrecci tra prassi compositiva contemporanea e linguaggi musicali "altri" si incentra su partiture in cui deliberatamente i compositori hanno aperto un confronto con esperienze musicali apparentemente "barbare", ossia, in senso etimologico, fondate su lingue estranee alla lingua franca di una comunità specifica, e quindi considerate "rozze", "inintelleggibili", "incivili".
In apertura Kick di Steve Martland, dove una melodia popolare per violino del XVII secolo inglese viene sottoposta a una travolgente e scatenata serie di variazioni che ne mutano profilo e significato attraverso l'uso di stilemi ritmici e armonici provenienti dai più diversi mondi del paesaggio sonoro di oggi.
Dal mosaico ricco di influenze compositive del suo percorso di formazione, la giovane compositrice greca Christina Athinodorou ha tratto un linguaggio personale: pur evitando di evidenziare in forma esplicita un rapporto con la tradizione musicale popolare del proprio Paese; nelle partiture della Athinodorou soffia un quasi inconsapevole vento “mediterraneo” che emerge in Aktaí, partitura commissionata da Sentieri Selvaggi nel 2008.
In Hot shot Willie di Carlo Boccadoro il mondo del blues è evocato esplicitamente nel titolo, che è lo pseudonimo del grande bluesman Blind Willie McTell. Ed è ancora il violinista del gruppo, come in Martland, il solista di questo concerto da camera, in cui viene chiamato a utilizzare tecniche strumentali simili a quelle dei grandi fiddlers americani dei primi anni ‘20, ovvero un modo di suonare lo strumento che nulla ha a che vedere con la tradizione europea.
I principi di interferenza del segnale e saturazione dello spazio sonoro, praticati in alcune forme estreme della musica trance, animano la partitura di Giovanni Verrando Dulle Griet, dove l'inarmonicità del quadro di Pieter Bruegel da cui è tratto il titolo sembra quasi voler tratteggiare l'inferno della quotidiana e folle alienazione metropolitana.
Grazioso! non è, come potrebbe sembrare, l'innocua aspirazione di una partitura accomodante. È invece il nome del primo modello della chitarra elettrica utilizzata da Jimmy Page dei Led Zeppelin: l'impatto dell'hard rock così rievocato si sostanzia in un brano aggressivo e ritmico, che svela un nuovo aspetto della creatività compositiva di Mark Anthony Turnage.
Infine in Double Sextet, partitura premiata con il prestigioso Pulitzer nel 2009 ed entrata a far parte stabilmente del repertorio di Sentieri Selvaggi, compare in forma esplicita l'enorme influenza che il sistema armonico del jazz ha e continua ad avere sul linguaggio di Steve Reich, con l'utilizzo di strutture scalari modali e modulazioni improvvise fortemente connesse alle scansioni formali del discorso musicale.
Steve Martland (Liverpool – Gran Bretagna, 1959). Studia composizione all’Università di Liverpool e in Olanda con Louis Andriessen. Martland rifiuta il dogma accademico in favore della pluralità delle influenze musicali, sia antiche che moderne, sia “serie” che vernacolari. Lavora spesso con artisti che operano fuori dalle istituzioni accademiche e con la sua Steve Martland Band svolge un intensa attività concertistica internazionale. Nel 1998 ha collaborato con il gruppo Spiritualized su un progetto per il Flux Festival di Edimburgo. La sua musica è stata spesso utilizzata e adattata per il cinema e la televisione. Ha scritto e diretto A Temporary Arrangement with the Sea, un film su Louis Andriessen commissionato dalla BBC in coproduzione con NOS (Olanda).Babi Yar (1983), un suo ampio brano sinfonico, è stato eseguito per la prima volta quasi in contemporanea in America dalla St. Louis Symphony Orchestra sotto la direzione di Leonard Slatkin e in Gran Bretagna dalla Royal Liverpool Philharmonic Orchestra; successivamente il pezzo è stato inciso per la leggendaria etichetta Factory. Martland ha recentemente rielaborato la partitura e questa nuova versione è stata eseguita recentemente a Glasgow dalla BBC Scottish Symphony Orchestra sotto la direzione di Jurjen Hempel. Starry Night per percussioni e quartetto d’archi è un suo pezzo recente, composto per il TROMP International Music Festival and Competition. La sua musica corale, ampiamente eseguita, include Street Songs, originariamente scritta per i King’s Singers e Evelyn Glennie e successivamente presentata dal Monteverdi Choir e Colin Currie sotto la direzione di John Eliot Gardiner; sempre in questo campo, ha in programma una collaborazione con Paul Hillier.
La sua musica è stata spesso impiegata dai coreografi: Drill per l’Opera House di Sidney, Crossing the Border per il National Ballet di Amsterdam. Danceworks, espressamente commissionato dal London Contemporary Dance Theatre, e poi eseguito in tutto il mondo da grandi compagnie come Les Grands Ballets Canadiens e il Ballet Tech di New York.
Christina Athinodorou (Cipro - Grecia, 1981) - Compositrice e direttrice d’orchestra, la sua formazione si svolge tra Francia e Inghilterra. Studia composizione con Julian Philips e direzione d’orchestra con Alan Hazeldine conseguendo una laurea in musica e poi un master alla Guildhall School of Music and Drama di Londra; segue corsi di orchestrazione, composizione e musica elettronica con Robert Pascal, Olivier Kaspar e Denis Lorrain al Conservatorio nationale superiore di Lione. Trascorre anche un anno alla University of North Texas (Denton), dove studia composizione con Joseph Klein e pianoforte con Nikita Fitenko. Ha conseguito inoltre un dottorato in composizione alla Royal Halloway University di Londra (2011), dove in precedenza aveva insegnato. Tra il 2009 e il 2010 è artista in residenza alla Cité International des Arts di Parigi.La sua musica è eseguita da noti ensemble e orchestre (Pierrot Lunaire Ensemble Wien, Sentieri selvaggi, Aldworth Philharmonic Orchestra, St Albans Symphony Orchestra/City of London Sinfonia, Endymion Ensemble, Guildhall Percussion Ensemble, Cyprus Symphony Orchestra…) ed è stata presentata in vari festival di musica classica e contemporanea, e in varie sedi e serie di concerti, tra gli altri: MiTo 2008, Italia Classic-Wave Firenze 2007, Spaziomusica Cagliari 2008, Teatro dal Verme Milano, Festival Forfest 2006 - Repubblica Ceca, Viitasaari Musiikin Aika Festival 2008, New Music Festival PeriFÈRIA 2009 - Finlandia, Reading and Dartington Halls, Lauderdale House, Warehouse London, British Music Information Centre New Music Mart 2008 – Gran Bretagna, Kulturhaus Lüdenscheid, Düsseldorfer Tonhalle, Musikclub Konzerthaus Berlin (Germania), Kanagawa Art Hall - Giapppone, Chamber Concert Series of the Royal Flemish Philharmonic Orchestra 2009 - Belgio.
Spesso ha diretto i suoi lavori, tra cui merita di essere ricordata l’opera in un atto Ita Vivam commissionata da GSMD (Guildhall School of Music and Drama).
Carlo Boccadoro (Italia, 1963). Ha studiato al Conservatorio di Milano dove si è diplomato in pianoforte e strumenti a percussione. Nello stesso istituto ha studiato composizione con diversi insegnanti, tra i quali Paolo Arata, Bruno Cerchio, Ivan Fedele e Marco Tutino.Dal 1990 la sua musica è presente in importanti stagioni concertistiche tra cui: Teatro alla Scala, La Biennale di Venezia, Bang On A Can Marathon di New York, Aspen Music Festival, Monday Evening Concerts (Los Angeles), Orchestra Filarmonica della Scala, Filarmonica '900 del Regio di Torino, Gewandhaus di Lipsia, Alte Oper di Francoforte, Festival di Lucerna, Concertgebouw di Amsterdam, National Concert Hall Dublin, Royal Academy di Glasgow, Maggio Musicale Fiorentino, Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, Pomeriggi Musicali, Orchestra "G.Verdi", Arena di Verona, Festival MiTo, Unione Musicale di Torino, Mittelfest di Cividale del Friuli, Teatro Comunale di Bologna, Ferrara Musica, Aterforum, Orchestra "A.Toscanini" dell'Emilia Romagna, Teatro Regio di Parma, Orchestra della Toscana, Cantiere Internazionale D’Arte di Montepulciano, Accademia Filarmonica Romana, RomaEuropa Festival, Teatro Massimo di Palermo, Teatro Comunale di Cagliari, e molti altri. Ha scritto molta musica per il teatro collaborando con Luca Ronconi, Valter Malosti, Renato Sarti, Giorgio Gallione, Serena Sinigaglia. Ha collaborato con musicisti jazz come Abdullah Ibrahim, Jim Hall, Paolo Fresu, Maria Pia De Vito, Mauro Negri, Paolo Birro, Bebo Ferra, Glauco Venier, Roberto Dani, Andrea Dulbecco, Paolino Dalla Porta, Emanuele Cisi, Chris Collins.
Nel 2001 è stato selezionato dalla Rai per partecipare alla Tribuna Internazionale dei Compositori dell’UNESCO a Parigi. I suoi libri di argomento musicale sono pubblicati da Einaudi. Insieme a Filippo Del Corno e Angelo Miotto è uno dei creatori del progetto culturale Sentieri selvaggi.
Giovanni Verrando (Sanremo - Italia, 1965). Ha iniziato i propri studi in Francia, giovanissimo, con il pianoforte e la chitarra classica. In seguito ha studiato composizione al Conservatorio di Milano con G. Manzoni, N. Castiglioni e G. Zosi, e filosofia all'Università Statale di Milano. Ha proseguito la propria formazione all'Accademia Chigiana di Siena con F. Donatoni ricevendo nel 1990 il premio SIAE e il Diploma di merito. Dal 1993 al 1997 è a Parigi, dove ha frequentato il Corso annuale di informatica musicale dell'IRCAM. Negli anni '90 e 2000 è stato premiato in molti concorsi internazionali, fra i quali: IRCAM/Ensemble InterContemporain Comitè de lecture, Gaudeamus Music Week di Amsterdam, Festival International d’art lyrique di Aix-en-Provence, ISCM World Music Days e altri ancora. In questi anni, la sua musica è stata presentata nei festival e nelle stagioni di tutto il mondo: Wien Modern, Centre G. Pompidou di Parigi, Berliner Festspiele, Festival Musica di Strasbourg, Opera Bastille di Parigi, La Biennale di Venezia, Tonhalle di Zurigo, Milano Musica, Stockholm New Music, Roma Europa, Huddersfield Contemporary Music Festival, Archipel de Geneve, Festival Ultima di Oslo, Shangai, Varsavia, Tokyo, Royaumont, Köln, Helsinki, Amsterdam, etc.A partire dal 2005 la sua ricerca musicale si è concentrata sulla parte inarmonica dello spettro, sul rumore e le micro-proprietà dei suoni (Triptych, Memorial Art Show, Dulle Griet). Nell’aprile 2003 è andato in scena Alex Brücke Lange, ritratto commissionatogli dal Festival International d’Art Lyrique di Aix-En-Provence e dalla Fondazione Nuovo Teatro Comunale di Bolzano, con la regia di Yoshi Oida.
Nel 2007, insieme a un mecenate, ha fondato RepertorioZero. Insegna composizione presso la Scuola Civica di Milano.?La sua musica è pubblicata dalle Edizioni Suvini Zerboni.
Mark Anthony Turnage (Corringham – Gran Bretagna, 1960). Studia con Oliver Knussen e John Lambert, poi con Gunther Schuller; Night Dances (‘81) per orchestra riceve il Guinness Composition Prize e il Mendelssohn Prize. Punto di svolta del suo percorso è Greek (1988), lavoro di teatro musicale dall’omonima pièce di Steven Berkoff, commissionato da Henze per la Biennale di Monaco. Seguiranno Three Screaming Popes, Kai, Momentum e Drowned Out, frutto di quattro anni di lavoro come compositore associato presso la City of Birmingham Symphony Orchestra (1989/1993). Blood on the Floor, commissionato dall’Ensemble Modern e scritto (’96) per i jazzisti John Scofield, Peter Erskine e Martin Robertson, viene eseguito anche da Simon Rattle con i Berliner Philharmoniker. La sua seconda opera, The Silver Tassie (1997-‘99), debutta con ampi consensi all’English National Opera nel febbraio 2000 e vince sia il South Bank Show che l’Olivier Awards for Opera nel 2001. Nel 2000 è il primo compositore associato della BBC Symphony Orchestra, periodo che inaugura con Another Set, a cui seguono: il trittico per orchestra Etudes and Elegies (Barbican Weekend della BBC 2003, nell’ambito di un ritratto monografico); Bass Inventions, commissione dell’Asko Ensemble, Birmingham Jazz e BCM, eseguita in prima dal bassista Dave Holland ad Amsterdam (2001); Dark Crossing per Oliver Knussen e la London Sinfonietta; Scorched, scritto insieme a John Scofield per trio jazz e orchestra (2002). Fra le composizioni più recenti: il concerto per viola On Opened Ground (Yuri Bashmet e Cleveland Orchestra, 2002); Crying Out Loud eseguito dall’Ensemble Modern (2004); A Constant Obsession per il Nash Ensemble e Mark Padmore; Five Views of a Mouth per BBC Scottish Symphony Orchestra e il flautista Dietmar Wiesner; Out of Black Dust per i Berliner Philharmoniker.Il suo lavoro è attualmente pubblicato da Boosey & Hawkes. I lavori precedenti al 2003 sono pubblicati da Schott.
sabato 20 agosto 2011
Biennale Musica di Venezia 2011: RepertorioZero Electric String Quartet

RepertorioZero Electric String Quartet
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martedì 27 settembre ore 18.00
martedì 27 settembre ore 18.00
Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian
REPERTORIOZERO ELECTRIC STRING QUARTET
Jean-François Laporte (1968) New Piece per quartetto d'archi elettrico (2011, 15‘) prima es. ass.
Karlheinz Stockhausen (1928-2007) Violoncello daOrchester-Finalisten per violoncello e musica elettronica (1995/96, 3’23”)
Carlo Ciceri (1980) Cruda per trio d'archi elettrico (2011, 7') prima es. ass.
Karlheinz Stockhausen Viola da Orchester-Finalisten per viola e musica elettronica (1996, 4’33”)
Andrea Agostini (1975) O-zone per violoncello elettrico solo (2003/11, 8') prima es. ass.
Karlheinz Stockhausen Violine da Orchester-Finalisten per violino e musica elettronica (1995/96, 3’20”)
Steve Reich (1936) Different Trains per quartetto d'archi elettrico e nastro registrato (1988, 27')
violino elettrico Franziska Shoetensack, Jacopo Bigi
viola elettrica Paolo Fumagalli
violoncello elettrico Giorgio Casati
regia del suono Fabrizio Rosso
All’ensemble di musicisti di RepertorioZero, di recentissima formazione, è stato assegnato il Leone d’argento 2011, istituito dalla Biennale di Venezia soltanto lo scorso anno e destinato alle giovani generazioni. All’ensemble milanese va il merito, secondo la motivazione, “di una ricerca innovativa - nel modo di lavorare con la musica d’oggi - che vuole andare oltre l’esperienza delle avanguardie tradizionali, che si confronta con un repertorio tutto da costruire e con la necessità di trovare soluzioni alle numerose variabili presenti nella musica contemporanea”. Ed è nella scelta degli strumenti, nell’approccio al suono e all’amplificazione che RepertorioZero attinge ad una esperienza musicale che non è esclusivamente scritta. Al centro della ricerca dei componenti di RepertorioZero, di stanza a Milano, è l’evoluzione del linguaggio musicale attraverso l’utilizzo della nuova liuteria, con un’attenzione particolare a quella elettrica, intesa come estensione degli strumenti acustici tradizionali verso una sintesi con i mezzi tecnologici, sia analogici che digitali, fuori da ogni accademismo.
A Venezia l’ensemble RepertorioZero si presenta con un organico di quartetto d’archi elettrico e il regista del suonoFabrizio Rosso, collaboratore fisso, e un programma che illustra gli sviluppi e le potenzialità dell’elettronica applicata agli archi, alternando nuove esecuzioni a brani che sono già parte del repertorio contemporaneo. Tre le prime esecuzioni previste: il quartetto elettrico scritto dal canadese Jean François Laporte (brano commissionato da RepertorioZero e da Conseil des arts du Canada); Cruda, un trio d'archi elettrico che il giovane compositore italianoCarlo Ciceri ha scritto espressamente per RepertorioZero; O-zone per violoncello elettrico solo, scritto da Andrea Agostini nel 2003 e rivisitato nel 2011. Due sono gli autori storici di riferimento: Karlheinz Stockhausen, del quale verranno presentati tre estratti solisti da Orchester-Finalisten, e Steve Reich, che chiuderà il concerto conDifferent Trains.
Musicista atipico, il canadese Jean-François Laporte è un artigiano che esperisce ogni singolo suono nel suo stato naturale, ma anche oggetti e materiali diversi, estendendo così il suo territorio di indagine. In questa ricerca, Laporte si avvale di strumenti ideati e costruiti da lui, vere e proprie “macchine sonore” per cui ha scritto pezzi dedicati, ma che a volte integra con gli strumenti musicali tradizionali senza creare gerarchie. Nel 2002 il suo pezzo Tribal per orchestra di strumenti inventati è stato proclamato “creazione dell’anno” nell’ambito del Prix Opus (Québec), mentre Prana si è aggiudicato il primo premio nella categoria musica mista al 23° Concorso internazionale di musica elettroacustica intitolato a Luigi Russolo. Per la prima volta alla Biennale, Laporte presenta una nuova composizione per quartetto d’archi elettrico.Intercalati tra le composizioni dei trentenni Carlo Ciceri e Andrea Agostini sono tre degli assoli che compongonoOrchester-Finalisten di Stockhausen, seconda scena di Mittwoch aus Licht, a sua volta parte del monumentale cicloLicht. Composto tra il ’95 e il ’96, la prima esecuzione di Orchester-Finalisten ha avuto luogo nel giugno 1996 al Carré Theatre di Amsterdam con l’Asko Ensemble nell’ambito dell’Holland Festival, che aveva commissionato l’opera. Si tratta della messa in scena di un’audizione per un posto in orchestra a cui partecipano 11 strumentisti per 11 assoli, accompagnati da musica concreta ed elettronica proiettata spazialmente in ottofonia. Originariamente la competizione si svolge con gli strumentisti che “si librano nell’aria” e ad ogni strumento e al suo assolo è associata un’immagine particolare. Al violoncello un aeroporto sul mare, al violino una riserva ornitologica, alla viola anatre selvatiche in volo su una stazione ferroviaria… C’è anche chi ha fornito letture suggestive di questi brani, come lo studioso Robin Maconie, che interpreta il termine “finalisten” in senso antropologico e filosofico e quindi nel ciclo di assoli vede l’intento di imitare la natura, per l’esattezza il mondo degli insetti.
Composto nel 2003 e rivisitato quest’anno per la Biennale Musica, O-zone è l’occasione per Andrea Agostini di riflettere su quelle che sarebbero diventate le sue ossessioni e su quei tratti che avrebbe via via abbandonato. Ossessioni come “l’iterazione e la reiterazione degli elementi, il contrasto tra movimenti estremamente rapidi e raggelamenti repentini, un lavoro sulla ciclicità e sulla frammentazione e ricomposizione drammaturgica della forma”. Aspetti poi dimenticati come “certi gesti carichi di reminiscenze post romantiche”, di un gusto teatrale ed estroverso (A. Agostini).
Un pezzo celebre, quasi quanto Music for 18 Musicians, ma con in più una profonda valenza simbolica: ebreo che il destino ha fatto nascere in America, Reich rievoca in Different Trains i suoi viaggi da bambino tra Los Angeles e New York paragonandoli a ben più terribili viaggi che altri bambini in quella stessa epoca compivano in Europa. Suddiviso in tre movimenti - America: Before the War, Europe: During the War, After the War – il brano, dell’88, segna il ritorno di Reich all’utilizzo del nastro registrato in cui suoni, voci, rumori, intergiscono con la scrittura che, anzi, ruota attorno ad esso. “Per la realizzazione di questo manifesto sonoro Reich ha dunque assemblato fonti diverse, nello stridente contrasto tra normalità e tragedia: la voce della sua governante, che rievoca quei viaggi in treno; il racconto di un autista di pullman che copriva frequentemente quella tratta; frammenti delle testimonianze di tre sopravvissuti all'Olocausto; rumori di treni d'epoca. Dalle frequenze e dalle altezze di ogni singola frase ha quindi ricavato sequenze riprodotte e sviluppate dagli archi secondo moduli metrici diversificati. In questo contesto, l'interazione tra archi e traccia elettronica produce una reale unità sonora dall'incedere incalzante e dall'impatto a tratti agghiacciante” (Enzo Boddi).
Carlo Ciceri (La Spezia – Italia, 1980). Dopo essersi diplomato in pianoforte, ottiene il Master in direzione d'ensemble (sotto la guida di G. Bernasconi) e in composizione (con N. Vassena e G. Verrando) presso il Conservatorio di Lugano. Si laurea in musicologia presso l'Università di Pavia e studia con J. Baboni Schilingi e F. Voisin al Conservatorio di Montbéliard.La sua musica è premiata in numerosi concorsi (Zeitklang, Jurgenson Composition Competition, Camillo Togni, Incontri Internazionali Franco Donatoni, Gianni Bergamo Composition Award); ottiene inoltre due residenze a MIA-Annecy e presso la Fondation Royaumont. Sue opere sono state programmate e commissionate da vari festival (Festival Archipel, Tage für Neue Musik, Oggimusica, Rondò, Novecento e presente) e sono state eseguite da numerosi ensemble (recherche, Divertimento, Vortex, MDI, Linea, Ex Novo) e orchestre (Zurcher Kammerorchester, Orchestra della Svizzera Italiana).
La sua produzione si è concentrata dapprima sulla musica strumentale e in particolare sulla creazione di un corpus omogeneo di lavori dai quali sono nati due cicli: VASTA, per viola solista e ensemble, e IA, per strumento ad arco solista. La sua attenzione si è poi rivolta da una parte agli strumenti amplificati e/o elettrificati, dall'altra al teatro nelle sue più aperte declinazioni. Di questo periodo sono Der gelbe Klang, musiche per ensemble amplificato per l'azione scenica di Kandinsky, e La Discesa per voci ed ensemble amplificato. Insegna Composizione assistita presso il Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano e presso la Scuola Civica di Musica di Milano. Dal 2011 fa inoltre parte del comitato artistico di RepertorioZero.
Andrea Agostini (Bologna – Italia, 1975). Ha studiato pianoforte, composizione e musica elettronica a Bologna; in seguito si è perfezionato con Brian Ferneyhough, Michael Jarrell, Ivan Fedele e altri, e ha seguito il corso biennale in composizione e informatica musicale all'IRCAM di Parigi.Ha composto opere di musica strumentale, elettroacustica e mista. È risultato vincitore o finalista in svariati concorsi internazionali (Musica Viva, Prix Noroit, 3rd Seoul Competition for Composers, Nuova Consonanza…) e ha ricevuto commissioni da diversi ensemble e istituzioni, tra cui il Ministero francese della Cultura e la Cineteca del Museo del Louvre. Le sue opere sono regolarmente eseguite in importanti festival in Europa e Nord America (MiTo, Sincronie, REC, IMEB, MIA, Agora, Spark…).
La sua curiosità per la totalità dei linguaggi musicali contemporanei l'ha portato a lavorare in ambiti diversi, come il rock e le musiche improvvisate, e a studiare tradizioni musicali non occidentali. Ha composto musiche per la radio, il cinema e il teatro. Nello stesso tempo, è attivo nel campo dell'informatica musicale e ha sviluppato, insieme al compositore Daniele Ghisi, una libreria di strumenti informatici per la composizione assistita da computer. Collabora, inoltre, con numerosi artisti in progetti sperimentali legati alle nuove tecnologie ed è attualmente “compositore in ricerca” all'IRCAM.
venerdì 19 agosto 2011
Biennale Musica di Venezia 2011: Mitteleuropa Orchestra
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Mitteleuropa Orchestra
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domenica 25 settembre ore 20.00
domenica 25 settembre ore 20.00
Teatro alle Tese
MITTELEUROPA ORCHESTRA
Kent Olofsson (1962) Collagène per chitarra contralto, glissentar e orchestra (2006/2011, 15’) prima es. ass.
Aldo Clementi (1925-2011) Concerto per pianoforte, 24 strumenti e carillons (1975)
Pasquale Corrado (1979) Inciso per orchestra (2011, 10’) prima es. ass.
Giacinto Scelsi (1905-1988) Ohoi – I principi creativi per 16 archi (1966, 7’)
Vittorio Zago (1967) Segel per orchestra sinfonica (2007/2011, 17’) prima es. ass.
chitarra Stefan Östersjö
direttore Andrea Pestalozza
Presenza ormai costante del Festival di Musica, la Mitteleuropa Orchestra è diretta da Andrea Pestalozza, fra i più attivi interpreti della musica contemporanea. Il concerto veneziano offre pagine di nuova musica - con lo svedeseKent Olofsson e gli italiani Vittorio Zago e Pasquale Corrado – alternate a pagine di due autori radicalmente diversi ma ugualmente rappresentativi della musica del secolo breve, Aldo Clementi e Giacinto Scelsi.
Con Collagène Olofsson ripensa e amplia una delle sue più recenti composizioni, introducendo anche un nuovo organico, piuttosto inusuale, come spesso accade per questo artista che affonda le radici nel rock progressivo (nel 1978 ha fondato la band Opus Est), coltivato parallelamente a regolari studi di composizione, e che si muove a cavallo tra acustica ed elettronica.
La prima versione risale al 2006, come seconda parte di un trittico per chitarra e orchestra intitolato Corde. Oltre ad aver esteso la parte iniziale e finale del brano, nella nuova versione, scritta appositamente per la Biennale, anche l’organico orchestrale si amplia, moltiplicando fiati e ottoni e introducendo clarinetto, fagotto e trombone. Altri tre strumenti a corda sono poi aggiunti alla parte solista: una glissentar, cioè una chitarra fretless (senza tasti) a 11 corde, una specie di ibrido tra l’oud arabo e la chitarra elettrica; una chitarra contralto a 11 corde, che tecnicamente riproduce le sonorità dell’arciliuto barocco, e un banjo a 5 corde. Scrive il critico Tony Lundman: “Titoli e temi delle sue composizioni spaziano negli ampi territori della musica orientale e della musica antica. La relativa complessità tecnica è spesso compensata da una sorprendente immediatezza, frutto del suo orecchio per la tessitura musicale e della sua esperienza nella sviluppo timbrico. Una sensibilità ‘psico-acustica’ che dà alla sua musica, senza compromessi, la capacità di avvicinare intimamente l’ascoltatore”. Collagène è dedicato a Ligeti, deceduto mentre Olofsson lavorava alla partitura orchestrale, e nella musica sinfonica del grande autore ungherese trova ispirazione.
Il Concerto per pianoforte, 24 strumenti e carillons esprime tutta la novità della scrittura di Aldo Clementi, figura fondamentale della musica internazionale, a cui la Biennale Musica, che tante volte ha ospitato il compositore siciliano, rende un doveroso omaggio dopo la sua recente scomparsa. Fin dagli anni ’60 Clementi segue la strada dell’informale e va verso una musica fatta di blocchi sonori continui che annulla contrasti e sviluppo temporale a favore di una sorta di immobilità. Così la partitura del Concerto ruota attorno a “33 battute che l’autore prescrive di ripetere almeno 14 volte adottando diverse sovrapposizioni e combinazioni del materiale sonoro degli archi, dei fiati, del pianoforte e dei carillons. L’autore stesso suggerisce un piano di sovrapposizioni, ma lascia al direttore la libertà di altre scelte avvertendo tuttavia che ‘le combinazioni uguali non saranno mai vicine una all’altra’. E questa impostazione rende evidente che il variare degli impasti non si pone come ‘svolgimento’ di un discorso” (dalle note di programma).
L’incontro di un bambino miope con la sua fantasia, capace di trasformare la realtà e di guardarla con stupore sempre nuovo, è l’occasione per questa sorta di rêverie in cui il trentenne Pasquale Corrado parte da una figura musicale, fornita dalle note do e si, per irradiarne tutte le possibili variazioni e ricreare situazioni ogni volta diverse. “La struttura narrativa di Inciso – scrive il compositore - si articola attraverso diversi movimenti e sequenze ritmiche, descrivendo la straordinaria complessità dell’innocenzache, di fronte all’indeterminatezza del mondo, diventa l’unico e più forte elemento de/costruttivo del reale. Poi, man mano che le due note si sovrappongono, l’aspetto sincronico prevale su quello diacronico, e l’aspetto armonico su quello melodico. Fa così comparsa in lontananza un’ambigua e crudele spettatrice: l’Illusione, maschera dell’inconscio, forza logica costruttiva e distruttiva capace di trasformare l’uomo in un essere vulnerabile. Ma anche l’Illusione, di fronte all’incanto del gioco di un bambino, non può fare altro che guardare e pazientemente attendere”.
Originalissimo musicista e pensatore, poeta e pittore, Giacinto Scelsi per anni è stato oggetto di culto, ma oggi la sua musica, superando polemiche e misteri, ha ottenuto crescente attenzione grazie al moltiplicarsi delle esecuzioni e ha raggiunto un pubblico assai ampio, dopo che Scorsese ha utilizzato due dei suoi brani più celebri per il suo ultimo film,Shutter Island. Il pezzo in esecuzione, Ohoi – i principi creativi, è un esempio dell’avventura pionieristica iniziata da questo autore nel 1961 con i Quattro pezzi su una nota sola, avventura che farà di Scelsi quel creatore di suoni “venuto dal futuro”, di cui parla Quirino Principe nel saggio introduttivo a Il sogno 101, l’autobiografia di Scelsi ripubblicata lo scorso anno dopo anni di oblio.
È “l’atto della ricapitolazione” che sta alla base di Segel (Vele), il brano proposto da Vittorio Zago in una versione rinnovata per la Biennale Musica, un gesto che presuppone “l’attingere a diverse e numerose fonti sparse”, schegge, frammenti di partiture proprie e altrui che Zago assembla e trasfigura in una forma nuova e originale. Così, nella parte finale, “in un fitto ripresentarsi di brandelli (la sezione più centrifuga della partitura, tuttavia la più sorvegliata), irrompe un ultimo tessuto, dato dalla verticalità iniziale del quinto movimento di Sinfonia di Berio (movimento che ‘ricapitola’ i quattro precedenti), e dal compendio dei precedenti. Le epifanie di questo accordo approdano alle intere due prime battute del movimento stesso: quasi ad avviare, al termine del brano, un moto di ricapitolazione appartenente a una creazione altra. Si rivela essere null'altro che un corto circuito di ricapitolazioni, che si sgonfia negli accordi iniziali di Segel; vele sgonfiate e incapaci di destreggiarsi in un mare tempestoso, ricco di insidie (le numerosissime scaglie impazzite); ormai nemmeno più in grado di domandarsi ...chi... ...ha... ...domato... ...cosa...” (V. Zago). Composto nel 2006, a seguito del Brandenburger Symphony Prize che Zago vince quello stesso anno, Segel è presentato sotto una nuova veste espressamente per la Biennale Musica.
Kent Olofsson (Karlskrona - Svezia, 1962) - Ha studiato composizione all’Accademia di musica di Malmö 1984-1991 con Rolf Martinsson, Hans Gefors, Bo Rydberg, Bent Sørensen, Trevor Wishart, Anders Hillborg, Anders Nordentoft. Ha studiato anche direzione d’orchestra, teoria musicale e ingegneria acustica. La sua produzione comprende oltre 125 lavori fra musica sinfonica, da camera, elettroacustica, di teatro musicale, per strumenti barocchi, ma anche rock alternativo, per coreografie e installazioni. Da alcuni anni collabora regolarmente con il gruppo di teatro svedese Teatr Weimar, con cui ha realizzato una serie di opere di “teatro sonoro”. Una delle più apprezzate tra queste èHamlet II: Exit Ghost per attori, elettronica dal vivo e video. Teatr Weimar organizza insieme al gruppo di musica contemporanea Ensemble Ars Nova SONAT una serie di progetti sperimentali tra musica e teatro. La musica di Olofsson è stata eseguita da ensemble e orchestre di fama - Ensemble Recherche, Symphonieorchesters des Bayerischen Rundfunks, Coro della Radio Svizzera, Klangforum Wien - ed è stata diretta da Lothar Zagrosek, Gustavo Dudamel, Mario Venzago, Franck Ollu.Egli stesso chitarrista – ha iniziato la sua carriera in un gruppo rock progressivo, Opus Est, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, prima di iniziare a studiare composizione a Malmö – la chitarra ha assunto un ruolo centrale in molti dei suoi lavori. Un esempio è Il Liuto d’Orfeo per chitarra e nastro, con cui ha vinto il primo premio nel 1999 all’International Competition for Electro acoustic Music a Bourges. Scritto per il chitarrista Stefan Östersjö, per cui ha composto anche Corde per chitarra e orchestra: la prima parte, Fascia, ha vinto il terzo premio al Musica Viva/MBW Composition Competition di Monaco nel 2004, e per l’intero concerto il Christ Johnson Grand Prize for Composition di Stoccolma nel 2009. Nel 2010, Aether per coro e orchestra è stato eseguito a Madrid tra i finalisti del XVII Premio Reina Sofía de Composición musical.
Pasquale Corrado (Melfi - Italia, 1979)? - Tra il 2003 e il 2008 si diploma in pianoforte, musica corale e direzione di coro, composizione (sotto la guida di Alessandro Solbiati), direzione d’orchestra (sotto la guida di Daniele Agiman). Ottiene inoltre il diploma di merito con menzione particolare al Corso internazionale di alto perfezionamento in musica da film. Continua gli studi di composizione con Ivan Fedele presso l’Accademia di Santa Cecilia e frequenta il biennio di composizione al Conservatorio di Milano con Alessandro Solbiati. A Parigi, dal settembre 2010, frequenta il Cursus 1 all’IRCAM. Ha inoltre seguito masterclass con: Luís De Pablo, Stefano Gervasoni, Luca Francesconi, Hanspeter Kyburz, Tristan Murail, Beat Furrer, Fredèric Durieux, Helmut Lachenmann, Azio Corghi.In qualità di compositore, suoi brani sono stati eseguiti nell’ambito di festival e stagioni concertistiche come:?la Biennale di Venezia 2008; Festival Koinè; Rondò Divertimento Ensemble; Unione Musicale Torino; MiTo; Festival Acanthes, Metz; Fondazione Spinola-Banna per l’Arte (Quintetto Bibiena); Viagens pelo som e pela imagem – 2010 (Lisbona); Orchestra d’Ereprijis Festival; Festival Musica Nuova (Orchestra Sinfonica Umberto Giordano). È stato selezionato per partecipare al Young Composers Meeting Forum 2009, presieduto da Louis Andriessen. Vincitore nel 2007 del Concorso di composizione per orchestra del Conservatorio di Milano, ha orchestrato le melodie tratte dall’Opera del mendicante di John Gay per la regia di Filippo Crivelli. Ha composto le musiche per il film La terribile armata di Gherard Lamprecht.
Ha diretto e arrangiato le musiche per diversi programmi televisivi RAI, collaborando con molti cantanti pop nazionali e internazionali. Nel 2007 è vincitore del premio Rotary Club per la Direzione d’orchestra. Dal gennaio 2010 è edito dalla Suvini-Zerboni Milano.
Vittorio Zago (Vigevano - Italia, 1967) - Diplomato in pianoforte nel 1989, studia composizione con F. Pigato e B. Bettinelli e si diploma al Conservatorio di Milano sotto la guida di Azio Corghi. In seguito si perfeziona al Mozarteum di Salisburgo con Mauricio Kagel. Nel 1994 vince il primo premio al 16° Concorso di composizione Castello di Belveglio (Chiù per contralto e due soprani) e il primo premio nell'edizione straordinaria del Concorso di composizione Goffredo Petrassi di Parma (Taibhsìper arpa, viola e flauto). Insieme a Paolo Ferrari, con cui ha collaborato alla scrittura di alcuni pezzi, ha vinto nel 1999 il Premio Città di Pavia (In-abstracto complexu: (l’) attività della musica) e nel 2005 il Premio Àlice Bel Colle (In-divenire ulteriore).Le sue musiche sono eseguite presso istituzioni musicali e da orchestre di prestigio - Società del Quartetto di Milano, Teatro Regio di Parma, Maggio Musicale Fiorentino, Comunale di Modena, Orchestra Milano Classica, Orchestra Cantelli, Bachzaal di Amsterdam, Accademia Reale di Belle Arti di Madrid, Festival Pianissimo 2000 di Sofia, Time of Music Festival di Viitasaari, Kumho Art Hall di Seul, Tokyo Opera – e sono state incise dalla casa discografica svizzera Audio Production. Nel 2004 ha pubblicato Le giornate di un compositore (Ed. "O barra O"), in cui l'autore si concentra sul rapporto tra l'essenza del discorso musicale e l'esistenza da cui scaturisce.
Insegna composizione al Conservatorio di musica G. Puccini di La Spezia. È laureato in giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano. Le sue musiche sono pubblicate dalle case editrici Ricordi (Milano), Rugginenti (Milano) e Bèrben (Ancona).
giovedì 18 agosto 2011
Biennale Musica di Venezia 2011: Lamento di Medea

Lamento di Medea
lunedì 26 settembre ore 20.00
Teatro Piccolo Arsenale
LAMENTO DI MEDEA (2011, 70’) prima es. it.
teatro musicale in forma di concerto
musica Wim Henderickx (1962)
libretto Peter Verhelst
soprano Selva Erdener
Hermesensemble
duduk Raphaela Danksagmuller, flauto Karin De Fleyt, clarinetto/clarinetto basso Peter Merckx, viola Marc Tooten, chitarra elettrica Matthias Koole, live electronics Jorrit Tamminga, percussioni Gaetan La Mela, Wim Henderickx
direzione Wim Henderickx
Medea, Giasone e gli Argonauti: per quanto i loro destini siano inestricabilmente legati dalla leggenda del vello d’oro, è la figura femminile, sulfurea e tragica, a stagliarsi sui pallidi eroi maschili e a vivere di vita propria, fonte di ispirazione artistica nei secoli. Questa volta a misurarsi con il mito e il tragico destino della maga Medea è la musica del compositore belga Wim Henderickx, da anni impegnato sul versante del teatro musicale, facendo dell’area multimediale il proprio terreno privilegiato di indagine insieme ad una squadra di artisti come l’Hermes ensemble e gli attori del collettivo Veenfabriek. Dopo il debutto lo scorso maggio al deSingel di Anversa, noto spazio per la ricerca tra danza, musica, teatro, architettura, Medea arriverà in prima italiana per la Biennale di Venezia in forma di concerto con il titolo Lamento di Medea. Il testo, un adattamento contemporaneo della tragedia euripidea, è del narratore e poeta belga Peter Verhelst, coevo e compatriota di Wim Henderickx, compositore che spesso include nei propri lavori suggestioni musicali dall’oriente.
In questa versione concertistica, la soprano turca Selva Erdener - già solista per l’Opera di Stato di Ankara, dove si perfeziona con Roman Verlinsky e Lidia Pronina - si assume il compito di interpretare tutti e quattro i lamenti che compongono l’opera: Passione, Disperazione, Declino, Dolore. “Non si tratta di un testo veramente semantico – scrive Henderickx - ma di suoni musicali privi di significato. La musica evoca un mondo interiore fatto di sofferenza, passione e dolore. La cantante è accompagnata da un duduk, uno strumento tradizionale armeno simile a un flauto, il cui suono si avvicina incredibilmente alla voce umana. Il materiale musicale è composto da un’ampia melodia, caratterizzata da frequenti quarti di tono, ed elaborata per la maggior parte in modo eterofonico (con differenti variazioni della melodia realizzate simultaneamente). L’elettronica crea una sorta di “ronzio” costante, e costituisce lo sfondo sonoro del brano. La cantante e gli strumenti sono amplificati in modo da arricchire il colore del loro suono, dando così una dimensione in più all’opera. Il flauto, la viola e il clarinetto, tipicamente occidentali, sono accompagnati da due percussionisti e una chitarra elettrica, a tratti sorprendentemente vicini al carattere melodico e introspettivo della musica, altre volte spezzandolo” (W. Henderickx).
Wim Henderickx (Lier - Belgio, 1962). Ha studiato composizione e percussioni al Conservatorio Reale di Anversa. Successivamente ha partecipato all’Internationale Ferienkurse für Neue Musik a Darmstadt e ha frequentato lezioni di sonologia all’IRCAM di Parigi e al Conservatorio Reale di Musica dell’Aia. Insegna composizione e analisi musicale ai Conservatori di Anversa e Amsterdam.È autore di musica da camera, musica sinfonica e teatro musicale. Come compositore in residenza presso Muziektheater Transparant, ha scritto diversi pezzi di teatro musicale: Achilleus, A Total Entführung, Medea. Le culture straniere sono spesso fonte d’ispirazione per Henderickx, che fra i suoi lavori annovera tre Ragas, Confrontationsper percussioni occidentali e africane, mentre dopo un viaggio in India e in Nepal, ha iniziato a lavorare a Tantric Cycle, una serie di composizioni che hanno l’oriente come fonte d’ispirazione. The Seven Chakras per quartetto d’archi, Void/Sunyata un pezzo di teatro musicale, Disappearing in Light per mezzo-soprano, flauto contralto, viola e percussioni, Tejas per orchestra eMudra per ensemble sono parti di questo ciclo. Nel febbraio 2011, Groove! per percussioni e orchestra è stato eseguito per la prima volta dalla Brussels Philharmonic. Attualmente sta componendo un brano sinfonico per l’Orchestra Nazionale Belga che vedrà la luce nel marzo 2012.
mercoledì 17 agosto 2011
Biennale Musica di Venezia 2011: Luigi Nono - A floresta é jovem e cheja de vida
Luigi Nono - A floresta é jovem e cheja de vida
domenica 25 settembre ore 15.00Sala degli Arazzi della Fondazione G. Cini
Luigi Nono A floresta é jovem e cheja de vida (1966)
prima audizione della versione a 8 canali con gli interpreti originali su supporto a cura di Veniero Rizzardi con l'assistenza di Alberto Bianco
regia del suono Alvise Vidolin
in collaborazione con Fondazione G. Cini - Istituto per la Musica – laboratorioarazzi, Fondazione Archivio Luigi Nono, Conservatorio Statale di Musica “A. Steffani” Castelfranco Veneto
A floresta é jovem e cheja de vida è una delle opere-chiave della vicenda artistica di Nono. Venne concepita tra il 1965 e il 1966 insieme allo scrittore Giovanni Pirelli come ipotesi di nuovo teatro musicale basato su testi documentari, ossia lettere, dichiarazioni, discorsi, che nell’intento degli autori dovevano riflettere l’esperienza soggettiva della partecipazione, spesso dolorosa o fatale, alle lotte di liberazione anti-imperialistica di quegli anni (Vietnam, Cuba, Angola, ma anche rivolte studentesche e lotte operaie).
A floresta divenne il modello per quasi tutti i lavori che Nono compose nei dieci anni a venire e fu l’opera che, come direttore e regista del suono, accompagnò più a lungo di ogni altra, in numerosi festival e concerti. Per diverse ragioni, prima di tutto per la sua natura di composizione sperimentale, non venne mai fissata in una partitura. Soltanto nel 1998, su insistenza di numerose istituzioni concertistiche che intendevano riproporla, l’editore Ricordi affidò a un compositore - Maurizio Pisati - e a un musicologo - Veniero Rizzardi - l’iniziativa di ricostruire un testo eseguibile basato sulle parti ‘stenografiche’ degli interpreti, sui quaderni di regia di Nono, sui numerosi documenti cartacei, sonori, visivi depositati presso l’Archivio Luigi Nono di Venezia. Ciò che ne risultò è un partitura sui generis che, fedele al dettato di Nono e dettagliata quanto più possibile, rende trasmissibile l’opera a nuove generazioni di esecutori. Un problema fondamentale, tuttavia, che non è possibile sciogliere, riguarda il fatto che ogni nuovo interprete è destinato a ricalcare un modello in gran parte originato dall’improvvisazione senza essere, di necessità, al centro dell’esperimento musicale come lo erano gli esecutori originali.
Questa ricostruzione filologica, a partire da materiali utilizzati per la produzione discografica del 1966, è un'esperimento che intende restituire a floresta nella sua originalità con tutti i suoi interpreti. E può essere curioso scoprire quante e quali personalità vi avessero partecipato. Il nastro magnetico era stato realizzato presso lo storicoStudio di Fonologia musicale della RAI di Milano con l’assistenza di Marino Zuccheri. Questi materiali registrano le voci di Liliana Poli, Kadigia Bove, Elena Vicini, Umberto Troni, Franca Piacentini, Enrica Minini e gli attori delLiving Theatre. Gli strumentisti sono William O. Smith al clarinetto, mentre gli esecutori alle lastre di rame sono diretti da Bruno Canino. A tutto questo si aggiungono suoni di sintesi.
martedì 16 agosto 2011
Biennale Musica di Venezia 2011: SWR Sinfonieorchester Baden-Baden und Freiburg
SWR Sinfonieorchester Baden-Baden und Freiburg
Teatro alle Tese
SWR SINFONIEORCHESTER BADEN-BADEN UND FREIBURG
Béla Bartók (1881-1945) Tanz-Suite per orchestra (1923, 18’)
Peter Eötvös (1944) Konzert für zwei Klaviere (2007, 20') prima es. it.
Peter Eötvös Replica per viola e orchestra (1998, 15’)
Igor Stravinskij (1882-1971) Agon (1953-57, 23')
pianoforte Andreas Grau e Götz Schumacher
viola Geneviève Strosser
direttore Peter Eötvös
Dedicato al compositore e direttore d’orchestra Peter Eötvös, che riceverà il Leone d’oro alla carriera nel corso della serata, il concerto inaugurale del 55. Festival avrà per protagonista una delle orchestre tedesche d’eccellenza, la SWR Sinfonieorchester Baden-Baden und Freiburg, che ha fatto la storia, a partire dagli anni ’50, del Festival di Donaueschingen con oltre 400 prime esecuzioni. L’orchestra, che ha conquistato un posto “centrale nella cultura europea”, secondo Sylvain Cambreling, sarà diretta per l’occasione dallo stesso Eötvös.
Erede di una tradizione musicale forte come quella ungherese, con figure come Bartók, Ligeti, Kurtág, Peter Eötvös ha vissuto in prima persona tutte le avventure più importanti della ricerca musicale dagli anni '60 in avanti. “Direttore d'orchestra di precoce ed enorme talento – recita la motivazione del premio - è stato assistente per molti anni di Karlheinz Stockhausen, sia come compositore che ben presto come direttore prediletto dei suoi lavori, incluse le grandi opere create alla Scala trent'anni fa (fra cui Donnerstag aus Licht, 1981). Anche Boulez, dagli anni '70, gli ha affidato la direzione musicale del neonato Ensemble Intercontemporain. Queste esperienze straordinarie al fianco dei più grandi compositori hanno immerso Eötvös in un fiume ricchissimo di pensiero e pratica musicale, formando un musicista e un artigiano assolutamente completo, che negli ultimi vent'anni ha mostrato una fecondissima forza creativa di compositore. In entrambe le attività, Eötvös unisce una conoscenza e un orecchio di rara finezza ad una allegria iconoclasta e sperimentale”.
Il concerto rende un doveroso tributo alle ascendenze bartókiane della musica di Eötvös con l’esecuzione di Tanz-Suite, un brano oggi raramente eseguito, ma che a Bartók diede una improvvisa popolarità, cui sono affiancatiKonzert für zwei Klaviere e Replica di Eötvös, a mostrare i legami con la lezione del passato e insieme i suoi sviluppi più avanzati. Il concerto si conclude sulle note di Agon di Stravinskij, partitura per balletto, un genere in cui il compositore russo ha sperimentato molte delle sue più importanti innovazioni musicali.
Commissionato in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario dell’unione fra le città di Buda e Pest nel 1923, che vedeva al fianco di Bartók altri grandi nomi della musica ungherese, Ernö Dohnányi e Zoltán Kódaly, Tanz-Suite è un omaggio alla tradizione popolare balcanica e porta a compimento la maturazione del compositore su tali materiali, la sua capacità di metabolizzare i codici linguistici folclorici per restituirli sotto una forma nuova e originale. Al suo esordio, il pezzo ebbe una tiepida accoglienza, e soltanto dopo l’esecuzione del 1925 a Praga (Festival SIMC), seguirono almeno 50 esecuzioni nel breve arco di un anno. Ma dopo questo exploit, le esecuzioni di Tanz-Suite si fecero sempre più rare. Come una vera suite, il pezzo inanella cinque danze – di provenienza slovacca, ungherese, valacca e araba - collegate da un ritornello che ha funzione di leitmotiv, ma a volte anche combinate fra loro. “Così ad esempio, la melodia del primo tema del primo pezzo ricorda la musica popolare araba più antica, mentre il ritmo si ricollega a quella dell’Europa orientale. Il tema del ritornello è talmente fedele allo schema di certe melodie popolari ungheresi, che potrebbe ingannare anche un esperto studioso. Il secondo pezzo è di carattere ungherese, mentre il terzo alterna elementi ungheresi e valacchi” (B. Bartók).
Konzert für zwei Klaviere di Eötvös riecheggia consapevolmente la lezione del Maestro ungherese nell’utilizzo di scale parallele e nella combinazione di pianoforte e percussioni. All’origine del concerto in cinque movimenti è un pezzo del 2005, CAP-KO, concepito proprio per il 125° anniversario della nascita di Béla Bartók, un pezzo da cui sono scaturite diverse versioni. Il titolo è l’acronimo di “Concerto for acoustic piano, keyboard and orchestra”, dove la tastiera digitale aggiungeva una nota a quella suonata dal pianista secondo intervalli determinati dal compositore, in maniera da creare un effetto di moltiplicazione e, almeno apparentemente, di virtuosismo del pianista. Del 2007 è la versione interamente acustica, proprio per sfidare i solisti a raggiungere lo stesso grado di precisione utilizzando soltanto le loro quattro mani, senza ausili tecnologici.“Il primo movimento apre con un trio di rullanti, posti ai lati e al centro. Il loro timbro varia a seconda del punto esatto in cui la bacchetta li colpisce. In questo modo, ho composto un contrappunto melodico in tre parti. Quando i solisti e l’orchestra entrano, questo contrappunto allarga la sua gamma espressiva e diventa molto diversificato nel timbro. Verso la fine, le rapide serie di semicrome degli archi creano un’inconfondibile allusione a Bartók di cui ricordano l’ultimo movimento del Concerto per orchestra. La maggior parte del secondo movimento è dominata dall’intervento costante e parallelo dei due pianoforti. Ho usato un ampio numero di scale diverse per generare una grande energia cinetica. Le serie sono punteggiate dagli assoli intermittenti delle percussioni e integrate dai controcanti dell’orchestra su note lunghe e legate (legato). Segue senza intervallo il terzo movimento: più statico, caratterizzato da acuti attacchi ritmici e dal prevalere di un ottone nel registro grave. Il tempo aumenta gradatamente e le parti del pianoforte assumono sempre più impeto, fino a raggiungere il climax verso la fine del movimento. Ho intitolato il terzo movimento: ‘Bartók attraversa l’oceano’. Per tutto questo movimento si segue un tempo lento. Le regolari successioni di accordi dei due pianoforti, che procedono suonando crome uguali, si contrappongono ai più brevi fraseggi dei corni e delle trombe. La musica diventa in breve più nervosa come sentiamo una secca esplosione in fortissimo di tutta l’orchestra. Poi, un tranquillo duetto dei pianoforti conclude il movimento, assieme a un ‘motivo d’addio’ di tre note della prima tromba. L’ultimo movimento è un’altra accelerazione folle, con i due pianisti e i tre percussionisti nel ruolo dei protagonisti. I ritmi sono più irregolari di prima, con accenti sincopati e complesse alternanze tra note e pause che si aggiungono a un senso di eccitazione per tutto il pezzo” (Peter Laki/Peter Eötvös).
Il brano successivo, Replica, che Eötvös intende nel senso di “risposta”, mostra invece legami con la sua opera di maggior successo, Le tre sorelle di cechoviana memoria, anche per la vicinanza cronologica nella loro composizione. Il legame tra i due lavori si istituisce nell’aspetto del commiato, motivo conclusivo di ognuna delle tre parti dell’opera, che caratterizza anche il concerto, e si istituisce musicalmente nell’effetto di teatro strumentale che assume il concerto – dove gli attori sono gli strumenti, fra cui ha un ruolo centrale la fisarmonica. La disposizione tradizionale dell’orchestra cambia: i fiati in fondo al palcoscenico, davanti agli strumenti a corda, le cinque viole disposte ad anello intorno al solista, con cui intessono un fitto dialogo. “Tuttavia il dramma non si evolve in superficiali gesti ‘drammatici’ ma piuttosto nell’infinita combinazione di timbri e registri, messi ancora più in rilievo dal tempo, relativamente lento. Il costante monologo dell’assolo dello strumento appare sotto una luce nuova ogni volta che cambia il concomitante commento dell’orchestra. La viola trova il suo ‘compagno ideale’ – per usare l’espressione di Griffith – nel flicorno. Quando le loro voci si intrecciano a formare un duetto, dopo il culmine dell’esplosione tragica, si assiste a uno dei momenti più avvincenti del lavoro. Ma la loro relazione non è destinata a durare: alla fine, l’assolo della viola rimane irrevocabilmente isolato e sparisce nell’oscurità, evocato dalle maracas (suonate dal violinista) mentre cala un sipario immaginario” (Birgit Gotzes).
Ultima composizione per balletto di Stravinskij, Agon viene commissionato dall’impresario Lincoln Kirstein e da George Balanchine per il New York City Ballet. Dopo la felicissima esperienza con i Ballet Russes di Diaghilev e Vaslav Nijinskij, il nome di Stravinskij si lega ad un altro coreografo di origini russe, Balanchine, ugualmente destinato a rivoluzionare il mondo del balletto e a regalare alcuni dei suoi capolavori proprio sulle note del compositore e compatriota, comeApollon Musagète nel 1928 e Orpheus nel 1948. Destinato a restare nella storia del balletto contemporaneo, Agon, presentato in prima assoluta il 27 novembre 1957 a New York, mette in scena una vera e propria esibizione agonistica fra 12 danzatori sulle musiche composte per un’orchestra di 112 elementi. Appartenente alla fase cosiddetta seriale di Stravinskij, che tratta con l’originalità che gli è consueta, il pezzo è un compendio di un’intera biografia artistica, con suggestioni che rimandano alle tanti fonti d’ispirazione e alla sua infinita gamma espressiva.
Peter Eötvös (Székelyudvarhely - Transilvania, 1944). Si è diplomato all’Accademia di Musica di Budapest in composizione e alla Hochschule für Musik di Colonia in direzione d’orchestra. Tra il 1968 e il 1976 ha suonato con l’Ensemble Stockhausen e dal 1971 al 1979 ha collaborato con lo studio di musica elettronica della Westdeutscher Rundfunk di Colonia.Nel 1978, su invito di Pierre Boulez, ha diretto il concerto inaugurale dell’IRCAM a Parigi, e l’anno successivo è nominato direttore musicale dell’Ensemble InterContemporain, dove rimane fino al 1991. Ha lavorato con le più importanti orchestre radiofoniche europee ed è stato invitato sul podio dei più importanti teatri e delle maggiori istituzioni musicali del mondo - Teatro alla Scala, Royal Opera House Covent Garden, La Monnaie, Festival Opera Glyndebourne, Théâtre du Châtelet, Biennale di Venezia - lavorando con registi come Luca Ronconi, Robert Altman, Klaus-Michael Grüber, Robert Wilson, Nikolaus Lehnhof, Ushio Amagatsu.
Fra i suoi maggiori successi operistici, spesso ispirati alla grande letteratura:Three Sisters (2002) da Cechov, che debutta a Aix-en-Provence, Le Balcon(2001/02) da Jean Genet, Angels in America (2004) dal libro culto di Tony Kushner, Love and Other Demons (2008) ispirato a una novella di Gabriel García Márquez, che debutta al Festival di Glyndebourne, Die Tragödie des Teufels (2010), che ha debuttato alla Bayerische Staatsoper di Monaco.
Fra le sue composizioni sinfoniche: Atlantis (1995), zeroPoints (1999), in omaggio a Boulez, Shadows (1996), CAP-KO(2005/07), di cui esistono tre diverse versioni e dedicata a Béla Bartók, Jet Stream (2002) per tromba e orchestra eSeven (2006/07) per violino e orchestra. Fra i tantissimi premi e le onorificenze ricevute: Prix Claude-Rostand (1998), Grand Prix de la Critique (1998) e Victoires de la Musique Classique e du Jazz (1999) per Three Sisters; Prix de Composition Musicale della Fondation Prince Pierre de Monaco (2008) per Seven; premio Bartók (1997); Royal Philharmonic Society Music Award (2002); Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres (2003); Cannes Classical Award (2004) nella categoria “miglior compositore vivente” al MIDEM; Frankfurt Music Prize (2007).
lunedì 15 agosto 2011
Biennale Musica di Venezia 2011

Biennale Musica
24 settembre > 1° ottobre 2011
Il 55. Festival Internazionale di Musica Contemporaneasi terrà dal 24 settembre al 1° ottobre 2011, diretto da Luca Francesconi.
A Peter Eötvös (nella foto) sarà consegnato il Leone d'oro alla carriera, a RepertorioZero il Leone d'argento.Programma - Biglietteria >>
Biennale Musica per l’Università: in occasione del 55. Festival, la Biennale offre agevolazioni agli studenti di Conservatori e Università (gruppi min. 20 persone tra docenti e studenti). Info: promozione@labiennale.org
A Peter Eötvös (nella foto) sarà consegnato il Leone d'oro alla carriera, a RepertorioZero il Leone d'argento.Programma - Biglietteria >>
Biennale Musica per l’Università: in occasione del 55. Festival, la Biennale offre agevolazioni agli studenti di Conservatori e Università (gruppi min. 20 persone tra docenti e studenti). Info: promozione@labiennale.org

Festival Int.le di Musica Contemporanea
Laboratori con Ircam 2011
Per l’edizione 2011, la Biennale di Venezia ha invitato l’Ircam per una serie di laboratori destinati a giovani compositori italiani. Previsti un Laboratorio live electronics con strumenti, un Laboratorio Informatico e una Conferenza a cui parteciperanno i compositori all'Ircam. Due concerti concluderanno il programma il28 e 30 settembre: uno con brani recenti ed emblematici dell’Ircam, e un concerto-lettura di giovani compositori italiani.

Festival Int.le di Musica Contemporanea
Storia della Biennale Musica
Il Festival Internazionale di Musica Contemporanea fu fondato nel 1930 e fu la prima manifestazione ad affiancare l'Esposizione Int.le d'Arte, che aveva caratterizzato la Biennale sin dalle sue origini. La tradizione del Festival, che negli anni ha presentato prime assolute di Stravinskij, Prokofiev, Nono e altri autori, viene consolidata oggi con la direzione di Luca Francesconi, nel 2011 al suo quarto festival.
domenica 22 agosto 2010
Ensemble Phoenix Basel a Venezia il 27 settembre

Ensemble Phoenix Basel
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lunedì 27 settembre ore 20.00
Teatro alle Tese
direttore Jürg Henneberger
sassofono Raphael Camenisch
Gérard Grisey (1946-1998) Perichoresis per tre gruppi strumentali (1969 – rev.1973, 13’)
Vladimir Tarnopolski (1955) Eastanbul per grande ensemble (2008, 20’) prima es. it. *
Nadir Vassena (1970) materia oscura per sassofono e ensemble (2006, 25’) prima es. it.
Hanspeter Kyburz (1960) Parts per ensemble da camera (1994/95, 24') prima es. it.
Concerto realizzato con il supporto di Pro Helvetia
* Commissioned by Ensemble Modern and Siemens Arts Program in the context of „into Istanbul", a project by Ensemble Modern and Siemens Arts Program, in collaboration with the Goethe-Institut
Nato nel 1998 in seno all’International Gesellschaft für Neue Musik di Basilea per merito di Jürg Henneberger, che dopo aver dato vita a formazioni occasionali e flessibili sente l’esigenza di dotare la società (IGNM) di un strumento operativo permanente per l’esecuzione della nuova musica, il Phoenix Ensemble e il nucleo di 25 musicisti che lo compone è oggi una delle realtà più vitali non soltanto nel panorama musicale elvetico. L’impegno programmatico del gruppo è di dedicarsi all’esecuzione dei nomi consolidati della musica contemporanea, ma soprattutto dei più giovani con lo scopo di farli conoscere ad un pubblico ampio.
Fiore all’occhiello del concerto del Phoenix Ensemble sarà l’esecuzione di Perichoresis di Gérard Grisey, figura seminale della musica spettrale. È Grisey - insieme ai suoi compagni di strada con cui fonda l’ensemble l’Itinéraire: Tristan Murail, Roger Tessier, Michael Levinas, e più tardi Hugues Dufourt – che traccia una nuova strada rispetto al serialismo integrale di Darmstadt, e indaga il suono sotto il profilo fisico-acustico, esplorando lo spettro che va dai suoni armonici ai rumori. L’esecuzione di Perichoresis, risalente alla fine degli anni sessanta e rivisto nel ‘73, probabilmente in occasione della seconda e ultima esecuzione di cui, però, non è rimasta traccia, e a cui non ne seguirono altre, è tanto più interessante perché precede di poco il ciclo che segnerà la nascita della musica spettrale, Les Espaces Acoustiques, di cui Perichoresis contiene i germi e ne rappresenterà una prima genesi. Concepito per tre gruppi strumentali, Perichoresis significa, secondo lo stesso Grisey “uno scambio reciproco, una relazione profonda che si stabilisce, al di là della lingua e del pensiero, tra due o più persone. Tre gruppi, tre personaggi, tre colori, tre cellule ritmiche a confronto…”.
Il concerto prosegue con Eastanbul, un pezzo presentato in prima italiana del compositore ucraino Vladimir Tarnopolski, fra i più attivi divulgatori della nuova musica in Russia e fra i più impegnati propulsori del dialogo con l’occidente fin dagli anni ’90, attraverso la fondazione di società, festival, convegni. Tarnopolski è autore di una musica che combina in modo paradossale due diversi aspetti: da un lato la ricerca di una nuova eufonia, attraverso materiali sonori dalla costruzione complessa e attraverso l’abolizione tra consonanza e dissonanza, suono e rumore, armonia e timbro, strumenti acustici ed elettronici; dall’altro una teatralità raffinata in cui infonde una gioiosa ironia e un senso surreale del grottesco.
In Eastanbul Tarnopolski cerca di cogliere lo spirito e l’essenza di una città considerata crocevia tra oriente e occidente. Arrivato nella capitale turca carico di pregiudizi, Tarnopolski pensava di intitolare il suo pezzo Westanbul, in omaggio al forte desiderio di questa città di entrare e integrarsi all’Europa comunitaria. Ma la visita alla vera Istanbul cambierà i suoi progetti. “Il fascino di questa città – scrive Tarnopolski - consiste proprio nel fatto che è il dominio dell’oriente, quindi mi sono allontanato dalle mie idee precedenti verso il titolo di Eastanbul. Istanbul è come un’interfaccia tra oriente e occidente - non solo in termini geografici, ma anche in termini culturali. Per me questa città rappresenta molteplici contraddizioni - etniche, culturali, sociali e politiche. Sono stato colpito dall’enorme energia di questa città, simile a un tino di lava ribollente. Anche dal punto di vista geologico Istanbul si trova in una zona sismica attiva, e gli esperti pronosticano forti terremoti nei decenni a venire. Il paesaggio sonoro di Istanbul è caratterizzato dai numerosi richiami dei muezzin, che si odono simultaneamente da da ogni dove. Questa idea di una variazione simultanea di linee melodiche e di figure ritmiche simili è alla base del mio lavoro”.
Il concerto si completa con due novità per l’Italia: Materia oscura dello svizzero Nadir Vessena e Parts di Hanspeter Kyburz, autore complesso, i cui procedimenti matematici computazionali non diminuiscono, anzi, rafforzano l’intensità drammatica dei suoi pezzi.
Concepito per sassofono e ensemble, Materia oscura esprime tutto l’amore per questo strumento e le origini compositive di Vessena che, a proposito del brano, dichiara un “autobiografismo” di fondo: “In quanto mio primo strumento, ricollego il sassofono anche emozionalmente con gli inizi dei miei esperimenti musicali, come interprete e, quasi contemporaneamente, come compositore. Per queste sue radici profonde, che ha nel mio modo di pensare e di sentire la musica, è quindi lo strumento ideale per questa incursione nella materia oscura. Si tratta infatti di un pezzo autobiografico (con tutte le necessarie traslazioni e gli equivoci che questo termine può qui produrre). Questo scrivere la propria storia va letto come un fare i conti con problematiche di tipo tecnico, estetico, storico, (ma mi vien da aggiungere anche sensuali e sentimentali) che hanno occupato già i lavori precedenti e che, in questo brano, invece di trovare un punto di approdo, sprofondano di nuovo nell’incertezza degli inizi”.
Parts è un esempio dell’applicazione dei fondamenti matematici astratti alla composizione, in particolare algoritmi, che nella produzione di Kyburz diventa pratica costante proprio a partire dal 1995, anno di composizione del brano. Ispirato al romanzo del grande autore viennese Hermann Broch, Der Tod des Vergils (in realtà pubblicato prima in inglese nel 1945), di cui riprende la suddivisione in quattro “tempi” - arrivo, discesa, attesa, ritorno – Kyburz “si concentra in particolare sulla drammatizzazione delle sottili trame, sulla dialettica tra totalità e solitudine, erigendo un mondo interiore dinamico ed espressivo che si dipana drammaticamente fino a toccare punte di frenesia, che alla fine si disintegrano e finiscono in un distacco apatico” (Jorn Peter Hiekel). Il pezzo è infatti caratterizzato da violente esplosioni che interrompono ex abrupto il flusso del suono, e da una continua espansione/contrazione che si traduce in forme di crescendo e decrescendo. Si tratta di procedimenti “così intricati, intrecciati e contrappuntisticamente sovrapposti, da mettere in una strana posizione l’ascoltatore: portato a conoscere e percepire la forma che viene generata, ma senza che l’orecchio abbia modo di comprendere davvero ciò che questa forma davvero contiene” (Jorn Peter Hiekel)
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lunedì 27 settembre ore 20.00
Teatro alle Tese
direttore Jürg Henneberger
sassofono Raphael Camenisch
Gérard Grisey (1946-1998) Perichoresis per tre gruppi strumentali (1969 – rev.1973, 13’)
Vladimir Tarnopolski (1955) Eastanbul per grande ensemble (2008, 20’) prima es. it. *
Nadir Vassena (1970) materia oscura per sassofono e ensemble (2006, 25’) prima es. it.
Hanspeter Kyburz (1960) Parts per ensemble da camera (1994/95, 24') prima es. it.
Concerto realizzato con il supporto di Pro Helvetia
* Commissioned by Ensemble Modern and Siemens Arts Program in the context of „into Istanbul", a project by Ensemble Modern and Siemens Arts Program, in collaboration with the Goethe-Institut
Nato nel 1998 in seno all’International Gesellschaft für Neue Musik di Basilea per merito di Jürg Henneberger, che dopo aver dato vita a formazioni occasionali e flessibili sente l’esigenza di dotare la società (IGNM) di un strumento operativo permanente per l’esecuzione della nuova musica, il Phoenix Ensemble e il nucleo di 25 musicisti che lo compone è oggi una delle realtà più vitali non soltanto nel panorama musicale elvetico. L’impegno programmatico del gruppo è di dedicarsi all’esecuzione dei nomi consolidati della musica contemporanea, ma soprattutto dei più giovani con lo scopo di farli conoscere ad un pubblico ampio.
Fiore all’occhiello del concerto del Phoenix Ensemble sarà l’esecuzione di Perichoresis di Gérard Grisey, figura seminale della musica spettrale. È Grisey - insieme ai suoi compagni di strada con cui fonda l’ensemble l’Itinéraire: Tristan Murail, Roger Tessier, Michael Levinas, e più tardi Hugues Dufourt – che traccia una nuova strada rispetto al serialismo integrale di Darmstadt, e indaga il suono sotto il profilo fisico-acustico, esplorando lo spettro che va dai suoni armonici ai rumori. L’esecuzione di Perichoresis, risalente alla fine degli anni sessanta e rivisto nel ‘73, probabilmente in occasione della seconda e ultima esecuzione di cui, però, non è rimasta traccia, e a cui non ne seguirono altre, è tanto più interessante perché precede di poco il ciclo che segnerà la nascita della musica spettrale, Les Espaces Acoustiques, di cui Perichoresis contiene i germi e ne rappresenterà una prima genesi. Concepito per tre gruppi strumentali, Perichoresis significa, secondo lo stesso Grisey “uno scambio reciproco, una relazione profonda che si stabilisce, al di là della lingua e del pensiero, tra due o più persone. Tre gruppi, tre personaggi, tre colori, tre cellule ritmiche a confronto…”.
Il concerto prosegue con Eastanbul, un pezzo presentato in prima italiana del compositore ucraino Vladimir Tarnopolski, fra i più attivi divulgatori della nuova musica in Russia e fra i più impegnati propulsori del dialogo con l’occidente fin dagli anni ’90, attraverso la fondazione di società, festival, convegni. Tarnopolski è autore di una musica che combina in modo paradossale due diversi aspetti: da un lato la ricerca di una nuova eufonia, attraverso materiali sonori dalla costruzione complessa e attraverso l’abolizione tra consonanza e dissonanza, suono e rumore, armonia e timbro, strumenti acustici ed elettronici; dall’altro una teatralità raffinata in cui infonde una gioiosa ironia e un senso surreale del grottesco.
In Eastanbul Tarnopolski cerca di cogliere lo spirito e l’essenza di una città considerata crocevia tra oriente e occidente. Arrivato nella capitale turca carico di pregiudizi, Tarnopolski pensava di intitolare il suo pezzo Westanbul, in omaggio al forte desiderio di questa città di entrare e integrarsi all’Europa comunitaria. Ma la visita alla vera Istanbul cambierà i suoi progetti. “Il fascino di questa città – scrive Tarnopolski - consiste proprio nel fatto che è il dominio dell’oriente, quindi mi sono allontanato dalle mie idee precedenti verso il titolo di Eastanbul. Istanbul è come un’interfaccia tra oriente e occidente - non solo in termini geografici, ma anche in termini culturali. Per me questa città rappresenta molteplici contraddizioni - etniche, culturali, sociali e politiche. Sono stato colpito dall’enorme energia di questa città, simile a un tino di lava ribollente. Anche dal punto di vista geologico Istanbul si trova in una zona sismica attiva, e gli esperti pronosticano forti terremoti nei decenni a venire. Il paesaggio sonoro di Istanbul è caratterizzato dai numerosi richiami dei muezzin, che si odono simultaneamente da da ogni dove. Questa idea di una variazione simultanea di linee melodiche e di figure ritmiche simili è alla base del mio lavoro”.
Il concerto si completa con due novità per l’Italia: Materia oscura dello svizzero Nadir Vessena e Parts di Hanspeter Kyburz, autore complesso, i cui procedimenti matematici computazionali non diminuiscono, anzi, rafforzano l’intensità drammatica dei suoi pezzi.
Concepito per sassofono e ensemble, Materia oscura esprime tutto l’amore per questo strumento e le origini compositive di Vessena che, a proposito del brano, dichiara un “autobiografismo” di fondo: “In quanto mio primo strumento, ricollego il sassofono anche emozionalmente con gli inizi dei miei esperimenti musicali, come interprete e, quasi contemporaneamente, come compositore. Per queste sue radici profonde, che ha nel mio modo di pensare e di sentire la musica, è quindi lo strumento ideale per questa incursione nella materia oscura. Si tratta infatti di un pezzo autobiografico (con tutte le necessarie traslazioni e gli equivoci che questo termine può qui produrre). Questo scrivere la propria storia va letto come un fare i conti con problematiche di tipo tecnico, estetico, storico, (ma mi vien da aggiungere anche sensuali e sentimentali) che hanno occupato già i lavori precedenti e che, in questo brano, invece di trovare un punto di approdo, sprofondano di nuovo nell’incertezza degli inizi”.
Parts è un esempio dell’applicazione dei fondamenti matematici astratti alla composizione, in particolare algoritmi, che nella produzione di Kyburz diventa pratica costante proprio a partire dal 1995, anno di composizione del brano. Ispirato al romanzo del grande autore viennese Hermann Broch, Der Tod des Vergils (in realtà pubblicato prima in inglese nel 1945), di cui riprende la suddivisione in quattro “tempi” - arrivo, discesa, attesa, ritorno – Kyburz “si concentra in particolare sulla drammatizzazione delle sottili trame, sulla dialettica tra totalità e solitudine, erigendo un mondo interiore dinamico ed espressivo che si dipana drammaticamente fino a toccare punte di frenesia, che alla fine si disintegrano e finiscono in un distacco apatico” (Jorn Peter Hiekel). Il pezzo è infatti caratterizzato da violente esplosioni che interrompono ex abrupto il flusso del suono, e da una continua espansione/contrazione che si traduce in forme di crescendo e decrescendo. Si tratta di procedimenti “così intricati, intrecciati e contrappuntisticamente sovrapposti, da mettere in una strana posizione l’ascoltatore: portato a conoscere e percepire la forma che viene generata, ma senza che l’orecchio abbia modo di comprendere davvero ciò che questa forma davvero contiene” (Jorn Peter Hiekel)
sabato 12 dicembre 2009
domenica 18 ottobre 2009
martedì 22 settembre 2009
Luogo, corpo, suono: ComposAzione 28 settembre
Luogo, corpo, suono: ComposAzione
Lunedì 28 settembre ore 10.00 - 16.00
Auditorium S. Margherita – Ca’ Foscari
Luogo, corpo, suono
composAzione
convegno
presentazione e relazioni di:
Luca Francesconi, Donella Del Monaco, Giovanni Guanti, Anna Maria Morazzoni, Daniele Goldoni, Gaetano Santangelo, Nicola Campogrande
schemi d’improvvisazione dei compositori:
Michele Tadini (commissione La Biennale di Venezia)
Luca Mosca (commissione La Biennale di Venezia)
Vittorio Montalti (commissione La Biennale di Venezia)
Arrigo Cappelletti (Conservatorio B. Marcello)
esecuzione e improvvisazione dei musicisti:
Donella del Monaco (voce), Angelica Faccani (violino), Laura Gentili (violino), Francesca Canova (viola), Tiziana Gasparoni (violoncello), Daniele Goldoni (tromba, flicorno), Andrea Bressan (fagotto), Alberto Collodel (clarinetto e clarinetto basso), Arrigo Cappelletti (pianoforte), Giovanni Mancuso (pianoforte, moog), Alex Poletto (percussioni), Stefano Del Sole (percussioni), Dario Pisasale (chitarra elettrica)
a cura del Dipartimento di Filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e dell’Associazione Opus Avantra
in collaborazione con il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia
La grande musica classica dell'Ottocento e della prima metà del Novecento ha diviso i ruoli del compositore e dell'esecutore e prodotto una distanza fra la scrittura e il corpo sonoro pubblico. Questa distanza è stata straordinariamente feconda per l'elaborazione individuale e il filtraggio della memoria musicale, ma ha prodotto anche l'effetto di suggerire un'attitudine passiva e ripetitiva verso feticci di autorità, svalutativa delle potenzialità del suono, sottraendo al momento dell'ascolto pubblico la partecipazione all'azione creativa nel corpo del suono.
Siamo convinti che, invece, la partecipazione a questa azione creativa aiuti efficacemente a costituire un’esperienza interattiva di ascolto – anche fra musicisti e pubblico - capace di restituire alla musica il suo luogo in modo convincente. Il corpo del suono non vive senza un luogo di condivisione.Nella giornata si succederanno quattro pezzi, costituiti da schemi scritti dai compositori Arrigo Cappelletti, Vittorio Montalti, Luca Mosca, e Michele Tadini e da improvvisazioni sugli schemi da parte di un ensemble, composto per l’occasione, di musicisti con esperienze diverse e trasversali, dalla musica classica e contemporanea al jazz. Un esperimento certamente difficile e rischioso, poiché intende mettere alla prova del dialogo la tradizione della composizione scritta con la capacità degli improvvisatori di sviluppare le potenzialità sonore degli schemi, cercando di evitare di insistere su patterns dell'improvvisazione 'colta' o del jazz.L'esecuzione dei pezzi sarà intervallata dalle relazioni dei musicologi e filosofi sui temi del corpo, della voce, del suono, con una riflessione trasversale fra musica e filosofia, consapevole degli sviluppi della filosofia dopo McLuhan, Deleuze, Derrida.
Lunedì 28 settembre ore 10.00 - 16.00
Auditorium S. Margherita – Ca’ Foscari
Luogo, corpo, suono
composAzione
convegno
presentazione e relazioni di:
Luca Francesconi, Donella Del Monaco, Giovanni Guanti, Anna Maria Morazzoni, Daniele Goldoni, Gaetano Santangelo, Nicola Campogrande
schemi d’improvvisazione dei compositori:
Michele Tadini (commissione La Biennale di Venezia)
Luca Mosca (commissione La Biennale di Venezia)
Vittorio Montalti (commissione La Biennale di Venezia)
Arrigo Cappelletti (Conservatorio B. Marcello)
esecuzione e improvvisazione dei musicisti:
Donella del Monaco (voce), Angelica Faccani (violino), Laura Gentili (violino), Francesca Canova (viola), Tiziana Gasparoni (violoncello), Daniele Goldoni (tromba, flicorno), Andrea Bressan (fagotto), Alberto Collodel (clarinetto e clarinetto basso), Arrigo Cappelletti (pianoforte), Giovanni Mancuso (pianoforte, moog), Alex Poletto (percussioni), Stefano Del Sole (percussioni), Dario Pisasale (chitarra elettrica)
a cura del Dipartimento di Filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e dell’Associazione Opus Avantra
in collaborazione con il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia
La grande musica classica dell'Ottocento e della prima metà del Novecento ha diviso i ruoli del compositore e dell'esecutore e prodotto una distanza fra la scrittura e il corpo sonoro pubblico. Questa distanza è stata straordinariamente feconda per l'elaborazione individuale e il filtraggio della memoria musicale, ma ha prodotto anche l'effetto di suggerire un'attitudine passiva e ripetitiva verso feticci di autorità, svalutativa delle potenzialità del suono, sottraendo al momento dell'ascolto pubblico la partecipazione all'azione creativa nel corpo del suono.
Siamo convinti che, invece, la partecipazione a questa azione creativa aiuti efficacemente a costituire un’esperienza interattiva di ascolto – anche fra musicisti e pubblico - capace di restituire alla musica il suo luogo in modo convincente. Il corpo del suono non vive senza un luogo di condivisione.Nella giornata si succederanno quattro pezzi, costituiti da schemi scritti dai compositori Arrigo Cappelletti, Vittorio Montalti, Luca Mosca, e Michele Tadini e da improvvisazioni sugli schemi da parte di un ensemble, composto per l’occasione, di musicisti con esperienze diverse e trasversali, dalla musica classica e contemporanea al jazz. Un esperimento certamente difficile e rischioso, poiché intende mettere alla prova del dialogo la tradizione della composizione scritta con la capacità degli improvvisatori di sviluppare le potenzialità sonore degli schemi, cercando di evitare di insistere su patterns dell'improvvisazione 'colta' o del jazz.L'esecuzione dei pezzi sarà intervallata dalle relazioni dei musicologi e filosofi sui temi del corpo, della voce, del suono, con una riflessione trasversale fra musica e filosofia, consapevole degli sviluppi della filosofia dopo McLuhan, Deleuze, Derrida.
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