giovedì 29 dicembre 2011

Intervista a Bruskers di Carlo Siega, seconda parte


5) A differenza del vostro precedente album “Guitar Sketch”, mi è sembrato di notare che in questo stiate sempre lavorando nella ricerca di personali rivisitazioni di brani già scritti. Dove però questa volta, come sostenete, cercate non di re-immaginare pagine assai meno note del repertorio “popular” e jazzistico, ma anche di “vestirle” con nuovi abiti. “Addiction” potrebbe descriversi già come “l’album della maturità”?

E: Parlando di se stessi credo sia sempre molto difficile definirsi più “maturi”, quello che però ti posso dire è che sono effettivamente cambiate molte cose dal primo disco: la scelta del repertorio, le sonorità e gli interventi più radicali sugli originali sono le prime cose che mi vengono in mente. Non mancano brani conosciuti, ma alcuni pezzi sono davvero rari da trovare nei concerti, oltre ad aver deciso di inserire questa volta tre brani originali, contro un singolo brano del primo disco. I brani originali sono sempre la scommessa più difficile da vincere e costituiscono il rischio più grande in lavori di questo genere. In definitiva, quella che c’è stata sicuramente è un’evoluzione. Forse sì: c’è maggiore maturità, sicuramente c’è maggiore consapevolezza nelle nostre scelte.

M: Lavorare su proprie composizioni inedite è un’esperienza indubbiamente attraente. Non è detto però che il pubblico sia già pronto, o sufficientemente paziente, per ascoltare idee nuove. L’obiettivo di un musicista è quello di far ascoltare la propria musica, altrimenti è come se non fosse mai esistita. Ritengo abbastanza stravagante l’opinione di chi afferma “..io voglio fare solo delle mie composizioni, non mi importa che al pubblico interessino o meno”. Indubbiamente se proporre melodie già note ci permette di non “spaventare” l’ascoltatore più pigro, è indubbio che lavorare a brani scritti da altri autori può risultare un’arma a doppio taglio. Il rischio è quello di cadere in una semplice “ri-proposta” e, soprattutto nel caso di brani già rivisitati da artisti famosi, di essere identificati come cloni di qualcun altro. Nonostante queste incognite amiamo lavorare su materiale già scritto poiché rappresenta una sfida alla creatività, ci impone di cercare nuove soluzioni sia tecniche che armoniche o ritmiche e di sfruttare a pieno le innumerevoli sfumature timbriche che la chitarra riesce a fornire. Inoltre, ritengo, allenare la propria inventiva ponendosi delle regole e dei vincoli permette al tempo stesso di irrobustirla e di accrescere il proprio patrimonio di fantasia, in modo da risultare maggiormente efficaci nel momento della composizione di materiale personale inedito.

Per tutte queste ragioni “Addition” è sicuramente più maturo di “Guitar Sketch”, ma siamo consapevoli che le cose da imparare sono ancora moltissime.

6) Per Eugenio: in altre piattaforme telematiche ti ho visto abbracciato ad un violoncello! Che cosa succede? Hai pensato di intraprendere una carriera parallela al vostro duo?

E.: La verità è che cerco di costruirmi un futuro! Sono previdente o no?? Se va male con la chitarra potrò giocarmela su altri fronti!!

A parte gli scherzi l’esperienza del violoncello è nata (di nuovo) come quasi un gioco. Mi ha sempre affascinato il suono dello strumento e ho sempre avuto la curiosità di provarlo. Un bel giorno la mia ragazza a mia insaputa ne ha noleggiato uno, e da lì ho avuto il mio primo approccio solitario con il violoncello. Poi ho preso alcune lezioni ma tutti gli impegni mi hanno sopraffatto per un periodo. Successivamente ho avuto occasione di suonarlo di nuovo e, ancora, quasi per gioco, ho provato inserirlo in un brano del duo. Alla fine abbiamo deciso di tenerlo e l’abbiamo registrato e inserito nel disco! In questo brano l’ho però suonato con le dita della mano destra, in stile più simile a quello di un contrabbassista, per l’arco..ci sto lavorando!!

7) Oltre alla vostra attività discografica, siete un duo molto attivo anche in campo concertistico: avete suonato in molte località nazionali (quali Bologna, Modena, Pesaro, Treviso, Mantova), nei locali ma anche in teatri, dove non è sempre facile ascoltare musica di questo carattere (eccetto i grandissimi nomi). Ma non solo: siete stati anche ospiti in importanti eventi e rassegne musicali nazionali ma anche stranieri. Che idea vi siete fatti dell’atmosfera e dell’ambiente musicali d’oltralpe?

E.: E’ brutto dover sempre parlare con termini non troppo felici del proprio paese, ma purtroppo dobbiamo constatare che noi, senza essere assolutamente conosciuti, abbiamo sempre avuto un ottimo trattamento e un ottimo feedback da parte del pubblico nelle nostre esperienze all’estero. In poche parole abbiamo notato un maggior rispetto verso il musicista: prima la gente ascolta, poi giudica. Non sto dicendo che in Italia non ci sia rispetto per l’artista, ma che è più facile avere rispetto con il nome rispetto che con la sola musica. Nelle esperienze, non tantissime purtroppo, in cui abbiamo avuto l’opportunità di esibirci all’estero abbiamo sicuramente ottenuto mediamente maggior successo e una miglior interazione da parte del pubblico rispetto alle esperienze italiane.

Un dato: “Guitar Sketch”, il primo lavoro in duo, è venduto regolarmente sulle piattaforme digitali in tutti i paesi europei, in USA, Canada e Giappone. In Italia credo che le vendite si contino sulle dita di una mano. Come fa piacere allo stesso tempo sicuramente dispiace.

M: Le nostre prime esperienze musicali all’estero si riferiscono alle trasferte con la nostra “Lybra Guitar Orchestra” inerenti in particolare agli scambi con altre scuole di musica. Già da questi primi momenti abbiamo però percepito come fuori dal nostro paese esista un maggiore rispetto per la cultura e più nello specifico per la musica e per la figura del musicista. Successivamente, sfruttando anche le conoscenze e i contatti derivanti da questi primi viaggi, abbiamo iniziato a muoverci come duo spesso in Germania e poi anche in Francia: ogni volta ritornavamo a casa stupiti del rispetto con cui eravamo stati trattati. Può sembrare una considerazione banale, ma è spiccatamente italiana l’incapacità di riconoscere l’artista come un qualsiasi altro lavoratore, ovvero una persona che dedica tempo e fatica a un proprio progetto di vita … forse l’unica differenza è che l’artista possiede anche passione per il proprio “lavoro” e questo, probabilmente, suscita l’invidia di molti.

8) Rimanendo nell’attuale: da pochissimi mesi siete entrati a far parte della grande e importante lista “Endorser” del marchio svizzero di chitarre e amplificatori Schertler. Dev’essere senz’altro un ottimo risultato per voi, soprattutto perché viene riconosciuta la rilevanza artistica del vostro lavoro.

E: E’ stato davvero un grande piacere entrare in una lista a fianco di nomi del calibro di Chick Corea, Stefano Bollani, Paulo Bellinati, Beppe Gambetta, Charlie Haden e tantissimi altri..

Nessuno ha l’intenzione di paragonarsi a loro, però è stata una piccola grande soddisfazione.

E’ di questi giorni tra l’altro la notizia che il liutaio tedesco Frank Krocker di “Frameworks Guitar” (chitarra posseduta da Matteo e utilizzata per registrare il disco) utilizzerà il nostro cd come esempio dimostrativo di come una chitarra modello “Silent” (senza cassa armonica) come la sua (che ha inventato e che produce) possa integrarsi al meglio anche con strumenti tradizionali. Anche questo scelta di rappresentare un suono “di riferimento” per noi è stata una notizia che ci ha fatto davvero molto piacere.

M: É stata una soddisfazione notevole poiché realmente è un premio alla propria professionalità: è una sorta di certificato che riconosce da parte di un marchio prestigioso il buon lavoro svolto dall’artista, cioè in questo caso dai Bruskers. Il target di clientela a cui si rivolge Schertler è indubbiamente professionale e questo ci ha reso ancora più soddisfatti. Inoltre recentemente è nata un’ulteriore importante collaborazione con “Frameworks Guitar”, un altro prestigioso marchio di liuteria tedesco noto per la produzione di silent-guitar.


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