venerdì 18 febbraio 2011

Intervista a Lucia D'Errico, quarta parte


Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Parlando tempo fa di questo con degli amici sono giunta a una curiosa conclusione. A chi lamentava che al giorno d’oggi l’esuberanza di stimoli condurrebbe appunto ad un appiattimento in cui rintracciare segni dell’autenticità e del valore del passato sarebbe difficile se non impossibile, e che i tratti facciali dei nostri tempi sarebbero stati erosi da una specie di indistinta miscela mediatica, ho risposto che forse non è così male considerare questo il volto dei nostri tempi: una specie di rumore bianco, una saturazione degna di Kline o Pollock che può costituire uno scenario poetico in cui muoversi (e di cui questo mio chilometrico periodo fornisce un esempio calzante!). Scherzi a parte, non riesco a considerare la coesistenza di tempi, modi e luoghi così diversi come qualcosa di negativo. Anzi: questo potrebbe servire a evitarci tanti odiosi arianesimi musicali – che, credimi, esistono.

Più che una domanda... questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” …ora... la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Liberarsi di se stessi è una beatitudine per pochi. Chi non può o non vuole farlo, è costretto a filtrare le esperienze esterne con la propria percezione. La vedo come una cosa imprescindibile, anzi, forse ritrovare se stessi in un’opera altrui è lo scopo stesso dell’arte. Come dice Proust, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.” Non vedo questa come una cosa negativa, perché non siamo fatti di soli meccanismi e razionalismo. In assenza di un sistema che si sovrapponga al nostro io e alla nostra intelligenza, la musica anzi ci permette di indagare noi stessi in maniera salutare. Certo quando indossiamo le lenti deformanti dell’ideologia, qualunque essa sia, il nostro sguardo diventa violenza su tutto – ahimè, non solo sul mondo dei suoni.

Qual è il ruolo dell’Errore nella tua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...

Una felice bufala di J. F. Kennedy vuole che l’ideogramma cinese per “crisi” sia composto dalle parole “pericolo” e “opportunità”. La verità – seppure non etimologica – di questo l’ho potuta sperimentare nel mio approccio all’improvvisazione. Non credo che improvvisare significhi sapere esattamente cosa succederà, o forse questo riguarda solo improvvisatori di professione. Penso che il distinguo stia nell’abilità di gestire l’imprevisto, di emancipare l’errore a volontà. Questa è la bellezza dell’errore, sia in musica che nella vita: è la crepa attraverso cui riusciamo ad intravedere un’altra realtà. Certo ogni crepa minaccia distruzione… ma la fragilità del tutto aggiunge fascino e “thrill” a chi sa accettare l’errore come parte dell’esistenza. L’errore insomma può diventare una chiave per un mondo altrimenti sconosciuto.

continua domani ...
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