giovedì 10 febbraio 2011

Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, quarta parte


A indirizzare Glass verso i futuri traguardi ci pensa l'incontro con Robert Wilson: il compositore lavora per il teatro sin dai tempi dei Mabou Mines, e il sodalizio con uno tra i più importanti registi speri­mentali in terra d'America non può che risultare fruttuoso, specie se si considerano le assonanze tra il teatro figurativo dell'uno e la musi­ca antiteleologica/non-narrativa dell'altro. Non bastasse, la recente inclinazione di Glass per lavori dalle durate ragguardevoli, trova facil­mente sponda nelle dimensioni tutt'altro che "minime" del teatro wil­soniano: il risultato della collaborazione non può quindi che essere contemporaneamente astratto e ridondante, alienante e glaciale. Ein­stein on the Beach, in quattro atti, dura in tutto cinque ore: agli spet­tatori, che quando entrano in sala trovano l'opera già in corso, è con­cesso allontanarsi e ritornare a piaci mento. Viene presentato in ante­prima al Festival di Avignone del 1976, e si traduce - nonostante i debiti - in un successo colossale, tanto di critica che di pubblico. Per molti anzi, i meriti di Einstein vanno oltre il semplice riscontro artisti­co: si tratta semmai di una delle opere di teatro musicale più impor­tanti del secondo '900, e incidentalmente dell'atto di nascita di una nuova forma operistica tipicamente USA.




Difficile però, vista la peculiarità del teatro di Wilson, considerare Einstein on the Beach un'opera in senso stretto; anche musicalmente, la partitura di Glass muove in direzione non tanto di un superamento, quanto di un progressivo allargamento dei tentativi esplorati in 12 Parts. L'esecuzione è appannaggio del solito Philip Glass Ensemble, per l'occasione accompagnato da un piccolo coro, e l'uso della voce è puramente ornamentale, una sequenza di solfeggi e numeri di tanto in tanto interrotta da recitati di difficile interpretazione. Nonostante il ricorrere di alcuni motivi - sia musicali che scenici - Einstein non ha una trama, né una storia da raccontare. Chiaramente debitrice del clima sperimentale dei '70, è per certi versi un'immensa performan­ce, e in questo sta la sua grandezza e il suo ruolo di rottura all'interno del canone teatro musicale americano. All'interno della vicenda glas­siana invece, la sua ambiguità sta nell'essere ancora troppo di confine per appartenere al periodo mainstream, e troppo ambiziosa per esse­re interpretata come naturale sbocco di un percorso cominciato alla fine dei '60. Per il movimento minimalista infine, Einstein è l'opera che, assieme alla contemporanea Music for 18 Musicians di Steve Reich, chiude un'epoca. Di fatto, nel 1976, a diciotto anni dal Trio for Strings di La Monte Young e a dodici dalla In C di Terry Riley, il mini­malismo è già storia: e questo, Glass, lo capirà benissimo - sebbene alla sua maniera.




Ma questa è un'altra storia....

Empedocle70

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