sabato 19 febbraio 2011

Intervista a Lucia D'Errico, quinta parte


Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Un musicista brillante che non promuove se stesso è come una bellissima lampada che splende sotto un secchio. Sarebbe bello potersi occupare solo della ricerca, ma è necessario – oltre che molto faticoso – distinguersi tra le mille voci che ci circondano. All’estero lo sanno e in molti conservatori (tra cui Birmingham) vengono offerti corsi specifici.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Di muoversi molto, fisicamente ma soprattutto con la testa; di amare ciò che si fa, di amare ciò che non si fa, di ascoltarsi, di ascoltare.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Un sogno che spero di realizzare a breve è di suonare con mia sorella Anna, una pianista straordinaria; la poca compatibilità dei due strumenti ci ha sempre frenato, ma vedremo… Per il resto, spero di collaborare con musicisti che mi stimolino e mi aiutino ad approfondire la conoscenza della mia creatività. Altri progetti: lavorare con artisti provenienti da ambiti extramusicali (arte visiva, letteratura, cinema… e chissà che altro), farmi influenzare, contaminare, innestare e disinnestare… insomma, cambiare.

Ultima domanda: Roberto Freak Antoni, il cantante degli Skiantos, ha scritto una volta un libro intitolato “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”… tanti chitarristi italiani, specialmente se interessati alla musica contemporanea si sono da tempo trasferiti all’estero e lì hanno avviato una carriera impensabile in Italia... pensi di seguire le loro orme?

Sono convinta che il male dell’Italia non sia né la stupidità né l’ignoranza – nonostante l’immagine che il nostro Paese ultimamente sembra voler dare di se stesso sia quella di una compiaciuta e anabolizzata superficialità. Ma per fortuna la realtà non è (o non è solo) quella che appare in TV: le persone intelligenti e creative sono tante. Credo che il difetto che nel nostro Paese le paralizza sia piuttosto l’abitudine alla lagna: è sempre colpa di qualche oscuro potere se le cose vanno male, e questo atteggiamento dannoso e purtroppo contagioso impedisce di pensare in grande e di agire, in un circolo vizioso di inerzia. Spero che l’esperienza all’estero rafforzi questa mia convinzione, così da tornare in Italia con ancora più voglia di cambiare le cose.

Ultimissima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Alla prima domanda lascio rispondere a Nietzsche: si fa musica perché senza musica la vita sarebbe un errore. Il posto di chi fa musica è (e non può che essere!) ai margini della società, come dovrebbe essere quello di ogni artista, di ogni filosofo, religioso, insomma, di ogni pensatore. Perché il pensiero, se non è marginale, se non ha la forza di collocarsi sempre nella coda dell’occhio – e quanta ce ne vuole! – indurisce, si fa violenza, si sclerotizza come la corteccia di un albero. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di essere sempre rami verdi… E’ inutile lamentarsi del distacco del pensatore dalle masse: nessun riconoscimento sociale o economico vale il compromesso che un’accettazione su larga scala non può che implicare. L’artista sta fuori, sta “fra”: guarda, commenta, capisce, e se non può o non vuole cambiare il mondo si sforza di cambiare se stesso: e ho detto tutto. E qui rispondo all’ultima domanda: al fatto che la musica possa cambiare la società credo poco. Non l’ha fatto finora, dubito che lo farà mai. Ma la musica ha un grosso potere, quello di cambiare le persone, o almeno di metterle in discussione. E la società è fatta di persone quindi forse…

Grazie Lucia!
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