mercoledì 16 febbraio 2011

Intervista a Lucia D'Errico, seconda parte


Fai parte del FramEnsemble che abbiamo già intervistato nel blog e suoni in duo con Michela Caser, come va l’attività dell’Ensemble e del Duo?

Il gruppo sta crescendo sempre più e per il futuro i progetti sono tanti, e per me molto intriganti. Non si tratta solo di proporre musica nuova, ma di collegare la nostra attività musicale ad altre realtà, in modo da farsi incuriosire il più possibile, e incuriosire a nostra volta. Questa visione di Frame collima in gran parte con la mia: facciamo musica, ma con essa parliamo di tante altre cose. Vogliamo insomma uscire dalla torre d’avorio, e magari cominciare a minarne le basi. Una musica che parla solo a se stessa e di se stessa può essere bella, ma diventa autistica.
Con Michela, sempre all’interno dell’ensemble, abbiamo avuto bellissime esperienze, tra cui una breve tournée in Argentina lo scorso ottobre. In programma insieme, una partecipazione al Festival 5 Giornate a Milano.

Hai realizzato di recente una uscita discografica con AlchEmistica, la nostra netlabel dedicata alla musica classica e contemporanea, ci vuoi parlare di questo tuo progetto? Come ti sei trovata a dover improvvisare e come mai hai dato quei titoli “at school they held me under a bucket of dirty water” per il brano per chitarra elettrica e “Disco machine” per quello per chitarra classica? A scuola ti facevano davvero così tanti gavettoni?

Il progetto con AlchEmistica mi ha permesso una scoperta. Sono da sempre stata poco propensa all’improvvisazione (sono molto legata alla pagina scritta, e un foglio bianco mi ha sempre fatto un po’ di paura), ma ultimamente le sfide mi piacciono: e, accolta la sfida, ho trovato un mondo di potenzialità inesplorate che sicuramente feconderà anche il mio lavoro come interprete. La cosa che ho apprezzato di più in questo esperimento è stata la capacità di emancipare l’errore… ma ne parlerò più avanti.
Nel primo brano, per chitarra elettrica, sono andata alla ricerca di suoni non solo poco “chitarristici”, ma anche poco “umani”, derivati in parte da memorie uditive tecnologiche, in parte da un'immaginazione vagamente acquatica, o meglio amniotica. Il titolo – per mia fortuna – non l'ho tratto dalla mia autobiografia! Una mia grande passione è quella della citazione, in questo caso letteraria. Ho scelto questa perché, oltre ad avere un bellissimo ritmo, nel libro da cui è tratta riassume un vissuto sotterraneo e mai rimosso: era questa l'ispirazione di partenza. Ma non ti dirò il titolo del libro! Mi piace troppo l'idea che chi la legge possa rintracciarla, chissà quando e per caso, con quel libro tra le mani... anche se magari una semplice ricerca su google vanificherà la poesia dell'incontro fortuito. Ma sto divagando...
Il secondo brano è invece per chitarra classica – diciamo così – preparata. Tutto si basa su un ritmo ostinato e meccanico a cui si avviluppa una triade maggiore “stonata”, tarlata; un materiale di base così privo di grazia e intelligenza da farmi pensare con divertimento a certa disco music... è stato un gusto squinternare un po' alla volta l’ottusa ripetitività dell'inizio.

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “…Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Tu suoni sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo… ti riconosci in queste parole?

Sono felice di non aver più bisogno di pormi il problema. Secondo me una musica che è stata sperimentale, fosse pure nell’antica Grecia, continua ad esserlo; ed io continuo ad approcciarla come tale. Certo credo che non affrontare – o non voler accettare, accade anche più spesso – la musica dei nostri tempi sia un grande peccato per un musicista (nel senso: che peccato!). Capire ed interpretare l’oggi è il miglior strumento che conosco per sapersi immedesimare nello ieri. E se dobbiamo considerare Beethoven e Chopin come reliquie, mostri da teche, piuttosto che come sono stati – carne vivente, “carne viva” e a loro volta oggetti di scandalo – beh, tanto vale non suonarli e basta: meglio l’oblio di una seconda sepoltura.
Per il resto, un albero è fatto di foglie e di radici, entrambe parti indispensabili alla sua esistenza.

continua domani ..
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