martedì 21 giugno 2011

Intervista a Dora Filippone, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

La chiave di lettura della mia carriera artistica è quella di saper trasformare degli svantaggi in vantaggi. Ovviamente partendo da uno svantaggio bisogna avere molta determinazione e lavorare il doppio, ma questa è anche una pratica che affina. Ho studiato chitarra privatamente iniziando a 9 anni con un grande maestro Ernesto Salio, a Torino. La sua prematura scomparsa, avevo 13 anni, mi ha posto di fronte alla prima grande scelta: la figura di quell'uomo, ineguagliabile didatta, che ha fatto di me una virtuosa - è stato anche tra i molti il Maestro di Maurizio Colonna - mi ha impedito di poter trovare un sostituto suo pari . Inoltre in quegli anni le cattedre di chitarra presso i Conservatori erano pochissime e a Torino non c'era. Fermamente decisa a continuare gli studi musicali ad ogni costo mi sono iscritta alla scuola di composizione, perché l'alternativa era quella di cambiare strumento per entrare in Conservatorio. Così ho intrapreso uno studio folle per me, che l'avevo scelto per ripiego e non per vocazione, per fortuna con maestri imareggiabili - l'ultima grande generazione di musicisti ancorati saldamente alla "tradizione" - piuttosto contrari all'avanguardia musicale che incominciava a nascere, ma straordinari per la padronanza della materia e per il metodo d'insegnamento. Sono stati anni pesantissimi il liceo, il pianoforte, la composizione con l'analisi e lo studio maniacale delle forme musicali per poter superare gli esami e arrivare al diploma di musica corale. La chitarra era relegata in un mondo sospeso ma la classe di composizione dove ero entrata era quella di Enrico Correggia, un musicista dottato d' intuito ed intelligenza rari, che in quegli anni ha saputo raccogliere la ribellione artistica che agitava i cuori dei giovani compositori che non volevano più aspettare il termine degli studi per comporre musica propria, ma volevano affiancare allo studio tradizionale della materia, la produzione dei loro lavori, per affermare all'interno dell'Istituzione il loro "status" di compositori. Questo fatto, dato oggi per scontato, era allora impensabile e così nacque Antidogma Musica Ensemble e Festival di Musica Antica e Contemporanea presenti a tutt'oggi nel panorama della musica contemporanea, con l'intento "antidogmatico" di far conoscere la musica di giovani compositori italiani e stranieri ben prima della fine degli studi accademici e soprattutto accogliendo qualsiasi forma di scrittura compositiva senza pregiudizi. L'ensemble nella sua forma base era formato da chitarra, pianoforte, flauto al quale si potevano, secondo le circostanze, affiancare altri strumenti.
Da uno scontro generazionale e soprattutto istituzionale, è nata l'esigenza di occuparsi di avanguardia tout-court. E' stato il credo artistico degli "antidogmatici": più l'impresa sembrava impossibile e più ci si cimentava. Il mio esordio con la chitarra è stato sia come esecutrice, che come committente di brani in cui la chitarra era uno strumento obbligato e siccome a quell'epoca era tutto un fermento d'avanguardia, ho lavorato con moltissimi compositori proprio sulla fattibilità della loro scrittura per chitarra.
La prima impresa con la quale ci affacciammo sulla scena internazionale fu la prima esecuzione italiana del Marteau sans Maitre di Boulez, al Piccolo Regio di Torino siamo nel 1977! Dopo quel battesimo del fuoco tutto il resto è stata quasi una passeggiata!
Vorrei concludere con quello che Bruno Gambarotta, noto giornalista, ha scritto in un insolito catalogo a cura della Fondazione della Fotografia una delle prime realtà culturali ad essere oggi scomparsa, la quale con straordinaria preveggenza lo aveva dedicato agli artisti della città di Torino nel 1993. Il titolo è abbastanza eloquente e quantomeno, purtroppo, molto attuale "Una razza che scompare": ispirato alla campagna fotografica sugli Indiani d'America realizzata da Edward Curtis agli inizi del novecento è una prima ricognizione del territorio culturale cittadino. Le "riserve" metropolitane sono le istituzioni, enti, organizzazioni, associazioni e manifestazioni che segnano e tracciano ormai da anni la città; i capi tribù sono la razza che - solo metaforicamente (purtroppo oggi realmente) - scompare:
Dora Filippone (Ensemble Europeo Antidogma Musica, dal 1977)
Rappresenta una tribù dai costumi severi, quasi una conventicola l'Antidogma Musica, votata alla pratica di autori contemporanei. C'è bisogno anche di loro, soprattutto di loro, per mantenere accesa qualche fiaccola!

Chitarra Pietro Gallinotti 1971
Chitarra Masaru Kohno 1987
Chitarra Gaetano Guadagnini 1884
Chitarra anonimo scuola francese fine 1700
Chitarra elettrica Fender Usa Stratocaster
Banjo chitarra
Mandolino Luigi Embergher modello 5 bis 1913
Mandolino Giovanni Kasermann 1928
Mandolino Pasquale Vinaccia 1881
Liuto Jacob van de Geest
Liuto barocco Ricardo Branè

Lei ha un curriculum impressionante, le confesso di essere rimasto particolarmente colpito dal fatto che ha una grossissima esperienza nel repertorio d'opera, sinfonico e cameristico, sono ambiti poco frequentati in genere dai chitarristi .. come mai questa scelta e come mai la scelta di accoppiare alla chitarra anche uno strumento come il mandolino? Si potrebbe superficialmente liquidare il mandolino come la caratteristica dell’Italia dopo gli spaghetti e la pizza ma è stato utilizzato più volte nella musica contemporanea…

Avendo fondato l'Ensemble Antidogma Musica è chiaro che la musica da camera è stata la formazione per eccellenza, con la quale mi sono esibita, affiancando ad essa anche la mia attività solistica incentrata sul repertorio contemporaneo, presentando numerose prime assolute. Se la chitarra incominciava ad affermarsi anche con un consistente repertorio d'avanguardia, per quanto riguardava il mandolino c'era proprio tutto da riscrivere. Il mandolino soffriva ancora di più di una mancata identità non solo nella musica contemporanea, ma era totalmente fuori dai Conservatori, anzi messo quasi al bando. Così quando al Teatro Regio di Torino fu programmato il Don Giovanni di Mozart, il Direttore Artistico della stagione del Piccolo Regio M° Roberto Cognazzo, anche mio maestro di lettura della partitura, mi disse di provare a studiare, visto che ero stata così abile in Boulez, il mandolino e nello specifico la Serenata dal Don Giovanni di Mozart, perché così avrei potuto partecipare all'audizione presso il Teatro Regio, per quella parte. Non mi sono mai tirata indietro è così senza sapere assolutamente nulla, ho comprato un mandolino, un metodo, fatto le fotocopie della Serenata del Don Giovanni e completamente da autodidatta, mi sono presentata all'audizione con il Direttore tedesco che dirigeva l'opera, con Ruggero Raimondi giovanissimo al suo esordio e sono stata presa. La mia carriera di mandolinista è incominciata così con il Teatro Regio di Torino, ruolo che ricopro a tutt'oggi anche come chitarrista, coronato a giugno, dall'incisione per la Deutsche Grammophon di un CD di arie mozartiane cantate da Ildebrando D'Arcangelo con la Direzione di Gianandrea Noseda.
Dopo lo "shock Mozart" ho continuato a studiare il mandolino e causa l'alone di mistero in cui versava lo strumento ho cominciato a cercare nei Fondi delle Biblioteche Italiane i manoscritti settecenteschi, così come dagli antiquari gli strumenti antichi che possiedo. Così mi sono appassionata allo studio e alla scoperta di rari ed inediti per mandolino, ma ovviamente mi imbattevo anche in quelli per chitarra. Sono stata per esempio la prima a capire e a pubblicare sul Fronimo il catalogo del Fondo Noseda della Biblioteca del Conservatorio "G.Verdi" di Milano per quanto riguardava i brani per chitarra o con chitarra, sostenuta da Ruggiero Chiesa in questa impresa, perché è stato fatto tutto a mano con macchina da scrivere, senza computer e quant'altro.

Lei collabora stabilmente con il Divertimento Ensemble, ci vuole parlare di questa esperienza? So che avete suonato pezzi importanti di Kagel, Maderna, Schoenberg e anche The Yellow Shark di Frank Zappa, compositore che personalmente adoro …

Il Divertimento Ensemble è stata senz'altro l'altra formazione di punta con cui ho avuto l'onore di lavorare e lì è iniziato un sodalizio artistico e d'amicizia con Elena Càsoli in quanto con questo Ensemble ho collaborato come mandolinista. Col Divertimento è stato un altro modo di affrontare alcuni tra i brani più importanti della letteratura contemporanea. Anche qui un compositore Sandro Gorli incessante anima dell'Ensemble, anche direttore d'orchestra. Compositore che indaga e realizza opere di un altro compositore è un angolazione molto particolare per ottenere risultati del tutto inediti. Questa "militanza" come mandolinista con il Divertimento - mentre in Antidogma ho principalmente ricoperto il ruolo di chitarrista - mi ha permesso di affrontare anche con questo strumento alcuni tra i pezzi più importanti della letteratura contemporanea, dalla Serenata di Schoenberg per la serata monografica alla Biennale di Venezia, al Don Perlimplin di Maderna registrato per la Stradivarius con Carlo Cecchi tra gli interpreti, a The Yellow Shark di Frank Zappa per la Stagione da Camera del Teatro alla Scala che è stata senz'altro una tra le parti più virtuose che ho dovuto affrontare. Tra le esperienze artistiche più interessanti, per l'iterazione tra compositore ed ensemble, c' è "Mare Nostrum" di Maurice Kagel, che è stato presente fin dalle primissime prove, per l'esecuzione alla Biennale di Venezia .
Kagel ha scritto una parte per un solo esecutore, in grado di suonare chitarra, mandolino, liuto e octave guitare. Sono una delle pochissime esecutrici all'altezza della richiesta perché suonare mandolino e chitarra, strumenti totalmente differenti, non è così comune.
Dai miei recenti studi questa attitudine, oggi poco diffusa, era prassi nella Bella Epoque dove esistevano Ensemble di mandolini e chitarre, con esecutori che si alternavano tra i due strumenti, fino ad arrivare anche a 192 elementi (Londra 1903 concerto al Palazzo di Cristallo). Questo è un ennesimo esempio di quello che abbiamo oggi perso ed oltre all'approfondita documentazione attraverso fotografie d'epoca e documenti che lo studioso Sparks ha raccolto nel suo incredibile libro "The classical Mandolin" a dimostrazione di quello che sto asserendo, un'ulteriore prova di questa prassi di suonare diversi strumenti l'ho trovata nel Musical di Cole Porter "Kiss me Kate" dove la parte per chitarra che giustamente l'archivista del Teatro Regio alla consegna, visto lo spessore ha battezzato" Bibbia!", prevedeva che un solo esecutore sapesse suonare chitarra, mandolino e violino! "Per il violino - ho risposto - al momento sto ancora prendendo lezioni!"

continua domani
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