martedì 14 giugno 2011

Intervista a Giovanni Grano, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

In realtà il mio interesse per la musica si è rivelato intorno ai cinque anni d’età ma non era indirizzato alla chitarra, bensì al pianoforte. Furono i miei genitori ad avviarmi allo studio del pianoforte, anche in virtù del fatto che, in una piccola cittadina della Basilicata nella quale vivevo, la realtà musicale dell’epoca ( e…… parliamo ormai di circa mezzo secolo fa ! ) offriva un insegnante di pianoforte, per altro ottimo didatta, ed uno dei pochi che all’epoca avesse conseguito il diploma presso il Conservatorio di Napoli. Io mi sentivo attratto, quasi calamitato dalla tastiera e quando il mio maestro si allontanava da me per lasciarmi esercitare nel suo studio ( infatti non possedevo un pianoforte a casa mia) io tralasciavo gli studi di Czerny e di Hanon ed iniziavo ad improvvisare un istintivo contrappunto basato sulla mia momentanea e fantasiosa creatività. Dopo un paio d’anni fui costretto ad interrompere le lezioni per l’improvvisa e prematura morte del maestro, evento che causò in me un piccolo trauma ed infinita tristezza. Era come se una parte della mia infanzia , la parte “fantastica” si fosse inopinatamente inabissata. Ripresi lo studio della musica solo intorno ai dodici anni, prima con la fisarmonica, per un paio d’anni, e solo successivamente manifestai l’intenzione di passare alla chitarra. Il mio maestro di quegli anni era un professore di trombone e di contrabbasso , strumenti che asseriva d’aver imparato in un campo di prigionìa da un musicista inglese durante la seconda guerra mondiale. La vera folgorazione verso la chitarra sopraggiunse, però, solo intorno ai sedici anni, dopo aver ascoltato un concerto di Andrés Segovia a Roma, del quale ancor oggi conservo il programma, formato da ben tre lunghe parti.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc.

Credo che il concetto d’improvvisazione debba essere revisionato e rivalutato secondo un taglio culturale diverso. Fino a qualche tempo fa l’improvvisazione era a quasi esclusivo appannaggio del repertorio jazzistico, della musica etnica, o dei raga della musica indiana. In realtà, però, l’improvvisazione è sempre stata legata alla musica occidentale tradizionale dall’ ars nova al rinascimento, dal barocco al repertorio classico-romantico. Le “glosas” e le “diminuzioni” , le “avvertenze” teorizzate da Diego Ortiz o da Antonio de Cabezon, Girolamo Diruta, Girolamo Frescobaldi o J.J. Quantz rappresentano raffinati esempi d’improvvisazione . Basti pensare, ad esempio, alle esecuzioni di Rolf Lislevand sulla chitarra barocca nel repertorio spagnolo del Santa Cruz o allo stesso Boccherini del notorio “fandango”, facente parte di uno dei quintetti concepiti per la “guitarra de seis ordenes” ( chitarra a sei corde doppie). Vorrei sottolineare che la materia-disciplina “improvvisazione” è stata ufficialmente introdotta solo da pochi anni nei conservatori italiani ed è legata all’istituzione dei bienni di secondo livello , mentre in Francia , o Germania e Repubblica Ceca - tanto per citare alcuni paesi europei con spiccate tradizioni musicali - da decenni, nonché per usanza e secolare tradizione storica, era ed è prevista l’esecuzione di improvvisazioni nelle più importanti istituzioni musicali. Nel mio caso e nella mia personale ricerca musicale, l’improvvisazione ha una grande rilevanza ed è legata anche allo studio dei trattati d’epoca e della prassi esecutiva ad essi afferente. Paradossalmente il concetto d’improvvisazione nel repertorio contemporaneo in alcuni casi può risultare addirittura più “stereotipo” e “modulare” rispetto al repertorio del passato ( es.“ La espiral eterna” e “Canticum” di Leo Brouwer o” la Serenata per un satellite” di Bruno Maderna piuttosto che” Consonancias y Redobles” di Azio Corghi) . Pertanto non dimentichiamoci di quelle cronache che ci riportano duelli musicali, vere e proprie sfide d’improvvisazione tra grandi compositori-esecutori come quella arcinota tra Scarlatti ed Haendel , o, nel caso della chitarra, quella avvenuta in Russia, tra Sor e Vyssotski terminata, pare, con un Sor che, vincitore alla prova sul pianoforte ma surclassato alla prova alla chitarra, fracassa, adirato, la sua chitarra sulla testa del rivale. Né possiamo dimenticarci di come , a partire dal barocco , si fosse adusi ad improvvisare, estemporaneamente, composizioni su un tema espresso al momento . E’ il caso, tra molti, di un Bach che, sollecitato da un tema suggeritogli dal re Federico il Grande di Prussia improvvisa davanti a lui e darà successivamente alle stampe, una delle sue opere più enigmatiche ed affascinanti come Das Musikalische Opfer, trattando estemporaneamente il tema del sovrano come soggetto di una fuga a quattro voci. A suffragio delle mie considerazioni volevo citare alcune frasi tratte dal libro “La musica moderna “, di Bruno Canino, una delle figure più rappresentative della musica contemporanea internazionale. Scrive il pianista-compositore B. Canino “ Nelle opere in cui l’alea non è che una delega del compositore all’interprete, di parte delle sue scelte, è evidente che in alcun modo si può parlare di improvvisazione. Il compositore non vuole una situazione irriflessa, ma praticamente crede che l’esecutore, lo specialista, possa, meglio di lui, secondo i suoi mezzi tecnici, il suo gusto, il suo temperamento, fissare alcuni dati fondamentali del discorso musicale….”, In una domanda rivoltami precedentemente ho fatto riferimento a Carl Czerny. Io che da ragazzino, paradossalmente, tralasciavo proprio gli esercizi al pianoforte di Czerny neppure sospettavo che lo stesso autore aveva pubblicato un trattato dedicato all’improvvisazione (Systematische Anleitung zum Fantasieren auf dem pianoforte ) e nel quale dichiarava tutto ciò che a me, invece, pareva esser frutto della mia spontaneità e della mia estemporanea inventiva. Val la pena riportare alcune considerazioni contenute nel succitato trattato : “ Per improvvisare e per comporre , si richiede una capacità naturale che di solito si scopre già dal’infanzia,e che consiste nella fervida immaginazione , nella grande memoria musicale, nella velocità di pensiero, e in una felice organizzazione delle dita. …….Il fascino particolare dell’improvvisazione consiste nel fatto che in essa regna una libertà e una facilità nel collegamento delle idee, una spontaneità d’espressione che non si trova nelle composizioni vere e proprie, nemmeno in quelle denominate Fantasia “.Più o meno proprio quello che era accaduto a me da bambino. Fin qui Czerny, ma abbiamo molti altri esempi simili, non ultimo quello di N. Paganini ( il suo suonare alla “maniera italiana”, ovvero improvvisando a tutto tondo, come riportato in molte cronache dell’epoca ) e quello di Antonin Reicha ( nel suo trattato “L’art de varier” ).

continua domani..
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