martedì 17 gennaio 2012

Recensione di Lou Harrison Music for Guitar and Percussion di John Schneider, Etcetera Records 1990


L’Orientalismo non sembra mai andar giù di moda. La cultura occidentale ha sempre guardato ad Oriente alla ricerca di stimoli, idee, raffinatezze con cui aggiornare e caricare di nuove energie la nostra arte e la nostra società. La musica non è da meno e molti compositori contemporanei hanno deciso di evocare l’oriente nelle loro musiche, con risultati non sempre rispettosi delle culture che essi andavano a studiare (e in molti casi a saccheggiare).
Alcuni compositori si sono semplicemente limitati ad incrementare i colori a loro disposizione nella loro tavolozza musicale, altri hanno assimilato queste culture all’interno della propria e altri ancora ne hanno utilizzato alcuni aspetti mantenendoli intatti.
Per un compositore come George Crumb, che ha sempre amato lavorare e confrontarsi con suoni nuovi e particolari l’oriente ha rappresentato una cornucopia di strumenti, timbri e colori particolari: in Music for a Summer Evening ha utilizzato campane buddiste giapponesi, thumb piano e percussioni africane e cinesi e altri strumenti di derivazione non occidentale. La pluralità e la diversità fra loro di questi strumenti indica non tanto la volontà di rappresentare qualche aspetto specifico di un’altra cultura, piuttosto il fatto di impiegarli in modo più o meno arbitrario in quanto portatori di novità per il pubblico occidentale.
Tehillim di Steve Reich è un buon esempio della seconda categoria in quanto si parla melodie derivate da Salmi Ebraici e mediorientali impiegati all’interno delle tecniche minimalistiche e di derivazione jazzistica dello stesso Reich. Questo rappresenta un interessante utilizzo di materiale musicale non Occidentale e crea una nuova sintesi tra arte Occidentale e Orientale.
La terza categoria è rintracciabile invece all’interno di alcune musiche di John Zorn, come Forbidden Fruit (Spillane), che presentano aspetti e caratteristiche delle musiche e delle arti orientali liberi però dai condizionamenti della cultura Occidentale.
Frequentemente però i compositori occidentali si limitano a saccheggiare indiscriminatamente le idee orientali a proprio beneficio, permettetemi una piccola polemica personale: credo che un koreano che ascolti le Variations on a Korean Folk Song di John Cage rimarrebbe piuttosto sorpreso nello scoprire quanto la musica cinese faccia parte della sua musica popolare.
Tutto questo “pistolotto” perchè mi chiedo se sia corretto per un compositore ignorare in modo più o meno innocente e consapevole le strutture culturali sottostanti all’arte orientale e allo stesso tempo mi chiedo però se per il pubblico sia davvero necessario conoscere questi aspetti per apprezzare musica composta con strutture o strumenti “esotici”.
Penso che a un Cinese farebbe piacere scoprire che l’arte del proprio paese è correttamente rappresentata e citata e non scambiata per arte Coreana o Giapponese, ma per chi ascolta … importa davvero?
Penso che Lou Harrison possa essere citato a fianco di Steve Reich per l’utilizzo mirato, consapevole e rispettoso di alcuni elementi dell’arte e della musica Gamelan e Indonesiana portandoli all’interno dei suo codici compositivi personali derivati dalla cultura Occidentale. Il risultato come in questo disco stampato nel 1990, ma che porta musiche registrate a metà degli anni 80 ne sia un ottimo esempio, John Schneider è bravissimo a interpretare brani come Avalokiteshvara, Cantiche No.3, Plaint & Variations, Serenado Por Gitaro, Serenade for Guitar. Le musiche composte per Just Intonation e Pythagorean Tuning sono molto belle, armoniose, melodiche, luminose e rilassanti allo stesso tempo, Darmstadt e certi intellettualismi esacerbati europei sono lontani anni luce. La bellezza sembra essere davvero stato l’unico e ultimo fine per Lou Harrison.
Posta un commento