domenica 25 novembre 2007
Fauvel presenta ‘L’opificio di Musica Potenziale’ di Paolo Albani
A proposito dell’autore dell’articolo, scrittore, poeta visivo, performer, nonché membro dell'Oplepo (Opificio di Letteratura Potenziale), si veda:
http://www.paoloalbani.it/
Fauvel
L’Opificio di Musica Potenziale
Nelle rassegne di musica contemporanea è raro trovare un cenno all’esperienza dell’Ouvroir de Musique Potentielle (Opificio di Musica Potenziale), un laboratorio originariamente nato in Francia negli anni ottanta per opera del matematico e ingegnere chimico François Le Lionnais (1901-1984), esperto di scacchi e grande amico di Marcel Duchamp, e dei compositori Pierre Barbaud e Michel Philipot.
Fra gli atti costitutivi dell’Opificio c’è la messa in musica da parte di Philipot del sonetto di Le Lionnais intitolato La rien que la toute la (La nulla che tutta la), scritto senza usare nomi, aggettivi e verbi, la cui prima quartina, tradotta in italiano, suona così:
Voi voi voi, perché ma di cui sebben nessuna
Quando di ciò (per dalle) con ciò perché non mai;
Soltanto gli e le già se quando per noi
Allo e contro quei chi di cui voi anche di.
La composizione venne eseguita da un soprano il 30 novembre 1983 al Centre Pompidou.
Legato al Centro di matematica e automatica musicale diretto dal compositore e architetto greco naturalizzato francese Iannis Xenakis (1922), musicista che ha utilizzato la teoria delle probabilità quale elemento costitutivo di una nuova musica, da lui definita “musica stocastica”, alla quale, dal 1960, ha aggiunto la “musica simbolica”, basata sulla logica matematica, l’OuMuPo è rimasto per alcuni anni inattivo per poi risorgere a nuova vita nel novembre 1992 a Bordeaux, grazie all’iniziativa di alcuni musicisti fra cui Didier Bessière, Jean-Raphael Bobo, Eric Boulain, Bertrand Grimaud, Dominique Gruand, Patrick Guyho, Frank Pruja, Bertrand Sauvagnac e François Valéry.
In parallelo, e con le stesse finalità, nasce in Inghilterra nel 1985 un analogo opificio musicale, Workshop for Potential Music, i cui ispiratori sono Andrew Hugill, Christopher Hobbs e John White.
Per comprendere la natura dell’OuMuPo bisogna fare un piccolo passo indietro e ricordare che, insieme a Raymond Queneau, Le Lionnais è il fondatore dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle), gruppo di letterati e ricercatori scientifici che vede la luce il 24 novembre 1960 (un giovedì) nella cantina del ristorante parigino Il Vero Guascone. Fra i suoi membri vi sono Noël Arnaud, André Blavier, Italo Calvino, Harry Mathews, Georges Perec, Jacques Roubaud.
Storicamente l’OuLiPo è una delle numerose Sottocommissioni di Lavoro del Collegio di ‘Patafisica, accademia dello sberleffo e della fumesteria, istituita l’11 maggio 1948 sempre a Parigi da un cenacolo di letterari, artisti e poeti depositari della ‘patafisica, «scienza delle soluzioni immaginarie, del particolare e delle leggi che governano le eccezioni», teorizzata da Alfred Jarry in Gestes et opinions du docteur Faustroll. Pataphysicien. Roman néo-scientifique (1911).
Che cosa intendono gli oulipiani per letteratura “potenziale”?
Come dice la parola stessa, si tratta di una letteratura al momento inesistente, ovvero ancora da farsi, da scoprire in opere già esistenti o da inventare attraverso l’uso di nuove procedure linguistiche, una letteratura mossa dall’idea che la creatività, la fantasia trovano uno stimolo nel rispetto di regole, di vincoli, di costrizioni (contraintes) esplicite, come ad esempio quella di scrivere un testo senza mai usare una determinata lettera (lipogramma). La costrizione è considerata uno strumento creativo, che amplifica le probabilità di raggiungere soluzioni originali, bizzarre: l’essere «obbligati» a seguire certe regole sollecita uno sforzo di fantasia; la costrizione non restringe l’orizzonte delle strategie narrative dello scrittore, al contrario ne allarga le «potenzialità visionarie», paradossalmente è «un inno alla libertà d’invenzione», capace, come ha scritto Calvino, «di risvegliare in noi i demoni poetici più inaspettati e più segreti». Senza dimenticare che esiste sempre la possibilità di «une légère dérive» in grado di distruggere il sistema stesso delle costrizioni, uno scarto giocoso e liberatorio che Perec ha chiamato clinamen (nella fisica epicurea, una deviazione spontanea degli atomi).
Gli scrittori oulipiani sono dei «topi che costruiscono da sé il labirinto da cui si propongono di uscire». Quale labirinto? Quello delle parole, dei suoni, delle frasi, dei paragrafi, dei capitoli, dei libri, delle biblioteche, della prosa, della poesia. Nelle ricerche - ingenue, artigianali e divertenti - dell’Opificio si possono distinguere due tendenze principali: una analitica che si applica a opere del passato per cercarvi possibilità spesso insospettate dagli autori (un po’ nello spirito che contraddistingue la creazione dei “ready made” di Marcel Duchamp che, per altro, fu membro corrispondente del gruppo francese e morì oulipiano: anche in questo caso si parte da un testo “già fatto”, “trovato”, per metterne in luce le proprietà latenti, i significati potenziali attraverso varie tecniche combinatorie) e una sintetica rivolta ad aprire nuove vie, ignote agli scrittori precedenti, grazie all’aiuto di tecniche matematiche ed esplorando tutti gli aspetti formali della letteratura: costrizioni, programmi alfabetici, consonantici, vocalici, sillabici, fonetici, prosodici, rimici, ritmici e numerici. Lo scopo, per dirla in breve con Queneau, è quello di «proporre agli scrittori nuove “strutture”, di natura matematica oppure inventare nuovi procedimenti artificiali o meccanici, contribuendo all’attività letteraria: supporti dell’ispirazione, per così dire, oppure, in un certo senso, un aiuto alla creatività».
Fra i numerosi giochi letterari elaborati dagli oulipiani vi sono la letteratura definizionale con cui si trasforma una frase qualsiasi sostituendo a ogni parola la definizione che ne dà il vocabolario; il metodo S + 7 che consiste nel sostituire a ogni sostantivo di una frase di partenza il settimo sostantivo successivo in ordine alfabetico di un vocabolario; l’omosintattismo che si realizza scrivendo le parole di una frase una per una in colonna, sulla sinistra di un foglio; in una colonna centrale se ne fa l’analisi grammaticale; quindi in una terza colonna a destra si scrive una nuova frase che corrisponde parola per parola all’analisi grammaticale, ma totalmente diversa dalla frase di partenza; la poesia antònimica, una tecnica di creazione poetica che consiste nel sostituire a ogni parola di una data poesia il suo antònimo, cioè una parola che ha significato opposto a quello di un’altra, per cui il verso montaliano: Spesso il male di vivere ho incontrato diventa: Mai dal bene di morire sono scappato.
A fianco dell’OuLiPo nascono in date diverse l'OuLiPoPo (Ouvroir de Littérature Policière Potentielle), l'OuCuiPo (Ouvroir de Cuisine Potentielle), l'OuPeinPo (Ouvrier de peinture potentielle), l’OuCinéPo (Ouvroir de Cinéma Potentielle), e come si è detto l’OuMuPo (Ouvroir de Musique Potentielle). Senza disdegnare opere di teatro e di altri “generi” espressivi, l’OuLiPo opera anche nel campo informatico attraverso l’ALAMO (Atelier de Littérature Assistée par la Mathématique et les Ordinateurs), fondato nel 1982 da Paul Braffort e Jacques Roubaud.
Che cos’è dunque la “musica potenziale”?
Poiché genericamente è intesa come l’arte di combinare più suoni in base a regole ben precise, sembrerebbe contraddittorio e privo di significato parlare di una “musica sotto costrizioni”. In realtà gli oumupiani sottolineano come i loro esercizi muovono dall’“innata vocazione alla libertà” della musica, dalla sua lotta per affrancarsi da ogni costrizione.
Alcuni lavori oumupiani sono stati creati utilizzando il metodo N + 7, altri quello di ridurre un pezzo musicale ad una sola nota, ad esempio la nota E in omaggio a Georges Perec e al suo romanzo La disparition (1969) in cui non compare mai la lettera E. Ne L’Auteur se ritire, composizione per solo piano, Christopher Hobbs ha applicato un procedimento lipogrammatico al lavoro di certi musicisti rimuovendo le note corrispondenti alle lettere musicali dei loro nomi, con risultati di un’affascinante goffaggine ritmica che evoca suoni di culture primitive.
Il procedimento per sottrazione in ambito musicale non è nuovo, ha origini lontane. Uno dei “plagiatori per anticipazione”, espressione “paradossale e provocatoria” coniata per indicare quegli autori che in tempi precedenti alla nascita dell’OuMuPo hanno usato metodi “oumupiani”, è da questo punto di vista Alphonse Allais (1855-1905) autore nel 1897 di una famosa «Marcia Funebre composta per i funerali di un grand’uomo sordo»:
L’elenco dei plagiatori per anticipazione comprende, fra gli altri, alcuni compositori franco-fiamminghi dei secoli XV e XVI, come Johannes Ockeghem (1428ca-1495ca) la cui musica è caratterizzata dall’uso dei più complessi artifici e da un gusto marcato per il ritmo e per le elaborate combinazioni contrappuntistiche; Jacob Obrecht (1450 o 1451-1505) e Josquin Desprès (1440ca-1521) che basano alcune loro composizioni sull’uso della gematria, una tecnica della qabbalah per interpretare le parole della Bibbia in base a criteri aritmetici; e poi, in epoca più recente, oltre a Arnold Schönberg (1874-1951) cui si deve «il metodo di composizione con 12 note non imparentate tra loro», incontriamo Percy Aldridge Grainger (1882-1961) e Harry Partch (1901-1976), compositore statunitense, inventore di strumenti, alcuni ottenuti con l’adattamento di quelli tradizionali, altri costruiti con dimensioni e materiali inusitati (claxon, materiali plastici, ecc.), spesso basati sulla divisione dell’ottava in 43 suoni.
Il compositore oumupiano John White ha composto dei “machine pieces”, cioè dei brani come Drinking and Hooting in cui diversi performers bevono e soffiano in bottiglie secondo una data procedura oppure Jew’s-Harp Machine basato sulla continua permutazione dei suoni “ging-gang-gung-ho” o ancora Newspaper Reading Machine dove i suoni emessi corrispondono ai segni d’interpunzione contenuti in articoli di giornale letti durante la performance.
Révélations et Diversités è la sezione finale di una composizione per coro di Andrew Hugill intitolata Les origines humaines, ispirata alla «grande legge» di Jean-Pierre Brisset (1857-1923?). Compreso nell’Anthologie de l’humour noir (1966) di André Breton, Brisset è considerato uno dei più illustri “pazzi letterari”, inventore di un metodo, basato sull’analisi sonora delle parole, con cui rintraccia la storia delle origini umane e gli fa sostenere che l’uomo discende dalla rana (la specie umana è passata per quattro stadi: quello del girino, della rana, di Dio e infine dell’uomo). Per Brisset «tutti i concetti enunciati con suoni simili hanno una stessa origine e si richiamano tutti, nel loro principio, a uno stesso oggetto». Grazie a questo metodo Brisset sostiene che il francese è la lingua originaria dell’umanità.
La partitura scritta da Hugill comprende una “tavola di 324 quadrati”, divisa in 4 sezioni di 9x9 quadrati. Ogni sezione delimita il campo d’intervento dei singoli gruppi corali. Ogni quadrato rappresenta una misura di due battute e contiene sia il silenzio che gli adattamenti musicali di due sillabe (una corta, una lunga) consistenti nei fonemi base della lingua francese arrangiati in modo combinatorio. Ogni cantante interviene a livello individuale e volontario dando vita ad una specie di Torre di Babele da cui emergono le parole e le frasi musicali.
Per concludere accenniamo ad un esercizio di “musicale antonimica”, elaborato nell’ambito dell’OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), gruppo italiano, omologo di quello francese, costituitosi a Capri nel novembre 1991, attualmente presieduto da Edoardo Sanguineti. Si tratta di trasformazioni algebriche di composizioni musicali, ottenute attraverso una trasposizione del concetto di antònimo (un elemento che ha significato opposto a quello di un altro) dalla letteratura alla musica, effettuate algoritmicamentre su brani musicali preesistenti. Il Concerto di Vejo di Marco Maiocchi ed Enrico Fagnoni è il titolo di un compact disc della Fonit Cetra comprendente otto brani proposti nella doppia versione, “normale” e “antonimica”.
http://www.oplepo.it/oulipo.html
http://www.oplepo.it/index.html
sabato 24 novembre 2007
MARIETTA PICCOLOMINI: una gentildonna prestata alla lirica di Angela Cingottini Part2
MARIETTA PICCOLOMINI,una gentildonna prestata alla lirica.
di Angela Cingottini
pubbl. in Il Chiasso Largo, n. 3, ottobre 2007 , Pascal editrice, Siena.
Anche se Marietta Piccolomini ebbe un repertorio vastissimo che va da Donizetti, a Paisiello, Balfe, Mozart e tantissimo Verdi, l’opera per cui è passata alla storia della musica come interprete leggendaria è la Traviata. La interpretò per la prima volta il 9 ottobre 1855 al teatro Carignano di Torino e le repliche proseguirono fino alla trionfale, ultima serata del 2 dicembre. In quest’ultima occasione la sua notorietà supererà le Alpi e la Manica. Le dedicano articoli lusinghieri, fra gli altri, La France Musicale e The Observer, anticipando i trionfi che le verranno tributati per la prima esecuzione di quest'opera fuori d'Italia, appunto a Londra. Sappiamo che la prima assoluta dell’opera, nel ’53 alla Fenice di Venezia, non aveva riportato grande successo. Verdi giudicava inadatti gli interpreti imposti dall’impresario e in una lettera cita la Piccolomini come una delle tre uniche artiste adatte a interpretare la protagonista. (4). Sappiamo come poi l’opera venne riproposta un anno dopo con alcuni tagli e con altri interpreti e fu da allora un successo sempre maggiore. Ciononostante, a causa di queste vicissitudini, la fama di Verdi all’estero era in ribasso. La prima londinese all’Her Majesty’s Theatre il 24 maggio del 1856, fu soprattutto uno strepitoso successo di Marietta, ma servì anche, gradualmente, a restituire a Verdi le sue giuste credenziali . Furono, probabilmente, proprio i successi londinesi a confermare ulteriormente Verdi nella stima per l'artista, con la quale, tra il maggio e l'agosto , intraprese una corrispondenza proponendole il personaggio di Cordelia nel Re Lear , opera che intendeva realizzare per la stagione 1857-'58 a Napoli. Il progetto non fu mai portato a termine, ma il quel periodo Verdi ebbe modo di esternare di nuovo, senza mezzi termini, la sua ammirazione per la cantante. (5)
Tra il 1856 e il 1860 Marietta Piccolomini è un’attrazione quasi stabile nei teatri londinesi e inglesi in genere.
Proprio ai successi inglesi si riferisce un biglietto manoscritto anonimo, privo di datazione e luogo presente fra i documenti dell'archivio di Stato di Siena dove si legge,fra l'altro '...La Sua Piccolomini, leggiadra nella figlia del Reggimento,sublime nella Traviata, fu divina nella Lucia In quest'opera ella avanzò ogni aspettazione anzi fece quanto non s'attendevano parecchi mostrandosi squisita cantatrice. Io non ho mai veduta né udita una simile Lucia. La Piccolomini è un genio e basta'.. (6)
Per la prima francese della Traviata, al Théatre Impériale Italien, Marietta Piccolomini è a Parigi il 13 dicembre del 1856 e già il 14 La France Musicale dedica all’opera, all’autore e agli esecutori un articolo minuzioso di sei colonne. La cantante viene paragonata a un essere magico che esercita sul pubblico un’influenza magnetica e la definisce '....una di quelle rare individualità che hanno il privilegio di risvegliare le emozioni delle masse senza che si possa dire da dove traggano la loro arte e il segreto del loro fascino.(...) canta diversamente dalle altre, e così bene che vi incatena alla sua voce.'
Nel settembre del 1858 Marietta Piccolomini viene scritturata per una tournée negli Stati Uniti dall'impresario Bernard Ullmann, il quale la pone al centro di un battage pubblicitario che ne enfatizza i successi londinesi e presenta 'La Traviata' come opera scritta dal compositore per lei, riuscendo a creare un'interesse tale da risollevare le sorti economiche della Academy of Music di New York, all'epoca il più grande teatro del mondo, costruito nel '54 con accorgimenti avveniristici, ma con costi di mantenimento talmente alti da non poter essere sostenuti con gli introiti derivanti dalle vendite dei biglietti, necessariamente costosissimi anch'essi..
Dopo un mese di esibizioni anche alla Academy of Music di Philadelphia, dove nel gennaio-febbraio del '59 interpreta oltre a Verdi anche Donizetti, Paisiello e Mozart, Marietta si sposta in altre grandi città degli Stati Uniti, per tornare poi a Londra..
La troviamo di nuovo in Italia a Firenze, il 4 dicembre, dove canta al teatro Pagliano per una sottoscrizione promossa per i volontari di Garibaldi . Per l'occasione canta Bianca Croce dei Savoia, su testo di Giosuè Carducci e musica del M.o Romani. L'entusiasmo è tale che la cantante deve concedere 3 bis.(7) Nell'aprile del '60 è di nuovo a Londra all'Her Majesty.
La Marchesa Caetani della Fargna
Il matrimonio con il Marchese Francesco Caetani della Fargna avvenne il 25 maggio 1860 e da quel momento la storia di Marietta Piccolomini fu un fatto eminentemente privato. Non mancarono sue esibizioni in pubblico, anche se quasi tutte legate a scopi filantropici, come quella che la vide cantare di nuovo Bianca Croce dei Savoia alla prima esposizione nazionale a Firenze nel '61 o quando cantò nel teatro Accademia degli Avvaloranti a Città della Pieve, nel 1869, impegnata insieme a cantanti locali nell'ultimo atto del Trovatore.(8)
Aveva il suo domicilio stabile a Firenze, presso il Poggio Imperiale, ma dovette nutrire e trasmettere ai suoi figli una particolare predilezione per Città della Pieve, dove abitava nell'imponente palazzo settecentesco,oggi sede del
Comune, proprio a fianco del teatro . Dopo la morte dei genitori le figlie Teresa , Concetta e Rita vi si stabilirono, continuando l'opera di filantropia e beneficenza che era stata propria della loro madre e contribuendo a diffondere quell'aura di 'pietas'' di cui la marchesa della Fargna si era circondata e che è messa in gran in risalto da Pietro Piccolomini, lo studioso che redasse un'opera a carattere biografico-encomiastico nel 1900, un anno dopo la morte di Marietta. (9). La morte del figlio Carlo, poco più che ventenne, avvenuta nel 1893, contribuì certamente al volontario allontanamento sociale cui accennava il redattore dell'articolo del Giorno sopra ricordato..
Sicuramente seppe trasfondere nella sua vita privata e civile l'impegno e la passione che l'avevano caratterizzata sulla scena, se Giuseppe Mazzini, nella lettera del 29 maggio 1865 a lei indirizzata, scrive:
' Signora,
...Vorrei invece di scrivere, potere stringervi la mano.
Io non vi dico 'amate la Patria' perché so che l'amate. Ma vi dico: giovatevi dell'influenza che dovete esercitare perché altri l'ami. Rimproverate acerbamente gli Italiani che vi sono, o vi saranno vicini, perché tollerano la presenza dello straniero in casa nostra, perché accettano -indifferenti o pensando ad altro-la vergogna di potere conquistare la Terra che Dio assegnò ad essi e di non farlo: La rampogna scende efficace da una donna e da una donna come Voi siete.. Spronateli, se non alla fede del Dovere,all'orgoglio italiano. Un popolo di 22 milioni che ciarla di libertà e non si occupa delle baionette austriache che tengono il Veneto ....è un popolo disonesto.
Addio, Signora, abbiatemi ammiratore e fratello.'
Fu, sicuramente, Marietta Piccolomini una personalità di grande rilievo in ogni momento della sua vita, capace di saper imporre agli altri o a se stessa scelte controcorrente o, comunque, coraggiose: voler essere una cantante professionista in un tempo in cui la cosa era di discredito per una donna, tanto più per una nobildonna per la quale sarebbe stato comunque impensabile esercitare una qualsiasi professione. Avere il coraggio di rientrare nei ruoli in un momento in cui, all'apice del successo, sicuramente non fu facile per lei. Manifestare direttamente una opinione politica, cosa che la colloca in una posizione di tutto rispetto , a fianco delle maggiori individualità del nostro risorgimento.
Marietta morì a Firenze, nella sua villa di Poggio Imperiale, l'11 dicembre 1899 a causa di una polmonite. E' sepolta al Cimitero delle Porte Sante, presso S. Miniato a Monte, nella cappella di famiglia affrescata da Gualtiero de' Bacci Venuti, pittore che molto della sua fortuna dovette alla vicinanza che per tutta la vita ebbe con i marchesi Caetani della Fargna..
NOTE
(1)- Canuti F., Nella patria del Perugino , Città di Castello ,1926, pp. 283-286.
(2)-Tutte le lettere della famiglia Piccolomini Clementini citate, inedite, si trovano all'Archivio di Stato di Siena ,Fondo Piccolomini Clementini, buste 72 e 75
(3)-La lettera è riportata in L'Unione Corale Senese a Marietta Piccolomini ,Siena, 1999, p.p 57-58
(4)-Nella lettera del 30 gennaio 1853 al presidente del teatro La Fenice Verdi scrive 'So che è difficile assai trovare artista che possa appagare le esigenze del Teatro.....Le sole donne che a me sembrerebbero convenienti sono.:1° la Penco,che canta a Roma; 2° la sig.a Boccabadati, che canta il Rigoletto a Bologna, ed infine la sig.a Piccolomini che ora canta a Pisa.'
(5)- Nella lettera del 23 agosto 1856 a De Sanctis Verdi scrive 'Io ho proposto la Piccolomini perché i suoi successi nella Traviata a Torino ed altri paesi ed ora a Londra sono così grandi e sinceri, che certamente non si potrebbe trovare né miglior Traviata né forse miglior Cordelia.. La voce è piccola ma il talento è grande.'
(6) – Inedito. Archivio di Stato di Siena, Fondo Piccolomini Clementini, busta 106.
(7)- L'episodio è ricordato dallo stesso Carducci nell'introduzione agli Juvenilia del 1880
(8)--L'episodio è ricordato da Gino Monaldi in Cantanti celebri del XIX secolo, p.131.
(9) -Piccolomini P., Marietta Piccolomini, Marchesa Caetani della Fargna, cenni biografici. .Siena, 1900
venerdì 23 novembre 2007
MARIETTA PICCOLOMINI: una gentildonna prestata alla lirica di Angela Cingottini Part1
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo saggio a opera di Angela Cingottini sulla cantante lirica Marietta Piccolomini.MARIETTA PICCOLOMINI, una gentildonna prestata alla lirica.
di Angela Cingottini
pubbl. in Il Chiasso Largo, n. 3, ottobre 2007 , Pascal editrice, Siena.
Parte Prima
Sfogliando il libro Nella patria del Perugino, che nel 1926 lo storico Mons. Fiorenzo Canuti dedicò a Città della Pieve , abbiamo la sorpresa di trovare, nella sezione Uomini illustri nelle arti belle, una scheda dedicata a Marietta Piccolomini.(1) Viene da chiedersi chi sia e che cosa ci faccia lì, tra le figure di rilievo che nei secoli si sono avvicendate nel territorio della cittadina umbra ,questa gentildonna evidentemente senese e di antica nobiltà., ma oggi sconosciuta ai più .La risposta viene, in parte, dal suo nome completo : Maria Teresa Violante Piccolomini Clementini, Marchesa Caetani della Fargna , titolo da lei acquisito per aver sposato appunto Francesco Caetani della Fargna, membro della famiglia nobile presente in Città della Pieve fin dal 16 ° secolo.
Anche se il suo cognome di nascita la riconduce all’antica famiglia senese dei Piccolomini , tutto questo non è sufficiente, però, a identificare realmente la persona universalmente più conosciuta come Marietta Piccolomini. Un aiuto ci viene da un articolo pubblicato in morte da il Giorno , in cui si legge:
‘,,,Da trent’anni abitava in Firenze, ma sono già più di dieci anni che mi fu dato vederla. Il suo ricordo m’è sempre in cuore come quello della più gentile signora, della più perfetta gentildonna che immaginare si possa . E in pari tempo la ricordo quale la più fulgida stella che sia mai apparsa nel cielo dell’arte italiana.’
E poco sopra :
‘…Mai parlava dei suoi trionfi passati, e ricordo come la padrona della casa ove ebbi il piacere ed il sommo onore di conoscerla, mi raccomandò ripetutamente: - Non le parli mai dei suoi trionfi, della sua gloria: le farebbe dispiacere e andrebbe via più presto- Sarebbe difficile spiegare da quale sentimento essa fosse dominata, signoreggiata. Forse l’altissimo sentimento religioso dal quale era penetrata la faceva rifuggire da tutto quel che le ricordava il teatro. Forse, sposa e madre mirabilissima, voleva tutte le sue forze consacrare unicamente alla famiglia. Comunque si sia, Marietta Piccolomini spariva o si nascondeva per quanto le fosse possibile, dietro la marchesa Caetani della Fargna. Ma era stata troppo luminosa la traccia da Lei lasciata nel cielo dell’arte, ed ovunque ella appariva , in onta alla modestia sua ed ai modi squisitamente semplici, si levava un mormorio d’ammirazione trattenuto a mala pena dal rispetto e dalla conoscenza del suo desiderio di non contare fra le cultrici dell’arte.
Dobbiamo ripercorrere i giornali di metà ottocento per renderci conto di come l'articolo non fosse un puro encomio dovuto in morte a una gentildonna e di quanto calzante sia l’immagine che ci propone la parabola artistica di Marietta Piccolomini come una meteora che, all’improvviso, splende di luce intensissima per un breve tratto, per poi scomparire. Ed è proprio ripercorrendo i momenti della sua vita artistica e privata che possiamo renderci conto di quanto particolarissima sia stata la posizione di questa cantante della quale cercheremo di ricostruire , per quanto possibile , un profilo di donna e di artista .
Piccolomini Marietta nasce a Siena. E’ il 5 marzo 1834 e la famiglia Piccolomini Clementini è tra le più antiche della nobiltà senese. E’ la maggiore di tre figli. La casa del conte Carlo, il padre di Marietta, deve essere un ambiente sereno, in cui, nonostante sia metà ottocento, c’è dialogo. Ne sono testimonianza le molte lettere, conservate all'Archivio di Stato di Siena, scambiate tra i vari membri della famiglia.(2) Deve essere, quella del conte Carlo, anche una famiglia piuttosto liberale per permettere a Marietta, in età molto giovane, di intraprendere la carriera di cantante. Vero è che molti articoli dell’epoca, nel riferire del caso straordinario di questa giovane nobildonna che affronta con successo le scene dell’opera, non tralasciano di accennare come ella abbia dovuto lottare non poco per convincere i genitori ad assecondare questa sua inclinazione, ma rimane il fatto che Marietta Piccolomini, a un mese dal compiere 18 anni, nel febbraio del 1852, debutta alla Pergola di Firenze con Lucrezia Borgia di Donizetti. E il fatto di intraprendere la carriera di cantante non è una improvvisazione, ma la risultante di una educazione accurata che Marietta ha ricevuto e che ha tenuto conto delle sue disposizioni naturali fin dalla primissima infanzia, anche se solo nel 1851, convinti dal successo ottenuto cantando per scopi filantropici in una accademia cittadina, il conte Carlo e la contessa Teresa decidono di farla passare a studi più perfezionati con il maestro Romani, tra i migliori dell’epoca, a Firenze.
Inizia così un periodo che condurrà non solo Marietta, ma tutta la famiglia del conte Carlo in giro per l’Italia, l’Europa e perfino gli Stati Uniti, in una continua tournée durata circa otto anni. L’unico a rimanere a Siena è il giovane fratello Innocenzo -nelle lettere Cencio o Cencino- che deve completare la sua educazione al Collegio Tolomei, dove lo raggiungono le frequenti ed affettuose lettere della madre, delle sorelle e del padre. Sono lettere vivaci, piene di informazioni e raccomandazioni, appuntamenti per le festività, notizie da dare ai parenti e saluti, che non mancano mai, per il Padre Rettore e gli altri padri che si occupano della sua educazione. Le notizie relative alla carriera di Marietta e ai suoi concerti sono informazioni tra le altre e non sembrano polarizzare l’attenzione della famiglia. Sembra quasi che per i familiari la carriera e i successi di Marietta siano un gioco abituale, cui non dar troppo peso e da non prendere troppo sul serio. Talvolta tralasciano perfino di parlarne.
Di opinione assolutamente diversa sono i giornali e il pubblico, che ne riconoscono e ne acclamano da subito le grandi doti. Il suo precoce esordio alla Pergola di Firenze, avvenuto pochissimo tempo dopo aver iniziato gli studi con il Romani, è considerato un evento che verrà in seguito ricordato in tutti gli articoli a carattere biografico scritti su di lei. Dappertutto si evidenzia la professionalità e la bravura con cui la giovane cantante affronta un ruolo di protagonista così drammatico, ruolo che sembrerebbe contrastare con la sua giovane età.
Nell’autunno dello stesso 1852 la troviamo a Roma al teatro Argentina e il pubblico romano mostra grande apprezzamento per lei. I giornali ne enfatizzano le doti sceniche e le capacità interpretative evidentemente uniche, tali da essere unanimemente ricordate in tutti gli articoli su di lei in Italia e all’estero. Di quel primo soggiorno romano troviamo testimonianza anche in una lettera della contessa Teresa a sua madre Violante, ma l’attività della figlia è affrontata con grande nonchalance: La contessa non si dilunga sulla carriera di Marietta e, pur non potendo fare a meno di riferire alla madre che tutti, cantanti e orchestra, l’hanno applaudita alla prima prova, preferisce dare notizie sul soggiorno romano della famiglia, sulle frequentazioni, mandare saluti a tutti e, naturalmente, ‘un bacio a Cencino’ Sembra quasi che si voglia glissare su questa figlia che calca le scene o che, comunque, non le si voglia far montare la testa, avendo già chiaro che questa dovrà rimanere solo una parentesi della sua vita. E in effetti, se si pensa al basso livello di considerazione sociale in cui, ancora per tutto l’ottocento e oltre erano tenuti gli attori in genere e , in particolare, le donne di teatro, viene da chiedersi veramente come sia stato possibile che una famiglia di tanto antica nobiltà abbia potuto acconsentire a tale scelta della figlia. Probabilmente la verità più semplice è quella più evidente : Marietta era dotata e ben preparata, il canto lirico era l’espressione artistica e la forma di intrattenimento che maggiormente polarizzava l’attenzione della buona società dell’ ‘800 e i conti Piccolomini hanno finito per non trovare poi né così disdicevole, né disonorante che la figliola si dedicasse, per un periodo della sua vita, all'attività di cantante. Specialmente se costantemente accompagnata dalla famiglia . E’ soprattutto questo, infatti, l’aspetto più singolare di tutta la vicenda : un' intera famiglia in viaggio che per otto anni accompagna la figlia nei teatri delle massime città del mondo. D’altra parte tutto questo aveva un senso: salvaguardarne la reputazione e aiutarla ad amministrare le sue finanze. Contemporaneamente questo costituisce per i conti Piccolomini l’input a partecipare attivamente alla vita di società dei massimi centri artistico- culturali del momento. Una vivace lettera scritta da Giuseppina Verdi a Marietta a Londra (3) ci immette proprio in questo gioco di società, ricordando come, proprio lei stessa, abbia fatto conoscere alla contessa Madre il caviale di Chevet al Palais Royal. Ma Giuseppina Verdi, in quella medesima lettera, fa anche un’ affermazione di tutto rilievo nei confronti della stessa Marietta scrivendole ‘…Voi siete dello scarso numero d’ Artiste, che malgrado il contatto delle scene, e la vertigine dei trionfi, hanno conservato il cervello ed il cuore..' affermazione che, rovesciata, ci dà la misura della situazione : solo poche artiste di teatro riescono a mantenere equilibrio tra mente vigile e sentimenti, senza che nessuna delle due facoltà ne risulti depauperata.: Marietta è una delle poche. D’altro canto è logico che sia così. L’educazione ricevuta, derivante dal suo stato sociale, la pone in condizione di vantaggio nei confronti di altre cantanti che, pur tecnicamente preparate e altrettanto o, forse più di lei naturalmente dotate, difficilmente possono aver raggiunto il suo livello culturale, che è sicuramente la risultante di una educazione accurata, ma è dato anche dagli apporti forniti dalla quotidianità, vissuta fin dalla primissima infanzia, in seno ad una famiglia colta e facoltosa . E’ stata questa, probabilmente, la carta vincente di Marietta Piccolomini, quella che le ha fatto conquistare pubblico e critica come interprete assolutamente personale e per la quale la stampa dell’epoca ha frequentemente speso l’aggettivo ‘intelligente’. E’ stata, sicuramente, l’abitudine connaturata alla lettura profonda dei testi, alla loro capillare comprensione, che le ha facilitato interpretazioni così veritiere e ben riuscite da procurarle unanimemente paragoni con la grande attrice drammatica Adelaide Ristori .
giovedì 22 novembre 2007
Poesia e grafica pubblicitaria - Parte prima di Fausto Bottai
Basti pensare, anche di sfuggita, al binomio pittura-fotografia, per rendersi conto delle notevoli
conseguenze che la scoperta e la diffusione delle nuove tecniche hanno determinato anche nell'ambito, un tempo gelosamente custodito, delle tecniche più antiche. Il binomio poesia-grafica pubblicitaria non si presenta forse come un campo di reciproche interferenze paragonabile a quello fra pittura e fotografia? In fondo, non è questa la convinzione dei teorici della c.d. poesia visiva? Adriano Spatola definiva attuale e inevitabile "il passaggio da una concezione ancora tipicamente letteraria della poesia a una concezione aperta" (in Verso la poesia totale, un testo del 1969). Detto in altri termini, una volta accettato 'il fatto che la semanticità si fa figurale, iconica, acquistando una dimensione plastica oltre a quella propria verbale', si ammette anche conseguentemente una perdita di autonomia e autosufficienza dello stesso fatto verbale: il testo letterario rappresenta uno degli elementi del prodotto grafico-pubblicitario, non lo esaurisce.
Naturalmente ci sono coloro che non accettano la 'riduzione' del fatto poetico e letterario ad una sorta di 'operazione da copyright'. E che rivendicano per la poesia, intesa tradizionalmente come 'canto', un suo autonomo spazio, pur ammettendo la necessità di fare i conti con le novità tecniche e ideologiche indotte dallo sviluppo dei mass-media.
Per cercare di spiegare meglio ciò che sono andato elaborando nel corso del tempo su questo argomento, ritengo opportuno riportare appunti e considerazioni svolte in varie circostanze, spesso a margine della lettura di libri e articoli sull'argomento. Non si tratta quindi di un testo in cui le varie tesi sono esposte in modo organico e coerente. Preferisco però lasciare queste pagine al livello di elaborazione in cui sono state originariamente scritte, sperando che risultino interessanti, nonostante, anzi -chissà- forse proprio in virtù del loro carattere frammentario..
Comincerò a pubblicarle, a poco a poco, nei prossimi giorni, anche perché si tratta -ahimé- di manoscritti, e quindi, per usare un termine orrido, devono essere... 'digitalizzate'. Può sembrare una bella contraddizione parlare di manoscritti oggi, soprattutto affrontando questioni che riguardano novità indotte a vario livello dallo sviluppo tecnologico.. Anzi, è una bella contraddizione! Però, che volete farci? Quando si tratta di 'scrivere' io sono rimasto fedele alle modalità proprie dell'epoca pre-moderna, riesco a concentrarmi e a produrre qualcosa solo
avendo una bella pagina bianca davanti e una penna in mano.. Neanche la vecchia macchina da scrivere... Per carità!
I-Laddove si parla della possibilità di istituire un rapporto diretto fra poesia visiva e grafica pubblicitaria - e più in generale fra testi poetici e testi pubblicitari, si fa spesso riferimento al concetto di 'slogan'. E. Gomringer (1) cita, a proposito delle sue 'Costellazioni', le istruzioni negli aereoporti e le segnalazioni stradali: si tratta di 'poemi' di estrema concisione,composti per una 'lettura istantanea'. Ciò che ha fatto pensare ad un passaggio 'dal verso all'ideogramma': si ricorda infatti l'interesse di Ezra Pound (2) per l'ideogramma cinese, considerato l'espressione di un atteggiamento mentale che tende al massimo di economia nella comunicazione delle forme verbali. Andando a ritroso, arriviamo fino a Mallarmé, considerato anticipatore di molte delle soluzioni fondamentali della 'poesia totale' (A.Spatola). Soprattutto con 'Un coup de dés' (3), dove la varietà dei caratteri di stampa e la distribuzione di gruppi di parole in diversi punti della pagina determinano la trasformazione del 'poema' in gioco visivo ('spettacolo ideografico, come lo definiva Valery). E' il momento in cui Mallarmé parla dell'importanza del bianco (che la versificazione esige come silenzio) e delle 'suddivisioni prismatiche dell'idea' collegate a un principio di 'visione simultanea della pagina'. Simultaneità che poi diviene una nozione futurista: le famose parole in libertà. E' a questo punto che Spatola parla , nel saggio 'Verso la poesia totale' (4), di passaggio 'da una concezione ancora tipicamente letteraria della poesia ad una concezione aperta'. La poesia si trasforma da 'canto'a 'messaggio': al termine di questo percorso c'è il rifiuto del verso libero, ormai considerato soltanto un alibi, una 'finta sovversione'. Viene messa in dubbio 'la sopravvivenza della parola come strumento poetico per definizione'. Questa posizione è chiaramente enunciata da K.Schwitters (5): 'Il materiale originario della poesia non è la parola, ma la lettera. Le lettere non contengono idee.. Sono.. unità alfabetiche emancipate dalla radice semantica'. Qualcuno propone un parallelo fra questa nuova concezione della poesia e l'invenzione della serie dodecafonica da parte di Shoenberg. Così facendo la poesia diventa appunto un fatto 'extraletterario', un qualcosa che ha molto a che vedere con la grafica, da un lato, e dall'altro, su un altro versante di ricerca, col suono, con la musica. A chi si ribella sostenendo che a questo punto non ha più senso parlare di poesia, i poeti sperimentali obiettano che solo i loro esperimenti 'grafici' e 'sonori' possono essere definiti 'poemi' oggi e rifiutano senza remora alcuna 'l'artigianato, la discorsività e la metafora che trasformano la poesia del nostro tempo -contrassegnato dal progresso tecnologico e dalla comunicazione non verbale- in un anacronismo'. Bisogna che la nuova poesia vada al passo coi tempi 'in esatta consonanza con il bisogno della nostra civiltà di un messaggio che sia il più possibile rapido e diretto'. Dice Gillo Dorfles (Le oscillazioni del gusto): 'In un periodo come l'attuale di continuo e dinamico divenire non c'è più tempo per la staticità dell'ascolto e per la revenzialità della contemplazione. Occorre immagazzinare presto e bene -o magari presto e male- le immagini che il mondo ci offre prima che abbiano perso il mordente e si siano dileguate nel nulla' (6).Dal mito futurista della velocità all'ansia, all'assillo, all'ossessione di 'fare in fretta', di usare il 'massimo di economia' nell'elaborare'messaggi', perché non c'è tempo da perdere, pena la certezza di vederli naufragare nel vuoto.. Viene di pensare ad una sostanziale acquiescenza, ad una supina accettazione di un modello di cultura e di vita sociale che pure molti definiscono insensata. Ma non c'è solo questo... In realtà, a partire dall'epoca delle avanguardie storiche, il rapporto fra arte e mondo delle macchine, dell'industria e dei mass-media è vissuto in modo meno conflittuale che durante l' '800, o almeno così sembra; ma, al di là dell'apparenza, non è tutto così semplice e scontato. Certo, se ci riferiamo ai futuristi, ad es., possiamo parlare senza dubbio di una impostazione estetica (e poetica) che in fondo 'rovescia' la tradizionale posizione di condanna nei confronti della civiltà delle macchine, propria, come sostiene T. Maldonado (7), tranne rare eccezioni, a tutti gli artisti del XIX secolo: 'le macchine erano considerate dei mostri capaci solo di generare altri mostri'. Solo sul finire del secolo, si va facendo strada una concezione 'meno nostalgica del passato'. Alcuni artisti cominciano a convincersi della necessità di affrontare la sfida dei tempi nuovi, e si fa largo 'l'idea che i mostri possano essere addomesticati, appunto per mezzo dell'arte'. Sono sempre parole di T.Maldonado. I futuristi rappresentano ovviamente la punta più estrema (ed estremista) di questo complesso 'movimento', il cui fine era 'di portare l'Arte all'Industria, come in modo un po' astratto e vago si usava dire nei primi decenni del secolo'. C'è un saggio di E.Zolla (Eclissi dell'intellettuale) che per altro esprime un netto rifiuto dell'industrialismo e una condanna senza appello della avanguardie storiche, in cui tali temi sono esaminati in modo, a mio avviso, illuminante (8). 'L'avanguardia' dice Zolla 'ricalca assai bene la realtà che essa accetta (...), ne fornisce una rappresentazione diretta, una radiografia'. L'uomo di J.Joyce è l' 'abitante comune della metropoli, con le sue associazioni gratuite, sfruttate dalla pubblicità, con la mente alla mercé dell'industria culturale; la pittura astratta parimenti rappresenta il mondo reale delle strutture d'acciao (..) e prende atto della sparizione della figura umana entro la struttura'. In fondo sono le stesse parole che altri pronunciano (hanno pronunciato e possono pronunciare) rivendicandole come un titolo di merito delle avanguardie! Al contrario, Zolla scrive: 'Le trovate si susseguono: come i bambini storpiano le parole così gli avanguardisti sfruttano le sculture negre, i disegni infantili, le decorazioni copte. Nella letteratura si giunge ad una disintegrazione della parola oltre che della frase; se non si ha in dono l'ignoranza, cioè nel caso di Pound e Joyce, si riprende l'atteggiamento dello studente riottoso, si fanno parodie della cultura, si gioca con essa come fosse un accozzo di frantumi sconnessi, e non parola di vita..' In definitiva Zolla rimprovera all'avanguardia il suo carattere buffonesco, di cui rivela, al di là dei conclamati intenti dissacratori, la sostanziale 'accettazione del reale', cogliendo in questo soltanto l'intento apologetico. 'L'industria culturale assorbe rapidamente le trovate, i tic degli artisti d'avanguardia, proprio per il loro intimo legame con il reale'; nello stesso tempo la massa solo in apparenza si ribella all'arte d'avanguardia, poiché è disposta ad accettarla non appena diventi prodotto industriale: piatto, scarpa, cartellone, film. In definitiva 'a dispetto d'ogni loro illusione gli artisti d'avanguardia lavorano per l'industria: per farlo debbono spezzare il legame con il passato, o cavarne l'essenza, che è un modo per uccidere'.
Fausto Bottai
(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Eugen_Gomringer
(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Ezra_Pound
(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Stéphane_Mallarmé
(4) http://it.wikipedia.org/wiki/Adriano_Spatola
(5) http://www.wikiartpedia.org/index.php?title=Schwitters_Kurt
(6) http://it.wikipedia.org/wiki/Gillo_Dorfles
(7) http://www.mediamente.rai.it/HOME/BIBLIOTE/biografi/m/maldonad.htm
(8) http://it.wikipedia.org/wiki/Elémire_Zolla
mercoledì 21 novembre 2007
Immagini da “La Catedral” di Barrios di Giuseppe Chiaramonte
I nostri passi segnano il tempo nel religioso silenzio che regna in quella gola profonda. Passi lenti, come il tempo nella cattedrale, lentissimo. Poche le vetrate che al posto della luce portano un senso di divino, come il barlume mobile di una fiamma. La fiamma del camino nella stanza del Signore. Siamo nella sua dimora e tutto intorno lo dimostra. Non osiamo guardare in alto perché in quella casa il cielo è troppo alto. Ed enormi alberi di pietra lo sostengono. Ci avviciniamo alla scanno più vicino per sederci, con la stessa lentezza. Aspettiamo una pausa. E la pausa arriva. Sono i passi dell’organista, molto più veloci dei nostri, molto più sicuri, molto più agili; i suoi passi sono la pausa perché non arrivano a tempo. Le nostre immagini si fermano, e il nostro pensiero. Solo pochi istanti. L’organista invisibile, lo immaginiamo magro, alto, grigio, senza un volto. Solo le mani, mostruosamente precise sui tasti. Macchiate di vecchiaia con le vene senza più linfa. Solo le mani sono nitide al nostro pensiero.
Il suo virtuosismo incorona regina la maestosità. D’incanto ci immobilizza. Non ci sono più le vetrate, non le colonne. Non il pavimento. Non ci sono gli scanni. I nostri occhi sono troppo lenti per seguire ogni immagine fantasma che si forma per ogni nota dell’Allegro solenne, che di allegro non ha neanche il nome. Il buio fa spazio ad una sensazione indistinta di visione onirica troppo reale per essere divina. Sull’ultima nota qualcuno ci sveglia e siamo già lontani, nelle nostre case, magari sul palco del nostro concerto, dove il nostro pubblico ci ringrazia, per averlo trasportato nel medioevo buio, su una lunga preghiera, maestosa come una cattedrale.
Giuseppe Chiaramonte
martedì 20 novembre 2007
lunedì 19 novembre 2007
Allegro ma non troppo - Bruno Bozzetto
Allegro ma non troppo è forse l’opera più conosciuta di Bruno Bozzetto, realizzato nel 1976 e liberamente ispirato a Fantasia della Disney, dal quale si distingue per un approccio più umoristico e più mirato, nonché per i minori costi di realizzazione. Qui la musica classica, più che generare immagine, fa da prestigiosa colonna sonora ad un montaggio di rapide sequenze. Il film è composto da sei episodi, ciascuno con una sua particolare atmosfera surreale, ispirati a famosi pezzi di musica classica:
· il Preludio al pomeriggio di un Fauno" di Claude Debussy
· la Danza slava di Antonín Dvořák
· il Bolero di Maurice Ravel
· il Valzer triste di Jean Sibelius
· il Concerto in do maggiore di Antonio Vivaldi
· l'Uccello di fuoco di Igor Stravinskij
Le sei musiche e i rispettivi filmati sono inseriti nel film in una storia filmata dal vero che funge così da filo conduttore di tutta l'opera. All'inizio ed alla fine del film, e fra un episodio e l'altro, ci sono sequenze girate con attori in carne e ossa, in cui il direttore dell'orchestra (Nestor Garay) è alle prese con il produttore, l'animatore (Maurizio Nichetti) ed un'orchestra recalcitrante. In queste parti dal vero la comicità nasce dalle medesime meccaniche surreali del cartone animato, applicate a personaggi in carne ed ossa. E’ lo stesso Nichetti che “improvvisa” i fumetti ispirato dalle musiche suonate dalla scalcinata orchestra e dal collerico direttore. Ne esce un film che, nella struttura simile alla famosissima "Fantasia" disneyana, riesce ad affermare una propria autonoma originalità, sviluppando tematiche attuali in uno stile moderno e rinnovato, rispetto all'ormai classico modello americano.
Video
Bolero http://chitarraedintorni.blogspot.com/2007/11/bolero-da-ma-non-troppo-di-bruno.html
Valse Triste http://chitarraedintorni.blogspot.com/2007/11/allegro-non-troppo-valse-triste.html
Bolero http://chitarraedintorni.blogspot.com/2007/11/bolero-da-allegro-ma-non-troppo-di.html
Slavonic Dance http://chitarraedintorni.blogspot.com/2007/11/allegro-non-troppo-slavonic-dance-no-7.html
Bruno Bozzetto
Nasce a Milano nel 1938 e inizia a dedicarsi al cinema sin da adolescente.
Il suo primo film è Tapum! La storia della armi del 1958. È del 1960 Un Oscar per il signor Rossi, primo film avente per protagonista questo piccolo e collerico personaggio, perfetto ritratto dell’omino piccolo borghese, quasi una versione fumettistica del Fantozzi di Villaggio. Nel 1965 esce West&Soda, parodia del genere western e terzo lungometraggio animato italiano. Vip mio fratello superuomo, remake in chiave comica del genere supereroistico, molto in voga all'epoca, risale al 1968. Dopo questo secondo lungometraggio seguono tanti filmati pubblicitari per Carosello e cortometraggi comici e satirici. Un altro suo film meno conosciuto di Allegro ma non troppo è Vip, mio fratello superuomo, che prende in giro la globalizzazione e la pubblicità.
Convinto assertore che l'animazione possa sintetizzare e rendere comprensibili anche al grosso pubblico concetti ritenuti fino a quel momento astrusi e difficili, Bozzetto ha operato anche nel campo della divulgazione scientifica, realizzando con Piero Angela circa 100 filmati inseriti nella rubrica televisiva "Quark"
In un breve cortometraggio animato con tecnica Macromedia Flash diffuso su internet intitolato L'Italia e l'Europa ha saputo ancora una volta in modo semplice ed efficace illustrare con sarcasmo alcuni tratti della società italiana odierna.
Attualmente Bozzetto è impegnato nella realizzazione di animazioni al computer con l'uso di Flash, e nella realizzazione del serial La famiglia Spaghetti.
Empedocle70
venerdì 16 novembre 2007
30 Novembre 2007 Concerto di Angelo Barricelli a Torino
presenta
Recital chitarra solo del Maestro Angelo Barricelli
Associazione "Progetto Leonardo"
Cappella dei Mercanti -Torino
Venerdì 30-11-2007
ore 20.30
musiche di: J. Dowland, T. O'Carolan, R. Turovsky, F. Bottai, A. Barrios,
F. Tarrega, A. Piazzolla, I. Albeniz e R. Fabbri.
Ingresso libero.
giovedì 15 novembre 2007
Jacopo da Montaio: il vero-falso Dowland
Ma vediamo di scendere nei dettagli. Coloro che frequentano il forum di chitarra classica Delcamp potrebbero essersi imbattuti in alcuni esempi di questo genere di opere. Riporto senz’altro le note che lo stesso Fausto ha postato in quella sede presentando uno di questi lavori, Piccola poesia notturna, propriamente un 'logogrifo', ovvero un anagramma parziale composto da frammenti di un altro brano musicale, in questo caso ‘The frog galliard’ di J.Dowland. ‘Ho già dichiarato, scrive Fausto, che il lavoro di taglia e cuci è stato compiuto direttamente su registrazioni audio, tagliando cioè a brandelli una traccia wave e ricomponendo con quei brandelli una diversa ‘registrazione’ del tutto virtuale. Tutto ciò sfruttando le potenzialità di uno dei programmi più noti e usati, in sede di editing. Bene, uno dei brani di Dowland era appunto 'The frog galliard', recentemente postato dall'amico Angelo Barricelli sul forum in una esecuzione splendida. La tentazione di ripetere l'esperimento a partire dalla sua registrazione era troppo forte... Gli ho chiesto quindi l'autorizzazione a 'maltrattare' il suo mp3, e lavorando di forbici e colla ho pazientemente 'ricostruito' questa Piccola poesia notturna'..
Qui sotto postiamo a mo’ d’esempio l’mp3 dei due brani.
Possiamo rilevare che il meccanismo alla base di questo ‘gioco’ è esattamente analogo a quello di cui parlava Fauvel nel precedente articolo : si tratta sempre di ‘testi’ composti da citazioni integrali di un’opera altrui. I brani per liuto di John Dowland come le poesie di Giuseppe Ungaretti. L’autore di queste operazioni definibili, senza tema di smentita, parassitarie, a chi lo rimproverava considerando questo modo di agire un ‘sacrilegio’, rispondeva candidamente: 'Per me il discorso funziona in tutt'altro modo: adoro la musica di Dowland al punto di aver scelto questo compositore come guida , come il mio Virgilio nel viaggio all’interno del mondo della musica. Ed è proprio in virtù di questa scelta che ritengo giusto 'usare' la sua musica come 'oggetto' di studio: in questo senso, il rifacimento, la citazione, la variazione etc. li considero un rendere omaggio, non un deturpare... '
Non so quanti prenderanno per buona questa sorta di autodifesa.. Noi, borgesiani convinti, propenderemmo.. per l’assoluzione…
http://it.geocities.com/empedocle70/Thefroggalliard.mp3
http://it.geocities.com/normanczabo/JacopodaMontaio/piccola_poesia_notturna.mp3
Jacopo da Montaio
mercoledì 14 novembre 2007
martedì 13 novembre 2007
Liuteria in Concerto
Il primo appuntamento della manifestazione, organizzata a Roma dall’Associazione “Rosso Rossini” in collaborazione con il “Teatro della Forma”, ha visto protagonista proprio il suo creatore, il M° Francesco Taranto, che si è esibito con le chitarre dei MM. Gianni Norcia e Marco D’Annibale.
Il pubblico, che annoverava tra le sue fila nomi di spicco del panorama chitarristico Europeo, ha potuto godere di una spettacolo fresco ed originale, oltre che di ottima qualità musicale.
Il primo tempo ha visto alternarsi musiche di Mauro Giuliani, Niccolò Paganini (le sonate op. 8 recentemente pubblicate dalla Erom in prima edizione assoluta con revisione dei MM. Scozzafava e Taranto) , Carlo Carfagna e dello stesso Francesco Taranto eseguite in duo col M° Franco Scozzafava al Volino, e la presentazione del brano di Gabriele del Giudice: Preludio su un tema di Bach, edito dalla Erom, che è stato eseguito in prima assoluta dal M° Marco del Greco.
Il secondo tempo ha visto protagonista insieme alla musica la poesia. Paolo Perugini ha declamato versi di alcuni tra i maggiori poeti dal medioevo ai giorni nostri accompagnato dall’accattivante suono del M° Taranto, che si è contraddistinto per la personale ed attraente interpretazione, fra gli altri, del brano “Frammento” di Carlo Carfagna.
Auspico per questa manifestazione, che si propone oltre che di mettere i luce la liuteria italiana, di diffondere cultura, la più grande fortuna, e spero che il prossimo appuntamento soddisfi quanto ci ha soddisfatto il primo.
Fabrizio Graceffa.
lunedì 12 novembre 2007
Stradivarius presenta "Grimoire" nuovo cd di Michele Dell'Ongaro
la casa discografica Stradivarius è lieta di presentare il CD di Michele dall ’Ongaro
Grimoire coordineranno l’incontro Oreste Bossini e Franco Fabbri con la partecipazione di Alvise Vidoline Ex Novo Ensemble
per informazioni:
Stradivarius - tel. 02.25396566/575
email: paolopinto@stradivarius.it
Il CD presenta un’antologia di brani scritti tra il 1990 e il 2004, nove lavori vocali e strumentali
da camera affidati all’esecuzione dell’Ex Novo Ensemble e del Quartetto Arditti, con il
soprano Sonia Visentin e Alvise Vidolin alla regia del suono.
Tra i brani affidati all’esecuzione dell’EX NOVO ENSEMBLE, Grimoire, per soprano, violino ed elettronica, composizione scritta nel 1996 e realizzata al Centro d’informatica musicale Agon,
Danni collaterali (2003) per violoncello solista, clarinetto, violino, viola e pianoforte dove, spiega
l’autore, “il violoncello è certamente protagonista, ma il suo ruolo solistico esita a rivelarsi
nei modi consoni perché continuamente contestato dal tessuto originale”, Trio (1989/90)
per violino, violoncello e pianoforte e Variazioni su nulla (2004) per soprano, flauto, clarinetto,
due violini, viola e violoncello, composizione basata sull’omonima poesia di Ungaretti e su
un frammento tratto da Elogio per un’ombra di Petrassi.
Conclude la monografia l’esecuzione dell’ARDITTI STRING QUARTET di Quartetto n.5 per due
violini, viola e violoncello, composta in occasione della proposta di Luciano Berio per la stagione
da camera 2003-2004 di Santa Cecilia.
Ex Novo Ensemble eseguirà dal vivo alcune composizioni tratte dal CD.
http://it.geocities.com/normanczabo/ComStampaONGARO.pdf
Norman Czabo
domenica 11 novembre 2007
'Liriche cinesi' di Fausto Bottai
Eugenio Montale, a proposito della poesia cinese, afferma: "Nel suo processo interiore e nel suo sviluppo storico, ciò che il nostro mondo occidentale intende per poesia non fa che mirare ad una condizione di arte pura del tutto astratta, in quanto limite, ed irraggiungibile.." Ciò che contraddistinguerebbe in modo saliente la nostra poesia, e la nostra concezione della poesia, da quella orientale, cui di fatto viene contrapposta. Da noi "persiste in ogni espressione scritta a fini estetici un certo dualismo fra suono e significato, tra forma e sostanza", e questo dissidio -fecondissimo- "resta aperto nell'altalena classicismo-romanticismo che è alla base di tutta l'arte occidentale". Un dissidio che non è solo fra epoca ed epoca, ma vive anche nel cuore di ogni singolo artista, fra momenti in cui "le linee tendono ad aprirsi, il significato vaga e si sforza di disfarsi della c.d. forma", e momenti che segnano "un ritorno classico, di piena diffidenza per i significati, per i valori di contenuto". In definitiva è proprio questa continua tensione, questa lotta perenne a determinare, nella nostra cultura, il senso del tempo, della storia.. Se è vero che può accaderci talvolta di riflettere con un profondo senso di disagio all'inutilità di tante rivolte e restaurazioni, è altrettanto vero che questo disagio non arriverà mai a farci cogliere l'orror vacui di un mondo stagnante e privo di determinazioni. Anzi "il nostro mondo è compatto, gremito, abitato da divinità umane che ne rifanno e ne consumano il tempo perpetuamente.." Il tempo è legato all'uomo, è fatto dall'uomo. Per i cinesi non è così. Attraverso secoli, durante i quali si avvicendano flagelli, guerre, carestie, orrori, la poesia si trasmette di generazione in generazione come un fiore di giada e ci parla di un uomo immerso, quasi verrebbe di dire sperduto, in un universo indifferente ed immutabile. Un mondo in cui "il tempo è scandito dal ritmo disumano della natura, dove l'avvicendarsi sempre uguale, inalterabile e senza fine, delle stagioni si accompagna al sentimento malinconico della vanità e caducità di ogni operare umano". Sono parole di Alberto Moravia, da un'altra famosa prefazione a poesie cinesi, quelle di Mao Tse Tung (Newton Compton Ed.). Questo sentimento malinconico, questa predisposizione alla constatazione elegiaca non trova riscontro nella poesia occidentale, nota giustamente Moravia, 'se non risalendo all'epoca in cui il mondo occidentale era unificato in un solo organismo politico-culturale, l'impero romano, fuori dal quale si riteneva che vi fosse solo la barbarie e il nulla'. Il fatto è che le nazioni che per un lungo periodo di tempo sono o credono di essere 'tutto il mondo' mancano di termini di paragone e di ostacoli esterni contro i quali misurarsi e lottare, e di conseguenza sembrano destinate fatalmente a ricadere su se stesse e a sentire la propria civiltà come peritura ed illusoria appunto perché isolata e senza rivali, né eredi. Di qui l'assoluta mancanza di 'storia', di sviluppo, di oscillazioni: il dilemma classicismo-romanticismo, di cui si parlava a proposito dell'arte occidentale, qui non si pone, poiché dei due termini in contrasto i cinesi ne conoscono e riconoscono soltanto uno.. "Così abbiamo una poesia antichissima, durata ininterrottamente tremila anni, che già al momento della massima fioritura, nell'epoca Tang, era arrivata al cliché, allo stereotipo, alla frase fatta.." La tendenza 'conservatrice' della civiltà cinese è impressionante, se si fa mente locale ad alcune date: lo stesso Mao Tse Tung compone poesie usando forme codificate in epoca Tang (618-907) e nell'epoca delle Cinque Dinastie (960-1278). Anche a voler prendere in esame la data più recente, "è come se oggi un poeta italiano, e per giunta di sentimenti rivoluzionari, scrivesse poesie in latino o coi moduli del Dolce Stil Novo".Discorso per assurdo, ovviamente, perché l'instabilità occidentale ha prodotto tante di quelle 'rivolte e restaurazioni' negli ultimi 700 anni che per un occidentale risulta magari inconcepibile scrivere come si scriveva trenta o quarant'anni fa, altro che Dolce Stil Novo... Ma, tornando all'affermazione iniziale di Montale, non è che sono proprio i cinesi più vicini di noi a quel 'limite irraggiungibile' che contraddistingue la 'purezza e l'astrattezza' dell'arte? La poesia cinese, dice ancora Montale, "non è un microcosmo che riveli ed illumini perfettamente l'entità macrocosmica che le ha permesso di formarsi... è invece un insieme di gocce d'acqua che dovrebbero rivelarci un oceano e se ne stanno chiuse nelle loro fiale delicate e sottili". Appunto.
Chi sia curioso di ulteriori notizie su questo stesso argomento può cominciare a consultare i link proposti, per la verità un po' alla rinfusa, qui sotto. Su Internet comunque sono ovviamente citate anche edizioni molto più recenti di quelle di cui si parla nell’articolo, che sono ormai ‘datate’, ma restano, in questo campo, a parere dell’autore, un punto fermo obbligatorio.
Fausto Bottai
Link
http://www.poesiattiva.it/poesia/cina.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Li_Po
http://www.sagarana.it/rivista/numero4/saggio7.html
http://www.filidaquilone.it/num003debiasio.html
http://phemios.net/Recensioni/recensioni_005.htm
Stradivarius vince il Premio Amadeus

sabato 10 novembre 2007
LEO BROUWER e il QUARTETTO NEXUS
Joaquin Rodrigo "Concerto Andaluso" per quattro chitarre e orchestra I tempo
LEO BROUWER dirige il QUARTETTO NEXUS
Joaquin Rodrigo "Concerto Andaluso" per quattro chitarre e orchestra III tempo
venerdì 9 novembre 2007
Roberto Fabbri a "Domenica in" ore 18.00-19.00 11/11/2007
Siamo lieti di segnalare che la puntata di "Domenica In" del 11-11-2007 sarà dedicata alla chitarra classica. Finalmente dopo anni di snobbismo il nostro strumento preferito ha modo di trovare uno spazio nella televisione di Stato, senza essere relegata ad orari impossibili: il Maestro Pippo Caruso ha deciso di dedicare uno spazio di visibilità nazionale al nostro strumento e ha invitato il Maestro Roberto Fabbri per suonare e parlare della chitarra classica.L'appuntamento dovrebbe essere domenica pomeriggio, orientativamente intorno alle 18.00 - 18.30 (il condizionale è d'obbligo dato che spesso i tempi televisivi sono suscettibili di variazioni).Nell'occasione si parlerà anche del nuovo libro del Maestro "La storia della Chitarra" edito da Carisch e scritto con Carlo Carfagna e Michele Greci. Il Maestro Fabbri oltre che ad esibirsi come solista suonerà con il quartetto Nexus.
Crediamo che questo momento di visibilità mandato in onda tramite una trasmissione "nazional-popolare" possa aiutare a promuovere il nostro strumento e invogliare le persone ad andare ai concerti e ai festival di chitarra, dimostrando che musica colta, passione e professionismo non sono in contrasto con un pubblico più ampio.
Link: http://www.robertofabbri.com/index.php
Concorso di Chitarra Francesco Jalenti Terni 24-11-2007
Cat. I nati dal 01/01/1994 in poi: programma libero della durata max di 7 min.
Cat. II nati dal 01/01/1990 in poi: programma libero della durata max di 12 min.
Cat. III senza limiti di età: programma libero della durata max di 25 min.
Quota d'iscrizione per tutte le categorie: euro 30.00, da versare sul c/c postale n. 77651511 Causale: Concorso Chitarristico "F. Ialenti" (da inviare entro il 20/11/2007) Istituto Briccialdi Terni via del tribunale, 22 – 05100 Terni
Commissione giudicatrice del concorso :
Presidente: Mario Ialenti,
Commissari:Angelo Barricelli,Marco Cianchi,Roberto Fabbri.
CLASSIFICHE E PREMI:
Cat. I e II . votazione non inferiore a 95/100: diploma l° premio e targa; . votazione non inferiore a 90/100: diploma 2° premio; - votazione non inferiore a 85/100: diploma 3° premio; - a tutti gli altri partecipanti: diploma di partecipazione .- i vincitori assoluti di ciascuna categoria, ossia coloro che avranno ottenuto il punteggio assoluto più alto (non essendo previsti ex aequo) riceveranno una chitarra Guitarreros con custodia; - tutti coloro che avranno raggiunto una votazione superiore a 95 p. riceveranno un accordatore elettronico; - tutti coloro che avranno raggiunto una votazione superiore a 85 p. riceveranno una muta di corde La Bella e delle pubblicazioni Carisch.
Cat. III - sezione concertisti:
I CLASSIFICATO - diploma l° premio e targa; . chitarra classica Ramirez con custodia; . concerto con rimborso spese nella stagione concertistica dell'Istituto Briccialdi; . accordatore elettronico; . tre mute di corde La Bella; . abbonamento per un anno alla rivista Chitarre;. pubblicazioni Carisch.
II CLASSIFICATO . diploma 2° premio e targa; . accordatore elettronico; . tre mute di corde La Bella; . abbonamento per un anno alla rivista Chitarre; . pubblicazioni Carisch.
III CLASSIFICATO . diploma 3° premio e targa; . accordatore elettronico; . tre mute di corde La Bella; . abbonamento per un anno alla rivista Chitarre; . pubblicazioni Carisch.
Scheda di iscrizione:CENTRO STUDI FRANCESCO JALENTI CONCORSO di CHITARRA "FRANCESCO JALENTI" Terni, edizione 2007
"Il sottoscritto nato a ... il ... residenza recapiti telefonici e fax presa visione del relativo bando, chiede l'iscrizione alConcorso Nazionale di Chitarra Francesco Jalenti, per la Categoria (Firma) "
Inviare con la ricevuta del versamento entro il 20/11/2007
http://it.geocities.com/normanczabo/ConcorsoChitarraFIalentiTerni.doc
Norman Czabo
giovedì 8 novembre 2007
ANTONIO DE TORRES: LA CHITARRA DI “CARTA” (di Fabio Zontini)
“Il liutaio è fermo, in piedi davanti alla finestra, con la lampada ad olio accesa.
E’ sera, non c’è nessuno con lui in casa.
Di nuovo - mi ha colto un’altra volta senza preavviso - ritorna il consueto dolore.
Si fa sempre un impasto di quel dolore; si fa un “pane” di polvere di legno e fatica, stanchezza e preoccupazione, si fa colla che attacca l’aria alla polvere e dopo, un pezzo di legno all’altro.
E’ stato in chiesa, alla recita dei vespri oggi, chino, come sempre, ascoltando la nenia delle vecchine velate di nero, davanti al tabernacolo ed alla sua luce rossa.
Accarezza il legno e non pensa più. Muove le mani e prende il suo scalpello, e poi il pezzo ancora grezzo dentro cui scolpirà, unico pensiero lucido, il manico della sua chitarra.
La colla tira fra i frammenti sparsi, angosciati, di quell’uomo e il ferro dentro la sua mano intaglia nella penombra della sera.
Qualcuno sembra essere tornato a casa ma non bussa alla porta del laboratorio, sa che non deve, se da lì filtra ancora della luce.
Egli va avanti, rimane in piedi per delle ore fino a notte fonda, chi è rientrato ora dorme.
Il lavoro grossolano è quasi terminato, pensa. Manca una parte, manca la cassa, ma stasera il legno non basta più. Ci vuole altro.
E’ stanco il liutaio, nella quiete della sua disperazione, non trova riposo e non lo vuole.
Si volta e prende una tavola di abete - troppo spessa, più sottile voglio farla - sottile come il dolore di questa notte, sottilissima….passa colpi di pialla lenti, precisi.
La cassa, la cassa dentro cui l’ho seppellita, vorrei che non fosse così pesante, vorrei che fosse fatta di carta, come i fogli su cui disegnava…
Prese il fondo e le fasce di cipresso già pronte e le mise da parte….. di carta, di carta!.
Non s’è mai visto.
(Francesca De Taddeo)
Antonio De Torres costruì la chitarra di Cartone nel 1862, negli anni della sua vita che trascorse a Siviglia (1845-1869), dopo la perdita della prima moglie.
Durante questo periodo Torres venne in contatto con le personalità più influenti del suo campo fra cui il chitarrista Arcas che lo spinse a fare della liuteria la sua professione e il musicista Tarrega, giovanissimo ma già di straordinario talento.
Produsse strumenti eccezionali (La ”Leona”, La chitarra “Cumbre”): fra essi la “chitarra Papier Machè” di cui non lasciò spiegazione alcuna.
Non si sa nulla sul motivo che spinse il liutaio a produrre uno strumento tanto particolare e unico nella storia della liuteria, capace di infrangere le regole di costruzione della chitarra e contemporaneamente dimostrare, in forza dell’assenza di queste, la propria straordinaria abilità di costruttore, riuscendo a far suonare persino uno “strumento in cartone”.
Sappiamo che Torres tenne con sè lo strumento fino alla morte: dopo di che la chitarra Papier Machè passò per le mani di Tarrega e Llobet, ed infine giunse agli eredi che nel 1953 la donarono al Museu de la Musica di Barcellona.
Della chitarra di cartone non si avevano, fino a pochi anni fa, testimonianze sonore dirette, perchè
numerose crepe sulla tavola armonica ne impedivano l'uso. L'ultima traccia scritta era rappresentata dalla recensione di Domingo Prat nel suo "Diccionario" : " Questa chitarra ha un suono straordinario per quanto un po’ soffice blando e grave, come ha potuto comprovare l'autore
di questo dizionario suonandola in casa Tarrega".
La chitarra originale ha un diapason di 645 mm e un peso di 1185 grammi.
Il piano armonico è formato da due pezzi non speculari di abete, cosa non consueta oggi ma abbastanza normale ai tempi di Torres, soprattutto per gli strumenti “economici”. L’abete comunque è di ottima qualità di taglio radiale e con venatura piuttosto fitta nella parte centrale.. Un’altra caratteristica anomala riguarda il suo spessore, decisamente sottile, fra i 7 e i 15 decimi di millimetro, meno di quanto non usasse fare nelle altre chitarre, anche se forse nel corso degli anni ha subìto degli interventi di restauro che hanno comportato il suo assottigliamento.
Le fasce sono irrigidite da numerosi pilastrini di cedrella distanti tra loro 7 cm circa, ed il fondo oltre alle solite 3 catene trasversali (di abete) ne porta 3 longitudinali piu basse (di cedrella) a formare una sorta di intelaiatura, in grado di rinforzare adeguatamente il cartone stesso. La cassa dello strumento, seppure piuttosto deformata è integra e compatta. Questo per via delle caratteristiche peculiari del cartone che non avendo venatura non rischia spaccature o crepe.
Il manico è in legno di cedrella, e il tacco è formato da 4 pezzi dello stesso legno. La tastiera è in palissandro indiano mentre il ponticello è in palissandro brasiliano. In generale si ha la sensazione che Torres abbia usato per questo strumento legno di “recupero” eccezion fatta per il piano armonico.
Dopo il restauro ad opera dei fratelli Yague di Barcellona, il M°Stefano Grondona, ha avuto l'occasione di suonarla nuovamente (ed ora è possibile ascoltarla in un brano nel CD allegato al libro scritto con il liutaio Luca Waldner "la Chitarra di Liuteria" nda). Egli ha scritto:
“Straordinario esempio, a nostra conoscenza unico, di chitarra costruita con il cartone, materiale che nega tutte le regole teoriche che in uno strumento musicale andrebbero rispettate […]
Rimane il fatto che questa chitarra è uno strumento di grande e rara bellezza, con gli stessi contenuti artistici e sonori delle altre chitarre di Torres, senza carenze che possano far anche lontanamente pensare che con il legno al posto del cartone potrebbe suonare meglio; anzi, semmai si arriva a pensare il contrario.
E questa è la grande lezione che Torres ci tramanda: qualsiasi materiale, anche di modesta qualità, se scelto, assemblato, plasmato con quella imperscrutabile sensibilità che può fare di un artigiano un artista, può suonare al meglio, senza che in questo si riesca ad intravedere una qualsiasi carenza”
A De Torres: note biografiche
1817 Nasce a La Canada de San Urbano, sobborgo della città di Almeria
1834 inizia a lavorare come falegname a Vera dove si è trasferito con la famiglia.
Il suo nome compare per la prima volta nelle lista dei Carpentieri di quella città nel 1837.
1845 dopo la morte della moglie, della seconda e terzogenita, provato da un lungo periodo di difficoltà economiche si trasferisce a Siviglia in cerca di nuove opportunità
A Siviglia inizia la sua attività di liutaio nella casa al numero 11 di calle Ballestilla probabilmente a partire dagli anni 50.
E’ del 1856 una delle sue chitarre più famose, la Leona
Nel 1858 costruisce la chitarra Cumbre, il suo strumento forse più spettacolare per le sontuose decorazioni per cui fu anche vincitore della medaglia di bronzo all’esposizione di Siviglia del 1858
Nel 1859 costruisce la chitarra che Miguel Llobet (1878-1938)
acquisterà nel 1916 e cinque anni dopo lo strumento per Tarrega (1852-1909).
Alla fine degli anni 60 dell’800 a causa della depressione
economica, all’età di 52 anni, con la seconda moglie, lascia Siviglia e torna ad Almeria dove apre un negozio di porcellane.
1872 insegna il mestiere ad un allievo, Joaquin Alonso.
E’ del 1875 la seconda chitarra della seconda epoca (Se02).
Da quest’anno in poi continuerà il lavoro di liutaio fino alla morte che avverrà nel 1892 a 75 dopo aver costruito circa 300 strumenti.
Bibliogriafia
La chitarra di Liuteria, Stefano Grondona, Luca Waldner – ed. L’officina Del Libro
contatti: zontini@zontiniguitars.com
mercoledì 7 novembre 2007
Steve Reich • Music for 18 Musicians
Ancora Steve Reich in una interpretazione di una delle sue opere più famose
martedì 6 novembre 2007
Una passione, una chitarra, due geniali "dilettanti"
"CONTAMINAZIONI", Rassegna di musica popolare a Roma dal 8 novembre
Inaugura la rassegna, l'11 novembre, l'ensemble Laudanova che traendo ispirazione dalle tradizioni musicali mediterranee e orientali riunisce interpreti e compositori di scenari differenti dalla musica classica all'antica, dalla tradizionale alla contemporanea. Tra gli strumenti utilizzati il violoncello, il flauto e la chitarra affiancati a quelli più antichi e tradizionali come il saz, il laud, lo zarb, il daf e l'harmonium.
A seguire, il 17 novembre, il duo Radicanto che presenta un viaggio nella sonorità pugliese da Matteo Salvatore a Enzo Del Re, dai Cantori di Carpino alle ballate salentine. Il terzo concerto è affidato all'Ocra Quartet, un ensemble orientale, che propone un viaggio dal Medio Oriente all'India, dall'America al Salento, guidato da Davide Conte, in veste di moderno cantastorie. Chiude la rassegna il quintetto Prasada, dedicato alla fantasia ebraica che mescola melodie mistiche di derivazione chassidica e canzone da Cabaret dell'Yiddish Theater di Brooklyn degli anni venti.
lunedì 5 novembre 2007
'Acrostici' di Fauvel
http://it.wikipedia.org/wiki/Acrostico
D'altra parte, chi impostasse un'indagine su questa parola in un qualsiasi motore di ricerca su Internet, si troverebbe immediatamente sommerso.. da una valanga di risposte. In uno dei siti in cui si offrono alcuni esempi di acrostici, ci imbattiamo, guarda caso, in una nostra vecchia conoscenza:
http://www.kore.it/caffe/acro.htm
La lettura di queste 'poesie al quadrato' impone alcune ulteriori riflessioni sul c.d. ungarettismo di Fausto Bottai. Con il testo 'Come affogare in un bicchier d'acqua' eravamo infatti di fronte ad un esempio tipico di parodia letteraria. I giochi poetici di cui sopra sono invece, in modo, direi, 'inquietante', strutturalmente diversi. Si tratta infatti, come confessa l'autore stesso, di testi composti integralmente da autentiche citazioni ungarettiane. Insomma, ci sta parlando un falso Bottai o un vero Ungaretti (o viceversa)? Oppure, detto in altri termini, quanti messaggi sono potenzialmente contenuti nel messaggio originario x di y, se un qualsiasi z si 'diverte' a ricomporre, secondo le regole più o meno arbitrarie della 'ars combinatoria', un messaggio (apparentemente) nuovo, ma in realtà composto da frammenti del vecchio?In questo caso si tratta, ovviamente, e fortunatamente, di un gioco, ma... la storia dell'umanità è piena di eventi che hanno almeno come concausa o pretesto o scusa o giustificazione più o meno strumentale meccanismi che potrebbero sembrare giochi, da un certo punto di vista, ma, se 'presi sul serio', possono far tremare vene e polsi...Restando in tema di acrostici, vi consiglio di dare un'occhiata qui:
http://www.renneslechateau.it/romelechateau/index.php?id=3
laddove, volendo, al di là della lettura della singola pagina, si può spaziare sul tema cui allude l'estensore della nota in questione: l'enigma di Rennes-Le-Chateu, ovvero, due passi in più, ed eccoci nel bel mezzo del mistero del Priorato di Sion (cui nuova popolarità venne dal successo del romanzo di D.Brown 'Il Codice da Vinci'). Ma ancor più mi piace citare il mistero cui allude un altro, indubbiamente più nobile, precedente letterario, quello contenuto nel racconto 'Tlon, Uqbar, Orbis Tertius' di Jorge Luis Borges:
http://www.flickr.com/photos/66142995@N00/306650090/
Qui, poiché la 'cosa segreta' da custodire e tramandare sembrerebbe, fino a prova contraria, del tutto inesistente, beh, paradossalmente, quasi senza volerlo, siamo molto più vicini al VERO di quanto lo siano tanti accaniti cercatori di VERITA'. Quanto a coloro che la VERITA' presumono di averla già in tasca, per carità, non vale manco la pena di parlarne...
Fauvel
p.s. certo l'opera e la figura di Jorge Luis Borges offrono non una, ma molte chiavi di lettura di cui possiamo giovarci anche nell'analizzare il vero-falso Ungaretti di Bottai. Uno dei personaggi dei racconti di Borges non riscrive forse il 'Chisciotte'? E sul pianeta Tlon tutte le opere non sono forse dovute ad un solo autore, atemporale e anonimo? Senza parlare della Biblioteca di Babele, 'i cui scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici' come dire tutti i libri che sono stati, sono, saranno e potrebbero essere scritti.. Di fronte a questo oceano, non dico 'finti' autori di poesiole come Fausto Bottai, ma 'veri' autori di opere letterarie ben più complesse e importanti, in fondo, non sembrano bambini che giocano con le pistole ad acqua?
domenica 4 novembre 2007
sabato 3 novembre 2007
Julian Bream suona il liuto davanti a Igor Stravinsky
Cliccate su: http://it.youtube.com/watch?v=vuoBpNz6fD8
Probabilmente tratto da un documentario della trasmissione giapponese.
venerdì 2 novembre 2007
Somma Vesuviana: terra di tammorre e tradizioni di Titti Esposito
Sicuramente in pochi e sicuramente in pochi sono a conoscenza del valore culturale che questa terra ha nell’ambito della musica popolare e della ricerca e ricostruzione del patrimonio folkloristico partenopeo.
Le profonde trasformazioni che negli ultimi cinquant’anni hanno investito il paese, modificandone l’assetto sociale e culturale, sembrano non aver quasi intaccato “il bagaglio folklorico” di Somma Vesuviana; certi riti, certe tradizioni e certe musiche sembrano aver resistito impavidamente alla “modernità” incombente, magari adattandovisi in modo spesso imprevedibile ma conservando in sé gran parte di quella magia primitiva che li ha generati.
Una vera e propria fonte di ricchezza per gli etnomusicologi!
Difatti, ancora oggi, su quella montagna tanto amata dai sommesi, con la quale intrattengono un rapporto di amore quasi carnale, si svolgono riti arcaici e profani, uguali da secoli, fusi in un meraviglioso sincretismo con quelli cattolici.
Così, ballando e cantando al ritmo di tammorre, vere detentrici del linguaggio folklorico, si venera la Vergine Maria, dispensatrice di grazia e misericordia, e si esaltano al contempo sentimenti e passioni della vita quotidiana… la gioia dello stare insieme.
Nelle sfide tra gruppi di cantori nei “canti a figliola” e nelle “fronne” emerge ancora oggi chiaramente la connotazione culturale della tradizione popolare dove la voce ha uno specifico ruolo, proprio in un’epoca in cui secondo il M° Roberto De Simone “la voce ha perso voce”.
Ecco che allora a Somma Vesuviana è possibile sentir risuonare cori e ritmi appartenuti al passato ma che la musica popolare, quella del popolo, trasmessa oralmente di generazione in generazione, rende tuttoggi vivi e vibranti ed esprime e divulga una cultura millenaria.
Titti Esposito
giovedì 1 novembre 2007
Frederic Zigante: Recital la recensione di Chitarre febbraio 1987
Abbiamo trovato una recensione di questo bel disco del Maestro Frederic Zigante, allora venticinquenne.E' della rivista Chitarre nro 11 del febbraio 1987, firmata da Griselda Ponce de Leòn. La potete scaricare e leggere qui:
http://it.geocities.com/normanczabo/zigante-chitarre.pdf
Jacopo da Montaio 2, la vendetta!
Ho anche immediatamente esposto al pubblico ludibrio uno dei miei prodotti di laboratorio, l'mp3 di 'Neve'. Ora.. mi vendico(si fa per dire..)! Poiché mi è stata lasciata carta bianca nella gestione di questa 'rubrica' e poiché anche Fausto Bottai si diletta di computer music, espongo al pubblico ludibrio anche i suoi 'mostriciattoli' elettronici e/o semielettronici. Prima di tutto quelli presenti in questo sito:
http://www.vitaminic.it/artist/fausbott/
e poi un esperimento che Fausto ha compiuto tempo fa grazie alla collaborazione di un chitarrista vero, il suo amico Gennaro Caruso. Di cosa si tratta? Semplicemente di una partitura per due chitarre, di cui una, virtuale, 'suonata' da Fausto (è la parte armonica del pezzo), l'altra, reale, da Gennaro (la parte melodica). Il brano, composto dallo stesso Fausto, s'intitola 'Dunja'...
http://it.geocities.com/normanczabo/dunja.mp3
Jacopo da Montaio
Chi è Fauvel?
Ora io, lo confesso, se non sapessi chi è Fauvel, non ci dormirei la notte! Comunque sarò magnanimo: ve lo dirò, anche se voi dormite lo stesso. Fauvel è il protagonista di un poema allegorico, il 'Roman de Fauvel', appunto, di tale Gervais de Bus, gentiluomo di corte francese, degli inizi del XIV secolo. Il nome è formato dall'acrostico dei termini che indicano, in francese, i vizi: Flaterie, Avarice, Uilanie, Varieté, Envie, Lascheté. Già dal titolo si intuisce l'intento satirico dell'opera, rivolto in parte a certi personaggi politici dell'epoca, ma soprattutto agli ordini religiosi domenicani e francescani. Oggi, in piena epoca neo-medievale, sotto pontificato teutonico, certe cose potrebbero sembrare di nuovo tragicamente (o comicamente) attuali, ma lasciamo perdere, questo discorso ci porterebbe fuori strada..
Mi fermo qui, poiché il personaggio che si nasconde sotto tale pseudonimo vuole mantenersi rigorosamente nell'ombra (è troppo conosciuto in società, e teme feroci rappresaglie se colto in flagranza di reato: in certi ambienti è molto pericoloso abbandonarsi al gusto della parodia e dei giochi di parole, soprattutto se con intenti satirici nei confronti dei.. potenti). Per questo motivo, per confondere vieppiù le acque, pur essendo italianissimo e scrivendo nella lingua di Dante, ha scelto uno pseudonimo di ascendenza francese: quando si dice l'astuzia!
Ora a lui lascio volentieri la cura di questa rubrichetta 'letteraria' su 'Chitarra e dintorni', avvertendo però che continuerò a postare io i suoi interventi, onde evitare che si possa risalire al suo nome e cognome vero: se i messaggi partissero direttamente dal suo computer, infatti, c'è questo timore (il nemico ha occhi e orecchi dappertutto!).
A breve la prima puntata...
Fausto Bottai













