sabato 17 settembre 2011

Bill Frisell, Have a Little Faith


Ho una ammirazione sconfinata per Bill Frisell. Segui la sua carriera fin da quanto ho sentito il suono particolare della sua chitarra nei Naked City e anche se da qualche anno non ha fatto uscire dischi particolarmente esaltanti, sono sempre pronto a difendere la sua intelligenza musicale e la sua abilità come strumentista. Certo che negli anni ’90 dovette attraversare un periodo molto felice dal punto di vista creativo, in rapida successione aveva infatti fatto uscire una serie di dischi eccezionali di cui questo Have a Little Faith rappresenta per me il suo zenith, il suo apice.

Qui Frisell infatti riesce a dimostrare tutta la sua originalità rielaborando e creando un disco di cover eccellenti, lontane anni luce dal classico concetto di definizione degli standards jazzistici. Non storcete la bocca, so che si può partire prevenuti leggendo nei titoli un brano come “Live to Tell”di Madonna, invero arrangiato in modo fantastico sostituendo ogni riferimento pop con un blues tagliente e malinconico come pochi, ma in realtà c'è dentro di tutto, un accozzaglia di generi che se uno non ha nervi e testa ben saldi farebbe in fretta a trasformarli in un minestrone dai sapori indigesti e grotteschi. Ma il nostro chitarrista è abituato a ben altro, ricordo che la sua militanza in quel calderone bollente stilistico che furono i Naked City risale proprio in quegli anni, un gruppo di musicisti geniali allenati a cambiare dieci stili musicali nello stesso brano in meno di mezzo minuto.

Oltre a Madonna infatti ci stanno dentro degli standard jazz tipo "When I fall in love", una marcetta militare ("Washington Post March"), un pezzo di Dylan (la celebre "Just like a woman"), uno di Sonny Rollins ("No Moe") e pure la musica contemporanea, la wilderness di "Billy the Kid" di Aaron Copland, un balletto del 1938 noto per l'eclettico miscuglio di canzoni di cowboy e di canzoni folk americane. Ad accompagnare Frisell la batteria di Joey Baron (compagno di giochi nei Naked City), il clarinetto di Don Byron, il basso di Kermit Driscoll e la fisarmonica di Guy Klucevsek. Il risultato è sensazionale: il clarinetto di Don Byron suona oltremodo fresco e ruspante, la fisarmonica di sottofondo conferisce al tutto sonorità un po' inconsuete per una formazione jazz e il modo di suonare e di arrangiare di Bill Frisell è a dir poco vario in questo disco, passando da paesaggi pazzi e lunari a arrangiamenti folk-country-bonanza a toni più prettamente jazz.

La sua versione di Have a Little Faith di John Hiatt, il brano che da il titolo al disco è poi qualcosa di epocale, e da sola vale la pena di spendere i soldi per l’acquisto del cd, che raccomando in ogni modo se in particolare se vi intrigano le maniere pazze di mescolare folk, country e jazz.


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