sabato 19 febbraio 2011

Intervista a Lucia D'Errico, quinta parte


Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Un musicista brillante che non promuove se stesso è come una bellissima lampada che splende sotto un secchio. Sarebbe bello potersi occupare solo della ricerca, ma è necessario – oltre che molto faticoso – distinguersi tra le mille voci che ci circondano. All’estero lo sanno e in molti conservatori (tra cui Birmingham) vengono offerti corsi specifici.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Di muoversi molto, fisicamente ma soprattutto con la testa; di amare ciò che si fa, di amare ciò che non si fa, di ascoltarsi, di ascoltare.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Un sogno che spero di realizzare a breve è di suonare con mia sorella Anna, una pianista straordinaria; la poca compatibilità dei due strumenti ci ha sempre frenato, ma vedremo… Per il resto, spero di collaborare con musicisti che mi stimolino e mi aiutino ad approfondire la conoscenza della mia creatività. Altri progetti: lavorare con artisti provenienti da ambiti extramusicali (arte visiva, letteratura, cinema… e chissà che altro), farmi influenzare, contaminare, innestare e disinnestare… insomma, cambiare.

Ultima domanda: Roberto Freak Antoni, il cantante degli Skiantos, ha scritto una volta un libro intitolato “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”… tanti chitarristi italiani, specialmente se interessati alla musica contemporanea si sono da tempo trasferiti all’estero e lì hanno avviato una carriera impensabile in Italia... pensi di seguire le loro orme?

Sono convinta che il male dell’Italia non sia né la stupidità né l’ignoranza – nonostante l’immagine che il nostro Paese ultimamente sembra voler dare di se stesso sia quella di una compiaciuta e anabolizzata superficialità. Ma per fortuna la realtà non è (o non è solo) quella che appare in TV: le persone intelligenti e creative sono tante. Credo che il difetto che nel nostro Paese le paralizza sia piuttosto l’abitudine alla lagna: è sempre colpa di qualche oscuro potere se le cose vanno male, e questo atteggiamento dannoso e purtroppo contagioso impedisce di pensare in grande e di agire, in un circolo vizioso di inerzia. Spero che l’esperienza all’estero rafforzi questa mia convinzione, così da tornare in Italia con ancora più voglia di cambiare le cose.

Ultimissima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Alla prima domanda lascio rispondere a Nietzsche: si fa musica perché senza musica la vita sarebbe un errore. Il posto di chi fa musica è (e non può che essere!) ai margini della società, come dovrebbe essere quello di ogni artista, di ogni filosofo, religioso, insomma, di ogni pensatore. Perché il pensiero, se non è marginale, se non ha la forza di collocarsi sempre nella coda dell’occhio – e quanta ce ne vuole! – indurisce, si fa violenza, si sclerotizza come la corteccia di un albero. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di essere sempre rami verdi… E’ inutile lamentarsi del distacco del pensatore dalle masse: nessun riconoscimento sociale o economico vale il compromesso che un’accettazione su larga scala non può che implicare. L’artista sta fuori, sta “fra”: guarda, commenta, capisce, e se non può o non vuole cambiare il mondo si sforza di cambiare se stesso: e ho detto tutto. E qui rispondo all’ultima domanda: al fatto che la musica possa cambiare la società credo poco. Non l’ha fatto finora, dubito che lo farà mai. Ma la musica ha un grosso potere, quello di cambiare le persone, o almeno di metterle in discussione. E la società è fatta di persone quindi forse…

Grazie Lucia!

venerdì 18 febbraio 2011

Video: Giacomo Manzoni, Echi (1981) per chitarra sola

Intervista a Lucia D'Errico, quarta parte


Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Parlando tempo fa di questo con degli amici sono giunta a una curiosa conclusione. A chi lamentava che al giorno d’oggi l’esuberanza di stimoli condurrebbe appunto ad un appiattimento in cui rintracciare segni dell’autenticità e del valore del passato sarebbe difficile se non impossibile, e che i tratti facciali dei nostri tempi sarebbero stati erosi da una specie di indistinta miscela mediatica, ho risposto che forse non è così male considerare questo il volto dei nostri tempi: una specie di rumore bianco, una saturazione degna di Kline o Pollock che può costituire uno scenario poetico in cui muoversi (e di cui questo mio chilometrico periodo fornisce un esempio calzante!). Scherzi a parte, non riesco a considerare la coesistenza di tempi, modi e luoghi così diversi come qualcosa di negativo. Anzi: questo potrebbe servire a evitarci tanti odiosi arianesimi musicali – che, credimi, esistono.

Più che una domanda... questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” …ora... la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Liberarsi di se stessi è una beatitudine per pochi. Chi non può o non vuole farlo, è costretto a filtrare le esperienze esterne con la propria percezione. La vedo come una cosa imprescindibile, anzi, forse ritrovare se stessi in un’opera altrui è lo scopo stesso dell’arte. Come dice Proust, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.” Non vedo questa come una cosa negativa, perché non siamo fatti di soli meccanismi e razionalismo. In assenza di un sistema che si sovrapponga al nostro io e alla nostra intelligenza, la musica anzi ci permette di indagare noi stessi in maniera salutare. Certo quando indossiamo le lenti deformanti dell’ideologia, qualunque essa sia, il nostro sguardo diventa violenza su tutto – ahimè, non solo sul mondo dei suoni.

Qual è il ruolo dell’Errore nella tua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...

Una felice bufala di J. F. Kennedy vuole che l’ideogramma cinese per “crisi” sia composto dalle parole “pericolo” e “opportunità”. La verità – seppure non etimologica – di questo l’ho potuta sperimentare nel mio approccio all’improvvisazione. Non credo che improvvisare significhi sapere esattamente cosa succederà, o forse questo riguarda solo improvvisatori di professione. Penso che il distinguo stia nell’abilità di gestire l’imprevisto, di emancipare l’errore a volontà. Questa è la bellezza dell’errore, sia in musica che nella vita: è la crepa attraverso cui riusciamo ad intravedere un’altra realtà. Certo ogni crepa minaccia distruzione… ma la fragilità del tutto aggiunge fascino e “thrill” a chi sa accettare l’errore come parte dell’esistenza. L’errore insomma può diventare una chiave per un mondo altrimenti sconosciuto.

continua domani ...

giovedì 17 febbraio 2011

Video: Niccolò Castiglioni, "Sic" per flauto e chitarra. FrameDuo - Michela Caser (flauto) e Lucia D'Errico (chitarra

Intervista a Lucia D'Errico, terza parte


Hai partecipato a diversi corsi e masterclasses di perfezionamento sul repertorio contemporaneo con Elena Càsoli, Marco Cappelli, Zoran Dukic, Carlos Molina, Vladislav Blaha, Helen Sanderson e hai studiato composizione con Riccardo Vaglini. Che ricordi hai di queste masterclass e di questi insegnanti? Chi ti ha colpito di più?

Da ogni incontro si riceve qualcosa, ma di queste esperienze apprezzo gli stimoli umani quanto e più ancora di quelli musicali. Detto questo, ho un bellissimo ricordo dell’incontro con Elena Càsoli. Parlare delle sue doti musicali è qui superfluo; la cosa per cui mi ha colpito è stato il rispetto e la profondità con cui si rapporta alla musica (tutta la musica), al suo lavoro, e a ogni cosa, sì devo dire a ogni cosa. Nella giornata del workshop che ho fatto con lei siamo andati tutti a fare un picnic su un prato di montagna. A un certo punto un enorme ragno si è messo a passeggiare sulla nostra tovaglia: tutti (io per prima) ci siamo alzati con ribrezzo, mentre lei si è chinata e ha raccolto quel ragno come fosse un pulcino! Ecco, ho pensato: se tutti fossimo capaci di comportarci così con le – apparenti – bruttezze che ci circondano, chinarci e prenderle in mano, il mondo non avrebbe tanti problemi. Quest'immagine riassume la grandezza dell'impressione che Elena ha avuto su di me, e forse l'atteggiamento che la rende così profonda e magnetica anche in musica.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Il mio lavoro si basa per grandissima parte sull’indagine e sulla pianificazione: la tornitura di gesti e suoni, la scultura delle intenzioni. Improvvisare per un interprete può essere pericoloso: quando il lavoro è così difficile, scavare un solco solido dove i movimenti di muscoli e mente si possano incuneare è, almeno per il mio modo di lavorare, fondamentale. Condurre un lavoro parallelo sull’improvvisazione però può dare un vantaggio, e non da poco; quello cioè di sondare la propria immaginazione, la propria spontaneità, andare a verificare cosa la propria memoria muscolare e uditiva va a ripescare per rielaborarlo e riproporlo. Una grande riflessione per qualunque interprete, anche il più classico.

Oltre che alla chitarra classica, ti dedichi anche alla chitarra elettrica e chitarra basso, e ti stai interessando alla musica mediorientale attraverso la conoscenza dell'oud, come mai questo interesse per strumenti fuori dai canoni “classici”? Cosa pensi di suonare con l’oud? Te lo chiedo perché amo molto la musica mediorientale e l’oud e sono dei mondi musicali vastissimi…

Chitarra elettrica e basso sono state due grandi amori adolescenziali – difficile sfuggire al loro fascino a quell’età. Dopo gli studi classici le ho riprese in mano per alimentare la mia voglia di novità e la mia curiosità, e mi servono a ossigenare l’aria un po’ viziata di accademismo che di tanto in tanto sento aleggiare attorno allo strumento classico. E poi il repertorio, soprattutto quello per elettrica, è così bello e ricco che non ho potuto resistere, e proprio in questi mesi lo sto esplorando con gran piacere.
Sono stata folgorata dall’oud quando ho avuto l’opportunità di assistere ad un concerto del virtuoso egiziano Farhan Sabbagh; questa rivelazione di uno strumento così versatile è andata a sposarsi con la mia attrazione per la musica microtonale (un altro dei miei compositori preferiti è Scelsi). E così, dopo aver fatto togliere i tasti ad una mia vecchia chitarra con scarsi risultati, ho ricevuto in regalo un oud sul quale mi sto divertendo. Per ora sto cercando di conoscere la musica mediorientale e dell’area mediterranea, concedendomi qualche incursione nel repertorio medievale. Presto spero di ottenere una tecnica adeguata a proporre questo strumento a qualche compositore per offrire le sue possibilità anche alla creatività europea.

continua domani ...

mercoledì 16 febbraio 2011

Concerto for Kurtàg 85


G20 February 2011, 7.30 pm - 10.00 pm

Bartók Béla National Concert Hall
György Kurtág: Messages of the Late R. V. Troussova Op. 17
György Kurtág: Songs to Poems by Anna Akhmatova Op. 41
Featuring: Natalia Zagorinskaya - soprano, UMZE Chamber Ensemble
Conductor: Péter Eötvös


György Kurtág: Grabstein für Stephan, op. 15
Featuring: Elena Casoli - guitar

György Kurtág: Op. 27 No. 2 (Double Concerto)
Featuring: Nicolas Altstaedt – cello, Gábor Csalog – piano

György Kurtág: Stele, op. 33
Featuring: Concerto Budapest
Conductor: András Keller

Video: Benjamin Britten, Nocturnal after John Dowland.



Intervista a Lucia D'Errico, seconda parte


Fai parte del FramEnsemble che abbiamo già intervistato nel blog e suoni in duo con Michela Caser, come va l’attività dell’Ensemble e del Duo?

Il gruppo sta crescendo sempre più e per il futuro i progetti sono tanti, e per me molto intriganti. Non si tratta solo di proporre musica nuova, ma di collegare la nostra attività musicale ad altre realtà, in modo da farsi incuriosire il più possibile, e incuriosire a nostra volta. Questa visione di Frame collima in gran parte con la mia: facciamo musica, ma con essa parliamo di tante altre cose. Vogliamo insomma uscire dalla torre d’avorio, e magari cominciare a minarne le basi. Una musica che parla solo a se stessa e di se stessa può essere bella, ma diventa autistica.
Con Michela, sempre all’interno dell’ensemble, abbiamo avuto bellissime esperienze, tra cui una breve tournée in Argentina lo scorso ottobre. In programma insieme, una partecipazione al Festival 5 Giornate a Milano.

Hai realizzato di recente una uscita discografica con AlchEmistica, la nostra netlabel dedicata alla musica classica e contemporanea, ci vuoi parlare di questo tuo progetto? Come ti sei trovata a dover improvvisare e come mai hai dato quei titoli “at school they held me under a bucket of dirty water” per il brano per chitarra elettrica e “Disco machine” per quello per chitarra classica? A scuola ti facevano davvero così tanti gavettoni?

Il progetto con AlchEmistica mi ha permesso una scoperta. Sono da sempre stata poco propensa all’improvvisazione (sono molto legata alla pagina scritta, e un foglio bianco mi ha sempre fatto un po’ di paura), ma ultimamente le sfide mi piacciono: e, accolta la sfida, ho trovato un mondo di potenzialità inesplorate che sicuramente feconderà anche il mio lavoro come interprete. La cosa che ho apprezzato di più in questo esperimento è stata la capacità di emancipare l’errore… ma ne parlerò più avanti.
Nel primo brano, per chitarra elettrica, sono andata alla ricerca di suoni non solo poco “chitarristici”, ma anche poco “umani”, derivati in parte da memorie uditive tecnologiche, in parte da un'immaginazione vagamente acquatica, o meglio amniotica. Il titolo – per mia fortuna – non l'ho tratto dalla mia autobiografia! Una mia grande passione è quella della citazione, in questo caso letteraria. Ho scelto questa perché, oltre ad avere un bellissimo ritmo, nel libro da cui è tratta riassume un vissuto sotterraneo e mai rimosso: era questa l'ispirazione di partenza. Ma non ti dirò il titolo del libro! Mi piace troppo l'idea che chi la legge possa rintracciarla, chissà quando e per caso, con quel libro tra le mani... anche se magari una semplice ricerca su google vanificherà la poesia dell'incontro fortuito. Ma sto divagando...
Il secondo brano è invece per chitarra classica – diciamo così – preparata. Tutto si basa su un ritmo ostinato e meccanico a cui si avviluppa una triade maggiore “stonata”, tarlata; un materiale di base così privo di grazia e intelligenza da farmi pensare con divertimento a certa disco music... è stato un gusto squinternare un po' alla volta l’ottusa ripetitività dell'inizio.

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “…Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Tu suoni sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo… ti riconosci in queste parole?

Sono felice di non aver più bisogno di pormi il problema. Secondo me una musica che è stata sperimentale, fosse pure nell’antica Grecia, continua ad esserlo; ed io continuo ad approcciarla come tale. Certo credo che non affrontare – o non voler accettare, accade anche più spesso – la musica dei nostri tempi sia un grande peccato per un musicista (nel senso: che peccato!). Capire ed interpretare l’oggi è il miglior strumento che conosco per sapersi immedesimare nello ieri. E se dobbiamo considerare Beethoven e Chopin come reliquie, mostri da teche, piuttosto che come sono stati – carne vivente, “carne viva” e a loro volta oggetti di scandalo – beh, tanto vale non suonarli e basta: meglio l’oblio di una seconda sepoltura.
Per il resto, un albero è fatto di foglie e di radici, entrambe parti indispensabili alla sua esistenza.

continua domani ..

martedì 15 febbraio 2011

Pablo Montagne in Concerto 18 febbraio

Intervista a Lucia D'Errico, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato? Qual è il tuo background musicale?

Fin da piccola ho sempre ascoltato tanta musica, soprattutto classica, e la chitarra l'ho vista in mano a mio papà che la suona da amatore. Mia sorella ha iniziato a suonare il piano molto presto, ma nonostante questa enorme ricchezza di stimoli non ho considerato mai l'idea di suonare uno strumento fino all'età di undici anni: avevo cose più importanti da fare io – ovviamente, giocare e spassarmela! Poi galeotti furono i Beatles: ascoltando un loro disco mi sono incaponita a voler riprodurre le note di “Yesterday” su una chitarra che mio papà aveva comprato d'occasione (e che conservo ancora con affetto) e da allora non mi sono mai fermata. Insomma, posso dire di non aver mai smesso di giocare, con o senza una chitarra in mano...
Il mio strumento principale è la chitarra classica, ma negli anni mi sono divertita a sperimentare alcune sue declinazioni: elettrica, basso, steel-string, oud, balalaika, charango… Interessata alla composizione, ho imparato a mettere le mani sul pianoforte, col beneficio di un approccio del tutto diverso all’armonia e alla scala musicale. In qualche momento d’ozio mi diverto a suonare il tamburello – strumento affascinante e infinito; e per ultimo, cosa che mi è servita molto, ho imparato qualche rudimento del canto. Suono da cinque anni su una Novelli in abete e acero, e da due su una Fender Strato.
Come già ti ho detto la musica – chiamiamola – classica ha sempre avuto un ruolo preponderante nei miei ascolti. Ma sono curiosa verso ogni manifestazione musicale; la mia ultima passione è la musica di culture molto diverse dalla mia. E se negli anni del conservatorio mi sono un po’ allontanata dagli ascolti “rockettari” dell’adolescenza, oggi ci torno spesso e volentieri con rinnovata curiosità e divertimento. Non a caso alcuni tra i miei compositori preferiti sono quelli che coniugano la ricerca sonora e formale a generi popolari o commerciali: Romitelli, Ligeti, Bartók, Mahler, Schubert…

Ti sei diplomata al Conservatorio "B. Marcello" di Venezia sotto la guida di Tommaso De Nardis e stai conseguendo un corso di alta specializzazione in performance presso il conservatorio di Birmingham (UK) focalizzandoti sul repertorio contemporaneo. Come ti trovi in Gran Bretagna? Vuoi parlarci di questo Master?

Tommaso De Nardis è stato una grande guida, sia dal punto di vista umano che artistico: in Italia quindi sono stata molto fortunata. La sua visione didattica impareggiabile e per certi aspetti avanguardistica l’ho ritrovata con piacere nell’organizzazione del conservatorio di Birmingham, ma stavolta elevata ad istituto. Purtroppo un ottimo insegnante non basta: le idee hanno bisogno di un ambiente favorevole in cui crescere, e quello dei conservatori italiani è ancora molto lontano dal clima collaborativo, vitale e propositivo che sto respirando a Birmingham – anche se le persone che si sforzano di cambiare le cose in questo senso sono tante, e spero avranno grande fortuna. Il master è una specie di tour de force per performers: tre grandi concerti, di cui uno con orchestra, più mille occasioni di mettersi alla prova. E seminari su psicologia per interpreti, sviluppo professionale, aspetti della performance… ho appena iniziato e l’impressione è che ci sia ancora moltissimo da scoprire.

continua domani ..

lunedì 14 febbraio 2011

Video: TRASH TV TRANCE by Fausto Romitelli



Lucia D'Errico: Biografia


Lucia D'Errico si diploma a pieni voti presso il Conservatorio "B. Marcello" di Venezia sotto la guida di Tommaso De Nardis. Sta conseguendo un corso di alta specializzazione in performance presso il conservatorio di Birmingham (UK) focalizzandosi sul repertorio contemporaneo. Interessata all'approfondimento dei più svariati linguaggi e alle loro possibili reciproche interazioni, studia composizione con Riccardo Vaglini, lingue e letterature straniere presso l'università di Ca' Foscari di Venezia, dove consegue una laurea magistrale con lode in letteratura
inglese; i suoi interessi extramusicali includono il cinema e le arti grafiche.
Suona per importanti istituzioni quali Teatro Dal Verme di Milano, Teatro La Fenice di Venezia, Brinkhallin Summer Festival di Turku, Finlandia, Festival Nuovi Spazi Musicali Roma, Ciclo di Musica Contemporanea dell'Istituto di Musicologia “Carlos Vega” di Buenos Aires, Festival Desde el Este al Oste di Rosario, Argentina, Festival Chitarristico Castelnuovo-Tedesco di Treviso, Festival Chitarristico di Conegliano, e molti altri. Il suo interesse specifico per la musica di oggi la porta a dare numerose prime esecuzioni e a collaborare con compositori tra cui Rocco Abate, Alessandra Bellino, Eduardo Caceres, Mauro Cardi, Paola Ciarlantini, Alessandra Ciccaglioni, Silvia Colasanti, Federico Costanza, Daniel Alberto Cozzi, Biancamaria Furgeri, Ada Gentile, Marta Lambertini, Luca Mosca, Francesco Pavan, Marcela Pavia, Mauro Porro, Alessandra Ravera, Cesare Saldicco, Francesco Telli, molti dei quali le hanno dedicato loro opere.
Si specializza con Elena Càsoli, Marco Cappelli, Zoran Dukič, Carlos Molina, Vladislav Blaha, Helen Sanderson.
Oltre che alla chitarra classica, si dedica alla chitarra elettrica e chitarra basso, e si sta interessando alla musica mediorientale attraverso la conoscenza dell'oud.
È tra i fondatori del gruppo FramEnsemble. Affianca all'attività di interprete quella di didatta, come docente nelle scuole e tenendo masterclass in Italia e all'estero (U.S.A., Argentina), e ha collaborato per diversi anni con Tommaso De Nardis all'interno del conservatorio di Venezia. Opera nell'associazione "Musici Mojanesi" per la promozione della cultura musicale con particolare attenzione alle giovani generazioni.

info:
lu.derrik@gmail.com

domenica 13 febbraio 2011

Di che musica sei? Programmazione musicale dal 14 al 19 febbraio



Di che musica sei?

Programazione musicale dal 14 al 19 febbraio 2011

Questa settimana appuntamento "chitarristico"

giovedì 17 febbraio terza puntata dedicata alla musica di Bach per chitarra!

Su Radio Voce della Speranza

Lucia D'Errico: Guitar Improvisation Project


Lunedì 31 gennaio 2011 è partita Impronta Musicale, iniziativa che si propone di promuovere giovani chitarristi/e diplomandi e/o neodiplomati particolarmente interessati al repertorio contemporaneo. Appena partita già offre elementi di grande qualità.
Lucia D’Errico, aderendo a tale iniziativa, si propone agli appassionati che seguono AlchEmistica, con il quarto capitolo del progetto Guitar Improvisation.
Lucia propone due improvvisazioni realizzati il primo con chitarra elettrica ed il secondo con chitarra classica e MacGuffin.
Un insieme di suoni poco chitarristici e più figli dell’evolversi della tecnologia per l’uomo e per la musica: un immergersi in un universo che lega il ricordo ancestrale amniotico con i suoni tecnologici e futuribili.
Il concetto di tecnologia, di meccanismi, di meccanicità si riflette anche nel secondo brano, suonato con strumenti più classici, ma che incalza con un ritmo ostinato di decostruzione progressiva di una proiezione di una sorta di disco music ancestrale.
Ineccepibile e divertente, intenso ed ispirato: un lavoro maturo, un lampo dell’improvviso..
Anche in questo quarto appuntamento, Guitar Improvisation Project rimarca tratti di innovazione e di suoni fuori dal comune sentire.
Non resta che premere il tasto sinistro sopra “download mp3 release + images” e nuotare con Lucia.

Download and listen to it on

Mauro Tonolli in concerto

sabato 12 febbraio 2011

Intervista a Andrea Aguzzi su Frammenti di Radio Kairos


Intervista Andrea Aguzzi sul libro "121 Cd per la Chitarra Contemporanea"




Frammenti è un programma radiofonico in onda su Radio Kairos
In fm a Bologna sui 105.85 fm e in streaming web dal sito http://www.radiokairos.it/
Tutti i venerdì alle 13:00 e in replica il martedì alle 19:00

Trenta minuti di musica da tempi e luoghi diversi
Racconti vicini e lontani che parlano di chitarre
Novità discografiche, concerti, interviste, notizie

Corso di perfezionamento Annuale Frédéric Zigante 2011


7^ edizione del Seminario di interpretazione chitarristica tenuto dal M° Frédéric Zigantec/o la Civica Scuola di Musica di Castellaneta (TA) Italia.

Le date:
-11,12,13 Marzo
-3,4,5 Giugno
-1,2,3,4,5 Settembre

I costi Corso Zigante:
tutto il corso: 50 Euro di Iscrizione + 350 Euro (corso) TOT: 400 Euro
singoli seminari: 50 Euro di Iscrizione + 120 Euro (seminario) TOT: 170 Euro

Nelle stesse date dei seminari di Zigante anche Antonio Rugolo terrà delle master class.
I costi Corso Rugolo:
tutto il corso: 50 Euro di Iscrizione + 120 Euro (corso) TOT: 170 Euro
singoli seminari: 50 Euro di Iscrizione + 40 Euro (seminario) TOT: 90 Euro
Per ulteriori chiarimenti o informazioni potete contattare
Antonio Rugolo
mail:
antonio.rugolo@gmail.com
elefonicamente: 392-4602405.

venerdì 11 febbraio 2011

domenica 13 febbraio 2011 20.30 Rai Radio 3 Elena Càsoli in Concerto!


Rai radio3
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3
domenica 13 febbraio 2011 20.30
Locandina
IL CARTELLONE 19° FESTIVAL DI MILANO MUSICA
chitarra, Elena Càsoli
percussione, Matteo Bonanni
regia del suono, Walter Prati
Iannis Xenakis
Rebonds II, per percussione
Hugues Dufourt
L'île sonnante, per chitarra elettrica e percussione
prima esecuzione in Italia
John Zorn
The Book of Heads, per chitarra elettrica
Paolo Perezzani
Tre poesie in forma di suono, per chitarra e percussione
commissione di Milano Musica
prima esecuzione assoluta
György Kurtág
Calmo, dolcissimo, lontano (titolo provvisorio) per chitarra
prima esecuzione assoluta
Hugues Dufourt
La Cité des saules
per chitarra elettrica e trasformazione del suono
Maurizio Pisati
ELETTRICOdrum per chitarra elettrica e percussione
commissione di Milano Musica
prima esecuzione assoluta

Rassegna Ostinati 2011 Padova


Comincia il 21 gennaio 2011 a Padova la nuova edizione di “Ostinati!”, promossa dal Centro d’Arte dell’Università, che conferma la sua vocazione esploratrice. All’interno di un panorama musicale frantumato, in cui le cose nuove e fresche vengono nascoste dai suoni della consolazione, “Ostinati!” propone di ritrovare il tempo per una riflessione sulla musica, per un ascolto meno fugace.
Un ulteriore percorso dunque attraverso poetiche sperimentali o ironiche, rigorose o spavalde, lontane comunque dalla melassa che avvolge la scena “ufficiale”.

Sette appuntamenti con il jazz e la musica contemporanea, come sempre all’insegna della sorpresa, della varietà espressiva, della qualità. Inoltre, due incontri-conferenza con

saggisti e musicologi.

Il prologo è con il nuovo gruppo di Tim Berne, Los Totopos, quartetto con Oscar Noriega, Matt Mitchell e Ches Smith (21 gennaio, cinema teatro Torresino).
Seguirà il 25 febbraio una formazione speciale di Guano Padano. Il trio formato da Alessandro “Asso” Stefana, Danilo Gallo e Zeno De Rossi, invita come ospite il multi-strumentista Vincenzo Vasi.

Il quintetto newyorchese Kneebody è atteso il 18 marzo, mentre la settimana successiva,
venerdi 25 si esibirà il duo formato da Wadada Leo Smith (tromba) e Gunter “Baby”
Sommer (percussioni). I concerti sono in esclusiva italiana, sempre al Torresino alle 21.

Aprile si apre il giorno 1 con la formazione scandinava The Thing (Mats Gustafsson,
Ingebrigt Håker Flaten, Paal Nilssen-Love), mentre il 15 ci sarà un doppio concerto :
il “solo” di Paolo Botti dedicato ad Albert Ayler, e l’Acoustic Trio del chitarrista Marco
Cappelli (con Ken Filiano e Satoshi Takeishi)

Chiusura il 10 maggio, stavolta alla multisala MPX, con il trio di Marc Ribot Ceramic Dog
(con Shahzad Ismaily e Ches Smith)

Presso il teatro delle Maddalene gli incontri-conferenze. Il primo il 31 gennaio (ore 21)
con Enzo Gentile che presenta “Jimi santo subito”, volume su Jimi Hendrix pubblicato da
Shake Edizioni.
Il secondo il 21 febbraio (ore 21), con Veniero Rizzardi e Enrico Merlin, sul libro “Bitches
Brew. Genesi del capolavoro di Miles Davis”, edito dal Saggiatore. Dibattiti, ascolto e
visioni di rari video su Hendrix e Davis.

Per maggiori informazioni:

http://www.centrodarte.it/concerti/index.html

giovedì 10 febbraio 2011

Pablo Montagne in Concerto 17 febbraio

Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, quarta parte


A indirizzare Glass verso i futuri traguardi ci pensa l'incontro con Robert Wilson: il compositore lavora per il teatro sin dai tempi dei Mabou Mines, e il sodalizio con uno tra i più importanti registi speri­mentali in terra d'America non può che risultare fruttuoso, specie se si considerano le assonanze tra il teatro figurativo dell'uno e la musi­ca antiteleologica/non-narrativa dell'altro. Non bastasse, la recente inclinazione di Glass per lavori dalle durate ragguardevoli, trova facil­mente sponda nelle dimensioni tutt'altro che "minime" del teatro wil­soniano: il risultato della collaborazione non può quindi che essere contemporaneamente astratto e ridondante, alienante e glaciale. Ein­stein on the Beach, in quattro atti, dura in tutto cinque ore: agli spet­tatori, che quando entrano in sala trovano l'opera già in corso, è con­cesso allontanarsi e ritornare a piaci mento. Viene presentato in ante­prima al Festival di Avignone del 1976, e si traduce - nonostante i debiti - in un successo colossale, tanto di critica che di pubblico. Per molti anzi, i meriti di Einstein vanno oltre il semplice riscontro artisti­co: si tratta semmai di una delle opere di teatro musicale più impor­tanti del secondo '900, e incidentalmente dell'atto di nascita di una nuova forma operistica tipicamente USA.




Difficile però, vista la peculiarità del teatro di Wilson, considerare Einstein on the Beach un'opera in senso stretto; anche musicalmente, la partitura di Glass muove in direzione non tanto di un superamento, quanto di un progressivo allargamento dei tentativi esplorati in 12 Parts. L'esecuzione è appannaggio del solito Philip Glass Ensemble, per l'occasione accompagnato da un piccolo coro, e l'uso della voce è puramente ornamentale, una sequenza di solfeggi e numeri di tanto in tanto interrotta da recitati di difficile interpretazione. Nonostante il ricorrere di alcuni motivi - sia musicali che scenici - Einstein non ha una trama, né una storia da raccontare. Chiaramente debitrice del clima sperimentale dei '70, è per certi versi un'immensa performan­ce, e in questo sta la sua grandezza e il suo ruolo di rottura all'interno del canone teatro musicale americano. All'interno della vicenda glas­siana invece, la sua ambiguità sta nell'essere ancora troppo di confine per appartenere al periodo mainstream, e troppo ambiziosa per esse­re interpretata come naturale sbocco di un percorso cominciato alla fine dei '60. Per il movimento minimalista infine, Einstein è l'opera che, assieme alla contemporanea Music for 18 Musicians di Steve Reich, chiude un'epoca. Di fatto, nel 1976, a diciotto anni dal Trio for Strings di La Monte Young e a dodici dalla In C di Terry Riley, il mini­malismo è già storia: e questo, Glass, lo capirà benissimo - sebbene alla sua maniera.




Ma questa è un'altra storia....

Empedocle70

mercoledì 9 febbraio 2011

Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, terza parte


Tutti i brani sono pensati per un ensemble che, oltre a Gibson e allo stesso Glass, negli anni vedrà avvicendarsi personaggi quali Dickie Lan­dry, Art Murphy e Steve Chambers (già con Reich), fino a alle saltuarie ospitate di Frederic Rzewski, Richard Teitelbaum, David Behrman, e soprattutto fino all'entrata in pianta stabile della vocalist-compositrice Joan La Barbara, che inter­viene nel momento in cui Glass decide di aprire le sue composizioni alla voce. È dunque a questo ensemble che si deve la straordinaria resa delle opere appartenenti al biennio 1969-1970: capo­lavori come Music in Fifths, Music in Contrari.




Motion, Music in Similar Motion proiettano Glass nell'olimpo del minimalismo storico e rappresen­tano un deciso balzo in avanti rispetto agli eserci­zi del periodo immediatamente precedente. Costruiti attorno al suono inesorabile di quello che diventerà lo strumento d'elezione di Glass, vale a dire l'organo elettrico amplificato (che può essere in solo, come in Contrary Motion, oppure in trio, nella Similar Motion resa possente dalla contemporanea presenza di due sassofoni e un flauto), questi brani suonano radicali, disadorni e senza compromessi come nessun altro esperimento minimalista coevo. AI di là delle diverse tecniche che di volta in volta vengono esplorate sul tessu­to ripetitivo-additivo (moti contrari, moti paralleli ecc), a fare la differenza è prima di tutto il tono spietato, implacabile e scontroso delle esecuzio­ni. La precisione inumana degli strumentisti, il ritmo vertiginoso dei brani, l'ipnosi vagamente paranoide delle partiture, poco hanno in comune con le solari meditazioni di Riley o con l'eleganza formale di Reich: sono brani che semmai riman­dano - come già fu notato all'epoca - all'energia tutta sudore e sangue del rock, e la stessa imma­gine pubblica dell'ensemble contribuirà ad ali­mentare il parallelo. Con i loro capelli lunghi, la loro amplificazione portatile, i loro volumi assor­danti, e senza contare la presenza assidua (ben­ché forzata: il minimalismo, nei circoli colti, era ancora considerato eresia) nei 10ft piuttosto che nei locali rock, i membri del Philip Glass Ensem­ble si faranno la fama di micidiale macchina da guerra per tour de force dall'intensità inaudita, conquistandosi quindi l'ammirazione del pubbli­co giovane e l'inevitabile derisione da parte della comunità musicale uptown.




La vetta assoluta del periodo resta forse la splendida Music with Changing Parts, dalla lun­ghezza - almeno per gli standard glassiani del 1970 - inusitatamente lunga: da una a due ore di durata. Per la prima volta Glass apre a un grado, seppur marginale, di improvvisazione (gli esecu­tori sono liberi di tenere alcune note scelte, a sottolineare i particolari fenomeni acustici che si formano a partire dall'intricata trama di contrap­punti e armonie), e gli ormai caratteristici arpeg­gi della prima parte lasciano intendere una ten­sione emotiva sconosciuta agli austeri quadri "nero su nero" del 1969; la sfuriata motoristica che interviene a spezzare il languore iniziale, è una sorpresa che anticipa i movimenti di Music in 12 Parts, e in generale - per dimensioni ed archi­tettura - Changing Parts è un importante punto di passaggio tra il Glass radicale degli esordi, e quello massimalista di metà anni '70, giusto a un passo dai trionfi del periodo Einstein on the Beach.
Ancora nel 1971, le esecuzioni del Philip Glass Ensemble sono relegate in spazi e festival dichiaratamente estranei ai circuiti musicali uffi­ciali, e appartenenti semmai al mondo dell'arte e dell'avanguardia concettuale. L'ingresso ufficiale del minimalismo nel salotto buono della musica seria risale in effetti al 1973, quando Steve Reich presenta la sua Four Organs alla Carnegie Hall di New York, per un concerto-scandalo degno, secondo i critici, di figurare accanto alla prima della Sagra della Primavera. Glass arriva alla legittimazione mainstream l'anno dopo, quando finalmente la sua musica viene ospitata in una sala da concerto anziché nel solito 10ft per artisti bohemien: l'opera scelta è la mastodontica Music in Twelve Parts, scritta a più riprese nel triennio successivo a Music with Changing Parts, e dalla durata complessiva di quasi quattro ore.
Lavoro spesso e volentieri magniloquente, tenuto sul filo di un equilibrio delicatissimo tra gli stridori del periodo radicale e i progetti­ monstre della fase operistica, 12 Parts è probabilmente, se mai ce ne fosse una, la composizione più rappresentativa del Glass anni '70: lo stesso autore la intende come una specie di summa di quanto speri­mentato a partire dal 1968, e in effetti almeno i primi otto movimenti sono una parata, anche esaltante, di tutti quanti i trucchi, le intuizioni e gli effetti che da Two Pages hanno portato a Changing Parts; pagine di concitazione assoluta si alternano a distese ipnotiche per fiati e organo elettrico, i vocalizzi si accavallano tra le intelaiature dei virtuosismi strumentali, e le tirate a rotta di collo fanno il paio con una compostezza insolitamente sontuosa, quasi classicheggiante. Le quat­tro parti finali indicano soluzioni nuove, meno rigide che in passato e pericolosamente prossime a un'enfasi che, nell'ultimo movimento, si prende persino gioco del nemico di sempre, la scuola seria le: 12 Parts è insomma la celebrazione del minimalismo glassiano e il suo punto di non ritorno, e che sia iniziata una stagione nuova è a questo punto chiaro.

martedì 8 febbraio 2011

Immagini da “White Sounds”, Lanterna Rossa


Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, seconda parte


Nel 1967, dopo aver concluso il biennio di studio con la Boulanger, e dopo un viaggio in India assieme all'allora moglie Joanne Akalaitis, Glass torna quindi a New York dove, appena arri­vato, si imbatte in un concerto dell'ex compagno di studi Steve Reich. La performance, che com­prende tra l'altro un'esecuzione di Piano Phase, segnerà il compositore di Baltimora a vita, nono­stante un'insistita riluttanza ad ammetterlo.
Glass sottopone a Reich lo spartito dello String Quartet composto ancora a Parigi dopo l'illuminazione indiana, e in cambio ne riceve consigli, suggerimenti, e un'esortazione a tentare "qualcosa di più sistematico". Il rapporto tra i due sarà, da questo momento in avanti, al tempo stesso collaborativo e conflittuale. Sulle prime, oltre a inventarsi improbabili imprese lavorative per sbarcare il lunario e sostenere i rispettivi sforzi compositivi (una ditta di traslochi di cui sono i soli titolari; entrambi vantano inoltre un'onorata carriera come conducenti di taxi...), condividono anche il medesimo gruppo di musi­cisti nato proprio attorno a Reich. Con un nucleo che ruota fondamentalmente attorno a Jon Gib­son, fiatista storico del primo minimalismo, e con gli stessi Reich e Glass a figurare come strumenti­sti alle tastiere, l'ensemble in condivisione durerà poco, fino a quando cioè si trasformerà de facto nel Philip Glass Ensemble. Lo "scippo" è solo una tra le ragioni che, nel tempo, porterà la coppia a consumare una rottura insanabile. Il principale motivo della rivalità sarà ovviamente il mancato riconoscimento, da parte di Glass, del­l'influenza esercitata su di lui dall'uomo di Piano Phase, al punto che una composizione come Two Pages (for Steve Reich) verrà successivamente epurata dalla compromettente dedica. Né Reich, né gli altri protagonisti della stagione minimalista perdoneranno a Glass quello che considerano un peccato di presunzione; non va però dimenticato il malcelato complesso di inferiorità, stavolta da parte di Glass, nei confronti ancora di Reich, coc­colato dalla critica e considerato unico minimali­sta degno dello status di compositore serio, men­tre proprio a Glass (da sempre alla ricerca di riconoscimenti simili) verranno riservati sin dagli esordi giudizi tutt'altro che lusinghieri.
Influenze altrui o meno, il contributo di Glass alla causa minimalista è però innegabile: se è vero che la trama di fondo resta quella repetitive music messa a punto da Riley e perfezionata da Reich, Glass - anziché propendere per il flusso di coscienza del primo o per il meticoloso phasing del secondo - opta per una strada terza. La sua variante ripetitiva fa perno su un tipico processo additivo/sottrattivo dalla struttura piuttosto semplice: un modulo contenente un numero scelto di note viene allungato e contratto in strutture cicliche, cosicché, per sommi capi, al modulo iniziale viene aggiunta (o sottratta) una nota; il nuovo modulo così ottenuto viene quindi ripetuto fino a quando un'altra addizione (o sot­trazione) non interviene ad allungare (o contrar­re) la base di partenza, e così via. Questo proces­so, che apparentemente condurrebbe a un anda­mento elastico del brano, viene però piantato su un ritmo sempre e comunque costante, fermo, immutabile, e oltretutto senza variazioni né di volume né di intensità (quasi sempre in fortissi­mo): l'impressione che se ne ricava è quella di una sorta di falso movimento, di perenne attesa, di stasi cangiante. Di più, se il tocco di Riley è solitamente fluido, e quello di Reich misurato, Glass si esprime attraverso una violenza algida che non ha paragoni nell'allora ribollente comu­nità minima le. Quando il suo ensemble punterà tutto sull'amplificazione e sul suono ruvido degli organi elettrici, ne scaturirà una musica impetuo­sa e tesa che sa di furia soffocata a fatica, "tona­le senza traccia di melodie", furiosamente ritmi­ca pur in totale assenza di percussioni. E sarà, almeno per qualche anno, veramente grande musica.




A partire dal 1968, Glass si cimenta in una serie di prove talmente "minime" da rasentare il pauperismo assoluto: già l'anno prima, con Strung Out per violino solo, ha concepito una straniante figura astratta che si libra fantasmati­ca nell'aere per un quarto d'ora circa; arriva poi una dozzina di lavori che costituisce il nucleo del Glass propriamente minimalista: tra questi, Gradus (dedicata a Jon Gibson), è una specie di Strung Out per sassofono; Music in the Shape of a Square, di nuovo con Gibson, insiste su una dimensione concettuale tipica dell'epoca (dal vivo i due cominciano il brano suonando il flauto l'uno accanto all'altro, e lentamente si allontanano camminando in direzione opposta); How Now fa pensare al gamelan e si dilunga in una placida distesa di note che dal nulla appaiono e nel nulla scompaiono; 600 Lines è una sfiancante rincorsa a incastri per fiati e organo elettrico; In Again Out Again vede il pianoforte di Glass e quello di Reich scontrarsi in forme cicliche; 1+1, per tavolo amplificato, è una prima rigorosa sistematizzazione del processo additivo, qui in veste puramente ritmica; e infine la già citata Two Pages prevede che una coppia di strumenti (l'incisione storica apparsa in "Solo Music" dice organo elettrico e piano) esegua all'unisono una singola linea musicale per un totale di 107 moduli.

lunedì 7 febbraio 2011

Ipazia su Youtube, prima puntata



http://www.youtube.com/watch?v=ftujukI5qoc

Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, prima parte


Tentare un qualsiasi approccio alla figura e all'opera di Philip Glass è un'impresa da far tremare i polsi: impossibile rendere conto di una vicenda che si protrae senza interruzione alcuna da oltre quarant'anni, soprattutto se si tiene conto che questa vicenda non ci giunge attraverso il corpo omogeneo di poche e mirate opere-simbolo, ma al contrario si è prodotta in una quantità di lavori, progetti, manifesti e cambi di rotta letteralmente inverosimile, sconfinando in una prolificità le cui dimensioni dicono di oltre un centinaio tra composizioni di vario ordine e grado. A complicare le cose si aggiunge l'icona Glass. Philip Glass è, con tutta probabilità, il compositore vivente più famoso sulla faccia della Terra: egli è, assieme a Young, Riley e Reich, uno dei cosiddetti "quattro grandi" del minimalismo storico e allo stesso tempo personaggio in grado di mobilitare i grandi numeri delle platee pop. In mezzo c’è di tutto: tentativi di legittimazione colta, commissioni milionarie, colonne sonore, sinfonie, infatuazioni liriche, ammiccamenti mainstream, e poi ancora il Dalai Lama e David Bowie, Sol LeWitt e Stephen Hawking, gli orologi Swatch e i Simpson, per non dire della puntata di South Park in cui Cartman e Stan ballano il suo "happy, non-offensive, non-denominational christmas play", scatenando una rissa nel pubblico, insomma una presenza di prim'ordine nel panorama della Popular culture USA.
Come primo approccio alle sue idee, direi di cominciare da una breve biografia.
Philip Glass nasce a Baltimora nel 1937 da una famiglia di origini ebree-esteuropee. A sei anni studia violino, per poi passare al flauto e infine, in coincidenza con gli studi al Peabody Conservatory, al pianoforte. È un bambino precoce, praticamente un ragazzo prodigio, e lo è in tutti i campi: a quattordici anni viene ammesso all'Università di Chicago, dove si laurea in matematica e filosofia. Parallelamente ha già cominciato a comporre: dopo una breve infatuazione per Webern, si iscrive alla Juilliard School di New York e sposa la causa populista, sulla scia di certa Americana alla Aaron Copland. Alla Juilliard, si ritrova come compagno di classe Steve Reich, ma i due condividono poco e finiranno per frequentarsi solo molti anni più tardi. Glass è uno studente modello: diligente e disciplinato, compone qualcosa come settanta lavori in pochi anni, dando subito prova di una prolificità che non mancherà di accompagnarlo anche quando questi lavori verranno rigettati nella pattumiera degli errori di gioventù. Poco interessato all'effervescente comunità jazz che tanto appassiona il compagno di classe Reich, il giovane Philip frequenta comunque i circoli artsy di Downtown Manhattan, e nel 1961 assiste pure a una performance di La Monte Young (le famigerate composizioni-happening del periodo Fluxus) nel 10ft di Yoko Ono. La sua carriera musicale pare però proseguire sui binari di una rispettabilità di retroguardia tutta interna all'Accademia: dopo aver studiato con Darius Milhaud finisce, grazie a una borsa di studio della Ford Foundation, a insegnare musica nelle scuole pubbliche di Pittsburgh, e i suoi spartiti continuano a essere pubblicati ed eseguiti con una certa regolarità.
Il 1964 è anno musicalmente incredibile: La Monte Young parte col suo Theater of Eternal Music, Terry Riley scrive In C, Steve Reich sperimenta con loop e nastri, in pratica il minimalismo è già nella sua fase matura, ma Glass è decisamente altrove. Indeciso sul da farsi, parte per Parigi per studiare (ennesimo americano di una lunga serie) con Nadia Boulanger: è a Parigi che, nel 1965, il film-maker Conrad Rooks lo contatta per curare le musiche di Chappaqua, film psichedelico descritto come un "acid head epic"; compito di Glass è trascrivere in notazione occidentale i brani per sitar e tabla prestati alla pellicola da Ravi Shankar e Alla Rakha, un'esperienza che rappresenterà, per l'allora ventottenne Philip, la provvidenziale illuminazione.



È proprio Glass a riportare l’episodio in una descrizione rimasta celebre: "Ravi mi cantava le musiche, e io le trascrivevo passo per passo. I problemi arrivarono quando sullo spartito tentai di piazzare le misure alla maniera occidentale: la cosa produceva accenti indesiderati ( ... ) Ovunque mettessi le barre ('dividendo' quindi la musica secondo la notazione occidentale), Alla Rakha mi correggeva: 'tutte le note sono uguali', ripeteva. Alla fine, per disperazione, feci piazza pulita delle barre, cancellandole tutte. E improvvisamente capii quello che Alla Rakha stava cercando di dirmi: li, davanti ai miei occhi, aveva preso forma un flusso continuo di pulsazioni ritmiche". La musica indiana insegna quindi a Glass che "nella musica occidentale il tempo viene diviso, alla maniera in cui si prende una certa lunghezza e la si taglia come si taglia un filone di pane. Nella musica indiana invece, si prendono piccole unità e le si legano assieme fino a comporre lunghezze sempre maggiori". La scoperta, che è alla base di tutti i futuri esperimenti sui moduli, viene dapprima testata sulle musiche per "Play", spettacolo di Samuel Beckett portato in scena, ancora a Parigi, da quelli che diventeranno i Mabou Mines. Le reazioni dei musicisti non si fanno attendere: il brano, due sole note per altrettante linee di sassofono, li irrita al punto che il compositore, anni dopo, arriverà a chiedersi "Mi sembrava che la musica fosse cosi semplice, cosi trasparente ... cosa c'era da arrabbiarsi?" (Glass però si dà anche la risposta: "Ovviamente, era proprio quello il motivo per cui si infuriavano").

domenica 6 febbraio 2011

Di che musica sei? Programmazione musicale dal 7 al 12 febbraio




Di che musica sei?

Programazione musicale dal 7 al 12 febbraio 2011

Questa settimana appuntamento "chitarristico"

giovedì 10 febbraio seconda puntata dedicata alla musica di Bach per chitarra!

Su Radio Voce della Speranza

Angelo Mirante: monografie


Biografia

Laboratorio di Improvvisazione Musicale Ca' Foscari: Programma

FEBBRAIO
Lunedì 7, ore 18:00
Incontro a cura di Piero Bittolo Bon – sassofonista e polistrumentista.

Lunedì 21, ore 18:00
Incontro a cura di Arrigo Cappelletti – pianoforte. Docente di jazz presso il Conservatorio B. Marcello di Venezia.

MARZO
Lunedì 21, ore 18:00
Incontro a cura di Giovanni De Zorzi – ney e musiche ottomane. Docente di cultura e società ottomana presso l’Università Ca’ Foscari.

Lunedì 28, ore 18:00
Incontro a cura di Giovanni Mancuso – keyboard, moog. Docente di teoria e solfeggio presso il Conservatorio B. Marcello di Venezia.

APRILE
Lunedì 4, ore 18:00
Incontro a cura di Davide Amodio – violino. Docente di musica d’insieme per strumenti ad arco presso il Conservatorio B. Marcello di Venezia.

Martedì 19, ore 18:00
Incontro a cura di Nicola Fazzini – sax. Docente presso la scuola di musica Thelonious Monk.

MAGGIO
Lunedì 2, ore 20:00
Incontro a cura di Walter Prati – violoncello e live electronics.

In attesa di conferma:
Lunedì 9, ore 18:00
Incontro a cura di Stefano Pilia – chitarra (Massimo Volume, ¾ HadBeenEliminated).

Ogni incontro si svolgerà nel teatro Ca’ Foscari a Santa Marta, Dorsoduro 2137 (http://www.unive.it/phpapps/maps2/gadget.php?id=990048).

sabato 5 febbraio 2011

Ipazia 16° puntata Pablo Montagne: The Sharp Edge

Questa puntata di Ipazia viene dedicata alle musiche della chitarra di Pablo Montagne.
Ascolteremo le sue musiche registrate per la netlabel AlchEmistica con il suo disco "The Sharp Edge".

Potete ascoltare e scaricare liberamente "The Sharp Edge" di Pablo Montagne QUI

Per seguire IPAZIA basta collegarsi a Blog Chitarra e Dintorni Nuove Musiche oppure su Laverna.





http://ipazia.podomatic.com/entry/2011-01-26T12_45_38-08_00

mercoledì 2 febbraio 2011

"Cantos" Duo Eutonos in concerto sabato 5 febbraio ore 18.00


Euterpe Guitar Festival, Sala Concerti dell'Accademia Musicale Euterpe,
via Maddaloni, 26 (Largo Preneste)
Roma

Duo Eutonos: Eugenio Becherucci: chitarra, Stefania Cimino: violino

“Cantos”

Eugenio Becherucci:"Canzone siciliana"
Soghomon Soghomonyan:"Quattro Canzoni Armene"
Daniel Zimbaldo: "Cantos de la Espana ausente"
Eugenio Becherucci:"Fantasia Catalana"

Ingresso Libero

martedì 1 febbraio 2011

Naïve and Sentimental Music (New Martins Ballet) - Extended Interview

Recensione di Hallelujah Junction di John Adams

Come potete vedere nella foto, la copertina di questo libro riporta una immagine di un John Adams dalla barba e i capelli brizzolati che sorride con aria ironica, arguta e tranquilla. Sembra uno di quei vecchi zii scapoli, gaudenti, che la sanno lunga per aver girato il mondo e averne viste e provate di tutti i colori. In effetti in questa sua autobiografia Adams ne racconta di cose, una vita movimentata,
intensa, dedicata sì alla musica ma con un occhio bene aperto e attento alla società e ai suoi cambiamenti, con una decisa attenzione anche verso altre forme d’arte e un gusto particolare verso il gioco di squadra e i rapporti con gli interpreti e altri collaboratori (librettisti, scrittori, scenografi, registi, ecc.)
Adams sembra avere una capacità e un gusto particolare nel sapersi raccontare senza annoiare, nelle pagine del libro vediamo scorrere la sua infanzia musicale, la sua adolescenza nel New England, il mondo di Thoreau e di Charles Ives, con le sue bande musicali da parata e le sue piccole orchestre, l’incontro con la grande musica sinfonica attraverso i dischi, gli studi, la decisione di trasferirsi a San Francisco, nella Wst Coast negli anni caldi della contestazione. Si attraversa un
secolo assieme a lui: la musica dei Beatles, la beat generation, la passione per la musica elettronica, l’enorme interesse per la musica di Cage, le delusioni delle avanguardie, le droghe, il superlavoro, le frustrazioni, la ricerca di una propria via e vita creativa, il minimalismo e il suo superamento e le molte altre esperienze che gradualmente portano Adams a diventare il compositore di opere controverse come Nixon in China, The Death of Klinghoffer e Doctor Atomic.
Ma Adams non racconta solo se stesso, sarebbe troppo facile. Ad arte, con la discrezione e l’abilità di un prestigiatore letterario inserisce tra un aneddoto e l’altro la nascita e i retroscena di alcune tra le cose più interessanti che siano state composte negli ultimi trent’anni, unendovi assieme ricordi, opinioni, descrizioni e visioni vivissime dimostrandosi un saggista raffinatissimo. Il modo in cui analizza le figure di Duke Ellington, i Beatles, Frank Zappa, Pierre Boulez, Leonard Bernstein, John Cage, Steve Reich, Allen Ginsberg, Peter Sellars, Glenn Branca è encomiabile, con poche parole e in modo affatto polemico come pochissimi altri sono riusciti a fare riesce a definire dei ritratti musicali perfetti, lucidi e consapevoli.
Hallelujah Junction è probabilmente il libro di musica che ho sinceramente letto con maggior piacere nel corso del 2010 e che sicuramente tra qualche tempo riprenderò in mano. Adams non è solo un compositore e uno scrittore ma un mentore le cui parole vanno apprezzate e lentamente assimilate e metabolizzate, le sue idee, così semplici nella loro logica funzionale, sanno lentamente aprirsi una strada nella mente di chi è appassionato di musica e sono infatti portatrici di nuove idee e nuove possibilità di ascolto.
Non mi resta che fare i complimenti alla traduttrice Anna Lovisolo per lo splendido lavoro svolto: approfittando delle possibilità offerte da Amazon e Google libri sono andato a leggere qualche pagina del testo originale inglese e riuscire a rendere nello stesso modo in italiano lo stile brillante e “musicale” della scrittura di Adams non era davvero compito facile, qui eseguito davvero bene con competenza e professionalità.
Complimenti alla EDT che con questa autobiografia sigla il secondo titolo della nuova collana Contrappunti, dedicata alla saggista musicologia, sono sicuro che saprà riservarci altre sorprese.

Una nota personale, è vero Adams ha composto un solo brano dove è presente la chitarra: Naive and Sentimental Music inciso per la Nonesuch Records con la presenza di David Tanenbaum. Cari chitarristi approfittate di questo libro per uscire un po’ dal nostro orticello e respirare idee e visioni diverse, non ve ne pentirete.

Empedocle70