mercoledì 17 novembre 2010

Torture Gardern dopo vent'anni, prima parte di Empedocle70


Qualche giorno fa ho ripreso in mano e fatto girare sul piatto Torture Garden dei Naked City. Con un certo stupore mi sono reso conto che sono ormai passati più di 20 anni dalla sua data di pubblicazione e che, nonostante ne sia passata di acqua sotto ai ponti e Zorn ormai abbia superato allegramente la cinquantina, mantiene inalterate le sue caratteristiche di disco scomodo, intransigente, interessante e innovativo.
Forse è il caso di parlarne assieme. I commenti di John Zorn sono presi da un’intervista realizzata nel 1994 da Carla Chiti e pubblicata nel bel libro “John Zorn” realizzato da Carla Chiti e Walter Rovere per Materiali Sonori nel 1998, che assieme a “John Zorn: tradition and transgression” di John Brackett, uscito nel 2008 per la Indiana University Press, rimane uno dei pochi punti di riferimento bibliografici per lo studio della materia sonora Zorniana. Ma cominciamo con ordine …

I Naked City sono stati una jazz band in attività tra fine anni '80 ed i primi anni '90, formata da John Zorn (alto sax, urla varie), Fred Frith basso), Bill Frisell (chitarra) e Joey Baron (batteria) con l’aggiunta vocale rumorista e dadaista di Yamatsuka Eye, gia’ con gli Hanatarashi (generatori di rumore alla Einsterzunde Neubaten) e Boredoms, band speed metal\free jazz del chitarrista Seiichi Yamamoto. Già subito con la loro prima uscita discografica “Naked City” per la Nonesuch Records si impongono subito con uno stile difficile da inquadrare perché racchiude assieme free-jazz, grindcore, country, swing, ambient, musiche per cartoni animati e film di serie B ed altro in un magma sonoro apparentemente caotico e casuale.
Qualche critico jazz, disgustato dalla caotica e adrenalinica poltiglia propone una riduttivo e banale inquadramento dei Naked City tra i gruppi alternative metal: nulla di più falso. I Naked City si sono sempre contraddistinti per essere riusciti a creare un loro genere musicale autonomo, una sorta di caos ordinato, tecnico e veloce, o melodico, a seconda del contesto, che è stato in grado di superare allegramente tutti questi anni diventando una pietra miliare per chi si occupa di agantgarde music.





Arriviamo all'esperienza “Naked City”, forse il tuo progetto più lucido e rigoroso all'interno del quale ti sei definito, alla maniera di Edgard Varese, 'organizzatore di suoni'. Musiche il cui fulcro è la composizione, ma che poi vengono affidate a un nucleo di improvvisatori fissi. Quasi un paradosso... l'utilizzo di un nucleo fisso può essere rischioso...

No, non è stato mai un problema. La musica che ho scritto per “Naked City” è il tipo di musica che migliora sempre di più quanto più si suona. Volevo migliorare la qualità delle mie prove dal vivo e utilizzare gli stessi musicisti serviva proprio a questo. Il progetto Naked City (che rispetto a quelli totalmente improvvisati, si fonda sulla composizione) è stato quello di verificare quanti tipi di musica si possono fare con lo stesso ensemble, scrivere cose diversissime per lo stesso gruppo.Con Naked City il problema era che avevo questi cinque musicisti da cui partire, a cui dovevo far riferimento, a loro soltanto, tutte le volte, improvvisatori eccezionali sempre alla ricerca di nuove sonorità, di cui ho cercato di tirar fuori le incredibili risorse lavorando moltissimo, tirando moltissimo fino a che si può arrivare, davvero, in tutte le direzioni.
E infatti con “Naked City” ti sei spinto nei territori più disparati: sperimentazione e ricerca sul suono, frammentazione dei generi, fino a toccare i confini con la musica colta come in "Radio", in "Absinthe"…
Sì, con i sette album di Naked City abbiamo esplorato quello che era possibile e siamo andati molto lontano. Ma è come esser giunti al capolinea: sono arrivato a un punto oltre cui non posso andare. Ho iniziato ad ascoltare altri tipi di musica e ho visto che non aveva senso continuare a lavorare ancora con questi musicisti. Quanti anni di collaborazione sono? Sei, sette, di preciso non so... comunque sono tanti anni passati insieme. Adesso sento il bisogno di scrivere musica per altri ensemble, in altri contesti, con idee nuove. Così il progetto Naked City è terminato, come tutti i progetti: devono iniziare e terminare. Il gruppo non è sciolto, è semplicemente finito il progetto. Ho smesso di scrivere e suonare per questa band, quello che ho fatto è abbastanza; non sono il tipo di musicista cui piace viaggiare per anni facendo tournèe, ripetendo lo stesso repertorio tutte le sere. Non fa per me. Del resto penso che altri miei progetti come "Elegy" o "Kristallnacht" si esprimano in molti diversi modi, dal classico al jazz al rock e si ricolleghino per tanti versi a “Naked City”. Ma ti ripeto, Naked City per me è diventato molto conosciuto, troppo popolare per i miei gusti. Era diventato un pericolo: sentivo il pubblico che mi succhiava il sangue...
Chiedevano di fare il loro pezzo preferito. Volevano ormai sempre le stesse cose, non cercavano novità. E io non sono un musicista di quel genere, non posso vivere in quel tipo di situazioni anche se può essere apparentemente molto allettante.
Per la musica vale lo stesso discorso che ti facevo per il cinema: se è a basso costo la qualità è migliore, prevale la fantasia e la creatività. Con le majors è molto difficile fare qualcosa di creativo: è tutto basato sul business, soldi... Ecco perché sono fuggito in Giappone per fare la mia musica.
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