mercoledì 3 novembre 2010

JAMES 'BLOOD' ULMER: una retrospettiva di Alessandro Unfolk Monti, seconda parte



Dopo Hendrix e la musica totale del Miles Davis elettrico, il lavoro di Blood porta a compimento una strada tutta “black”, assolutamente incomparabile anche se possiamo ritrovare in questo album analogie con il John McLaughlin psichedelico di “Devotion” (peraltro registrato non a caso con altri due personaggi dell'orbita di Hendrix e Davis come Buddy Miles e Larry Young). L'iniziale “Theme From Captain Black” annuncia il nuovo percorso con un wah wah hendrixiano e il sax di Ornette in sottofondo quasi a voler urgentemente colmare il divario ancora esistente tra rock e jazz: il brano sembra davvero una continuazione futuribile di Voodoo Chile! Segue il contrastante tema melodico di “Moons Shines” dove sax e chitarra si fondono in un unico canto su un tappeto ritmico in continua mobilità, a tratti può ricordare lo struggente lirismo di “Lonely Woman” dello stesso Ornette o dei temi di Albert Ayler, ma la chitarra parla uno “street language” molto moderno. Negli altri brani ascoltiamo marcette poliritmiche (“Morning Bride”) o costruzioni ad incastro come “Revelation March”. Lo stile di Blood é subito originale basato su un'interazione continua di solismi nervosi e accordi veloci che si susseguono nel corso del brano. Il secondo lato di questo grande disco si apre con il riff sbilenco “Woman Coming” molto influenzato dalla presenza di Ornette e decisamente vicino allo stile elettrico dei suoi Prime Time: qui va in onda un'esposizione esemplare della teoria armolodica con il suono in continua espansione che va verso mille direzioni in pochi minuti. Intricati poliritmi riempiono anche il resto del disco culminando nel funk ostinato di “Arena” e nella conclusiva “Revealing”, un tema recuperato dalla sua prima seduta d'incisione, qui in una versione aggiornata e definiva. Ad elevare questo album sopra la media é anche una limpidezza non comune dell'incisione (almeno nella mia copia in vinile!).
Nel 1978/79 il fermento del post-punk porta molti gruppi ad interessarsi al jazz e funk più radicali, facendo nascere strane anomalie musicali come il Pop Group (che pubblicherà con la propria etichetta un disco di Sun Ra), i redivivi Red Crayola con dischi sempre più affini a certo free jazz; o si pensi alla scelta di un batterista/cantante jazz-rock come Robert Wyatt di pubblicare una serie di singoli per Rough Trade, unica label a lasciargli la più assoluta libertà d'azione per relizzare il suo sogno di dare egual dignità al pop e alla canzone politica, formando un unico grande linguaggio. Molti giovani si rivolgono al jazz come ispirazione dagli Scritti Politti ai Weekend, così Rough Trade propone a Blood di pubblicare il nuovo album appena registrato negli RCA studios di NYC in un'altra grande session del 17/01/1980 . Il disco viene in parte rimixato a Londra ed esce con il titolo: “ARE YOU GLAD TO BE IN AMERICA?” é un disco fondamentale di quegli anni, in grado non solo di influenzare una generazione di giovani appassionati di musica indie ma anche di esporre un linguaggio nuovo. Rough Trade diventa in breve sinonimo di apertura musicale ed inizia ad allargare le proprie uscite a vari stili, ne é la prova la cassetta “NME/Rough Trade” (Copy 001) che conteneva anche il più celebre pezzo di Blood “Jazz Is The Teacher, Funk Is The Preacher”.




Proprio presso quel pubblico di giovani il suo nome diventerà immediatamente popolare ponendolo come faro alternativo da entrambe le rive dell'oceano. Parallelamente alle sue avventure discografiche escono anche classici come “Temporary Music” e “Memory Serves” dei Material, “Buy” dei Contortions o l'omonimo Lp dei “Lounge Lizards”, tutti in un territorio di confine tra la migliore black music e la nuova scena wave; da notare che lo stesso bassista dei Material, Bill Laswell produrrà anni dopo un disco Blood. Nel nuovo album suona una nuova sezione ritmica (Amin Ali al basso elettrico e Ronald Shannon Jackson alla batteria) che lo seguirà in molte avventure future; il gruppo si espande anche con una sezione di fiati d'eccezione (David Murray, Oliver Lake & Olu Dara). Il funk si fa più lineare e meno frastagliato, inoltre la scelta di includere due brani cantati (la citata “Jazz Is The Teacher...” e “Are You Glad To Be In America?”) si rivelerà azzeccata. Sin dalle prime battute di “Layout” e “Pressure” il groove é straordinario e tutt'oggi nessun disco suona come questo. La sezione ritmica é affiatatissima e Blood si lancia in improvvisazioni free-funk con un caratteristico fraseggio a scatti. Le colorate atmosfere armolodiche ritornano sul terzo brano ma in “See-through” Blood crea delle inconsuete dissonanze con i suoi accordi ritmici impazziti e in “Time Out” parte per un'altra cavalcata funk. Soltanto “TV Blues” si stacca dalla ritmica frenetica del disco, per l'esposizione di un groove lento. Riascoltando l'album mi sono reso conto di quanto la nuova versione di “Revelation March” abbia influenzato “Gettin' Up”, il grande successo dance dei Pigbag (una delle varie ramificazioni del Pop Group): il veloce riff di basso sembra una variazione di quello di Amin Ali e la sua forza ritmica resta notevole in entrambi i casi. Nasce così il Revelation Music Ensemble con una formazione simile ma in quartetto (Blood, Murray, Ali e Shannon Jackson): esordisce con un Lp dal titolo che é tutto un programma “NO WAVE” (Moers Music 1980) che abbinato al famoso “NO NEW YORK” prodotto da Brian Eno crea un binomio perfetto e una specie di “time capsule”.

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