giovedì 25 novembre 2010

Frammenti: Intervista con Irene Elena e Silvia Mastrogregori terza parte



Ho la sensazione che la musica contemporanea che non rientri nel calderone “mainstream” sia “divisa” in due approcci differenti: da un lato i compositori e i musicisti che provengono dall’accademia, dall’altra musicisti che provengono da una formazione culturale completamente diversa (jazz, minimalismo, scena musicale downtown newyorkese, noise, elettronica, improvvisazione in particolare) pronta ad appropriarsi e a ricodificare qualunque linguaggio musicale, dall’improvvisazione, al jazz, alla contemporanea, al noise, alla musica per cartoni animati, e che queste due facce della medaglia ogni tanto si incontrino e che questi “scambi” comincino a diventare piacevolmente sempre più frequenti, voi come sentite questa nuova situazione?

Silvia: Quello della contaminazione tra il lato accademico e il lato più vario e meno codificato della musica credo sia un terreno fertile da cui, oggi, crescono le esperienze più interessanti e più mature per la musica contemporanea. Personalmente mi interessa moltissimo un genere di musica che non voglia per forza seguire dei percorsi, rientrare in determinati canoni, ma semplicemente creare qualcosa di bello e interessante avvalendosi di tutti quegli strumenti che la storia offre o ha offerto, a volte citando dei modelli esistenti, altre stravolgendoli completamente.

Irene: Nell’era del remix mi sento assolutamente di supportare questa modalità di ricodificazione continua. Del resto credo anche che la storia della musica classica sia piena di esempi simili, dove musiche popolari o provenienti da lontano erano un'occasione creativa straordinaria.
La creativà poi ricodifica costantemente quello che conosce già, e lo fa in modo differente per ognuno anche perché la nostra storia e l’ambiente in cui viviamo ci condiziona profondamente.

Quali sono i vostri chitarristi preferiti?

Irene e Silvia: mettiamo insieme queste due domande e le nostre risposte poichè tutto quello che passiamo in radio fa parte dei nostri dischi e chitarristi preferiti e non ce la sentiamo di fare distinzioni per un'isola deserta

Ho riscontrato una cosa nel mondo della musica classica: dopo anni di inattività e di “torpore” di recente sembra essersi rimesso in moto, alla ricerca di nuovi contatti, nuove possibilità, nuovi mezzi di divulgazione … insomma sta accadendo per la classica (e la contemporanea) quello che era successo negli anni ’60 per il jazz e negli anni ‘ 90 per la musica elettronica e la musica indipendente (RIO, post rock, post punk, etc.): la ricerca di nuovi spazi indipendenti … gli altri generi musicali su questo godono già di certi vantaggi, una scena musicale già definita, label e net label discografiche indipendenti, fan zine, blog, trasmissioni radiofoniche, locali e situazioni culturali dedicate .. pensate si possa creare qualcosa di simile anche per il mondo della chitarra classica .. magari superando certe annose questioni di antipatia e arretratezza culturale?

Silvia: Lo spero decisamente! Anche se nella musica classica mi sembra che il problema più grande sia l'idea che aver studiato e appartenere a una determinata “scuola” venga avvertito come un peso o un baluardo da proteggere piuttosto che come una base da cui partire per confrontarsi. Basta guardare i blog, i forum e i siti di chitarra: molti di questi hanno dimenticato di essere un luogo di libera circolazione dei saperi e delle idee e sono diventati un modo per esaltare un determinato maestro o deprecarne un altro. Per quanto mi riguarda, l'unico metro di giudizio che mi sento oggi di avere è il mio gusto personale: non mi è ancora capitato di avere un “motivo” per scegliere un brano da mandare in onda che fosse diverso dal voler condividere qualcosa.

Irene: Io lo spero e nel nostro piccolo penso di essere parte di quel mondo che ricerca nuove possibilità e nuovi spazi per questo strumento e per questo repertorio al di là delle linee di divisione imposte da altri. In questo sono contenta di aver trovato uno spazio nell’esperienza di Kairos, nella quale la ricerca di nuovi spazi di indipendenza è uno degli obiettivi. Per me è anche interessante chiedersi: perché fare tutto questo? Che senso ha lavorare in questa direzione? Potremmo fare una lista molto lunga, io parto da alcune idee da verificare sulle quali ragioniamo da un po’. Le professioni artistiche oggi vivono una sistuazione preoccupante di definanziamento pubblico da un lato e una situazione di forte sfruttamento quando vanno a confrontarsi con il libero mercato. Ricercare un percorso di indipendenza in tutto questo non è cosa da poco. E’ possibile oggi fare scelte artistico-culturali slegate dalla pura necessità economica in un momento storico come l’attuale? Per me provare a costruire qualcosa in questa direzione significa più diritti per tutti, più libertà, anche dagli schemi precostituiti, significa possibilità di ricercare e sperimentare secondo le proprie necessità o desideri.
Molti dei generi musicali che citi non hanno un passato di forte accademizzazione come la musica classica. Spesso hanno vissuto “ai margini” dei percorsi “ufficiali”, alcuni hanno fatto dell’antiaccademia la propria base costitutiva, molti hanno anche usato altri codici per il passaggio delle conoscenze: l’imitazione e l’ascolto al posto della lettura della partitura, ad esempio. La chitarra è stata sempre uno strumento ibrido, da questo punto di vista, e lo dimostra anche la difficoltà che ha avuto ad inserirsi nel mondo dei Conservatori. E per fare questo passaggio di “normalizzazione” ha dovuto dividersi e tagliare fuori anche pezzi della propria storia. La difficoltà di muoversi con disinvoltura in certi ambienti è conseguenza anche di una storia fatta spesso di inutili rigidità ed esclusioni ma che è una strada a mio parere indispensabile.
continua domani
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