martedì 2 novembre 2010

JAMES 'BLOOD' ULMER: una retrospettiva di Alessandro Unfolk Monti, prima parte



Il motto dell'Art Ensemble Of Chicago, formazione chiave dell'avant jazz, era “Great Black Music, ancient to the future” e nulla potrebbe spiegare meglio lo stile e il genio di James “Blood” Ulmer (o più semplicemente “Blood” com'era scritto su un Lp), uno dei giganti della chitarra elettrica attualmente sulla scena. Anche se negli ultimi anni il suo stile si é avvicinato di più al blues delle origini tutta la sua prima produzione é oggi d'importanza monumentale. Se il blues é stato probabilmente anche il punto di partenza della sua evoluzione, l'ascolto di Kenny Burrell e Grant Green ha certamente dato una svolta alla sua vita di chitarrista ma é stato l'incontro con Ornette Coleman che ha portato il più grande “wind of change” nel suo stile e nel suo approccio al materiale musicale. La fantomatica “Harmolodic theory” di Ornette, pur essendo ancora incomprensibile a molti (Derek Bailey diceva di non aver mai capito cosa volesse dire) ha portato però succosi frutti un po' ovunque: nell'opera del suo creatore ad esempio, sono nati alcuni dischi memorabili (“Body Meta”, “In All Languages”, “Tone Dialing”) e nelle opere dei membri della sua band come Jamaladeen Tacuma (“Show Stopper”, “Renaissance Man”) e naturalmente nei dischi del nostro Blood. Secondo la teoria “armolodica” la composizione dev'essere liberata da un preciso centro tonale portando armonia, melodia e movimento ritmico in condizione paritaria: l'effetto é quello di un magma sonoro in continua ebollizione, un torrente in piena, un caleidoscopio di colori che appare all'orecchio decisamente più organizzato del free jazz. Nella teoria armolodica, le regole tradizionali scompaiono e la musica non é più intrappolata in quella classica costruzione che a mio parere ha decretato la fine del jazz: tema - improvvisazione - ripresa del tema. Quello che avviene con Ornette é a mio parere un passaggio epocale ed i dischi del periodo “armolodico” sono dei veri classici.
Dopo aver partecipato ad alcune bellissime sessions con musicisti molto diversi tra i quali l'organista John Patton (“Accent On The Blues” Blue Note 1969) e Don Cherry, incontra Ornette e decide di approfondire i suoi studi; successivamente Blood forma una band in grado di poter eseguire la musica per chitarra che ha in testa, prova con vari musicisti nel circuito dei clubs, suonando anche con l'ultimo batterista di Coltrane, il vulcanico Rashied Ali incidendo infine nel 1977 una sua prima prova come solista: “Revealing” una prova promettente anche se ancora acerba che vedrà la luce molti anni dopo grazie all'etichetta europea In & Out Records. Il quartetto comprendente George Adams (sax), Cecil McBee (contrabbasso) e Doug Hammond (batteria) sviluppa una musica ancora formalmente legata al jazz ma qualcosa di nuovo si comincia già a delineare: quattro soli brani in cui si esplorano vari temi e soluzioni che portano alla conclusione bellissima di “Love Nest”, un brano dalle aperture inaspettate e dalle tessiture delicate dove l'interplay tra chitarra e sax fa intuire gli sviluppi del disco successivo, il primo vero album del nostro: l'incandescente “TALES OF CAPTAIN BLACK” (Artists House 1978). Prodotto da Ornette in persona con un line-up d'eccezione: Coleman al sax alto, il figlio Denardo alla batteria, Jamaladeen Tacuma al basso Steinberger e il nostro James Blood, con il nome per la prima volta abbreviato. Completo di una vistosa copertina “gatefold” in tipico stile pop-rock, viene registrato in un'unica session il 5 dicembre 1978.


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- seconda parte
- terza parte
- quarta parte
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